“Social Work Education in Europe: Towards 2025”: il simposio fra studenti europei di servizio sociale.

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Dal 29 Giugno al 2 Luglio 2015 si è svolto, presso l’Università degli studi di Milano Bicocca, in collaborazione con il dipartimento di sociologia e ricerca sociale, EASSW (European Association of School of Social Work), AIDOSS (Associazione Italiana Docenti di Servizio Sociale) e PowerUs(Service User Co-production in Social Work Education and Research), un convegno internazionale di servizio sociale dal titolo “Social Work Education in Europe: Towards 2025”.

Il convegno è stato pensato principalmente per studenti e docenti dei corsi universitari europei, ma anche per professionisti assistenti sociali. Nelle diverse giornate si sono tenute lezioni inerenti le maggiori conquiste e i più importanti sviluppi nel campo dell’educazione al servizio sociale, con un focus particolare sulla dimensione europea,ma da una prospettiva globale. Uno degli obiettivi principali a cui si è voluto mirare è stato il creare un network a livello universitario europeo che permettesse la condivisione di esperienze ed idee riguardo al futuro della formazione al servizio sociale. Nella giornata di apertura, è stato organizzato dall’associazione In-formazione, in collaborazione con due docenti appartenenti al personale rispettivamente dell’Università portoghese Coimbra e quella britannica Durham, un simposio informale fra studenti europei. Lo scopo previsto per questo momento di incontro è stato duplice: da un lato la condivisione delle informazioni sui diversi percorsi universitari europei di servizio sociale, e dall’altro l’unione di idee concrete finalizzate alla creazione di un network studentesco internazionale. Attraverso la modalità del lavoro di gruppo è stato lasciato uno spazio agli studenti affinché esprimessero le loro idee in merito ed enunciassero gli obiettivi da loro ritenuti fondamentali. In un momento di brainstorming finale sono stati poi condivisi i risultati ottenuti da ciascun gruppo. Oltre all’esplicitazione dei diversi funzionamenti dei corsi di laurea, tema senz’altro interessante, è emersa soprattutto un’idea generale di quello che gli studenti presenti volessero fosse l’inizio di un network a livello internazionale. Si è pensato, come idea base e sulla quale sviluppare eventuali progetti futuri, alla possibilità della creazione di un sito internet, con relativi forum e pagina Facebook, che desse la possibilità ad ogni studente di iniziare conversazioni sui più diversi argomenti sociali, in modo da favorire un dibattito,un scambio di opinioni a livello europeo (e non solo). La promozione del sito spetterebbe alle singole università nazionali, che avrebbero quindi l’importante compito di fornire ai loro studenti degli input che permettano di informarsi ed agire a livello internazionale. Un altro step fondamentale, da realizzarsi in collaborazione con EASSW, è risultato essere per i partecipanti quello della creazione di un progetto che favorisca l’avvio di stage e tirocini a livello internazionale, in modo che gli studenti possano vedere come funzionano i diversi servizi sociali stranieri, favorendo così una circolazione di saperi, competenze e metodologie. Un ulteriore passo in avanti potrebbe essere compiuto da gruppi rappresentativi di ogni università che, una volta eletto un rappresentante, potrebbero partecipare agli incontri dell’EASSW e quindi contribuire alle discussioni in merito all’insegnamento del servizio sociale con i membri dell’associazione, dando in questo modo sempre più importanza all’opinione degli studenti. Questi, con le loro idee e la loro voglia di fare, sono senz’altro un tassello importante della formazione professionale; tassello che spesso viene ignorato o poco considerato ma che invece potrebbe dare un grande contributo se valorizzato maggiormente. E’ infatti a partire dal “basso”, da quella che è la nascita di un professionista, che è importante agire per migliorare sempre di più il contesto dinamico del lavoro sociale; è impensabile ipotizzare cambiamenti per il futuro senza coinvolgere le generazioni che ne saranno protagoniste. Solamente con una modalità di lavoro aperta, dinamica e che coinvolge ogni attore sociale si può pensare di attuare un vero cambiamento.

Anita Urso

Chi sono gli Hikikomori?

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Il termine Hikikomori significa letteralmente “isolarsi”, “stare in disparte” e fa riferimento ad adolescenti e giovani adulti che decidono di non aver alcun contatto diretto con l’esterno rinchiudendosi nella propria stanza per lunghi periodi, addirittura anni.

Questo fenomeno è caratteristico del Giappone ma sembra svilupparsi anche in altre società occidentali, inclusa l’Italia.

In Giappone del problema non si parla molto perchè imbarazza, perchè sconvolge l’immagine di un paese che vuole apparire combattivo.
Di chi pratica
hikikomori si pensa che sia un debole che vive alle spalle della famiglia e della società; in realtà potrebbe essere una forma di contestazione nei confronti di una società frenetica, quale è il Giappone, che non dà la possibilità di sbagliare, che alimenta d’altro canto un senso di inadeguatezza rispetto a ciò che essa stessa richiede.
Hikikomori non è riconosciuto come una patologia dal Ministero della Sanità, del Lavoro e del Welfare del Giappone, ma può seriamente portare ad ammalarsi a causa dell’isolamento prolungato.
La famiglia spesso “protegge” questa chiusura perchè se ne vergogna e chiede aiuto solamente in casi estremi.
In alcune ricerche è stato riportato che l’88% dei casi di
hikikomori madre e figlio hanno un rapporto di dipendenza, un rapporto simbiotico, che può portare ad un atteggiamento ambivalente da parte di chi lo pratica: da una parte si gode delle eccessive attenzioni, dall’altra il sentimento di oppressione convoglia in aggressività nei confronti della madre (unica figura familiare che storicamente si prende cura della casa e dei figli a causa dell’assenza del marito-padre che dedica la propria vita al lavoro).

L’antropologa e ricercatrice Carla Ricci ha pubblicato alcuni libri sull’argomento, l’ultimo (2014) è intitolato “La volontaria reclusione. Italia e Giappone, un legame inquietante”.
Secondo lei “
Hikikomori rappresenta uno dei tanti esiti imprevisti delle società contemporanee più ‘ricche’. La società è sempre più complessa, più competitiva, più arrogante ed anche più tecnologica ma senza la preparazione psicologica dei suoi soggetti ad esserlo. I giovani sono eccessivamente protetti dalla famiglia, più narcisisti, meno inclini ai sacrifici e meno sensibili a diventare indipendenti, tutti elementi che possono favorire la resa finale, cioè hikikomori” , ed è un fenomeno destinato ad aumentare nel nostro Paese proprio per la comunanza di questi tratti tra Italia e Giappone.

In Italia hikikomori è associato alla dipendenza da internet, l’antropologa ritiene che essa “porti con sé il bisogno inconsapevole di qualcosa che non si sa cosa sia ma che manca”.

Carla Ricci non ritiene, purtroppo, che esista alcun intervento sociale risolutivo. Attribuisce alla famiglia un ruolo fondamentale e dichiara: “Il fardello penoso che rappresenta per la famiglia la realtà del figlio recluso e la scelta non scelta di diventare hikikomori del giovane potrebbero creare una opportunità di fruttuosa, creativa e trasformativa esperienza individuale ma anche comune, capace forse di scoprire sensi e significati là dove ora non ci sono”.

Consiglio la visione di un corto animato del regista Jonathan Harris il quale rende bene l’idea di chi è un hikikomori: https://www.youtube.com/watch?v=50Y7R5zP0wc

Roberta Fina

Io ci sto @ Fare Diversamente.

 
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C’è uno strano “verdufiore”, metà carciofo e metà rosa. Un’immagine diversa per abituarci a pensare alla diversità come ricchezza, come novità, come voglia di fare cose nuove.

E’ questo in sintesi quello che accade con la Rete del F@re Diversamente, un insieme di cittadini, volontari, associazioni, enti pubblici. Insomma un gruppo di persone che in modi diversi – anche strani – hanno a che fare con la diversità e che sono stanchi di parlare di disagio ma che vogliono gridare al mondo che le cose si possono fare diversamente. Insomma loro lo fanno diverso e si divertono pure.  E molto.

Basta guardare cosa accade sulla pagina Facebook del F@re Diversamente o, per chi abita a Rho e zone limitrofe, in città. Un proliferare di rose e carciofi e di inviti a dire tutti insieme “Io ci sto @ Fare Diversamente.

Non si tratta di un appello lanciato nel vuoto. La chiamata alla diversità è per sabato 23 maggio, a partire dalle 10, presso l’Auditorium di via Meda a Rho.

Un gruppo diverso e molto nutrito di artisti, esperti, volontari e professionisti si riuniranno per raccontare, cantare, illustrare scelte di vita diverse che vale la pena conoscere.

L’incontro sarà ricco di musica, performance, immagini. Non mancherà il cibo per lo stomaco e, soprattutto, per la mente. Tutto all’insegna della diversità.

L’iniziativa nasce all’interno di un progetto più ampio i cui protagonisti sono quelli che nel freddo linguaggio della burocrazia, anche quella che ha un impatto sociale,  vengono chiamati “utenti dei servizi”: persone in condizioni di disagio che sono per la prima volta i veri protagonisti delle attività e motore di cambiamento.

Tre gruppi di lavoro per nove mesi hanno lavorato sul tema della diversità, con lo scopo di individuare nuove forme di comunicare la disabilità e il disagio, anche sul web e nelle scuole, a contatto con i più giovani.

Gli ospiti che parteciperanno all’incontro del 23 maggio saranno chiamati a raccogliere una sfida diversa. Ognuno di loro avrà al massimo tre minuti per raccontare l’essenza della diversità nella loro esperienza di vita, invitando il pubblico a voler lasciare una testimonianza e la volontà di affermare “Anche io ci sto a fare diversamente”.

Il pubblico, grazie a rose e carciofi, potrà partecipare ed esprimere il proprio parere sul valore della diversità, oltre a ballare – letteralmente – in modo diverso, ognuno al proprio posto.

La partecipazione è gratuita e aperta al pubblico.

Tutte le informazioni sono disponibili su http://www.farediversamente.it

Noi ci stiamo a Fare Diversamente. Tu cosa aspetti?

Consiglio bibliografico: “Una bambina” di Torey Hayden

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Torey Hayden ( USA, 21 maggio 1951) è una psicopatologa infantile, insegnante ed esperta in educazione speciale.
Nel corso degli anni T. Hayden ha accumulato molta esperienza e credito nel campo del lavoro con minori difficili a seguito di abusi, disturbi emotivi, psichiatrici e di apprendimento.
Oltre alle sue attività legate all’educazione e alla psicologia, è professore universitario e coordinatrice di unità di ricerca.
Torey Hayden è inoltre conosciuta per il suo lavoro di scrittrice. T. Hayden scrive libri che riportano le storie vere derivanti dalla sua quotidianità, dalla sua esperienza con i bambini difficili; nel 1980, a seguito del suo lavoro, scrive il suo primo e famoso libro “Una Bambina”.
“Una bambina” è nato inizialmente per registrare la relazione d’aiuto che T. Hayden ha vissuto con la piccola Sheila, protagonista del racconto, a cui solo successivamente ha pensato ad una pubblicazione.
“Una bambina” racconta la storia vera di Sheila, 6 anni, affidata temporaneamente alla classe dei “bambini difficili” di Torey in attesa che si liberi un posto all’ospedale psichiatrico di stato. Sheila era considerata ormai da tutti un caso “perso”, senza speranza, la cui unica soluzione rimasta era di limitare i futuri danni che poteva fare a sé stessa e agli altri.
L’evento che ha condannato Sheila all’internamento è accaduto una sera di d’autunno; Sheila lega ad un albero un suo vicino, un bambino di 3 anni e gli da fuoco, provocandoli gravissime ustioni.
Sheila si presenta una bambina molto difficile, affetta da mutismo selettivo, sporca, cerca perennemente di scappare dal centro, bagna continuamente il letto e fa altre piccola sciocchezze. Sheila ha deciso che al mondo non c’è nessuno a cui possa dare o ricevere affetto e nega agli altri la possibilità di instaurare un legame con lei.
Torey si trova davanti una bambina totalmente chiusa in sé, lontana dall’esprimere qualsiasi cosa senta, sfiduciata nei confronti di tutti. Il primo contatto fra le due è realmente molto difficile, Torey ha difficoltà nel creare una relazione e a capire le cause del comportamento di ribellione della bambina. Torey decide che per Sheila non può essere tutto perduto, che vale la pena provarci.
Con pazienza e passione Torey e Sheila instaurano un rapporto difficile, controverso e molto fragile.
Sheila, dopo l’iniziale diffidenza, inizia a rapportarsi con gli altri e a dare fiducia al prossimo, ad aprirsi. Si scopre in questo modo il passato burrascoso di Sheila: la madre l’ha abbandonata portandosi via il fratellino, il padre assente e problematico e una vita di abusi.
Il lavoro di Torey le fa prendere coscienza di sè e fiducia negli altri, capire cosa sia giusto e sbagliato, credere nelle sue potenzialità (per altro molto alte).
Le relazioni sono al centro del libro, attraverso di esse T. Hayden lavora e aiuta i suoi utenti. La storia di “Una bambina” è la storia dei tentativi di T. Hayden per far emergere le capacità di Sheila, nascoste e ignorate da anni di abusi ed è, inoltre, la storia delle difficoltà e della volontà di T. Hayden di non arrendersi di fronte a una bambina considerata ormai “spacciata”.

Leggere “Una bambina” fa provare al lettore una moltitudine di emozioni e domande.
Personalmente credo che la Hayden sia in grado, con la sua narrazione, di portare i lettori dentro la storia, dentro le emozioni che alla vive ogni giorno, dentro le difficoltà del vissuto dei bambini che incontra nel suo lavoro. Difficilmente si trova un libro dallo stesso impatto emotivo, impatto emotivo che aumenta considerando che il narrato è realmente accaduto.

“Una bambina” è attualmente pubblicato in 28 lingue, edito in Italia Corbaccio ed è stato adattato in diverse forme (film, spettacoli).

Dal sito ufficiale di Torey Hayden dove è possibile conoscere i destini dei protagonisti reali dei suoi libri si apprende che Sheila, oggi, ha una vita serena e ha aperto una propria attività.

Torey Hayden ha scritto altri libri basandosi su storie vere a cui ha lavorato, soprattutto nel campo dei minori, da segnalare inoltre: “Una bambina bellissima” e “La figlia della tigre” dove si rittrova una Sheila adolescente.

Barbara Ghidotti

Il coraggio e la forza del sorriso contro la mafia

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Piera Aiello. Moglie di Nicola Atria, figlio di Don Vito Atria, boss di Cosa Nostra.

Ha gli occhi sorridenti e il sorriso stampato sulle labbra di una donna le cui scelte di coraggio ed il destino le hanno cambiato la vita per sempre, ma che allo stesso tempo ha imparato a conviverci continuando a lottare ogni giorno con grande dignità.
Ho incontrato “Piera Aiello”, un nome che le appartiene nel sangue che gli scorre nelle vene ma che per lo Stato non appartiene più a nessuno. Ormai da anni per ragioni di sicurezza gli è stata attribuita una nuova identità perché la mafia non dimentica. Vive e lavora lontano da quel paesino di Sicilia, vive in una citta protetta insieme alla sua famiglia e ai suoi angeli custodi, le guardie della protezione anti mafia. Ma c’è quell’accento siciliano che la frega e le ricorda ogni attimo da dove viene e qual è la sua storia.
Per molti oggi lei è solo la cognata di Rita Atria.
Dice che la sua vita è una vita semplice, una vita da donna ma che allo stesso tempo ha due vite. Una del presente e una del passato che non vuole dimenticare perché è importante ricordare le proprie origini e imparare dalle scelte fatte o subite.

Ha 45 anni, è nata a Partanna un paesino della Sicilia, da una famiglia di modeste possibilità economiche e con grandi valori di lealtà e giustizia.
Moglie di un boss. Diventa vedova, perché il marito rimane vittima della stessa mafia a cui apparteneva, costretta a vestirsi a lutto otto giorni dopo il suo matrimonio obbligato, con una bimba di tre anni, Vita Maria, e tanta rabbia e voglia di giustizia nel cuore.

È proprio allora che decide di lottare e di cambiare tutto.
Decide di denunciare i nomi degli uomini che hanno ucciso il marito sotto ai suoi occhi, ma soprattutto i fatti che ha minuziosamente raccolto per dieci anni in un diario: fatti, omicidi, persone, luoghi.

Grazie all’aiuto del maresciallo Francesco Custode, di servizio a Partanna, si dirigono a Terrasini perché se fossero rimasti nel paese la mafia li avrebbe scoperti e uccisi. Arrivano nella caserma dei Carabinieri a Terrasini e inizialmente Piera ha paura. Ha paura perché non si fida dell’istituzione e ha soprattutto paura che “le spie la vedano e la facciano fuori”. Dopo alcune parole di conforto da parte del maresciallo, Piera si tranquillizza. Entra in un ufficio ed incontra le figure che le faranno da guida per il resto dei suoi giorni come testimone di giustizia e non la faranno sentire sola quando si ritroverà a perdere tutto. Morena Plazzi, procuratore che conosce in obitorio al momento del riconoscimento della salma del marito; Alessandra Camassa procuratore di Marsala e “zio Paolo” (Paolo Borsellino) che con affetto quasi fraterno la incoraggia attraverso l’amore che prova per Vita Maria.

Le chiedono che rapporti aveva con Rita, sua cognata e lei risponde così “Quando ho conosciuto Rita avevo 14 anni e lei 6, siamo cresciuti insieme. La testimonianza di Rita è stata fondamentale, ha parlato degli intrecci tra mafia e politica a Partanna. Della sua scelta di testimoniare sono stata accusata da mia suocera, sostiene che sia stata io a convincerla a fare quella scelta, ma non è andata così. Dopo che io ho deciso di testimoniare ed sono stata trasferita a Roma per primi 40 giorni sono rimasta chiusa in un monolocale, da sola, privata della libertà. Per questo cercavo di dissuadere Rita, per evitare di fare quella vita, ma lei insisteva. Decide di testimoniare una notte, quando subisce un attentato, alcuni uomini bussano alla porta della casa dove vive con la madre e lei capisce che quelle persone erano lì per ucciderla. L’indomani mattina va da mio padre, che con una fiat 126 la accompagna in procura a Sciacca. Rita era una ragazza cresciuta in una famiglia mafiosa, aveva 17 anni quando si è uccisa. La sue era solo un’età anagrafica, ragionava e pensava da donna ultraquarantenne, più di quanto lo fossi io che avevo sette anni più di lei. Decide di uccidersi dopo la morte di Borsellino perché perde il terzo punto di riferimento nella sua vita: il padre, il fratello e poi infine “zio Paolo”.

Infine le chiedono come poter combattere la mafia nella vita di ogni giorno e nelle scelte della vita.
Alla domanda risponde: “ Ho deciso di portare in giro per le scuole la mia vita e la mia esperienza per portare avanti la lotta e la voglia di giustizia che mi ha trasmesso Rita. Amo dialogare con i ragazzi e molti dicono che i giovani sono il futuro: beh io credo siano il presente e poi il futuro e con loro decido di combattere la mafia. Mi chiedete come si fa a combatterla senza fare scelte drastiche come ho fatto io? Allora vi dico che l’unico modo è quello di PENSARE CON LA VOSTRA TESTA, NON SMETTERE MAI DI SPERARE MA SOPRATTUTTO DI PRENDERVI CURA DEGLI ALTRI SENZA VOLTARE MAI LE SPALLE PERCHE’ NELLA SOLITUDINE LE PERSONE SCELGONO LA VIA PIU’ FACILE: LA MAFIA. Combattete l’ignoranza perché la mafia si nutre e vive su essa. Solo agendo in questo modo la mafia, in ogni parte del mondo, non potrà annidarsi nel quotidiano.”

Greta Vitale

Voti ogni volta che vai a fare la spesa

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Coca-Cola, Garnier, Nestlè, Nike, Timberland etc: cosa c’è dietro le grandi marche?

Da definizione, per consumo critico si intende l’organizzazione delle proprie abitudini di acquisto e consumo accordando le proprie preferenze ai prodotti che posseggono determinati requisiti di qualità differenti da quelli comunemente riconosciuti dal consumatore medio.

Per il consumatore critico, criteri per la scelta di un prodotto possono essere ad esempio la sostenibilità ambientale del processo produttivo e di trasporto; in quest’ultimo caso, la cosiddetta filosofia Km zero consiste nell’acquisto di prodotti alimentari locali. Altri importanti principi riguardano invece l’etica del trattamento accordato ai lavoratori ma anche, nei casi dell’industria cosmetica e alimentare, il rispetto nei confronti della vita degli animali, spesso violato attraverso sperimentazioni o pratiche barbariche come nel caso del foie gras.

Riguardo al trattamento dei lavoratori, un grosso problema è rappresentato dalla delocalizzazione della manodopera in paesi le cui legislazioni di tutela dei lavoratori sono piuttosto carenti. Per esempio, Federico Rampini nel suo libro L’impero di Cindia ci parla del processo produttivo dei giocattoli Disney: “Libri di Topolino, album colorati con le figure del pesciolino Nemo sono le prove a carico di un impressionante dossier sugli abusi dei diritti umani nelle fabbriche cinesi. Dietro gadget e giocattoli che vengono venduti dalla Disney ai bambini del mondo intero, ci sono le vittime di una tragica serie di incidenti in fabbrica: dita e mani amputate, morti sul lavoro”. Ma la Disney non è certo un caso isolato: infatti, la stragrande maggioranza delle multinazionali più conosciute non agisce diversamente.

Per contrastare tali problematiche è fondamentale che ogni consumatore prenda coscienza del fatto che il proprio potere d’acquisto è un potente strumento per influenzare il comportamento delle industrie: comprando secondo determinati principi, il consumatore può infatti premiare le aziende più meritevoli da un punto di vista etico.

Acquistare e consumare in modo critico non è chiaramente un dovere, resta pur sempre una scelta per la quale, inoltre, il consumatore necessita di moltissime informazioni su prodotti, metodi di fabbricazione e filosofia di produzione delle grandi marche, e la ricerca di informazioni richiede interesse e tempo. È certo, però, che l’interessamento di tutte le persone e il conseguente acquisto consapevole potrebbe fare la differenza in molti campi ancora bisognosi dell’attenzione delle persone, come appunto i diritti dei lavoratori e la salvaguardia dell’ambiente.

A tal proposito può essere utile ricordare la presenza dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), organizzati spontaneamente, che partono da un approccio critico al consumo e che vogliono applicare principi, quali l’equità e la solidarietà ai propri acquisti (principalmente prodotti alimentari o di largo consumo) e che nascono da una riflessione sulla necessità di un cambiamento del nostro stile di vita. Come tutte le esperienze di consumo critico, anche questa vuole immettere una «domanda di eticità» nel mercato, per indirizzarlo verso un’economia che metta al centro le persone e le relazioni.

Manuela Oreto

COMPRENDERE LA DIVERSITA’

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Non mi rendevo conto della diversità che può esistere tra le culture e della sua importanza fino a quando, durante il mio tirocinio, mi ci sono “scontrata”.
In primis, l’assistente sociale che mi ha fatto da supervisore mi ha portato ad apprezzare queste diversità mostrandomi i suoi viaggi, nei quali ha vissuto, nel vero senso della parola, le diverse culture con passione e curiosità. Inoltre, durante il mio tirocinio presso un consultorio, mi sono trovata di fronte a diversità che mai avrei pensato potessero essere così profonde. Ho avuto modo di parlare con donne e ragazze appartenenti a diverse culture. Per esempio una ragazza ebrea di 17 anni si è recata al servizio per portare un problema relativo alla famiglia che l’aveva costretta a frequentare scuole rigorosamente ebraiche. La ragazza si è opposta perchè non si riconosceva in quella “nicchia”, convincendo la madre (che è colei che decide, il padre non ha molta voce in capitolo) a frequentare una scuola pubblica. Il compromesso fu però quello di frequentare parallelamente una comunità ebraica. Sono rimasta molto colpita dalla maturità di questa ragazza che, oltre al problema portato, ci ha fieramente mostrato le sue origine e tradizioni. Dai suoi racconti ho realizzato che il comportamento della madre, che mi è venuto spontaneo “additare”, è invece da considerare all’interno di un contesto preciso e in relazione alla preoccupazione che la figlia possa perdere le proprie origini.
Dal basso dei miei 21 anni mi si è aperta una realtà: si parla tanto di culture, ma senza rendersi conto o preoccuparsi di conoscerle. L’assistente sociale si deve giornalmente confrontare con queste ultime e questo vuol dire essere capaci di immedesimarsi, capire e accettare modi diversi di vivere, pensare e approcciarsi. Avere una visione troppo ristretta porterebbe a valutare le situazioni in maniera troppo “soggettiva”, non tenendo conto della cultura di appartenenza e di cosa ciò comporta. Penso che questa sia una delle cose più importanti che ho appreso: conoscere le culture per accettarle e poter dare a chi viene a chiedercelo un aiuto reale, che prescinda dalle nostre credenze e che abbracci un’idea di cultura diversa dalla nostra, ma non per questo per forza sbagliata…solo diversa.

Barbara Scotti