Identità di genere e lavoro: gli assistenti sociali uomini

 

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di Eleonora Gnan
Il lavoro, definito come luogo in cui si sostanziano le identità individuali, costituisce un elemento cruciale nei processi di definizione della mascolinità e della femminilità. La marcata femminilizzazione è, fin dalle origini, un dato fondativo della professione di assistente sociale. Tuttavia, i recenti mutamenti socio-economici e famigliari hanno prodotto un profondo cambiamento delle definizioni di maschilità e di femminilità, tanto che all’interno della forza lavoro i confini tradizionali tra occupazioni femminili e maschili iniziano a vacillare.
Nella società fordista, il binomio donna-riproduzione è stato contrapposto a quello uomo-produzione, questa dicotomia è fortemente intrecciata allo stereotipo della forza, della razionalità e della superiorità fisica dell’uomo, e della vocazione delle donne per i ruoli domestici, affettivi, di cura e di ascolto. A partire dagli anni Settanta, tuttavia, si inizia a parlare di «crisi del maschio» in quanto i mutamenti famigliari, sociali e culturali di quel periodo hanno prodotto una profonda ridefinizione del modello ideale di mascolinità dominante, portando alla nascita della c.d. «mascolinità post-moderna». Questa si caratterizza dalla tendenza, da parte degli uomini, a riscoprire i valori della propria maschilità, sfidando i condizionamenti imposti dal modello di virilità unico e rigido. Tale atteggiamento si traduce, ad esempio, nel maggior coinvolgimento degli uomini all’interno della vita famigliare e genitoriale.
La presa di consapevolezza di cui si è appena parlato, ha profonde ripercussioni anche in ambito lavorativo in quanto spinge gli uomini ad inserirsi e a realizzarsi in occupazioni prettamente femminili, come quella di assistente sociale. In generale, gli uomini tendono a preferire occupazioni tradizionalmente assegnate a loro, e rifiutare quelle a maggioranza femminile, poiché entrare in questo tipo di professioni significherebbe dover affrontare stereotipi sociali ancora molto radicati, che si traducono nel vedersi attribuire etichette di omosessualità o di effeminatezza. Inoltre, questo implicherebbe la perdita del prestigio sociale e il proprio status privilegiato in famiglia. Al contrario, quando una professione tipicamente femminile è scelta seguendo le proprie vocazioni, tale mansione, svolta da un uomo, sembra ricevere valore aggiunto.
Un po’ di numeri. In tutti i paesi europei la presenza maschile nelle professioni sociali è minoritaria sia tra gli studenti che tra gli occupati. Questo è particolarmente vero in Italia, dove nel 2014 gli uomini iscritti all’albo professionale di servizio sociale sono circa il 7% del totale (Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali). In passato la maggior parte delle scuole che preparavano alla professione di assistente sociale erano riservate alle donne. In Italia, a cavallo degli anni Novanta, i corsi di formazione per assistenti sociali hanno visto mutare il proprio inquadramento da esterno ad interno all’Università. Tale cambiamento, in concomitanza con l’approvazione della legge quadro 328/2000, ha reso possibili maggiore riconoscimento professionale, migliori redditi e possibilità di carriera. Ciò nonostante il numero di assistenti sociali uomini è aumentato in modo molto contenuto. Sembra, dunque, che in Italia l’immagine di assistente sociale al femminile sia ancora molto radicata.
Cosa spinge un uomo a diventare assistente sociale? Vi sono dei pregiudizi? Esiste un genere più adatto alla professione? Da alcuni studi emerge che le motivazioni che spingono un uomo a intraprendere la professione di assistente sociale sono pressoché le stesse che spingono le donne. Le motivazioni strumentali hanno un’importanza marginale rispetto alla realizzazione personale, al voler aiutare gli altri o alle dimensioni etiche:
Mi interessavano gli aspetti umani e la relazione di aiuto con le persone (Massimo, 55 anni)
Spesso le differenze tra uomini e donne nel lavoro sociale non sono da attribuire al genere in sé, ma a predisposizioni caratteriali individuali o a variabili culturali:
Si pensa che una donna sia meglio perché è più brava e perché la professione di assistente sociale è per bravi. In realtà non c’è un genere più adatto, gli uomini che hanno una determinata sensibilità e voglia di ascoltare lo possono fare benissimo (Andrea, 28 anni)
Una maggiore presenza maschile all’interno della professione, e del lavoro sociale in generale, dovrebbe essere incoraggiata innanzitutto per i modelli di ruolo, in quanto donne e uomini contribuiscono in modo differente alla relazione con gli utenti. Spesso, inoltre, si pensa che vi sia una maggiore intesa con gli utenti del proprio stesso genere:
Se c’è una donna che deve essere accudita ti dicono «vai tu che sei donna e sei più sensibile», se c’è un adolescente problematico allora «vai tu che sei uomo e ti puoi far valere di più» (Dario, 55 anni)
Io ho a che fare con ragazzi giovani e forse li capisco meglio di mie colleghe (Andrea, 28 anni)
Questa tendenza porta spesso anche a una divisione di genere più o meno esplicita relativa al tipo di utenza e di servizio presso cui si lavora. Gli uomini tenderebbero, infatti, a cercare occupazione in specifiche aree dei servizi sociali in modo da enfatizzare gli aspetti mascolini del lavoro e ridurre la dissonanza tra la loro identità di genere e la professione svolta:
Molti uomini tendono a lavorare nel settore adulti, gravi emarginazioni e carcere perché lavorare in comunità mamma-bambino o servizi per le violenze è più difficile e bisogna fare un grande lavoro su se stessi (Andrea, 28 anni)
Essendo una professione tradizionalmente femminile, gli uomini assistenti sociali incontrano alcuni pregiudizi, soprattutto da parte di utenti e del gruppo dei pari, che interiorizzano i modelli di genere e di divisione del lavoro tradizionali:
Un giorno si presentò al servizio una signora che eluse totalmente lo sguardo delle colleghe e si rivolse a me come se fossi il responsabile del servizio. La componente di genere incide moltissimo nella percezione dell’utenza […] stupisce sempre quando c’è un approccio più morbido da parte dell’operatore maschio perché ci si aspetta che questa morbidezza appartenga alle donne […] io però non mi sento sminuito come uomo se capita di emozionarmi davanti a un episodio (Dario, 55 anni)
I miei amici sono tutti giornalisti, architetti, avvocati e ogni tanto mi dicono «tu fai il volontario, aiuti i bambini». Mi sento che devo dimostrare loro qualcosa in più, sia perché la professione di assistente sociale è screditata sia perché sono un uomo. Io so che quello che faccio vale mille volte quello che fanno loro con i software, però sai, lì c’è dietro il denaro e io invece sono uno sfigato… (Andrea, 28 anni)
Questi uomini, infine, condividono modelli identitari e culturali innovativi senza sentire sminuita la propria identità maschile per il fatto di svolgere professioni in cui la cura, la sensibilità e il rapporto con le emozioni sono elementi fondamentali:
All’inizio mi sentivo un visionario, ora mi sento come tutti quelli che hanno avuto la fortuna di fare un percorso giusto per loro (Andrea, 28 anni)
In conclusione, nonostante la componente di genere sia importante nella valutazione della presenza di uomini nei servizi sociali, essa non costituisce il fattore di differenziazione principale. È vero che vi sono difficoltà e talvolta pregiudizi, ma è anche vero che il genere non sembra essere ciò che più
conta nella professione. Sono le caratteristiche e le inclinazioni personali come l’empatia, la capacità di ascolto, di relazione e di cura, caratteristiche considerate tradizionalmente come esclusivamente femminili ma che in realtà anche gli uomini possiedono, a fare di un professionista un buon assistente sociale. Ciò che emerge è che la relazione di aiuto con l’utente, scopo ultimo della professione, viene giocata sul momento, sulla base delle proprie capacità e non sulla base del genere di appartenenza. Tutto ciò contribuisce a sdoganare l’idea di assistente sociale esclusivamente al femminile.

GAZA: UNA PRIGIONE A CIELO APERTO – Come far tornare a sorridere una popolazione distrutta dalla guerra

 

Con il termine “Striscia di Gaza” si fa riferimento a quel territorio palestinese che confina con Israele ed Egitto. Attualmente è governato dal movimento di Hamas per conto del governo palestinese (un’organizzazione politico-militare) ma è al contempo considerato territorio occupato da Israele che detiene un controllo su tutte le frontiere. La “Striscia di Gaza” è la sede del conflitto israelo-palestinese.

Ma facciamo un passo indietro nella storia per capire da quali eventi ha avuto origine il tale conflitto …

Israele è uno stato creato dall’ONU in Palestina subito dopo la seconda guerra mondiale per dare una patria agli ebrei perseguitati; tuttavia, in Palestina, a quell’epoca, si erano insediati anche popoli arabi (Palestinesi), con orientamenti religiosi differenti da quelli israeliani. Da queste differenze, ebbe inizio una vera e propria guerra tra chi rivendicava il proprio territorio (i palestinesi) e chi cercava di insediarsi con mezzi militari (gli israeliani), guerra che perdura ancora oggi. Da allora, i palestinesi, hanno sempre cercato di riappropriarsi di quella area geografica trovando una forte resistenza e predominio da parte di Israele. In particolare gli scontri si concentravano, e si concentrano tutt’ora prevalentemente sulla “Striscia di Gaza”.

Israele riuscì a conquistare la Striscia di Gaza nel 1967, occupandola fino al 2005, anno in cui decise di ritirare i militari; nel 2006, durante le elezioni legislative palestinesi, Hamas ottenne la maggioranza alla camera assumendo, nell’anno successivo, il governo della Striscia di Gaza. Tuttavia, in seguito ad un accordo firmato tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, a Israele fu concesso di mantenere il controllo militare dello spazio aereo della Striscia di Gaza, delle acque territoriali e delle frontiere.

Questo ha permesso ad Israele di mantenere un embargo molto serrato sul territorio palestinese, sottoponendo a controlli tutti i principali beni di consumo e i materiali edili che arrivano sul territorio, con l’unico obiettivo di verificare che non vengano portati a Gaza materiali per costruire armi di distruzione (nel diritto internazionale, per “embargo” si intende il blocco degli scambi commerciali deciso da uno o più stati nei confronti di un paese terzo per motivi politici o economici).

Ad oggi, la situazione a Gaza è drammatica: le guerre continuano e il numero di civili uccisi in questi scontri è elevato; questo determina forte preoccupazione nella città di Gaza e nelle comunità vicine. Inoltre, mancano energia elettrica, farmaci e generi di prima necessità. La maggior parte delle persone non ha una casa in cui vivere. Anche la ricostruzione della città va a rilento e un gran numero di persone è rimasto senza dimora e senza occupazione.

Nel 2014 l’ONU si è impegnato per l’importazione immediata di generi di prima necessità, cemento e materiali necessari alla ricostruzione, ma solo una piccola parte di tutto questo è arrivata in quanto il governo israeliano rallenta il trasferimento per paura che venga usato per fini militari o impiegato nella costruzione di tunnel di guerra.

È vietato anche introdurre anche computer, libri e giornali; proprio per questo, l’informazione e la cultura, a Gaza, sono degli aspetti difficili da coltivare.

In risposta all’embargo è nata la “Freedom Flotilia”, una missione internazionale pacifica e umanitaria, che si occupa di interrompere il blocco e di rivendicare il diritto dei palestinesi agli spostamenti e al libero commercio; nel concreto, la Freedom Flotilia (un’imbarcazione) tenta, via mare, di superare il blocco israeliano, portando ai palestinesi aiuti umanitari, altre merci e tonnellate di calcestruzzo.

Accanto a tutto questo, c’è però qualcuno che tenta di ridare una speranza alle persone che vivono in quel territorio, in particolar modo ai bambini.

Marco Rodari, chiamato “Claun Il Pimpa”, è ormai da anni che si reca nella Striscia di Gaza con l’unico obiettivo di far (sor)ridere i bambini, forse i soggetti più colpiti dalla dura realtà di Gaza

Ogni giorno Il Pimpa si esibisce in diversi spettacoli di magia che incantano i bambini e regalano preziosi momenti di speranza e diversità a persone che ormai vivono la guerra come normalità. Ha persino aperto diverse scuole di magia per bambini, insegnando loro e, allo stesso tempo, imparando la gioia di far sorridere gli altri.

Marco, quando torna in Italia, si esibisce con lo spettacolo “Per far sorridere il cielo”, in cui, dapprima mette in campo giochi di magia e, successivamente, spiega il suo progetto a Gaza e della situazione in quella terra.

Durante questi spettacoli, Il Pimpa rimarca sempre l’affascinante accoglienza che ha ricevuto a Gaza, fin dal suo primo viaggio dove ha conosciuto il beet beetak, regola d’onore del mondo arabo per cui l’incontro con uno straniero viene vissuto come momento di festa fraterna, momento in cui la disperazione per la guerra viene temporaneamente lasciata da parte e si pensa solo a festeggiare il nuovo fratello e la nuova sorella, facendolo sentire come se fosse a casa propria.

Tuttavia, nonostante l’accoglienza sia forte e sentita, mancano gli aspetti fondamentali per vivere una vita degna di essere chiamata tale, come la libertà, la corrente elettrica, le abitazioni abitabili, un lavoro vero, i progetti per il futuro, le notti serene, la pace …

Il Pimpa racconta poi di come, anche dopo una notte di bombardamenti, il mattino dopo i bambini siano tutti lì davanti a lui pronti per un nuovo spettacolo e nuovi trucchi, con gli occhi pieni di meraviglia, e non di paura.

Marco, i piccoli di Gaza, non li chiama bambini ma “supereroi”, perché nonostante la loro vita segnata dalla guerra, riescono ancora a donare speranza e riescono ancora a meravigliarsi senza perdere la loro tenerezza e ilarità.

Egli racconta anche che, quando finisce il periodo dei bombardamenti, Gaza si accende con iniziative sociali e culturali, tentando così di rialzarsi per l’ennesima volta dai colpi della guerra; inoltre, Marco a Gaza ha effettuato diverse collaborazioni con gli allievi della scuola di circo  “Gaza Teams for Circus”, con l’equipe di medici-psicologi della Caritas (progetto di sostegno ai bambini colpiti duramente dalla guerra), con l’oratorio della Parrocchia della Sacra Famiglia e con la “Casa di Madre Teresa” che si occupa di bambini “diversamente supereroi”.

Per quanto riguarda la paura, Marco racconta di come, in una terra di guerra, le grandi e le piccole paure non esistano: puoi non spaventarti per i bombardamenti ma spaventarti per un uccellino che muove un ramo. La cosa fondamentale però è mandare tutta la paura nello stomaco e non nella mente o nel cuore (non reggerebbero).

Alla domanda: “Perché fai tutto questo?” Marco risponde sempre:

“Ricevere un sorriso da un bimbo dà ragione di essere alla mia vita, la riempie, la stracolma. Tutto qui.”

“La guerra come occasione quindi … occasione di gustare sino in fondo il sapore della Pace!!”

 

Ilaria Mariemi Franzioni

Noemi Nobile

Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura. La legge che cambiò la storia in Italia

Con questo articolo, il mio intento è quello di viaggiare nella storia per indagare le ragioni alla base della nascita dei manicomi, per poi tentare di spiegare la lunga battaglia che ha portato alla chiusura dei manicomi e ha posto fine alle tante situazioni di orrore che questi avevano creato.

Nell’antichità la malattia, soprattutto mentale, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali e divine; per questo, veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. Addirittura, i sacerdoti di quell’epoca tentavano di leggere, nelle manifestazioni della persona considerata folle, messaggi dell’aldilà.

Nel Medioevo accadeva invece spesso che le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri” venissero considerate possedute; anche in questo caso la “cura” era affidata agli esponenti della Chiesa, i quali tentavano di combattere la possessione, soprattutto femminile, attraverso l’uccisione al rogo, con l’idea che l’anima, finalmente libera dal possesso demoniaco, potesse salire in cielo.

Nell’Età Classica il problema della “follia” perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale: “folli” diventarono tutti coloro che venivano ritenuti una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere da essa il più velocemente possibile.

Proprio in quel periodo sorsero moltissime case di internamento, volte a rinchiudere una varietà di persone rifiutate dalla società; persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici, persone nulla facenti … tutte rinchiuse in un’unica struttura.

Una delle prime case sorte allo scopo fu l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone non venivano rinchiuse per essere curate, ma per finire i propri giorni lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, le persone venivano spogliate della loro dignità e trattate senza rispetto. Vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a subire punizioni corporali.

La società tentava di “correggere” tutti coloro che avevano smarrito la strada con lo scopo di ricondurli sulla retta via, sulla vita della moralità.

Questa idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò  in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero; al contrario del Medioevo, in cui le persone povere e i vagabondi venivano lasciati vivere nella società, in quanto la povertà era vista come mezzo per manifestare la propria fede (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), con la negazione delle opere di Lutero, la povertà perse questo significato e si trasformò in colpa attribuibile alla persona.

Presto, le case di internamento si diffusero in tutta Europa e divennero uno strumento di potere enorme, attraverso il quale si decideva, senza utilizzare alcun criterio logico, sulla vita delle persone e su chi dovesse essere rinchiuso.

Fu solo a partire dal XVII e in seguito alla nascita del pensiero illuminista che la concezione legata alla malattia mentale iniziò a mutare e iniziarono ad essere riconsiderate le pratiche messe in atto per combattere la “follia”.

Questo cambiamento fu in particolar modo dovuto alla nascita della psichiatria, che iniziò a denunciare il sistema correttivo dell’epoca e a capire che la maggior parte delle persone richiuse in quelle case di correzione non aveva bisogno di alcun trattamento. Il suo pioniere fu Philippe Pinel.

Tuttavia, nonostante questo piccolo passo avanti, la malattia mentale continuava ad essere considerata incomprensibile; si affermò un sistema che tentava di “normalizzare” la condizione umana della persona che aveva smarrito la propria via. I metodi di cura restavano disumani.

Ad esempio, per Pinel i “folli” erano persone incapaci di dominare i propri istinti; egli riteneva che per combattere la follia occorresse utilizzare mezzi quali l’intimidazione e la paura, allo scopo di dominare le persone che si riteneva soffrissero di un disturbo mentale e convincerle del fatto che non potessero continuare ad agire come volevano.

Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière nel 1795 – Tony Robert-Fleury XIX sec.

Anche le altre teorie che si susseguirono tentarono di spiegare la malattia mentale ma senza successo; la cura consisteva sempre nell’internamento e nell’isolamento totale e gli strumenti utilizzati erano disumani, volti a provocare stati di shock nelle persone.

Un cambiamento radicale nell’elaborazione di diverse concezioni della mente e del suo funzionamento, con il conseguente utilizzo di strumenti di cura alternativi, si ebbe tra la fine dell’’800 e i primi anni del ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi.

Brevemente, ad essa si deve il merito di aver posto l’attenzione sulla necessità di capire il sintomo più che di reprimerlo attraverso metodi di cura brutali; questo modo di curare la malattia ha sicuramente rappresentato un’importante rottura nell’ideologia che sosteneva la prassi manicomiale, che considerava la malattia come qualcosa di organico e che aveva condotto a considerare ogni approfondimento psicologico inutile.

Anche in Italia la situazione non era diversa; la gestione dei manicomi era alquanto drammatica e affidata perlopiù alla gestione di frati e suore che faticavano a gestire i continui accessi e risparmiavano su tutto producendo conseguenze devastanti; fino al 1904 non si riuscì ad avere un quadro normativo omogeneo che regolasse la gestione dei manicomi.

Agli inizi del ‘900 le moderne teorie sulla malattia mentale postulate dalla psicoanalisi giunsero anche in Italia; e fu proprio all’inizio del secolo che, nel Paese nacque un’accesa discussione, tanto in ambito scientifico quanto politico, sulla necessità di adottare una legge che regolasse  la gestione dei manicomi e raccogliesse tutte quelle consuetudini susseguitesi nel corso del tempo in tutte le parti d’Italia.

Nel febbraio 1904 venne così approvata una legge che restò in vigore fino al 1978; in essa vennero stabiliti alcuni principi decisivi e validi per tutto il territorio nazionale. Uno, in particolare, prevedeva il ricovero solo per malati pericolosi o che avessero dato il pubblico scandalo.

Tuttavia, sulla base di questo principio, chiunque incaricato di garantire la pubblica sicurezza, con in mano un certificato contenente anche solo una mendace dichiarazione di pericolosità, avrebbe potuto far internare una persona. Il manicomio restava sempre e comunque luogo di controllo e di ordine.

Fu solo nella seconda metà degli anni ’50, anche grazie alle opere dello psichiatra Ronald Laing, che la società iniziò a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la propria identità, anche se la strada che condusse ad una loro richiusura fu lunga e tortuosa.

A partire dal 1968, in seguito al susseguirsi di una serie di denunce in merito alle condizioni disumane in cui versavano le persone rinchiuse nei manicomi, in Italia vennero approvate alcune modifiche normative; ad esempio, con la legge 431 si iniziò a prevedere il ricovero volontario e vennero istituiti centri di igiene mentale a livello provinciale.

La legge 349 del 1977 invece iniziò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della collettività e a sottolineare la necessità dello Stato di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente differente.

A questo si arriverà poi con la famosissima legge 833 del 1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (per saperne di più si rimanda al testo completo della legge), il complesso di funzioni, strutture, servizi e attività che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, senza nessuna distinzione di ceto o etnia, per il recupero della salute fisica e psichica.

Ma la vera rivoluzione storica, si ebbe con la legge 180 del 13 maggio 1978, più conosciuta con il nome del suo promotore, Legge Basaglia. Molti ritengono che la legge 180 sia la legge che ha chiuso i manicomi, anche se in realtà essa rappresenta soltanto l’inizio di un processo culturale e politico molto più complesso.

Basaglia fu il medico che mosse una critica radicale nei confronti dei manicomi; nel 1961 divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia ed è lì che iniziò a rendersi conto delle condizioni disumane in cui versavano le persone recluse nei manicomi. Così iniziò ad introdurre piccole modifiche, partendo dal considerare i pazienti come esseri umani, come persone dotate di una propria identità, e non come numeri. Egli rifiutò gli strumenti della tecnica psichiatrica, in particolar modo tutte quelle terapie volte a provocare uno shock; introdusse anche gruppi di pazienti, per aiutarli a condividere insieme agli altri i propri problemi e renderli protagonisti della loro stessa vita, con l’obiettivo primario di favorire la riabilitazione della persona.

Secondo lui, la malattia doveva essere posta in relazione alla società attuale, una società alienante, la società dei consumi; per questo era importante creare, all’interno di essa, servizi assistenziali per tutti, senza distinzioni di ceto o etnia.

La legge Basaglia rivoluzionò il modo di concepire la malattia mentale. I principi su cui si basava erano:

  • Divieto di costruire nuovi manicomi graduale chiusura di quelli esistenti;
  • Il trattamento sanitario doveva essere volontario. Solo in alcuni casi particolari doveva essere obbligatorio;
  • Il malato doveva restare in ospedale solo per un breve periodo di tempo e solo a causa di situazioni di emergenza, difficilmente gestibili dalla persona stessa o dalla famiglia.

 

Dopo l’approvazione della Legge Basaglia il problema, in Italia, restò però sul come fare; la legge scatenò immediatamente numerose polemiche, soprattutto da parte dei direttori dei manicomi che vedevano minacciato il loro potere, dei sindacati che difendevano gli interessi di chi lavorava nei manicomi e, infine, dei familiari delle persone ricoverate, che erano fortemente spaventati perché temevano di non riuscire a gestire la situazione della persona una volta uscita dal manicomio.

La legge prevedeva inoltre che le Regioni individuassero le strutture adeguate per la tutela della salute mentale; ma queste si rivelarono del tutto impreparate a gestire un cambiamento così grande.

La rete dei servizi sul territorio era del tutto assente e il rischio che molti manicomi ormai chiusi venissero riaperti era molto alto.

Gli anni successivi alla riforma diedero importanti risultati, ma comunque sempre insoddisfacenti; in particolar modo, c’erano enormi differenze tra le diverse Regioni italiane relativamente alle modalità di intervento.

Solo all’inizio degli anni 90, ben 15 anni dopo la legge 180, si iniziò ad intravedere qualche cambiamento.

Nel febbraio 1992, venne approvata una legge, la Legge 104 “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, con l’obiettivo di:

  • Garantire il rispetto della dignità umana e i diritti di libertà della persona, promuovendone la piena integrazione in famiglia, a scuola, al lavoro e nella società;
  • Prevenire le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana e la realizzazione dei diritti civili, politici e patrimoniali;
  • Perseguire il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali e assicurare servizi e prestazioni per la prevenzione, la cura e il recupero delle persone;
  • Predisporre interventi volti a superare l’esclusione sociale;

(per un ulteriore approfondimento si rimanda al testo intero della legge).

E nell’aprile 1994, venne approvato anche il Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale in cui, per la prima volta, vennero individuate le strutture e i servizi psichiatrici presenti sul territorio; si procedette altresì ad una diversificazione delle competenze professionali delle persone che lavoravano nel campo, per consentire loro di gestire meglio i sempre più complessi incarichi affidati, con l’obiettivo principale di promuovere, attraverso lo scambio di esperienze professionali differenti, pratiche volte a superare qualsiasi forma di oppressione e di violenza (azione coordinata e integrata di servizi psichiatrici con altri servizi socio sanitari come, ad esempio, consultori e Servizi per le Tossicodipendenze). Tutto questo doveva essere realizzato attraverso la partecipazione ai processi di cura dei pazienti e dei familiari, per ridurre al minimo il ricovero in struttura, attraverso interventi ambulatoriali e domiciliari, che comprendevano anche la ricerca programmata di inserimenti formativi e lavorativi e la promozione di programmi con obiettivo primario la socializzazione (per ulteriori dettagli si consiglia la lettura del Progetto Obiettivo del 1994).

Insomma, la strada che ha condotto alla chiusura dei manicomi è stata, e lo è ancora, lunga e tortuosa, piena di ostacoli che hanno impedito per molto tempo a tantissime persone di sentirsi tali.

Ad oggi sono stati sicuramente compiuti numerosi passi avanti in questo campo, ma ci sono ancora molti aspetti da chiarire e molti stereotipi da sradicare connessi all’handicap sia fisico che mentale, pregiudizi, che si sono rafforzati nel corso degli anni e che hanno favorito l’insorgere di immagini che etichettano le persone disabili come categoria a parte, divisa dai normali.

E allora non resta che rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per sradicare questi pregiudizi e agire affinché la disabilità non venga più considerata come la caratteristica dominante della persona.

 

Federica Tripputi

 

http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/l104_92.html

http://www.accaparlante.it/nei-luoghi-della-follia

http://www.psicolinea.it/storia-della-follia/

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacritica/sintesifollia.htm

http://nfs.unipv.it/nfs/minf/dispense/infPV/storia.pdf

http://www.storiadellapsichiatria.it/index.php/it/?start=2

https://books.google.it/books?isbn=8871885600

www.psichiatriaestoria.org/…/tutela%20salutementale.htm

www.sapere.it/…Servizisanitari/il-Serviziosanitarionazionale.html

www.salute.gov.it/saluteMentale/…/PO_SaluteMentale_1994_96.pdf

GESTIRE GLI SFRATTI NEL LAVORO SOCIALE

 

Molto spesso gli assistenti sociali si trovano a gestire situazioni di sfratto soprattutto in famiglie con minori; si tratta di situazioni spiacevoli che richiedono generalmente un intervento immediato, volto inizialmente a trovare una soluzione abitativa adeguata alla famiglia e ai soggetti deboli che vivono in essa, che, con lo sfratto, vengono a trovarsi in situazioni di pregiudizio.

L’etimologia del termine sfratto risale al XVII secolo; questa parola veniva inizialmente utilizzata per riferirsi allo sradicamento di famiglie di ebrei dalle proprie case.

Oggi viene utilizzata per situazioni differenti da queste ovviamente, anche se il significato di base rimane: una famiglia sfrattata, oggi, è una famiglia che deve lasciare l’abitazione in cui vive.

I motivi dello sfratto possono essere diversi: lo sfratto si ha una volta che un contratto di affitto viene regolarmente disdetto o se non scatta il rinnovo alla scadenza; si ha anche quando, sempre nell’ambito di un contratto di affitto, il proprietario deve riutilizzare l’appartamento per questioni di necessità previste dalla legge. Anche nel caso di mancato pagamento del canone di affitto (sfratto per morosità) o del mutuo (in questo caso il bene viene alienato dalla banca), oppure se sussiste un grave inadempimento degli obblighi contrattuali da parte dell’inquilino.

I servizi sociali comunali si occupano molto spesso di sfratti per motivi di morosità. In alcuni casi si tratta di una morosità incolpevole perché causata da fattori contingenti, dovuti, ad esempio, alla crisi economica, alla perdita di lavoro o a reddito insufficiente.

Spesso l’abitazione non viene lasciata spontaneamente e, in tal caso, il proprietario può rivolgersi all’autorità giudiziaria; questa procederà poi con un provvedimento di sfratto, attraverso il quale si ordina all’inquilino di riconsegnare l’appartamento al proprietario. Se ci sono resistenze, l’ufficiale giudiziale può anche richiedere l’intervento della forza pubblica e procedere in maniera coatta.

Tutto ciò, però, se possibile, deve essere evitato; è pertanto importante che i servizi sociali intervengano tempestivamente, evitando l’intervento della forza pubblica; questi, se messi a conoscenza della situazione, sostengono la famiglia, dapprima in via preventiva, collocandoli temporaneamente in una struttura adeguata (qualora, al momento la famiglia non disponga di soluzioni abitative adeguate), e successivamente, lavorando insieme al nucleo e sulla loro capacità di problem solving, co-costruendo un progetto che va oltre la mera gestione dell’emergenza abitativa.

Alcune volte, le persone soggette a sfratto esecutivo esternano spontaneamente la loro difficoltà ai servizi sociali; altre volte, invece, vengono segnalate dall’Ufficiale giudiziale o direttamente dal SUNIA (Sindacato Nazionale Unitario Inquilini ed Assegnatari); grazie alla presenza di questa “rete” noi assistenti sociali riusciamo ad individuare meglio queste situazioni di disagio e ad intervenire in maniera tempestiva, prima che il tutto si complichi ulteriormente.

Occuparsi degli sfratti è un intervento complesso, difficile e talvolta spiacevole perché si è in presenza di un diritto non garantito (l’avere una casa); è soprattutto negli ultimi anni che l’incremento degli sfratti ha portato alla nascita di una vera e propria emergenza.

Personalmente, in questi ultimi cinque anni, mi sono occupata di aiutare una quarantina di famiglie sfrattate; si è trattato perlopiù di famiglie con minori sia italiane che straniere (anche se il numero di famiglie italiane supera di poco quello delle famiglie straniere).

Il tipo di aiuto che inizialmente i servizi sociali possono dare è di due tipi:

  • Fornire alle famiglie un sostegno economico per far fronte alle prime spese in vista di una concreta proposta contrattuale alloggiativa;
  • Cercare di inserire le famiglie in liste di accesso a case popolari; una volta in graduatoria ci si avvale dell’art. 14 della DGR della Lombardia n. 1/2004 che permette l’assegnazione in deroga di un alloggio, laddove presenti situazioni di fragilità e/o contingenti (perdita dell’alloggio a causa di calamità naturali). Per un ulteriore approfondimento si rimanda alla DGR di cui sopra.

Nei casi in cui la famiglia non riesca a trovare una soluzione abitativa idonea, in assenza di reddito dichiarato (condizione fondamentale per la stipula di un contratto di locazione), si fa presente ad essa che i parenti diretti hanno l’obbligo all’assistenza e agli alimenti, come stabilito dall’art.433 del Codice Civile. Se, anche dopo essere stata collocata temporaneamente e aver condiviso insieme all’assistente sociale un progetto di vita non riescono a reperire un’abitazione idonea, i minori presenti nel nucleo familiare vengono segnalati dall’assistente sociale che ha in carico la situazione al Servizio Tutela Minori, che applicherà le misure previste nell’art. 403 del Codice Civile Intervento della pubblica autorità a favore dei minori (per il testo completo si rimanda al CC).

Tuttavia, nel mio lavoro, questo rischio è davvero molto residuale: si tratta di situazioni rare, perché la famiglia, nella maggior parte dei casi, supportata dai servizi sociali, riesce quasi sempre a reperire una soluzione abitativa e a sottrarre i propri figli da una situazione di pregiudizio momentanea.

Qualora la famiglia non riesca a trovare una soluzione abitativa idonea e non abbia nessun parente a cui appoggiarsi, è possibile, per un periodo di tempo relativamente breve, collocarla in residence o in strutture alberghiere, al fine di consentirle di reperire un’abitazione adeguata.

Rassicuriamo i colleghi che si trovano nella prima esperienza di gestione di emergenza abitativa che alla fine “tutto si ricompone” come in un puzzle!

L’assistente sociale

Daniela Dellino

 

Fonti consultate:

sosonline.aduc.it/…/sfratto+immobiliare+cessazione+del+contratto_15097. php

GLOBALIZZAZIONE E TECNOLOGIA: IMPOSIZIONE DI MODELLI DI CORPO

 

                         

I mezzi di comunicazione ci bombardano quotidianamente di immagini imponendo l’adeguamento a modelli culturali che prospettano ideali di bellezza improntati a standard irrealistici di magrezza.

Sebbene il dibattito su questi temi sia molto vivo e si stia diffondendo una progressiva consapevolezza rispetto ai rischi nel propagandare queste immagini, il problema è ancora attuale.

Particolarmente importante è l’impatto che questi modelli hanno sugli adolescenti e, sempre più, sui pre-adolescenti che appaiono fortemente a rischio.

Ricerche e studi collegano l’imporsi della magrezza come ideale tra le cause dell’insorgere di disturbi alimentari in adolescenti e pre-adolescenti; i fattori che, sotto il profilo psicologico e sociale, vengono con una certa frequenza ritenuti implicati nella genesi dei disturbi alimentari riguardano bassa autostima, perfezionismo, depressione, impulsività, incerta identità, distorta immagine corporea, immaturità affettiva, carenza di rapporti sociali rilevanti, difficoltà nelle relazioni interpersonali, dipendenza acritica dai messaggi dei media (Braibanti, Paride. “1 Pensare la salute.” 2002).

In contrasto a questo modello culturale troviamo un movimento più recente nato negli Stati Uniti, il “Fat Acceptance Movement”che si sta diffondendo a livello globale; questo movimento nasce come un progetto di accettazione del proprio corpo, in opposizione alla svalutazione e stigmatizzazione delle persone grasse.

Esso, si pone in contrasto non solo con l’ideale estetico di bellezza inteso come l’irraggiungibile magrezza promossa dai media di tutto il mondo, ma anche con l’idea delle persone grasse come persone senza amore per se stesse.

Secondo il “Fat Acceptance Movement” la crescente sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulle tematiche dell’obesità e delle malattie che da essa dipendono, ha portato alla visione che un “corpo grasso” non solo trasgredisce ai canoni estetici dominanti, ma rappresenta anche una irresponsabile mancanza di cura di sé. Persone che consapevolmente mostrano così poca cura per la loro salute personale diventano legittimi target di sanzioni sociali, discriminazione e bullismo (Donaghue, Ngaire&Clemitshaw, 2012).

Comunque, anche questo movimento sta facendo sorgere non poche perplessità; c’è una grande differenza tra l’accettazione dell’obesità e l’esaltazione dell’obesità. Così come l’ideale della magrezza, anche questo secondo modello è potenzialmente molto pericoloso, soprattutto in relazione agli effetti che può avere su giovani e giovanissimi alla ricerca di sviluppare una propria identità.

Accanto a questi modelli, troviamo anche la promozione, da parte dei media, delle cosiddette “modelle curvy”, viste in antitesi alle modelle estremamente magre; anche in questo caso la promozione di questo nuovo modello deve essere sviluppata in modo attento poiché c’ una grande differenza tra modelle “curvy” morbide e sane, e modelle vicine a sviluppare (o che hanno già sviluppato) obesità.

In questo quadro, i Social Network hanno un grande potere: permettono la connessione di persone con interessi simili, forniscono informazioni e sono globalmente disponibili; tramite la condivisione si legittimano stili di vita, modi di pensiero, nascono movimenti e battaglie (pensiamo alla primavera araba). Proprio per questo, possono portare anche alla conoscenza e alla condivisione e alla legittimazione di stili di vita altamente pericolosi per la salute di una persona.

Particolarmente pericolosa è la diffusione in internet di gruppi che inneggiano a un determinato modello di corpo tra adolescenti e pre-adolescenti, che sono in cerca di una propria identità personale, di una legittimazione del proprio agire e di un gruppo sociale di appartenenza (Corbella, 2002).

Si tratta di un fenomeno incontrollabile da parte delle istituzioni: molto spesso questi siti o blog vengono oscurati, ma se ne aprono di nuovi alla velocità della luce e che ne usufruisce o li crea può sempre contare sull’anonimato.

Alcuni studiosi hanno preso in esame alcuni di questi gruppi altamente disfunzionali e dannosi per la salute:

GRUPPI PRO ANA E PRO MIA il moltiplicarsi di gruppi che inneggiano all’anoressia (pro ana) e alla bulimia (pro mia) è un problema che si è diffuso in quasi tutti i paesi occidentali nel corso degli ulti sette-otto anni. Questi, sono facilmente accessibili effettuando una ricerca in rete; in questi siti “ana” non è indicato solo come semplice diminutivo di anoressia, bensì come qualcosa che si pone in antitesi con la patologia: viene considerato come una filosofia, una fede, uno stile di vita …

ANA è la filosofia della mia vita … ANA è l’unica che può aiutarmi. Se sei qui per criticare sei gentilmente pregato di uscire …

Su questi siti, ragazze anoressiche e/o bulimiche si scambiano consigli: “…non pensate che io segua questi ‘consigli’ solo per dimagrire. Li seguo perchè mi aiutano a NON mangiare. O a mangiare il meno possibile (Es. una volta al giorno)…”

E si supportano a vicenda nel raggiungere gli obiettivi che si sono prefissate: “ .. Ciao Kim, sono Elisa e sono 163 cm per 45 kg ma voglio arrivare a 40 prima dell’inizio della scuola ..🙂 ho la mail e whatsapp🙂 possiamo farci forza assieme, ci stai?..”

Quello che emerge dalla lettura di questi blog è la presenza di ragazze adolescenti e preadolescenti che gridano dolore e richieste di aiuto; ogni tanto appare anche qualche maschio:

..Ciao ragazze sono nuovo, maschio e peso 55kg per 1,80 cm; non mi trovo a mi agio con il mio corpo e vorrei dimagrire, ma trovo consigli adatti solo per ragazze, ne avete qualcuno anche per me?..”

La diffusione dei disturbi alimentari tra i maschi e una fenomeno meno diffuso di quello femminile ma in crescita (Munno, D., S. C. M. Sterpone, and G. Zullo. 2005).

Un’altra cosa da osservare in questo quadro è come i blog siano oggi diventati solo uno strumento di “primo aggancio”; dopo di che le ragazze si scambiano i numeri di whatsapp e creano dei gruppi.

..Hey ragazze noi abbiamo fatto un gruppo whatsApp per darci una mano a vicenda. Entrambe vogliamo dimagrire e sembra che insieme sia più facile. Siamo solo in 4 ma vorremmo essere di più. Se volete entrare scrivetemi…”.

I social network sono in continua evoluzione e la creazione di gruppi è ancora più pericolosa, assolutamente incontrollabile in quanto privata e non accessibile da terzi; in gruppo i ragazzi si incitano ancora di più nel cadere nell’anoressia, sostenendosi a vicenda nel rinunciare al cibo. Attraverso questi gruppi la malattia cessa di essere tale e nella condivisione trova nuova forza e nuove adepte.

GRUPPI PRO OBESITA’ i blog pro obesità trovano seguaci non solo in coloro che cercano una legittimazione dell’immodificabilità del proprio status di “persona obesa”, ma anche in coloro che aspirano all’obesità come modello.

In questi blog vengono discusse tematiche come “l’evidenza che le diete non servono a niente” oppure tematiche che sostengono che “l’obesità come fattore di rischio per l’insorgere di altre malattie è un elemento non rilevante”; l’obesità viene osannata come una caratteristica immutabile, quasi innata, del proprio corpo, diete e sport vengono visti come “nemici” che non servono per modificare questa condizione, ma anzi, che contribuiscono solo a fare del male al proprio organismo.

Attraverso questi blog le persone cercano “fat-positive friends” con cui condividere questo percorso; emerge anche la ricerca di un’identità e di un’appartenenza sociale da parte di giovani fragili e inconsapevoli dei rischi della loro salute.

Although to be honest, I would really like to gain with somebody and get fat together. It’s kinda silly aha, but I’d love to have a gaining partner with me to help me while I’m getting fat, and I will help them back (giving good tips, take pics of our progress, helping each other out when feeling discouraged, that kinda stuff). If anybody wants to do that with me DEFINITELY PM me ASAP!”.

Stefania Franceschini

Bibliografia

Donaghue, Ngaire, and Anne Clemitshaw. “‘I’m totally smart and a feminist… and yet I want to be a waif’: Exploring ambivalence towards the thin ideal within the fat acceptance movement.” Women’sStudies International Forum. Vol. 35. No. 6. Pergamon, 2012.

Braibanti, Paride. “1 Pensare la salute.” 2002

Corbella, Silvia. “Il lavoro di gruppo con gli adolescenti.” Gruppi (2002).

Munno, D., S. C. M. Sterpone, and G. Zullo. “L’anoressia nervosa maschile. Una review.” GiornItalPsicopat 11 (2005): 215-224.

Sitografia

http://www.huffingtonpost.com

http://blogproanadimia.blogspot.it/

http://www.vice.com/

http://ineedfatacceptance.tumblr.com/

http://www.independent.co.uk/

http://www.experienceproject.com/stories/Want-To-Get-Really-Fat/5299445

http://perfectbodygoals.blogspot.it

http://xoxoanafilosofia.blogspot.it

http://theplussizelife.blogspot.it/

https://theproanalifestyleforever.wordpress.com/

http://www.xojane.com/terms/fat-acceptance

QUALCOSA DI PERSONALE

E’ un mercoledì come gli altri, io e la mia supervisore ci stiamo preparando per uscire in visita. Già, noi

facciamo più che altro questo: un paio di visite al giorno la mattina, la valutazione multidimensionale dei bisogni di quello che definiamo “paziente”, il rilascio del voucher socio-assistenziale a seconda del caso, il rientro e la compilazione della scheda VAOR, che raccoglie in un archivio informatico tutti i dati sociosanitari degli utenti che usufruiscono del servizio di assistenza domiciliare dell’ASL.

Verso le 9 di mattina si parte: l’infermiera guida sempre la macchina, una panda bianca a metano; la mia supervisore e io ci sediamo nei sedili posteriori per lasciare il posto del passeggero principale al medico.

“Questa volta” mi dice “facciamo tutte e due le visite a Lodi. Sarà una mattinata che filerà via liscia e veloce”. Non ci spostiamo molto dal centro città, e l’infermiera parcheggia vicino al bar dove qualche volta sono venuta a fare colazione con mia mamma.

Citofoniamo.

Ci apre – con qualche difficoltà dovuta alla linea scadente- una bella signora dai capelli tutti grigi. Sono raccolti in maniera disordinata dentro a una crocchia; probabilmente un gesto dell’ultimo minuto. Le ciocche ribelli sulla fronte e agli angoli del collo me la fanno immaginare con il mollettone in bocca mentre con una mano prende la cornetta del campanello e con l’altra mantiene la coda ferma sulla nuca. E’ una signora ancora “giovane” per gli standard che mi hanno abituato a vedere, e lei ci conferma di lavorare ancora. La pensione però è alle porte, un enorme sollievo.

Ci spiega che siamo qui per suo marito, che hanno cambiato il medico di base dopo molti anni e che la prima cosa che ha fatto il giovane zelante è stata richiedere una visita domiciliare.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che c’è qualcosa che cerco di far quadrare ma che mi lascia perplessa. La casa non è grande, la porta d’ingresso dà direttamente sul soggiorno: ci sono molte chitarre elettriche appese ai muri colorati, giradischi dalle proporzioni ciclopiche, vecchie radio affascinanti, microfoni, cavi e fili. La musica è accesa a basso volume, ma non saprei dire da quale apparecchio provenga.

E’ strano, penso ancora. E’ strano poter conoscere così tanto di una persona in così poco tempo. Ma è ancora più strano non vederla, questa persona. Già, perché il signor Pietro non sta da nessuna parte. Comincio a sentirmi a disagio, come se avessi compiuto una subdola invasione di campo. Non mi fiderei mai di noi, fossi il signor Pietro. Ma sono sicura che lui pensa lo stesso.

La moglie ci fa accomodare, ci illustra la situazione e tutte le cartelle cliniche: un tumore alla gola 10 anni fa. Questo è tutto quello che la documentazione medica ci rilascia, e intuisco che il dottore dell’ASL, un napoletano innamorato delle brioches alla pera e cioccolato, comincia a pensare che siamo venuti per niente. “Signò, ce lo fa vedere sto marito o no?!”,un sorriso.

Il signor Pietro è nella camera da letto, e la prima cosa che mi viene in mente quando lo vedo è che è ancora un bell’uomo. Mi fa tenerezza, perché si è rannicchiato tutto in un angolo del letto, come volesse scomparirci dentro: è un uomo gigantesco, quasi 2 metri per 120 chili, eppure mi sembra così irrimediabilmente minuscolo e indifeso.

E’ nudo davanti a noi, penso. Poi qualcosa mi attraversa dentro: un gesto, un attimo. Deve aver pensato esattamente la stessa cosa che ho in testa io; mi guarda e tira il lembo del lenzuolo che aveva appallottolato accanto al cuscino. Ci si copre dentro, un gesto per proteggersi forse, chi lo sa.

“Allora signore, cosa abbiamo qui?”

Un muro. Ecco cosa abbiamo qui, un insormontabile muro di piombo.

“Io non ho niente. E coi medici non ci parlo.”

La moglie si scusa, dall’imbarazzo le si appannano le lenti degli occhiali; deve essere stata una vampata bella forte. Ci spiega che non può dirci cosa gli hanno fatto i medici, ma che dal tempo del tumore – DIECI-ANNI-FA– non ha più voluto averci a che fare.

Da dieci anni il signor Pietro non fa una visita.

Da dieci anni il signor Pietro non esce dalla sua stanza.

Mi accorgo che sul comodino c’è un forno a microonde.

E una radio.

Da dieci anni la tapparella della finestra della camera non s’alza più.

Ci hanno chiamato con l’intenzione di far partire un ciclo di medicazioni a causa di alcune ulcere presenti sulle gambe del paziente, localizzate nella parte inferiore. Non sarebbe la regolare procedura: il signor Pietro è in grado, meglio lo sarebbe, di muoversi in autonomia.

Ma vi ho già detto che il signor Pietro da dieci anni non ha più messo il naso fuori dalla porta di casa?

Non avevo mai visto un’ulcera, ma capisco che la mia supervisore questa volta mi farà rimanere nella stanza da letto. Il dottore napoletano coi suoi modi un po’ spicci è riuscito a far alzare i pantaloni al signor Pietro. Ma non è riuscito a trattenere un “Madonna mia!”. Le gambe non sono gambe, almeno dal ginocchio in giù; sono un mucchio di tessuto vivo e aperto, color rosa acceso, sgorgante liquido giallastro viscoso. In alcuni punti affiora l’osso col suo bianco sporco. Dalle caviglie al ginocchio, nella parte posteriore delle gambe, il polpaccio non esiste più. E per essere arrivati a questa situazione, il polpaccio probabilmente non se lo ricorda più nemmeno il signor Pietro.

Quando torniamo in soggiorno il dottore dice a noi, alla moglie e anche al signor Pietro che sono da amputare. Che la costante fuoriuscita di sangue e di plasma lo rende anemico e causa problemi agli organi interni.

Dice che bisogna obbligarlo a farsi vedere da un medico.

Dice che il voucher non lo fa partire, perché sarebbero soldi statali sprecati.

Delle medicazioni su arti da amputare? Non scherziamo, non se ne parla nemmeno. Uno spreco.

E mentre lo grida ad alta voce, per farlo sentire al signor Pietro che è in camera, mette la sua bella firma sopra quel pezzo di carta che attesta la partenza, solo il giorno successivo, di un ciclo gratuito di medicazioni complesse, con accesso quotidiano per il prossimo mese, rinnovabile per almeno un paio di quelli seguenti. Fa anche una telefonata minatoria al medico di base, affinché venga a tenerlo sotto controllo, che lui si è già segnato il numero di telefono e lo chiamerà.

Capisco che lo vuole spronare, vorrebbe che il signor Pietro ci andasse da un maledetto dottore, vorrebbe che il signor Pietro capisse che le gambe le può tenere, che le gambe può usarle ancora per camminare, in definitiva, che quelle gambe può portarle fuori, a fargli sentire il solletico dei fili di erba lunghissima del suo giardino, ché ormai non lo cura più nessuno.

Il signor Pietro dice che non gli importa.

Pietro, (qui è d’obbligo togliere l’appellativo “signor”, lui è più vicino a me di quanto lo siano mai stati tutti i presenti) dice che vuole morire. Lo dice senza espressione sul volto, con la voce monotòno, gli occhi spenti. E lo ripete perché sia chiaro così:

“Voglio solo morire”. E’ ora di andare. E io mi sento inutile e impotente. Non lo rivedremo più, il signor Pietro. E’ come un’epifania, non posso scivolare così.
Chiedo alla mia supervisore se mi è permesso di andare da Pietro a dirgli una cosa. Lei sorride, mi dice “vai”.

Entro in camera da letto, lo trovo seduto con la testa fra le mani, tutto chino e accartocciato sui suoi due metri d’uomo. Mi inginocchio, gli prendo le mani fra le mie. Non ci stanno dentro tutte, allora mi attacco ai pollicioni. Gli dico che è vero, ha ragione. “La vita a volte fa proprio schifo.”

Ci guardiamo negli occhi in silenzio, la moglie ha una guancia rigata dal sale di una lacrima che è scesa dritta e pesante sulla maglietta.

“Lo so che pensa che io sono troppo giovane, ma so che capita di pensare che la vita fa schifo. Possiamo solo provare a renderla migliore per gli altri, che a noi ormai cambia poco.”

Pietro si gira un attimo a guardare sua moglie. Le sorride. Torna a guardare me. Mi stringe le mani più forte, le scuote. Mi da un buffetto sulla guancia, sospira e sembra stia per dirmi qualche cosa di importante.
“Ciao” sussura.

Un ultimo sorriso storto.

“Chiara, ci sei?”. E’ ora di andare.

Chiara Motta

5° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DELLA NOSTRA ASSOCIAZIONE

https://ainformazione.files.wordpress.com/2011/10/informazione-logo.jpg?w=538

16 Novembre 2010. Martina posta “Benvenuti”. Il post sigilla la nascita della nostra realtà associativa.

16 Novembre 2015. Luigi si mette davanti al computer e cerca di scrivere un articolo che possa riassumere quanto di bello è stato fatto negli ultimi 5 anni.

In primis si dovrebbero elencare i numeri degli articoli prodotti, dei magazine pubblicati, degli incontri realizzati in università. Facciamo una cosa? Lasciamo perdere per un attimo la matrice quantitativa. Sì ok, abbiamo FATTO tante cose, ve lo assicuriamo. Ci siamo dati da fare, ci abbiamo investito tanto. Siamo stati “validati” da università, Ordine Professionale e varie associazioni di settore. Ma sapete qual è la cosa più incredibile? Che, come direbbe Vasco, siamo ancora qua.

I membri dell’associazione sono cambiati ma IN-FORMAZIONE è rimasta in piedi e ogni anno cerca di raggiungere lo stesso obiettivo: “creare una rete dinamica tra studenti e professionisti”.

Ci proviamo in particolare in due modi: offrendo agli studenti del terzo anno del corso di laurea in Servizio Sociale (Università degli Studi di Milano Bicocca) un laboratorio https://ainformazione.com/eventi dove potersi confrontare con professionisti provenienti dal mondo dei servizi sociali, e organizzando (insieme agli studenti iscritti al laboratorio) un convegno dal nome “Proud 2be Assistente Sociale” https://ainformazione.com/esprimere-il-servizio-sociale/.

Ogni anno il tema del convegno cambia ma il messaggio rimane lo stesso: siamo orgogliosi della nostra professione e vogliamo urlarlo al mondo. Siamo stanchi di nasconderci, siamo stanchi di essere stigmatizzati dai mass media.

Tanti si riempiono la bocca con il sociale, pochi il cuore e la mente (spesso però risulta più interessante chi parla meglio).

Associazione IN-FORMAZIONE è ora composta da studenti e assistenti sociali.

Un gruppo di lavoro, non troppo numeroso ma molto coeso, che ogni giorno si sente e mensilmente si incontra. Un gruppo che chiacchiera il giusto e a testa bassa lavora per promuovere la professione di assistente sociale. Noi ci crediamo.

A risentirci nel 2020!

P.S. sono stati “prodotti”: 29 numeri del magazine, 206 articoli del Blog, 46 eventi in Università.

Luigi Grigis