QUALCOSA DI PERSONALE

E’ un mercoledì come gli altri, io e la mia supervisore ci stiamo preparando per uscire in visita. Già, noi

facciamo più che altro questo: un paio di visite al giorno la mattina, la valutazione multidimensionale dei bisogni di quello che definiamo “paziente”, il rilascio del voucher socio-assistenziale a seconda del caso, il rientro e la compilazione della scheda VAOR, che raccoglie in un archivio informatico tutti i dati sociosanitari degli utenti che usufruiscono del servizio di assistenza domiciliare dell’ASL.

Verso le 9 di mattina si parte: l’infermiera guida sempre la macchina, una panda bianca a metano; la mia supervisore e io ci sediamo nei sedili posteriori per lasciare il posto del passeggero principale al medico.

“Questa volta” mi dice “facciamo tutte e due le visite a Lodi. Sarà una mattinata che filerà via liscia e veloce”. Non ci spostiamo molto dal centro città, e l’infermiera parcheggia vicino al bar dove qualche volta sono venuta a fare colazione con mia mamma.

Citofoniamo.

Ci apre – con qualche difficoltà dovuta alla linea scadente- una bella signora dai capelli tutti grigi. Sono raccolti in maniera disordinata dentro a una crocchia; probabilmente un gesto dell’ultimo minuto. Le ciocche ribelli sulla fronte e agli angoli del collo me la fanno immaginare con il mollettone in bocca mentre con una mano prende la cornetta del campanello e con l’altra mantiene la coda ferma sulla nuca. E’ una signora ancora “giovane” per gli standard che mi hanno abituato a vedere, e lei ci conferma di lavorare ancora. La pensione però è alle porte, un enorme sollievo.

Ci spiega che siamo qui per suo marito, che hanno cambiato il medico di base dopo molti anni e che la prima cosa che ha fatto il giovane zelante è stata richiedere una visita domiciliare.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che c’è qualcosa che cerco di far quadrare ma che mi lascia perplessa. La casa non è grande, la porta d’ingresso dà direttamente sul soggiorno: ci sono molte chitarre elettriche appese ai muri colorati, giradischi dalle proporzioni ciclopiche, vecchie radio affascinanti, microfoni, cavi e fili. La musica è accesa a basso volume, ma non saprei dire da quale apparecchio provenga.

E’ strano, penso ancora. E’ strano poter conoscere così tanto di una persona in così poco tempo. Ma è ancora più strano non vederla, questa persona. Già, perché il signor Pietro non sta da nessuna parte. Comincio a sentirmi a disagio, come se avessi compiuto una subdola invasione di campo. Non mi fiderei mai di noi, fossi il signor Pietro. Ma sono sicura che lui pensa lo stesso.

La moglie ci fa accomodare, ci illustra la situazione e tutte le cartelle cliniche: un tumore alla gola 10 anni fa. Questo è tutto quello che la documentazione medica ci rilascia, e intuisco che il dottore dell’ASL, un napoletano innamorato delle brioches alla pera e cioccolato, comincia a pensare che siamo venuti per niente. “Signò, ce lo fa vedere sto marito o no?!”,un sorriso.

Il signor Pietro è nella camera da letto, e la prima cosa che mi viene in mente quando lo vedo è che è ancora un bell’uomo. Mi fa tenerezza, perché si è rannicchiato tutto in un angolo del letto, come volesse scomparirci dentro: è un uomo gigantesco, quasi 2 metri per 120 chili, eppure mi sembra così irrimediabilmente minuscolo e indifeso.

E’ nudo davanti a noi, penso. Poi qualcosa mi attraversa dentro: un gesto, un attimo. Deve aver pensato esattamente la stessa cosa che ho in testa io; mi guarda e tira il lembo del lenzuolo che aveva appallottolato accanto al cuscino. Ci si copre dentro, un gesto per proteggersi forse, chi lo sa.

“Allora signore, cosa abbiamo qui?”

Un muro. Ecco cosa abbiamo qui, un insormontabile muro di piombo.

“Io non ho niente. E coi medici non ci parlo.”

La moglie si scusa, dall’imbarazzo le si appannano le lenti degli occhiali; deve essere stata una vampata bella forte. Ci spiega che non può dirci cosa gli hanno fatto i medici, ma che dal tempo del tumore – DIECI-ANNI-FA– non ha più voluto averci a che fare.

Da dieci anni il signor Pietro non fa una visita.

Da dieci anni il signor Pietro non esce dalla sua stanza.

Mi accorgo che sul comodino c’è un forno a microonde.

E una radio.

Da dieci anni la tapparella della finestra della camera non s’alza più.

Ci hanno chiamato con l’intenzione di far partire un ciclo di medicazioni a causa di alcune ulcere presenti sulle gambe del paziente, localizzate nella parte inferiore. Non sarebbe la regolare procedura: il signor Pietro è in grado, meglio lo sarebbe, di muoversi in autonomia.

Ma vi ho già detto che il signor Pietro da dieci anni non ha più messo il naso fuori dalla porta di casa?

Non avevo mai visto un’ulcera, ma capisco che la mia supervisore questa volta mi farà rimanere nella stanza da letto. Il dottore napoletano coi suoi modi un po’ spicci è riuscito a far alzare i pantaloni al signor Pietro. Ma non è riuscito a trattenere un “Madonna mia!”. Le gambe non sono gambe, almeno dal ginocchio in giù; sono un mucchio di tessuto vivo e aperto, color rosa acceso, sgorgante liquido giallastro viscoso. In alcuni punti affiora l’osso col suo bianco sporco. Dalle caviglie al ginocchio, nella parte posteriore delle gambe, il polpaccio non esiste più. E per essere arrivati a questa situazione, il polpaccio probabilmente non se lo ricorda più nemmeno il signor Pietro.

Quando torniamo in soggiorno il dottore dice a noi, alla moglie e anche al signor Pietro che sono da amputare. Che la costante fuoriuscita di sangue e di plasma lo rende anemico e causa problemi agli organi interni.

Dice che bisogna obbligarlo a farsi vedere da un medico.

Dice che il voucher non lo fa partire, perché sarebbero soldi statali sprecati.

Delle medicazioni su arti da amputare? Non scherziamo, non se ne parla nemmeno. Uno spreco.

E mentre lo grida ad alta voce, per farlo sentire al signor Pietro che è in camera, mette la sua bella firma sopra quel pezzo di carta che attesta la partenza, solo il giorno successivo, di un ciclo gratuito di medicazioni complesse, con accesso quotidiano per il prossimo mese, rinnovabile per almeno un paio di quelli seguenti. Fa anche una telefonata minatoria al medico di base, affinché venga a tenerlo sotto controllo, che lui si è già segnato il numero di telefono e lo chiamerà.

Capisco che lo vuole spronare, vorrebbe che il signor Pietro ci andasse da un maledetto dottore, vorrebbe che il signor Pietro capisse che le gambe le può tenere, che le gambe può usarle ancora per camminare, in definitiva, che quelle gambe può portarle fuori, a fargli sentire il solletico dei fili di erba lunghissima del suo giardino, ché ormai non lo cura più nessuno.

Il signor Pietro dice che non gli importa.

Pietro, (qui è d’obbligo togliere l’appellativo “signor”, lui è più vicino a me di quanto lo siano mai stati tutti i presenti) dice che vuole morire. Lo dice senza espressione sul volto, con la voce monotòno, gli occhi spenti. E lo ripete perché sia chiaro così:

“Voglio solo morire”. E’ ora di andare. E io mi sento inutile e impotente. Non lo rivedremo più, il signor Pietro. E’ come un’epifania, non posso scivolare così.
Chiedo alla mia supervisore se mi è permesso di andare da Pietro a dirgli una cosa. Lei sorride, mi dice “vai”.

Entro in camera da letto, lo trovo seduto con la testa fra le mani, tutto chino e accartocciato sui suoi due metri d’uomo. Mi inginocchio, gli prendo le mani fra le mie. Non ci stanno dentro tutte, allora mi attacco ai pollicioni. Gli dico che è vero, ha ragione. “La vita a volte fa proprio schifo.”

Ci guardiamo negli occhi in silenzio, la moglie ha una guancia rigata dal sale di una lacrima che è scesa dritta e pesante sulla maglietta.

“Lo so che pensa che io sono troppo giovane, ma so che capita di pensare che la vita fa schifo. Possiamo solo provare a renderla migliore per gli altri, che a noi ormai cambia poco.”

Pietro si gira un attimo a guardare sua moglie. Le sorride. Torna a guardare me. Mi stringe le mani più forte, le scuote. Mi da un buffetto sulla guancia, sospira e sembra stia per dirmi qualche cosa di importante.
“Ciao” sussura.

Un ultimo sorriso storto.

“Chiara, ci sei?”. E’ ora di andare.

Chiara Motta

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