Young Peace Makers. Esperienza di un progetto all’estero di educazione non formale.

Dal 6 al 10 luglio 2010, ho partecipato come educatrice ad un progetto di scambio internazionale a Barcellona, in Spagna.

Questa esperienza accoglieva un gruppo di 60 ragazzi dai 14 ai 17 anni, da Italia, Francia, Spagna e Portogallo, provenienti da famiglie e/o comunità per minori, un’iniziativa finanziata dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Gioventù in Azione.

Vorrei condividere questa esperienza senza entrare nei dettagli pratici di ciò che si è fatto, ma presentandovi degli aneddoti che sono stati per me spunti di riflessione e di un ottimo ricordo.

Cosa si intende per scambio internazionale?

Nonostante in Europa sia molto conosciuto, in Italia è ancora solo una parentesi, che alcuni conoscono e molti ignorano. E’ un’opportunità per essere educatori ed educandi, una proposta a 360 gradi che spazia nel mondo dell’educazione non formale proponendo temi che permettano ai giovani di conoscere persone che vivono lontani da loro e con i quali, nonostante la diversa cultura, possa esserci un confronto su grandi temi e su aspetti più personali, perché in fondo nonostante i chilometri di distanza si hanno gli stessi problemi….

Se vogliamo una definizione più specifica, gli scambi internazionali sono progetti finanziati, come sopra, dalla comunità europea, che promuovono la mobilità giovanile e permettono un confronto socioculturale tra i partecipanti.

Ho partecipato a diversi scambi, sia come educatrice che come partecipante; condivido qui l’esperienza in Spagna perché essere il riferimento per ragazzi che non si conoscevano prima, italiani e non, è stato indimenticabile. Un’ulteriore chiarimento resta quello di definire questo metodo educativo.

Su questo tema molti sono gli autori che hanno posto quesiti e definizioni, ma non è questo l’ambito in cui perdersi nel mondo accademico della pedagogia; ci basta sapere che per educazione non formale (di adolescenti, giovani e adulti) s’intendono tutti quegli interventi di carattere informativo, documentale, formativo, ricreativo e del tempo libero, con lo scopo di fornire, su base permanente, le più ampie opportunità di apprendimento individuale nell’intento di migliorare conoscenze e competenze per aiutare la realizzazione di percorsi individuali di formazione o d’informazione personale.

Un esempio esplicativo per gli studenti universitari è sicuramente l’Erasmus, ma per tutti gli altri giovani?

Per tutti gli altri ci sono molte associazioni che si occupano di scambi internazionali (ci tengo a sottolineare che bisogna sempre cercare e rivolgersi ad associazioni serie) ed il motivo per cui vi parlerò della mia esperienza in Spagna. Sono rimasta colpita da queste famiglie che hanno scelto una vacanza non comune per i propri figli, un’esperienza che avrà dato loro modo di crescere e di confrontarsi.

Ma allora perché un genitore dovrebbe scegliere di mandare suo figlio in Europa una settimana, con educatori che non conosce, con  ragazzi stranieri e che provengono anche da comunità per minori?

Per assurdo è più facile che questa scelta venga fatta da un educatore di comunità, perché sicuramente ha più occasioni di essere a conoscenza ed in contatto con le associazioni e le nuove opportunità, ma per una famiglia comune è una scelta particolare e innovativa.

Ogni Paese è arrivato con diversi voli in Spagna, per trovarsi nella casa che ci avrebbe ospitati appena fuori Barcellona, abitazione già dotata per ospitare grandi gruppi.

I ragazzi erano tutti abbastanza intimiditi, nonostante noi avessimo un gruppo ben fornito e particolarmente forte. Il primo approccio di comunicazione è avvenuto tramite scherzi e battute scambiati in lingue diverse (in viaggio eran presenti solo due gruppi, francesi e italiani) in cui la presenza di noi educatori era fondamentale per arrivare ad una mediazione e iniziare a sciogliere il ghiaccio.

Le giornate erano scandite da vari impegni e lavori di gruppo. Nei primi abbiamo fatto rientrare una visita a Barcellona e tutto ciò che riguardava la gestione del tempo e la seconda riguardava i workshop, appunto e la condivisione di momenti di riflessione sui temi affrontati e sulle sensazioni che i ragazzi stavano provando nella vita quotidiana.

Quello che distingue una vacanza come questa da ogni altra esperienza è che i ragazzi vengono responsabilizzati in ogni piccola cosa, dai compiti divisi per cucinare, apparecchiare, ordinare le camere, alla partecipazione attiva nei lavori di gruppo, con idee che si potevano integrare sui temi proposti da noi educatori, facendoci anche capire se quello che stavamo facendo rispondeva alle loro esigenze.

Un momento interessante è stato il lavoro sui pregiudizi, in cui ogni nazionalità ha disegnato su un cartellone lo stereotipo dell’altro Paese; come noi veniamo visti “dagli altri”.

E’ stato interessante perché è emerso quanto i ragazzi siano molto più sensibili degli adulti e notino molti più dettagli anche negativi, ma con maggiore predisposizione al cambiamento; hanno saputo discutere (ci tengo a ricordare l’uso di una lingua straniera) seppur non padroneggiando l’inglese o gli altri idiomi, hanno saputo confrontarsi per poi, a fine vacanza, rivedere le loro posizioni di partenza.

Un grande lavoro su sé stessi, considerando che la “diversità” non era solo di cultura ma anche di stile di vita, essendo ragazzi provenienti sia da famiglie che da comunità; nessuno partiva dalla stessa condizione, ognuno aveva la sua storia e la sua visione del mondo.

Un altro lavoro stimolante è stata la realizzazione di un video su questa esperienza, in cui i ragazzi sono stati attori e registi. Mettendo a disposizione ognuno le proprie doti sono riusciti a creare qualcosa di unico e a raggiungere gli obiettivi predisposti nel progetto.

Il ruolo di noi educatori è stato attivo e partecipe non solo nella gestione di tutto l’insieme, ma anche  e soprattutto nei momenti liberi, in cui il ruolo era meno definito ma fondamentale perché con il passare dei giorni i ragazzi sentivano il bisogno di noi, di farsi scoprire, di raccontarci quello erano.

Anche chi era da questa parte ha dovuto fare lo sforzo di condividere, a fine giornata, le difficoltà e il confronto con educatori stranieri, che hanno metodologie differenti e stili educativi diversi; ogni sera ci trovavamo e discutevamo sulla gestione dei tempi, sulle proposte e anche semplicemente su come stavamo vivendo quell’esperienza.

Concludo questo racconto con un aneddoto che mi ha emozionata molto. Il giorno della partenza, dopo che tra i ragazzini sono nati amori, amicizie e litigate, tutti erano in lacrime al momento dei saluti, proprio loro che il primo giorno non si capivano e si prendevano in giro, che erano restii a condividere emozioni e giochi, in quel momento non si sarebbero mai lasciati.

E’ stata un’esperienza molto formativa, staccarsi dal proprio piccolo mondo, seppur per un breve periodo, ha permesso a questi ragazzi (ma anche a noi educatori) di essere quello che erano perché non avevano modo di comunicare solo con le parole e si sono lasciati andare vivendo a pieno ritmo quelle giornate, tenendo con sé oltre ai ricordi un’esperienza formativa e forse uno sguardo diverso e più complice verso chi, solitamente, si ritiene appunto “diverso”.

Chiara Palchetti

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