Identità di genere e lavoro: gli assistenti sociali uomini

 

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di Eleonora Gnan
Il lavoro, definito come luogo in cui si sostanziano le identità individuali, costituisce un elemento cruciale nei processi di definizione della mascolinità e della femminilità. La marcata femminilizzazione è, fin dalle origini, un dato fondativo della professione di assistente sociale. Tuttavia, i recenti mutamenti socio-economici e famigliari hanno prodotto un profondo cambiamento delle definizioni di maschilità e di femminilità, tanto che all’interno della forza lavoro i confini tradizionali tra occupazioni femminili e maschili iniziano a vacillare.
Nella società fordista, il binomio donna-riproduzione è stato contrapposto a quello uomo-produzione, questa dicotomia è fortemente intrecciata allo stereotipo della forza, della razionalità e della superiorità fisica dell’uomo, e della vocazione delle donne per i ruoli domestici, affettivi, di cura e di ascolto. A partire dagli anni Settanta, tuttavia, si inizia a parlare di «crisi del maschio» in quanto i mutamenti famigliari, sociali e culturali di quel periodo hanno prodotto una profonda ridefinizione del modello ideale di mascolinità dominante, portando alla nascita della c.d. «mascolinità post-moderna». Questa si caratterizza dalla tendenza, da parte degli uomini, a riscoprire i valori della propria maschilità, sfidando i condizionamenti imposti dal modello di virilità unico e rigido. Tale atteggiamento si traduce, ad esempio, nel maggior coinvolgimento degli uomini all’interno della vita famigliare e genitoriale.
La presa di consapevolezza di cui si è appena parlato, ha profonde ripercussioni anche in ambito lavorativo in quanto spinge gli uomini ad inserirsi e a realizzarsi in occupazioni prettamente femminili, come quella di assistente sociale. In generale, gli uomini tendono a preferire occupazioni tradizionalmente assegnate a loro, e rifiutare quelle a maggioranza femminile, poiché entrare in questo tipo di professioni significherebbe dover affrontare stereotipi sociali ancora molto radicati, che si traducono nel vedersi attribuire etichette di omosessualità o di effeminatezza. Inoltre, questo implicherebbe la perdita del prestigio sociale e il proprio status privilegiato in famiglia. Al contrario, quando una professione tipicamente femminile è scelta seguendo le proprie vocazioni, tale mansione, svolta da un uomo, sembra ricevere valore aggiunto.
Un po’ di numeri. In tutti i paesi europei la presenza maschile nelle professioni sociali è minoritaria sia tra gli studenti che tra gli occupati. Questo è particolarmente vero in Italia, dove nel 2014 gli uomini iscritti all’albo professionale di servizio sociale sono circa il 7% del totale (Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali). In passato la maggior parte delle scuole che preparavano alla professione di assistente sociale erano riservate alle donne. In Italia, a cavallo degli anni Novanta, i corsi di formazione per assistenti sociali hanno visto mutare il proprio inquadramento da esterno ad interno all’Università. Tale cambiamento, in concomitanza con l’approvazione della legge quadro 328/2000, ha reso possibili maggiore riconoscimento professionale, migliori redditi e possibilità di carriera. Ciò nonostante il numero di assistenti sociali uomini è aumentato in modo molto contenuto. Sembra, dunque, che in Italia l’immagine di assistente sociale al femminile sia ancora molto radicata.
Cosa spinge un uomo a diventare assistente sociale? Vi sono dei pregiudizi? Esiste un genere più adatto alla professione? Da alcuni studi emerge che le motivazioni che spingono un uomo a intraprendere la professione di assistente sociale sono pressoché le stesse che spingono le donne. Le motivazioni strumentali hanno un’importanza marginale rispetto alla realizzazione personale, al voler aiutare gli altri o alle dimensioni etiche:
Mi interessavano gli aspetti umani e la relazione di aiuto con le persone (Massimo, 55 anni)
Spesso le differenze tra uomini e donne nel lavoro sociale non sono da attribuire al genere in sé, ma a predisposizioni caratteriali individuali o a variabili culturali:
Si pensa che una donna sia meglio perché è più brava e perché la professione di assistente sociale è per bravi. In realtà non c’è un genere più adatto, gli uomini che hanno una determinata sensibilità e voglia di ascoltare lo possono fare benissimo (Andrea, 28 anni)
Una maggiore presenza maschile all’interno della professione, e del lavoro sociale in generale, dovrebbe essere incoraggiata innanzitutto per i modelli di ruolo, in quanto donne e uomini contribuiscono in modo differente alla relazione con gli utenti. Spesso, inoltre, si pensa che vi sia una maggiore intesa con gli utenti del proprio stesso genere:
Se c’è una donna che deve essere accudita ti dicono «vai tu che sei donna e sei più sensibile», se c’è un adolescente problematico allora «vai tu che sei uomo e ti puoi far valere di più» (Dario, 55 anni)
Io ho a che fare con ragazzi giovani e forse li capisco meglio di mie colleghe (Andrea, 28 anni)
Questa tendenza porta spesso anche a una divisione di genere più o meno esplicita relativa al tipo di utenza e di servizio presso cui si lavora. Gli uomini tenderebbero, infatti, a cercare occupazione in specifiche aree dei servizi sociali in modo da enfatizzare gli aspetti mascolini del lavoro e ridurre la dissonanza tra la loro identità di genere e la professione svolta:
Molti uomini tendono a lavorare nel settore adulti, gravi emarginazioni e carcere perché lavorare in comunità mamma-bambino o servizi per le violenze è più difficile e bisogna fare un grande lavoro su se stessi (Andrea, 28 anni)
Essendo una professione tradizionalmente femminile, gli uomini assistenti sociali incontrano alcuni pregiudizi, soprattutto da parte di utenti e del gruppo dei pari, che interiorizzano i modelli di genere e di divisione del lavoro tradizionali:
Un giorno si presentò al servizio una signora che eluse totalmente lo sguardo delle colleghe e si rivolse a me come se fossi il responsabile del servizio. La componente di genere incide moltissimo nella percezione dell’utenza […] stupisce sempre quando c’è un approccio più morbido da parte dell’operatore maschio perché ci si aspetta che questa morbidezza appartenga alle donne […] io però non mi sento sminuito come uomo se capita di emozionarmi davanti a un episodio (Dario, 55 anni)
I miei amici sono tutti giornalisti, architetti, avvocati e ogni tanto mi dicono «tu fai il volontario, aiuti i bambini». Mi sento che devo dimostrare loro qualcosa in più, sia perché la professione di assistente sociale è screditata sia perché sono un uomo. Io so che quello che faccio vale mille volte quello che fanno loro con i software, però sai, lì c’è dietro il denaro e io invece sono uno sfigato… (Andrea, 28 anni)
Questi uomini, infine, condividono modelli identitari e culturali innovativi senza sentire sminuita la propria identità maschile per il fatto di svolgere professioni in cui la cura, la sensibilità e il rapporto con le emozioni sono elementi fondamentali:
All’inizio mi sentivo un visionario, ora mi sento come tutti quelli che hanno avuto la fortuna di fare un percorso giusto per loro (Andrea, 28 anni)
In conclusione, nonostante la componente di genere sia importante nella valutazione della presenza di uomini nei servizi sociali, essa non costituisce il fattore di differenziazione principale. È vero che vi sono difficoltà e talvolta pregiudizi, ma è anche vero che il genere non sembra essere ciò che più
conta nella professione. Sono le caratteristiche e le inclinazioni personali come l’empatia, la capacità di ascolto, di relazione e di cura, caratteristiche considerate tradizionalmente come esclusivamente femminili ma che in realtà anche gli uomini possiedono, a fare di un professionista un buon assistente sociale. Ciò che emerge è che la relazione di aiuto con l’utente, scopo ultimo della professione, viene giocata sul momento, sulla base delle proprie capacità e non sulla base del genere di appartenenza. Tutto ciò contribuisce a sdoganare l’idea di assistente sociale esclusivamente al femminile.

GAZA: UNA PRIGIONE A CIELO APERTO – Come far tornare a sorridere una popolazione distrutta dalla guerra

 

Con il termine “Striscia di Gaza” si fa riferimento a quel territorio palestinese che confina con Israele ed Egitto. Attualmente è governato dal movimento di Hamas per conto del governo palestinese (un’organizzazione politico-militare) ma è al contempo considerato territorio occupato da Israele che detiene un controllo su tutte le frontiere. La “Striscia di Gaza” è la sede del conflitto israelo-palestinese.

Ma facciamo un passo indietro nella storia per capire da quali eventi ha avuto origine il tale conflitto …

Israele è uno stato creato dall’ONU in Palestina subito dopo la seconda guerra mondiale per dare una patria agli ebrei perseguitati; tuttavia, in Palestina, a quell’epoca, si erano insediati anche popoli arabi (Palestinesi), con orientamenti religiosi differenti da quelli israeliani. Da queste differenze, ebbe inizio una vera e propria guerra tra chi rivendicava il proprio territorio (i palestinesi) e chi cercava di insediarsi con mezzi militari (gli israeliani), guerra che perdura ancora oggi. Da allora, i palestinesi, hanno sempre cercato di riappropriarsi di quella area geografica trovando una forte resistenza e predominio da parte di Israele. In particolare gli scontri si concentravano, e si concentrano tutt’ora prevalentemente sulla “Striscia di Gaza”.

Israele riuscì a conquistare la Striscia di Gaza nel 1967, occupandola fino al 2005, anno in cui decise di ritirare i militari; nel 2006, durante le elezioni legislative palestinesi, Hamas ottenne la maggioranza alla camera assumendo, nell’anno successivo, il governo della Striscia di Gaza. Tuttavia, in seguito ad un accordo firmato tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, a Israele fu concesso di mantenere il controllo militare dello spazio aereo della Striscia di Gaza, delle acque territoriali e delle frontiere.

Questo ha permesso ad Israele di mantenere un embargo molto serrato sul territorio palestinese, sottoponendo a controlli tutti i principali beni di consumo e i materiali edili che arrivano sul territorio, con l’unico obiettivo di verificare che non vengano portati a Gaza materiali per costruire armi di distruzione (nel diritto internazionale, per “embargo” si intende il blocco degli scambi commerciali deciso da uno o più stati nei confronti di un paese terzo per motivi politici o economici).

Ad oggi, la situazione a Gaza è drammatica: le guerre continuano e il numero di civili uccisi in questi scontri è elevato; questo determina forte preoccupazione nella città di Gaza e nelle comunità vicine. Inoltre, mancano energia elettrica, farmaci e generi di prima necessità. La maggior parte delle persone non ha una casa in cui vivere. Anche la ricostruzione della città va a rilento e un gran numero di persone è rimasto senza dimora e senza occupazione.

Nel 2014 l’ONU si è impegnato per l’importazione immediata di generi di prima necessità, cemento e materiali necessari alla ricostruzione, ma solo una piccola parte di tutto questo è arrivata in quanto il governo israeliano rallenta il trasferimento per paura che venga usato per fini militari o impiegato nella costruzione di tunnel di guerra.

È vietato anche introdurre anche computer, libri e giornali; proprio per questo, l’informazione e la cultura, a Gaza, sono degli aspetti difficili da coltivare.

In risposta all’embargo è nata la “Freedom Flotilia”, una missione internazionale pacifica e umanitaria, che si occupa di interrompere il blocco e di rivendicare il diritto dei palestinesi agli spostamenti e al libero commercio; nel concreto, la Freedom Flotilia (un’imbarcazione) tenta, via mare, di superare il blocco israeliano, portando ai palestinesi aiuti umanitari, altre merci e tonnellate di calcestruzzo.

Accanto a tutto questo, c’è però qualcuno che tenta di ridare una speranza alle persone che vivono in quel territorio, in particolar modo ai bambini.

Marco Rodari, chiamato “Claun Il Pimpa”, è ormai da anni che si reca nella Striscia di Gaza con l’unico obiettivo di far (sor)ridere i bambini, forse i soggetti più colpiti dalla dura realtà di Gaza

Ogni giorno Il Pimpa si esibisce in diversi spettacoli di magia che incantano i bambini e regalano preziosi momenti di speranza e diversità a persone che ormai vivono la guerra come normalità. Ha persino aperto diverse scuole di magia per bambini, insegnando loro e, allo stesso tempo, imparando la gioia di far sorridere gli altri.

Marco, quando torna in Italia, si esibisce con lo spettacolo “Per far sorridere il cielo”, in cui, dapprima mette in campo giochi di magia e, successivamente, spiega il suo progetto a Gaza e della situazione in quella terra.

Durante questi spettacoli, Il Pimpa rimarca sempre l’affascinante accoglienza che ha ricevuto a Gaza, fin dal suo primo viaggio dove ha conosciuto il beet beetak, regola d’onore del mondo arabo per cui l’incontro con uno straniero viene vissuto come momento di festa fraterna, momento in cui la disperazione per la guerra viene temporaneamente lasciata da parte e si pensa solo a festeggiare il nuovo fratello e la nuova sorella, facendolo sentire come se fosse a casa propria.

Tuttavia, nonostante l’accoglienza sia forte e sentita, mancano gli aspetti fondamentali per vivere una vita degna di essere chiamata tale, come la libertà, la corrente elettrica, le abitazioni abitabili, un lavoro vero, i progetti per il futuro, le notti serene, la pace …

Il Pimpa racconta poi di come, anche dopo una notte di bombardamenti, il mattino dopo i bambini siano tutti lì davanti a lui pronti per un nuovo spettacolo e nuovi trucchi, con gli occhi pieni di meraviglia, e non di paura.

Marco, i piccoli di Gaza, non li chiama bambini ma “supereroi”, perché nonostante la loro vita segnata dalla guerra, riescono ancora a donare speranza e riescono ancora a meravigliarsi senza perdere la loro tenerezza e ilarità.

Egli racconta anche che, quando finisce il periodo dei bombardamenti, Gaza si accende con iniziative sociali e culturali, tentando così di rialzarsi per l’ennesima volta dai colpi della guerra; inoltre, Marco a Gaza ha effettuato diverse collaborazioni con gli allievi della scuola di circo  “Gaza Teams for Circus”, con l’equipe di medici-psicologi della Caritas (progetto di sostegno ai bambini colpiti duramente dalla guerra), con l’oratorio della Parrocchia della Sacra Famiglia e con la “Casa di Madre Teresa” che si occupa di bambini “diversamente supereroi”.

Per quanto riguarda la paura, Marco racconta di come, in una terra di guerra, le grandi e le piccole paure non esistano: puoi non spaventarti per i bombardamenti ma spaventarti per un uccellino che muove un ramo. La cosa fondamentale però è mandare tutta la paura nello stomaco e non nella mente o nel cuore (non reggerebbero).

Alla domanda: “Perché fai tutto questo?” Marco risponde sempre:

“Ricevere un sorriso da un bimbo dà ragione di essere alla mia vita, la riempie, la stracolma. Tutto qui.”

“La guerra come occasione quindi … occasione di gustare sino in fondo il sapore della Pace!!”

 

Ilaria Mariemi Franzioni

Noemi Nobile

Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura. La legge che cambiò la storia in Italia

Con questo articolo, il mio intento è quello di viaggiare nella storia per indagare le ragioni alla base della nascita dei manicomi, per poi tentare di spiegare la lunga battaglia che ha portato alla chiusura dei manicomi e ha posto fine alle tante situazioni di orrore che questi avevano creato.

Nell’antichità la malattia, soprattutto mentale, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali e divine; per questo, veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. Addirittura, i sacerdoti di quell’epoca tentavano di leggere, nelle manifestazioni della persona considerata folle, messaggi dell’aldilà.

Nel Medioevo accadeva invece spesso che le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri” venissero considerate possedute; anche in questo caso la “cura” era affidata agli esponenti della Chiesa, i quali tentavano di combattere la possessione, soprattutto femminile, attraverso l’uccisione al rogo, con l’idea che l’anima, finalmente libera dal possesso demoniaco, potesse salire in cielo.

Nell’Età Classica il problema della “follia” perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale: “folli” diventarono tutti coloro che venivano ritenuti una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere da essa il più velocemente possibile.

Proprio in quel periodo sorsero moltissime case di internamento, volte a rinchiudere una varietà di persone rifiutate dalla società; persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici, persone nulla facenti … tutte rinchiuse in un’unica struttura.

Una delle prime case sorte allo scopo fu l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone non venivano rinchiuse per essere curate, ma per finire i propri giorni lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, le persone venivano spogliate della loro dignità e trattate senza rispetto. Vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a subire punizioni corporali.

La società tentava di “correggere” tutti coloro che avevano smarrito la strada con lo scopo di ricondurli sulla retta via, sulla vita della moralità.

Questa idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò  in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero; al contrario del Medioevo, in cui le persone povere e i vagabondi venivano lasciati vivere nella società, in quanto la povertà era vista come mezzo per manifestare la propria fede (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), con la negazione delle opere di Lutero, la povertà perse questo significato e si trasformò in colpa attribuibile alla persona.

Presto, le case di internamento si diffusero in tutta Europa e divennero uno strumento di potere enorme, attraverso il quale si decideva, senza utilizzare alcun criterio logico, sulla vita delle persone e su chi dovesse essere rinchiuso.

Fu solo a partire dal XVII e in seguito alla nascita del pensiero illuminista che la concezione legata alla malattia mentale iniziò a mutare e iniziarono ad essere riconsiderate le pratiche messe in atto per combattere la “follia”.

Questo cambiamento fu in particolar modo dovuto alla nascita della psichiatria, che iniziò a denunciare il sistema correttivo dell’epoca e a capire che la maggior parte delle persone richiuse in quelle case di correzione non aveva bisogno di alcun trattamento. Il suo pioniere fu Philippe Pinel.

Tuttavia, nonostante questo piccolo passo avanti, la malattia mentale continuava ad essere considerata incomprensibile; si affermò un sistema che tentava di “normalizzare” la condizione umana della persona che aveva smarrito la propria via. I metodi di cura restavano disumani.

Ad esempio, per Pinel i “folli” erano persone incapaci di dominare i propri istinti; egli riteneva che per combattere la follia occorresse utilizzare mezzi quali l’intimidazione e la paura, allo scopo di dominare le persone che si riteneva soffrissero di un disturbo mentale e convincerle del fatto che non potessero continuare ad agire come volevano.

Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière nel 1795 – Tony Robert-Fleury XIX sec.

Anche le altre teorie che si susseguirono tentarono di spiegare la malattia mentale ma senza successo; la cura consisteva sempre nell’internamento e nell’isolamento totale e gli strumenti utilizzati erano disumani, volti a provocare stati di shock nelle persone.

Un cambiamento radicale nell’elaborazione di diverse concezioni della mente e del suo funzionamento, con il conseguente utilizzo di strumenti di cura alternativi, si ebbe tra la fine dell’’800 e i primi anni del ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi.

Brevemente, ad essa si deve il merito di aver posto l’attenzione sulla necessità di capire il sintomo più che di reprimerlo attraverso metodi di cura brutali; questo modo di curare la malattia ha sicuramente rappresentato un’importante rottura nell’ideologia che sosteneva la prassi manicomiale, che considerava la malattia come qualcosa di organico e che aveva condotto a considerare ogni approfondimento psicologico inutile.

Anche in Italia la situazione non era diversa; la gestione dei manicomi era alquanto drammatica e affidata perlopiù alla gestione di frati e suore che faticavano a gestire i continui accessi e risparmiavano su tutto producendo conseguenze devastanti; fino al 1904 non si riuscì ad avere un quadro normativo omogeneo che regolasse la gestione dei manicomi.

Agli inizi del ‘900 le moderne teorie sulla malattia mentale postulate dalla psicoanalisi giunsero anche in Italia; e fu proprio all’inizio del secolo che, nel Paese nacque un’accesa discussione, tanto in ambito scientifico quanto politico, sulla necessità di adottare una legge che regolasse  la gestione dei manicomi e raccogliesse tutte quelle consuetudini susseguitesi nel corso del tempo in tutte le parti d’Italia.

Nel febbraio 1904 venne così approvata una legge che restò in vigore fino al 1978; in essa vennero stabiliti alcuni principi decisivi e validi per tutto il territorio nazionale. Uno, in particolare, prevedeva il ricovero solo per malati pericolosi o che avessero dato il pubblico scandalo.

Tuttavia, sulla base di questo principio, chiunque incaricato di garantire la pubblica sicurezza, con in mano un certificato contenente anche solo una mendace dichiarazione di pericolosità, avrebbe potuto far internare una persona. Il manicomio restava sempre e comunque luogo di controllo e di ordine.

Fu solo nella seconda metà degli anni ’50, anche grazie alle opere dello psichiatra Ronald Laing, che la società iniziò a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la propria identità, anche se la strada che condusse ad una loro richiusura fu lunga e tortuosa.

A partire dal 1968, in seguito al susseguirsi di una serie di denunce in merito alle condizioni disumane in cui versavano le persone rinchiuse nei manicomi, in Italia vennero approvate alcune modifiche normative; ad esempio, con la legge 431 si iniziò a prevedere il ricovero volontario e vennero istituiti centri di igiene mentale a livello provinciale.

La legge 349 del 1977 invece iniziò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della collettività e a sottolineare la necessità dello Stato di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente differente.

A questo si arriverà poi con la famosissima legge 833 del 1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (per saperne di più si rimanda al testo completo della legge), il complesso di funzioni, strutture, servizi e attività che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, senza nessuna distinzione di ceto o etnia, per il recupero della salute fisica e psichica.

Ma la vera rivoluzione storica, si ebbe con la legge 180 del 13 maggio 1978, più conosciuta con il nome del suo promotore, Legge Basaglia. Molti ritengono che la legge 180 sia la legge che ha chiuso i manicomi, anche se in realtà essa rappresenta soltanto l’inizio di un processo culturale e politico molto più complesso.

Basaglia fu il medico che mosse una critica radicale nei confronti dei manicomi; nel 1961 divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia ed è lì che iniziò a rendersi conto delle condizioni disumane in cui versavano le persone recluse nei manicomi. Così iniziò ad introdurre piccole modifiche, partendo dal considerare i pazienti come esseri umani, come persone dotate di una propria identità, e non come numeri. Egli rifiutò gli strumenti della tecnica psichiatrica, in particolar modo tutte quelle terapie volte a provocare uno shock; introdusse anche gruppi di pazienti, per aiutarli a condividere insieme agli altri i propri problemi e renderli protagonisti della loro stessa vita, con l’obiettivo primario di favorire la riabilitazione della persona.

Secondo lui, la malattia doveva essere posta in relazione alla società attuale, una società alienante, la società dei consumi; per questo era importante creare, all’interno di essa, servizi assistenziali per tutti, senza distinzioni di ceto o etnia.

La legge Basaglia rivoluzionò il modo di concepire la malattia mentale. I principi su cui si basava erano:

  • Divieto di costruire nuovi manicomi graduale chiusura di quelli esistenti;
  • Il trattamento sanitario doveva essere volontario. Solo in alcuni casi particolari doveva essere obbligatorio;
  • Il malato doveva restare in ospedale solo per un breve periodo di tempo e solo a causa di situazioni di emergenza, difficilmente gestibili dalla persona stessa o dalla famiglia.

 

Dopo l’approvazione della Legge Basaglia il problema, in Italia, restò però sul come fare; la legge scatenò immediatamente numerose polemiche, soprattutto da parte dei direttori dei manicomi che vedevano minacciato il loro potere, dei sindacati che difendevano gli interessi di chi lavorava nei manicomi e, infine, dei familiari delle persone ricoverate, che erano fortemente spaventati perché temevano di non riuscire a gestire la situazione della persona una volta uscita dal manicomio.

La legge prevedeva inoltre che le Regioni individuassero le strutture adeguate per la tutela della salute mentale; ma queste si rivelarono del tutto impreparate a gestire un cambiamento così grande.

La rete dei servizi sul territorio era del tutto assente e il rischio che molti manicomi ormai chiusi venissero riaperti era molto alto.

Gli anni successivi alla riforma diedero importanti risultati, ma comunque sempre insoddisfacenti; in particolar modo, c’erano enormi differenze tra le diverse Regioni italiane relativamente alle modalità di intervento.

Solo all’inizio degli anni 90, ben 15 anni dopo la legge 180, si iniziò ad intravedere qualche cambiamento.

Nel febbraio 1992, venne approvata una legge, la Legge 104 “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, con l’obiettivo di:

  • Garantire il rispetto della dignità umana e i diritti di libertà della persona, promuovendone la piena integrazione in famiglia, a scuola, al lavoro e nella società;
  • Prevenire le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana e la realizzazione dei diritti civili, politici e patrimoniali;
  • Perseguire il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali e assicurare servizi e prestazioni per la prevenzione, la cura e il recupero delle persone;
  • Predisporre interventi volti a superare l’esclusione sociale;

(per un ulteriore approfondimento si rimanda al testo intero della legge).

E nell’aprile 1994, venne approvato anche il Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale in cui, per la prima volta, vennero individuate le strutture e i servizi psichiatrici presenti sul territorio; si procedette altresì ad una diversificazione delle competenze professionali delle persone che lavoravano nel campo, per consentire loro di gestire meglio i sempre più complessi incarichi affidati, con l’obiettivo principale di promuovere, attraverso lo scambio di esperienze professionali differenti, pratiche volte a superare qualsiasi forma di oppressione e di violenza (azione coordinata e integrata di servizi psichiatrici con altri servizi socio sanitari come, ad esempio, consultori e Servizi per le Tossicodipendenze). Tutto questo doveva essere realizzato attraverso la partecipazione ai processi di cura dei pazienti e dei familiari, per ridurre al minimo il ricovero in struttura, attraverso interventi ambulatoriali e domiciliari, che comprendevano anche la ricerca programmata di inserimenti formativi e lavorativi e la promozione di programmi con obiettivo primario la socializzazione (per ulteriori dettagli si consiglia la lettura del Progetto Obiettivo del 1994).

Insomma, la strada che ha condotto alla chiusura dei manicomi è stata, e lo è ancora, lunga e tortuosa, piena di ostacoli che hanno impedito per molto tempo a tantissime persone di sentirsi tali.

Ad oggi sono stati sicuramente compiuti numerosi passi avanti in questo campo, ma ci sono ancora molti aspetti da chiarire e molti stereotipi da sradicare connessi all’handicap sia fisico che mentale, pregiudizi, che si sono rafforzati nel corso degli anni e che hanno favorito l’insorgere di immagini che etichettano le persone disabili come categoria a parte, divisa dai normali.

E allora non resta che rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per sradicare questi pregiudizi e agire affinché la disabilità non venga più considerata come la caratteristica dominante della persona.

 

Federica Tripputi

 

http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/l104_92.html

http://www.accaparlante.it/nei-luoghi-della-follia

http://www.psicolinea.it/storia-della-follia/

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacritica/sintesifollia.htm

http://nfs.unipv.it/nfs/minf/dispense/infPV/storia.pdf

http://www.storiadellapsichiatria.it/index.php/it/?start=2

https://books.google.it/books?isbn=8871885600

www.psichiatriaestoria.org/…/tutela%20salutementale.htm

www.sapere.it/…Servizisanitari/il-Serviziosanitarionazionale.html

www.salute.gov.it/saluteMentale/…/PO_SaluteMentale_1994_96.pdf

QUALCOSA DI PERSONALE

E’ un mercoledì come gli altri, io e la mia supervisore ci stiamo preparando per uscire in visita. Già, noi

facciamo più che altro questo: un paio di visite al giorno la mattina, la valutazione multidimensionale dei bisogni di quello che definiamo “paziente”, il rilascio del voucher socio-assistenziale a seconda del caso, il rientro e la compilazione della scheda VAOR, che raccoglie in un archivio informatico tutti i dati sociosanitari degli utenti che usufruiscono del servizio di assistenza domiciliare dell’ASL.

Verso le 9 di mattina si parte: l’infermiera guida sempre la macchina, una panda bianca a metano; la mia supervisore e io ci sediamo nei sedili posteriori per lasciare il posto del passeggero principale al medico.

“Questa volta” mi dice “facciamo tutte e due le visite a Lodi. Sarà una mattinata che filerà via liscia e veloce”. Non ci spostiamo molto dal centro città, e l’infermiera parcheggia vicino al bar dove qualche volta sono venuta a fare colazione con mia mamma.

Citofoniamo.

Ci apre – con qualche difficoltà dovuta alla linea scadente- una bella signora dai capelli tutti grigi. Sono raccolti in maniera disordinata dentro a una crocchia; probabilmente un gesto dell’ultimo minuto. Le ciocche ribelli sulla fronte e agli angoli del collo me la fanno immaginare con il mollettone in bocca mentre con una mano prende la cornetta del campanello e con l’altra mantiene la coda ferma sulla nuca. E’ una signora ancora “giovane” per gli standard che mi hanno abituato a vedere, e lei ci conferma di lavorare ancora. La pensione però è alle porte, un enorme sollievo.

Ci spiega che siamo qui per suo marito, che hanno cambiato il medico di base dopo molti anni e che la prima cosa che ha fatto il giovane zelante è stata richiedere una visita domiciliare.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che c’è qualcosa che cerco di far quadrare ma che mi lascia perplessa. La casa non è grande, la porta d’ingresso dà direttamente sul soggiorno: ci sono molte chitarre elettriche appese ai muri colorati, giradischi dalle proporzioni ciclopiche, vecchie radio affascinanti, microfoni, cavi e fili. La musica è accesa a basso volume, ma non saprei dire da quale apparecchio provenga.

E’ strano, penso ancora. E’ strano poter conoscere così tanto di una persona in così poco tempo. Ma è ancora più strano non vederla, questa persona. Già, perché il signor Pietro non sta da nessuna parte. Comincio a sentirmi a disagio, come se avessi compiuto una subdola invasione di campo. Non mi fiderei mai di noi, fossi il signor Pietro. Ma sono sicura che lui pensa lo stesso.

La moglie ci fa accomodare, ci illustra la situazione e tutte le cartelle cliniche: un tumore alla gola 10 anni fa. Questo è tutto quello che la documentazione medica ci rilascia, e intuisco che il dottore dell’ASL, un napoletano innamorato delle brioches alla pera e cioccolato, comincia a pensare che siamo venuti per niente. “Signò, ce lo fa vedere sto marito o no?!”,un sorriso.

Il signor Pietro è nella camera da letto, e la prima cosa che mi viene in mente quando lo vedo è che è ancora un bell’uomo. Mi fa tenerezza, perché si è rannicchiato tutto in un angolo del letto, come volesse scomparirci dentro: è un uomo gigantesco, quasi 2 metri per 120 chili, eppure mi sembra così irrimediabilmente minuscolo e indifeso.

E’ nudo davanti a noi, penso. Poi qualcosa mi attraversa dentro: un gesto, un attimo. Deve aver pensato esattamente la stessa cosa che ho in testa io; mi guarda e tira il lembo del lenzuolo che aveva appallottolato accanto al cuscino. Ci si copre dentro, un gesto per proteggersi forse, chi lo sa.

“Allora signore, cosa abbiamo qui?”

Un muro. Ecco cosa abbiamo qui, un insormontabile muro di piombo.

“Io non ho niente. E coi medici non ci parlo.”

La moglie si scusa, dall’imbarazzo le si appannano le lenti degli occhiali; deve essere stata una vampata bella forte. Ci spiega che non può dirci cosa gli hanno fatto i medici, ma che dal tempo del tumore – DIECI-ANNI-FA– non ha più voluto averci a che fare.

Da dieci anni il signor Pietro non fa una visita.

Da dieci anni il signor Pietro non esce dalla sua stanza.

Mi accorgo che sul comodino c’è un forno a microonde.

E una radio.

Da dieci anni la tapparella della finestra della camera non s’alza più.

Ci hanno chiamato con l’intenzione di far partire un ciclo di medicazioni a causa di alcune ulcere presenti sulle gambe del paziente, localizzate nella parte inferiore. Non sarebbe la regolare procedura: il signor Pietro è in grado, meglio lo sarebbe, di muoversi in autonomia.

Ma vi ho già detto che il signor Pietro da dieci anni non ha più messo il naso fuori dalla porta di casa?

Non avevo mai visto un’ulcera, ma capisco che la mia supervisore questa volta mi farà rimanere nella stanza da letto. Il dottore napoletano coi suoi modi un po’ spicci è riuscito a far alzare i pantaloni al signor Pietro. Ma non è riuscito a trattenere un “Madonna mia!”. Le gambe non sono gambe, almeno dal ginocchio in giù; sono un mucchio di tessuto vivo e aperto, color rosa acceso, sgorgante liquido giallastro viscoso. In alcuni punti affiora l’osso col suo bianco sporco. Dalle caviglie al ginocchio, nella parte posteriore delle gambe, il polpaccio non esiste più. E per essere arrivati a questa situazione, il polpaccio probabilmente non se lo ricorda più nemmeno il signor Pietro.

Quando torniamo in soggiorno il dottore dice a noi, alla moglie e anche al signor Pietro che sono da amputare. Che la costante fuoriuscita di sangue e di plasma lo rende anemico e causa problemi agli organi interni.

Dice che bisogna obbligarlo a farsi vedere da un medico.

Dice che il voucher non lo fa partire, perché sarebbero soldi statali sprecati.

Delle medicazioni su arti da amputare? Non scherziamo, non se ne parla nemmeno. Uno spreco.

E mentre lo grida ad alta voce, per farlo sentire al signor Pietro che è in camera, mette la sua bella firma sopra quel pezzo di carta che attesta la partenza, solo il giorno successivo, di un ciclo gratuito di medicazioni complesse, con accesso quotidiano per il prossimo mese, rinnovabile per almeno un paio di quelli seguenti. Fa anche una telefonata minatoria al medico di base, affinché venga a tenerlo sotto controllo, che lui si è già segnato il numero di telefono e lo chiamerà.

Capisco che lo vuole spronare, vorrebbe che il signor Pietro ci andasse da un maledetto dottore, vorrebbe che il signor Pietro capisse che le gambe le può tenere, che le gambe può usarle ancora per camminare, in definitiva, che quelle gambe può portarle fuori, a fargli sentire il solletico dei fili di erba lunghissima del suo giardino, ché ormai non lo cura più nessuno.

Il signor Pietro dice che non gli importa.

Pietro, (qui è d’obbligo togliere l’appellativo “signor”, lui è più vicino a me di quanto lo siano mai stati tutti i presenti) dice che vuole morire. Lo dice senza espressione sul volto, con la voce monotòno, gli occhi spenti. E lo ripete perché sia chiaro così:

“Voglio solo morire”. E’ ora di andare. E io mi sento inutile e impotente. Non lo rivedremo più, il signor Pietro. E’ come un’epifania, non posso scivolare così.
Chiedo alla mia supervisore se mi è permesso di andare da Pietro a dirgli una cosa. Lei sorride, mi dice “vai”.

Entro in camera da letto, lo trovo seduto con la testa fra le mani, tutto chino e accartocciato sui suoi due metri d’uomo. Mi inginocchio, gli prendo le mani fra le mie. Non ci stanno dentro tutte, allora mi attacco ai pollicioni. Gli dico che è vero, ha ragione. “La vita a volte fa proprio schifo.”

Ci guardiamo negli occhi in silenzio, la moglie ha una guancia rigata dal sale di una lacrima che è scesa dritta e pesante sulla maglietta.

“Lo so che pensa che io sono troppo giovane, ma so che capita di pensare che la vita fa schifo. Possiamo solo provare a renderla migliore per gli altri, che a noi ormai cambia poco.”

Pietro si gira un attimo a guardare sua moglie. Le sorride. Torna a guardare me. Mi stringe le mani più forte, le scuote. Mi da un buffetto sulla guancia, sospira e sembra stia per dirmi qualche cosa di importante.
“Ciao” sussura.

Un ultimo sorriso storto.

“Chiara, ci sei?”. E’ ora di andare.

Chiara Motta

“Social Work Education in Europe: Towards 2025”: il simposio fra studenti europei di servizio sociale.

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Dal 29 Giugno al 2 Luglio 2015 si è svolto, presso l’Università degli studi di Milano Bicocca, in collaborazione con il dipartimento di sociologia e ricerca sociale, EASSW (European Association of School of Social Work), AIDOSS (Associazione Italiana Docenti di Servizio Sociale) e PowerUs(Service User Co-production in Social Work Education and Research), un convegno internazionale di servizio sociale dal titolo “Social Work Education in Europe: Towards 2025”.

Il convegno è stato pensato principalmente per studenti e docenti dei corsi universitari europei, ma anche per professionisti assistenti sociali. Nelle diverse giornate si sono tenute lezioni inerenti le maggiori conquiste e i più importanti sviluppi nel campo dell’educazione al servizio sociale, con un focus particolare sulla dimensione europea,ma da una prospettiva globale. Uno degli obiettivi principali a cui si è voluto mirare è stato il creare un network a livello universitario europeo che permettesse la condivisione di esperienze ed idee riguardo al futuro della formazione al servizio sociale. Nella giornata di apertura, è stato organizzato dall’associazione In-formazione, in collaborazione con due docenti appartenenti al personale rispettivamente dell’Università portoghese Coimbra e quella britannica Durham, un simposio informale fra studenti europei. Lo scopo previsto per questo momento di incontro è stato duplice: da un lato la condivisione delle informazioni sui diversi percorsi universitari europei di servizio sociale, e dall’altro l’unione di idee concrete finalizzate alla creazione di un network studentesco internazionale. Attraverso la modalità del lavoro di gruppo è stato lasciato uno spazio agli studenti affinché esprimessero le loro idee in merito ed enunciassero gli obiettivi da loro ritenuti fondamentali. In un momento di brainstorming finale sono stati poi condivisi i risultati ottenuti da ciascun gruppo. Oltre all’esplicitazione dei diversi funzionamenti dei corsi di laurea, tema senz’altro interessante, è emersa soprattutto un’idea generale di quello che gli studenti presenti volessero fosse l’inizio di un network a livello internazionale. Si è pensato, come idea base e sulla quale sviluppare eventuali progetti futuri, alla possibilità della creazione di un sito internet, con relativi forum e pagina Facebook, che desse la possibilità ad ogni studente di iniziare conversazioni sui più diversi argomenti sociali, in modo da favorire un dibattito,un scambio di opinioni a livello europeo (e non solo). La promozione del sito spetterebbe alle singole università nazionali, che avrebbero quindi l’importante compito di fornire ai loro studenti degli input che permettano di informarsi ed agire a livello internazionale. Un altro step fondamentale, da realizzarsi in collaborazione con EASSW, è risultato essere per i partecipanti quello della creazione di un progetto che favorisca l’avvio di stage e tirocini a livello internazionale, in modo che gli studenti possano vedere come funzionano i diversi servizi sociali stranieri, favorendo così una circolazione di saperi, competenze e metodologie. Un ulteriore passo in avanti potrebbe essere compiuto da gruppi rappresentativi di ogni università che, una volta eletto un rappresentante, potrebbero partecipare agli incontri dell’EASSW e quindi contribuire alle discussioni in merito all’insegnamento del servizio sociale con i membri dell’associazione, dando in questo modo sempre più importanza all’opinione degli studenti. Questi, con le loro idee e la loro voglia di fare, sono senz’altro un tassello importante della formazione professionale; tassello che spesso viene ignorato o poco considerato ma che invece potrebbe dare un grande contributo se valorizzato maggiormente. E’ infatti a partire dal “basso”, da quella che è la nascita di un professionista, che è importante agire per migliorare sempre di più il contesto dinamico del lavoro sociale; è impensabile ipotizzare cambiamenti per il futuro senza coinvolgere le generazioni che ne saranno protagoniste. Solamente con una modalità di lavoro aperta, dinamica e che coinvolge ogni attore sociale si può pensare di attuare un vero cambiamento.

Anita Urso

Lavorare con la sofferenza

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Parlando con una amica che, proprio come me, si sta avvicinando alla fine del percorso universitario per essere proiettata in un futuro ad una professione di aiuto, mi parla del suo timore, la sua quasi reticenza (a mio parere più che giustificata) nei confronti della sofferenza e della prospettiva di una vita professionale accanto a chi nel dolore ci vive tutti i giorni, spesso senza troppe vie d’uscita.
Dico giustificata perché personalmente non credo a chi si è convinto di essere pronto a tutto, a chi dice di sapere già come affrontare qualunque situazione senza aver provato a riflettere nemmeno un attimo su quello che è il vero nocciolo del problema e non credo nemmeno a chi già si pensa assistente sociale, educatore, psicologo, mediatore e terapista tutto in una stessa persona ma non ha ancora sviluppato la più grande capacità che un operatore sociale possa avere: l’ascolto.
Tutte le professioni di aiuto implicano l’incontro con una persona sofferente in modo più o meno importante. L’incontro con l’altro è perciò un incontro con un altro fragile, bisognoso di cura e di attenzione, a volte malato, a disagio, in condizioni di inferiorità sociale, economica, fisica o di non autonomia. L’incontro con l’altro che soffre ci riporta alla nostra realtà psicologica personale e familiare, sia attuale che passata, e ci obbliga a considerare due elementi fondamentali: chi è il curante e perché ha scelto quella professione e come può fare il curante ad affrontare la sofferenza senza esserne travolto.
Il primo elemento ci spinge ad una riflessione, che è opportuno fare sempre nel nostro percorso, sulla storia personale di questa scelta. Come è nata l’idea di questa professione, cosa pensavo di fare, cosa poi ho fatto e ancora quali erano le mie aspettative, quali sono ora le mie condizioni, cosa mi aspetto dal mio lavoro, cosa mi piacerebbe che accadesse per migliorarlo, o meglio ho voglia di cambiare? Sono domande che non possono esaurirsi il giorno dopo la laurea e che ci servono a calibrare giorno dopo giorno il focus del nostro lavoro ed evitare di fossilizzarci su determinati aspetti tralasciandone altri.
Queste sono solo alcune tra le infinite domande che a volte si pongono i curanti. Può anche capitare che il curante non sia consapevole delle ragioni profonde della sua scelta professionale e allora un eventuale malessere sarà proiettato all’esterno di sé con una operazione difensiva “classica” ma piena di pericoli. Tutti i meccanismi di difesa infatti hanno funzioni temporanee e se non sopravviene una modifica del proprio sé l’io è “costretto” ad aumentare l’intensità di tali meccanismi difensivi o di aggiungerne altri a quelli in uso con conseguente e probabile rottura dell’equilibrio psicologico.
Il secondo elemento ci conduce invece sul tema dei contenuti della professione. Ho deciso di fare questo lavoro, sono consapevole (o non sono consapevole) delle ragioni inconsce che mi hanno portato a questa attività ma ho delle domande, mi chiedo delle cose, oppure sono infastidito o stanco. Mi chiedo cosa posso fare per migliorare la mia professionalità, affrontare meglio il mio lavoro, il rapporto con i miei pazienti, vivere più serenamente la quotidianità.
Esiste poi un terzo elemento che complica le professioni di aiuto: si tratta di una dimensione inconscia che spinge a strutturare il proprio lavoro in un modo piuttosto che un altro. La mia organizzazione appare “razionale” ma comporta dei costi umani, delle sofferenze dei pazienti che io attribuisco alle necessità organizzative. Purtroppo le risorse sono quelle, gli orari sono quelli, la struttura è quella, e così di seguito.
Ma è proprio così?
Talvolta tali razionalizzazioni rispondono a un bisogno di difesa dall’ansia persecutoria e depressiva. E così accumulando si arriva ad una condizione chiamata “burn out”. Burn out è un termine inglese che vuol dire tagliato fuori e che noi possiamo tradurre con : crisi, incapacità, mancanza di voglia, mancanza di iniziativa, depressione, pianto, voglia di cambiare, desiderio di essere aiutato, incapace di svolgere il proprio lavoro.
Cosa può rappresentare allora il nostro “salvagente” a cui aggrapparci quando ci sentiamo persi?
 La formazione continua esterna, ma anche personale dell’ interessarsi, incuriosirsi, scoprire. La formazione come guida verso un percorso di cura di sé, in cui imparare ad osservarsi per capire quali sono di volta in volta i propri punti di forza e quelli di debolezza, e dove si impari a tracciare confini precisi fra il tempo in cui si può essere disponibili e quello in cui ci si mette da parte per prendersi cura di sé.

 La supervisione di gruppo o individuale che ci permette di esternare quel mondo che anche involontariamente assorbiamo dai racconti delle persone , dai loro occhi, dalle loro case e che ci portiamo dentro. A volte sentiamo il bisogno di raccontare a nostra volta e la supervisione serve proprio ad avere uno spazio dove potersi confrontare con altre competenze e altre prospettive e dove sentirsi ascoltati. La fatica del lavoro di cura si fa insostenibile quando le difficoltà e le sofferenze si sedimentano dentro di noi senza che si abbia il tempo di pensare con altri la propria esperienza. Prima che la fatica arrivi ad un punto tale da impedire un agire sensato, occorre poter sospendere il proprio fare e mettersi in ascolto della realtà alla ricerca di nuove configurazioni di senso.
Anche nelle vite spezzate dove sembra non ci sia una strada del ritorno la forza è proprio nel riuscire a trovare una via secondaria, magari nascosta a prima vista, ma possibile. La via del vivere bene nonostante la sofferenza o imparando da essa.
La fiducia nel cambiamento e nella possibilità può essere agita anche di fronte alle situazioni che si presentano come i compiti più ardui. Mission impossibile? Chissà, l’importante è impegnarsi a trovare uno spiraglio laddove regna il buio, cercare il bandolo della matassa e iniziare a districarla.
La vera missione è trovare la giusta misura tra il distacco professionale e l’empatia cioè la capacità di co-sentire il vissuto dell’altro che è risorsa irrinunciabile, ma occorre imparare a gestirla, cioè sviluppare quella competenza dell’empatia che consiste nel custodire dentro di sé lo spazio di accoglimento dell’altro.
“ Niente ci rende così grandi, quanto un grande dolore “ diceva Alfred de Musset.
Concordi o meno con il poeta, sarebbe magnifico riuscire a compiere la nostra minuscola parte nel promuovere anche un lieve cambiamento nella sofferenza e non restare più a guardarla impauriti.

Silvia Di Pietro