Dalla nascita dei manicomi alla loro chiusura. La legge che cambiò la storia in Italia

Con questo articolo, il mio intento è quello di viaggiare nella storia per indagare le ragioni alla base della nascita dei manicomi, per poi tentare di spiegare la lunga battaglia che ha portato alla chiusura dei manicomi e ha posto fine alle tante situazioni di orrore che questi avevano creato.

Nell’antichità la malattia, soprattutto mentale, veniva spesso ricondotta all’intervento di forze soprannaturali e divine; per questo, veniva “curata” attraverso riti mistico-religiosi. Addirittura, i sacerdoti di quell’epoca tentavano di leggere, nelle manifestazioni della persona considerata folle, messaggi dell’aldilà.

Nel Medioevo accadeva invece spesso che le persone che manifestavano comportamenti ritenuti “bizzarri” venissero considerate possedute; anche in questo caso la “cura” era affidata agli esponenti della Chiesa, i quali tentavano di combattere la possessione, soprattutto femminile, attraverso l’uccisione al rogo, con l’idea che l’anima, finalmente libera dal possesso demoniaco, potesse salire in cielo.

Nell’Età Classica il problema della “follia” perse il carattere mistico-religioso e iniziò ad essere considerato da un punto di vista sociale: “folli” diventarono tutti coloro che venivano ritenuti una minaccia per la società, da allontanare e rimuovere da essa il più velocemente possibile.

Proprio in quel periodo sorsero moltissime case di internamento, volte a rinchiudere una varietà di persone rifiutate dalla società; persone con malattie mentali, poveri, vagabondi, mendicanti, criminali, dissidenti politici, persone nulla facenti … tutte rinchiuse in un’unica struttura.

Una delle prime case sorte allo scopo fu l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656. Qui le persone non venivano rinchiuse per essere curate, ma per finire i propri giorni lontano dalla società. Una volta entrate in questi luoghi, le persone venivano spogliate della loro dignità e trattate senza rispetto. Vivevano in condizioni disumane ed erano costrette a subire punizioni corporali.

La società tentava di “correggere” tutti coloro che avevano smarrito la strada con lo scopo di ricondurli sulla retta via, sulla vita della moralità.

Questa idea di allontanare dalla società chiunque fosse considerato pericoloso si verificò  in seguito alla Riforma attuata da Martin Lutero; al contrario del Medioevo, in cui le persone povere e i vagabondi venivano lasciati vivere nella società, in quanto la povertà era vista come mezzo per manifestare la propria fede (aiutando le persone povere ci si poteva guadagnare la salvezza in Paradiso), con la negazione delle opere di Lutero, la povertà perse questo significato e si trasformò in colpa attribuibile alla persona.

Presto, le case di internamento si diffusero in tutta Europa e divennero uno strumento di potere enorme, attraverso il quale si decideva, senza utilizzare alcun criterio logico, sulla vita delle persone e su chi dovesse essere rinchiuso.

Fu solo a partire dal XVII e in seguito alla nascita del pensiero illuminista che la concezione legata alla malattia mentale iniziò a mutare e iniziarono ad essere riconsiderate le pratiche messe in atto per combattere la “follia”.

Questo cambiamento fu in particolar modo dovuto alla nascita della psichiatria, che iniziò a denunciare il sistema correttivo dell’epoca e a capire che la maggior parte delle persone richiuse in quelle case di correzione non aveva bisogno di alcun trattamento. Il suo pioniere fu Philippe Pinel.

Tuttavia, nonostante questo piccolo passo avanti, la malattia mentale continuava ad essere considerata incomprensibile; si affermò un sistema che tentava di “normalizzare” la condizione umana della persona che aveva smarrito la propria via. I metodi di cura restavano disumani.

Ad esempio, per Pinel i “folli” erano persone incapaci di dominare i propri istinti; egli riteneva che per combattere la follia occorresse utilizzare mezzi quali l’intimidazione e la paura, allo scopo di dominare le persone che si riteneva soffrissero di un disturbo mentale e convincerle del fatto che non potessero continuare ad agire come volevano.

Pinel libera i malati mentali nell’ospedale della Salpêtrière nel 1795 – Tony Robert-Fleury XIX sec.

Anche le altre teorie che si susseguirono tentarono di spiegare la malattia mentale ma senza successo; la cura consisteva sempre nell’internamento e nell’isolamento totale e gli strumenti utilizzati erano disumani, volti a provocare stati di shock nelle persone.

Un cambiamento radicale nell’elaborazione di diverse concezioni della mente e del suo funzionamento, con il conseguente utilizzo di strumenti di cura alternativi, si ebbe tra la fine dell’’800 e i primi anni del ‘900, anni in cui nacque la psicoanalisi.

Brevemente, ad essa si deve il merito di aver posto l’attenzione sulla necessità di capire il sintomo più che di reprimerlo attraverso metodi di cura brutali; questo modo di curare la malattia ha sicuramente rappresentato un’importante rottura nell’ideologia che sosteneva la prassi manicomiale, che considerava la malattia come qualcosa di organico e che aveva condotto a considerare ogni approfondimento psicologico inutile.

Anche in Italia la situazione non era diversa; la gestione dei manicomi era alquanto drammatica e affidata perlopiù alla gestione di frati e suore che faticavano a gestire i continui accessi e risparmiavano su tutto producendo conseguenze devastanti; fino al 1904 non si riuscì ad avere un quadro normativo omogeneo che regolasse la gestione dei manicomi.

Agli inizi del ‘900 le moderne teorie sulla malattia mentale postulate dalla psicoanalisi giunsero anche in Italia; e fu proprio all’inizio del secolo che, nel Paese nacque un’accesa discussione, tanto in ambito scientifico quanto politico, sulla necessità di adottare una legge che regolasse  la gestione dei manicomi e raccogliesse tutte quelle consuetudini susseguitesi nel corso del tempo in tutte le parti d’Italia.

Nel febbraio 1904 venne così approvata una legge che restò in vigore fino al 1978; in essa vennero stabiliti alcuni principi decisivi e validi per tutto il territorio nazionale. Uno, in particolare, prevedeva il ricovero solo per malati pericolosi o che avessero dato il pubblico scandalo.

Tuttavia, sulla base di questo principio, chiunque incaricato di garantire la pubblica sicurezza, con in mano un certificato contenente anche solo una mendace dichiarazione di pericolosità, avrebbe potuto far internare una persona. Il manicomio restava sempre e comunque luogo di controllo e di ordine.

Fu solo nella seconda metà degli anni ’50, anche grazie alle opere dello psichiatra Ronald Laing, che la società iniziò a condannare i manicomi come luoghi in cui le persone perdevano la propria identità, anche se la strada che condusse ad una loro richiusura fu lunga e tortuosa.

A partire dal 1968, in seguito al susseguirsi di una serie di denunce in merito alle condizioni disumane in cui versavano le persone rinchiuse nei manicomi, in Italia vennero approvate alcune modifiche normative; ad esempio, con la legge 431 si iniziò a prevedere il ricovero volontario e vennero istituiti centri di igiene mentale a livello provinciale.

La legge 349 del 1977 invece iniziò a considerare la tutela della salute quale diritto fondamentale della persona e interesse della collettività e a sottolineare la necessità dello Stato di creare un Servizio Sanitario, in grado di affrontare la malattia mentale in un’ottica completamente differente.

A questo si arriverà poi con la famosissima legge 833 del 1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (per saperne di più si rimanda al testo completo della legge), il complesso di funzioni, strutture, servizi e attività che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, senza nessuna distinzione di ceto o etnia, per il recupero della salute fisica e psichica.

Ma la vera rivoluzione storica, si ebbe con la legge 180 del 13 maggio 1978, più conosciuta con il nome del suo promotore, Legge Basaglia. Molti ritengono che la legge 180 sia la legge che ha chiuso i manicomi, anche se in realtà essa rappresenta soltanto l’inizio di un processo culturale e politico molto più complesso.

Basaglia fu il medico che mosse una critica radicale nei confronti dei manicomi; nel 1961 divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia ed è lì che iniziò a rendersi conto delle condizioni disumane in cui versavano le persone recluse nei manicomi. Così iniziò ad introdurre piccole modifiche, partendo dal considerare i pazienti come esseri umani, come persone dotate di una propria identità, e non come numeri. Egli rifiutò gli strumenti della tecnica psichiatrica, in particolar modo tutte quelle terapie volte a provocare uno shock; introdusse anche gruppi di pazienti, per aiutarli a condividere insieme agli altri i propri problemi e renderli protagonisti della loro stessa vita, con l’obiettivo primario di favorire la riabilitazione della persona.

Secondo lui, la malattia doveva essere posta in relazione alla società attuale, una società alienante, la società dei consumi; per questo era importante creare, all’interno di essa, servizi assistenziali per tutti, senza distinzioni di ceto o etnia.

La legge Basaglia rivoluzionò il modo di concepire la malattia mentale. I principi su cui si basava erano:

  • Divieto di costruire nuovi manicomi graduale chiusura di quelli esistenti;
  • Il trattamento sanitario doveva essere volontario. Solo in alcuni casi particolari doveva essere obbligatorio;
  • Il malato doveva restare in ospedale solo per un breve periodo di tempo e solo a causa di situazioni di emergenza, difficilmente gestibili dalla persona stessa o dalla famiglia.

 

Dopo l’approvazione della Legge Basaglia il problema, in Italia, restò però sul come fare; la legge scatenò immediatamente numerose polemiche, soprattutto da parte dei direttori dei manicomi che vedevano minacciato il loro potere, dei sindacati che difendevano gli interessi di chi lavorava nei manicomi e, infine, dei familiari delle persone ricoverate, che erano fortemente spaventati perché temevano di non riuscire a gestire la situazione della persona una volta uscita dal manicomio.

La legge prevedeva inoltre che le Regioni individuassero le strutture adeguate per la tutela della salute mentale; ma queste si rivelarono del tutto impreparate a gestire un cambiamento così grande.

La rete dei servizi sul territorio era del tutto assente e il rischio che molti manicomi ormai chiusi venissero riaperti era molto alto.

Gli anni successivi alla riforma diedero importanti risultati, ma comunque sempre insoddisfacenti; in particolar modo, c’erano enormi differenze tra le diverse Regioni italiane relativamente alle modalità di intervento.

Solo all’inizio degli anni 90, ben 15 anni dopo la legge 180, si iniziò ad intravedere qualche cambiamento.

Nel febbraio 1992, venne approvata una legge, la Legge 104 “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, con l’obiettivo di:

  • Garantire il rispetto della dignità umana e i diritti di libertà della persona, promuovendone la piena integrazione in famiglia, a scuola, al lavoro e nella società;
  • Prevenire le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana e la realizzazione dei diritti civili, politici e patrimoniali;
  • Perseguire il recupero funzionale e sociale della persona affetta da minorazioni fisiche, psichiche e sensoriali e assicurare servizi e prestazioni per la prevenzione, la cura e il recupero delle persone;
  • Predisporre interventi volti a superare l’esclusione sociale;

(per un ulteriore approfondimento si rimanda al testo intero della legge).

E nell’aprile 1994, venne approvato anche il Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale in cui, per la prima volta, vennero individuate le strutture e i servizi psichiatrici presenti sul territorio; si procedette altresì ad una diversificazione delle competenze professionali delle persone che lavoravano nel campo, per consentire loro di gestire meglio i sempre più complessi incarichi affidati, con l’obiettivo principale di promuovere, attraverso lo scambio di esperienze professionali differenti, pratiche volte a superare qualsiasi forma di oppressione e di violenza (azione coordinata e integrata di servizi psichiatrici con altri servizi socio sanitari come, ad esempio, consultori e Servizi per le Tossicodipendenze). Tutto questo doveva essere realizzato attraverso la partecipazione ai processi di cura dei pazienti e dei familiari, per ridurre al minimo il ricovero in struttura, attraverso interventi ambulatoriali e domiciliari, che comprendevano anche la ricerca programmata di inserimenti formativi e lavorativi e la promozione di programmi con obiettivo primario la socializzazione (per ulteriori dettagli si consiglia la lettura del Progetto Obiettivo del 1994).

Insomma, la strada che ha condotto alla chiusura dei manicomi è stata, e lo è ancora, lunga e tortuosa, piena di ostacoli che hanno impedito per molto tempo a tantissime persone di sentirsi tali.

Ad oggi sono stati sicuramente compiuti numerosi passi avanti in questo campo, ma ci sono ancora molti aspetti da chiarire e molti stereotipi da sradicare connessi all’handicap sia fisico che mentale, pregiudizi, che si sono rafforzati nel corso degli anni e che hanno favorito l’insorgere di immagini che etichettano le persone disabili come categoria a parte, divisa dai normali.

E allora non resta che rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per sradicare questi pregiudizi e agire affinché la disabilità non venga più considerata come la caratteristica dominante della persona.

 

Federica Tripputi

 

http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/l104_92.html

http://www.accaparlante.it/nei-luoghi-della-follia

http://www.psicolinea.it/storia-della-follia/

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacritica/sintesifollia.htm

http://nfs.unipv.it/nfs/minf/dispense/infPV/storia.pdf

http://www.storiadellapsichiatria.it/index.php/it/?start=2

https://books.google.it/books?isbn=8871885600

www.psichiatriaestoria.org/…/tutela%20salutementale.htm

www.sapere.it/…Servizisanitari/il-Serviziosanitarionazionale.html

www.salute.gov.it/saluteMentale/…/PO_SaluteMentale_1994_96.pdf

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“Social Work Education in Europe: Towards 2025”: il simposio fra studenti europei di servizio sociale.

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Dal 29 Giugno al 2 Luglio 2015 si è svolto, presso l’Università degli studi di Milano Bicocca, in collaborazione con il dipartimento di sociologia e ricerca sociale, EASSW (European Association of School of Social Work), AIDOSS (Associazione Italiana Docenti di Servizio Sociale) e PowerUs(Service User Co-production in Social Work Education and Research), un convegno internazionale di servizio sociale dal titolo “Social Work Education in Europe: Towards 2025”.

Il convegno è stato pensato principalmente per studenti e docenti dei corsi universitari europei, ma anche per professionisti assistenti sociali. Nelle diverse giornate si sono tenute lezioni inerenti le maggiori conquiste e i più importanti sviluppi nel campo dell’educazione al servizio sociale, con un focus particolare sulla dimensione europea,ma da una prospettiva globale. Uno degli obiettivi principali a cui si è voluto mirare è stato il creare un network a livello universitario europeo che permettesse la condivisione di esperienze ed idee riguardo al futuro della formazione al servizio sociale. Nella giornata di apertura, è stato organizzato dall’associazione In-formazione, in collaborazione con due docenti appartenenti al personale rispettivamente dell’Università portoghese Coimbra e quella britannica Durham, un simposio informale fra studenti europei. Lo scopo previsto per questo momento di incontro è stato duplice: da un lato la condivisione delle informazioni sui diversi percorsi universitari europei di servizio sociale, e dall’altro l’unione di idee concrete finalizzate alla creazione di un network studentesco internazionale. Attraverso la modalità del lavoro di gruppo è stato lasciato uno spazio agli studenti affinché esprimessero le loro idee in merito ed enunciassero gli obiettivi da loro ritenuti fondamentali. In un momento di brainstorming finale sono stati poi condivisi i risultati ottenuti da ciascun gruppo. Oltre all’esplicitazione dei diversi funzionamenti dei corsi di laurea, tema senz’altro interessante, è emersa soprattutto un’idea generale di quello che gli studenti presenti volessero fosse l’inizio di un network a livello internazionale. Si è pensato, come idea base e sulla quale sviluppare eventuali progetti futuri, alla possibilità della creazione di un sito internet, con relativi forum e pagina Facebook, che desse la possibilità ad ogni studente di iniziare conversazioni sui più diversi argomenti sociali, in modo da favorire un dibattito,un scambio di opinioni a livello europeo (e non solo). La promozione del sito spetterebbe alle singole università nazionali, che avrebbero quindi l’importante compito di fornire ai loro studenti degli input che permettano di informarsi ed agire a livello internazionale. Un altro step fondamentale, da realizzarsi in collaborazione con EASSW, è risultato essere per i partecipanti quello della creazione di un progetto che favorisca l’avvio di stage e tirocini a livello internazionale, in modo che gli studenti possano vedere come funzionano i diversi servizi sociali stranieri, favorendo così una circolazione di saperi, competenze e metodologie. Un ulteriore passo in avanti potrebbe essere compiuto da gruppi rappresentativi di ogni università che, una volta eletto un rappresentante, potrebbero partecipare agli incontri dell’EASSW e quindi contribuire alle discussioni in merito all’insegnamento del servizio sociale con i membri dell’associazione, dando in questo modo sempre più importanza all’opinione degli studenti. Questi, con le loro idee e la loro voglia di fare, sono senz’altro un tassello importante della formazione professionale; tassello che spesso viene ignorato o poco considerato ma che invece potrebbe dare un grande contributo se valorizzato maggiormente. E’ infatti a partire dal “basso”, da quella che è la nascita di un professionista, che è importante agire per migliorare sempre di più il contesto dinamico del lavoro sociale; è impensabile ipotizzare cambiamenti per il futuro senza coinvolgere le generazioni che ne saranno protagoniste. Solamente con una modalità di lavoro aperta, dinamica e che coinvolge ogni attore sociale si può pensare di attuare un vero cambiamento.

Anita Urso

Chi sono gli Hikikomori?

articolo

Il termine Hikikomori significa letteralmente “isolarsi”, “stare in disparte” e fa riferimento ad adolescenti e giovani adulti che decidono di non aver alcun contatto diretto con l’esterno rinchiudendosi nella propria stanza per lunghi periodi, addirittura anni.

Questo fenomeno è caratteristico del Giappone ma sembra svilupparsi anche in altre società occidentali, inclusa l’Italia.

In Giappone del problema non si parla molto perchè imbarazza, perchè sconvolge l’immagine di un paese che vuole apparire combattivo.
Di chi pratica
hikikomori si pensa che sia un debole che vive alle spalle della famiglia e della società; in realtà potrebbe essere una forma di contestazione nei confronti di una società frenetica, quale è il Giappone, che non dà la possibilità di sbagliare, che alimenta d’altro canto un senso di inadeguatezza rispetto a ciò che essa stessa richiede.
Hikikomori non è riconosciuto come una patologia dal Ministero della Sanità, del Lavoro e del Welfare del Giappone, ma può seriamente portare ad ammalarsi a causa dell’isolamento prolungato.
La famiglia spesso “protegge” questa chiusura perchè se ne vergogna e chiede aiuto solamente in casi estremi.
In alcune ricerche è stato riportato che l’88% dei casi di
hikikomori madre e figlio hanno un rapporto di dipendenza, un rapporto simbiotico, che può portare ad un atteggiamento ambivalente da parte di chi lo pratica: da una parte si gode delle eccessive attenzioni, dall’altra il sentimento di oppressione convoglia in aggressività nei confronti della madre (unica figura familiare che storicamente si prende cura della casa e dei figli a causa dell’assenza del marito-padre che dedica la propria vita al lavoro).

L’antropologa e ricercatrice Carla Ricci ha pubblicato alcuni libri sull’argomento, l’ultimo (2014) è intitolato “La volontaria reclusione. Italia e Giappone, un legame inquietante”.
Secondo lei “
Hikikomori rappresenta uno dei tanti esiti imprevisti delle società contemporanee più ‘ricche’. La società è sempre più complessa, più competitiva, più arrogante ed anche più tecnologica ma senza la preparazione psicologica dei suoi soggetti ad esserlo. I giovani sono eccessivamente protetti dalla famiglia, più narcisisti, meno inclini ai sacrifici e meno sensibili a diventare indipendenti, tutti elementi che possono favorire la resa finale, cioè hikikomori” , ed è un fenomeno destinato ad aumentare nel nostro Paese proprio per la comunanza di questi tratti tra Italia e Giappone.

In Italia hikikomori è associato alla dipendenza da internet, l’antropologa ritiene che essa “porti con sé il bisogno inconsapevole di qualcosa che non si sa cosa sia ma che manca”.

Carla Ricci non ritiene, purtroppo, che esista alcun intervento sociale risolutivo. Attribuisce alla famiglia un ruolo fondamentale e dichiara: “Il fardello penoso che rappresenta per la famiglia la realtà del figlio recluso e la scelta non scelta di diventare hikikomori del giovane potrebbero creare una opportunità di fruttuosa, creativa e trasformativa esperienza individuale ma anche comune, capace forse di scoprire sensi e significati là dove ora non ci sono”.

Consiglio la visione di un corto animato del regista Jonathan Harris il quale rende bene l’idea di chi è un hikikomori: https://www.youtube.com/watch?v=50Y7R5zP0wc

Roberta Fina

Io ci sto @ Fare Diversamente.

 
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C’è uno strano “verdufiore”, metà carciofo e metà rosa. Un’immagine diversa per abituarci a pensare alla diversità come ricchezza, come novità, come voglia di fare cose nuove.

E’ questo in sintesi quello che accade con la Rete del F@re Diversamente, un insieme di cittadini, volontari, associazioni, enti pubblici. Insomma un gruppo di persone che in modi diversi – anche strani – hanno a che fare con la diversità e che sono stanchi di parlare di disagio ma che vogliono gridare al mondo che le cose si possono fare diversamente. Insomma loro lo fanno diverso e si divertono pure.  E molto.

Basta guardare cosa accade sulla pagina Facebook del F@re Diversamente o, per chi abita a Rho e zone limitrofe, in città. Un proliferare di rose e carciofi e di inviti a dire tutti insieme “Io ci sto @ Fare Diversamente.

Non si tratta di un appello lanciato nel vuoto. La chiamata alla diversità è per sabato 23 maggio, a partire dalle 10, presso l’Auditorium di via Meda a Rho.

Un gruppo diverso e molto nutrito di artisti, esperti, volontari e professionisti si riuniranno per raccontare, cantare, illustrare scelte di vita diverse che vale la pena conoscere.

L’incontro sarà ricco di musica, performance, immagini. Non mancherà il cibo per lo stomaco e, soprattutto, per la mente. Tutto all’insegna della diversità.

L’iniziativa nasce all’interno di un progetto più ampio i cui protagonisti sono quelli che nel freddo linguaggio della burocrazia, anche quella che ha un impatto sociale,  vengono chiamati “utenti dei servizi”: persone in condizioni di disagio che sono per la prima volta i veri protagonisti delle attività e motore di cambiamento.

Tre gruppi di lavoro per nove mesi hanno lavorato sul tema della diversità, con lo scopo di individuare nuove forme di comunicare la disabilità e il disagio, anche sul web e nelle scuole, a contatto con i più giovani.

Gli ospiti che parteciperanno all’incontro del 23 maggio saranno chiamati a raccogliere una sfida diversa. Ognuno di loro avrà al massimo tre minuti per raccontare l’essenza della diversità nella loro esperienza di vita, invitando il pubblico a voler lasciare una testimonianza e la volontà di affermare “Anche io ci sto a fare diversamente”.

Il pubblico, grazie a rose e carciofi, potrà partecipare ed esprimere il proprio parere sul valore della diversità, oltre a ballare – letteralmente – in modo diverso, ognuno al proprio posto.

La partecipazione è gratuita e aperta al pubblico.

Tutte le informazioni sono disponibili su http://www.farediversamente.it

Noi ci stiamo a Fare Diversamente. Tu cosa aspetti?

L’IMPORTANZA E LA NECESSITA’ DI MODIFICARE LA REALTA’ DEI QUARTIERI BASSI

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Generalmente, quando si parla di periferia, ci si riferisce ad un luogo senza identità, ad una non città, ad un luogo in cui la comunicazione e la vita relazionale sembrano essere limitate o addirittura inesistenti. Sono spazi a cui non si è data importanza al tessuto connettivo della vita collettiva: vie, piazze, giardini e spazi pubblici, sono carenti o assenti, facendo sorgere così sentimenti di solitudine, di disagio e di chiusura. Oltre a questi problemi ne sorgono degli altri, come ad esempio la difficoltà di collegamenti con il centro, il senso di isolamento e, soprattutto, la carenza o assenza di servizi.
La propensione ad esprimere valutazioni negative, circa le periferie, parte principalmente dai giovani, i quali non hanno luoghi di incontro, di divertimento e di socializzazione.
I maggiori fattori che determinano la disgregazione sociale di questi territori sono: evasione scolastica, disoccupazione, disagio psichico e aumento del numero di tossicodipendenti e di fenomeni di microcriminalità.
In situazioni di accentuata povertà e debolezza, a cui ad una posizione socialmente marginale si accompagna la precarietà lavorativa dei genitori, il problema della disoccupazione e del lavoro informale dei giovani è più grave, rispetto ad altre famiglie che vivono in periferia, in quanto i genitori non sono in grado di dare ai figli il sostegno necessario nelle scelte scolastiche e lavorative.
Infatti quest’ultimi, solitamente, non studiano, non lavorano o lavorano in condizioni di sfruttamento; ed è proprio l’inattività che porta alla nascita di comportamenti “a rischio”.
I giovani, inoltre, tendono a formare dei gruppi spontanei, dove vige un rapporto paritario; però in esso, spesso, si sviluppa una subcultura che contrasta con la cultura della società. Questi ragazzi assumono la precarietà come sistema di vita: la mancanza di un lavoro, oltre che dipendere dalle scarse opportunità di lavoro sicuro, va collegata anche a scelte soggettive, quali il rifiuto di vincoli imposti da un’attività lavorativa stabile e delle prospettive obbligate del lavoro.
Si può quindi affermare che è facile che la criminalità maturi nel contesto di una subcultura deviante: chi vive in mezzo al crimine non percepisce più il crimine come tale. In questo caso la devianza viene considerata come un particolare conformismo sociale: ci si conforma alla cultura che domina l’ambiente circostante, la quale, però, non coincide con la cultura che domina la società.
In sociologia possiamo parlare di attività di prevenzione, che vengono utilizzate per prevenire o per cessare un evento criminoso. Vengono considerati tre elementi di fondo:
1. la struttura: la criminalità è il prodotto di condizioni sociali ed economiche disagiate. La prevenzione consiste nel cercare di eliminare tali cause.
2. la motivazione individuale: il crimine viene inteso come prodotto della psiche umana. La prevenzione si concentra sull’intervento individuale.
3. le circostanze: la criminalità è il risultato di una serie di circostanze combinate tra di loro. La prevenzione si attua intervenendo sul contesto fisico e sociale in cui i reati si verificano.
Si può concludere affermando che per migliorare la qualità di vita nelle periferie si dovrebbero attuare i seguenti interventi: aumentare i servizi, rendere più efficienti i trasporti verso il centro, investire negli spazi di aggregazione, sviluppare gli interventi di manutenzione delle strade, degli edifici e dei giardini, ma soprattutto è essenziale un maggior sostegno economico e psicologico alle famiglie.

Lisa Petrone

Tratto dal sito repubblica.it

Politiche sociali. Per avere una chiara visione delle prospettive future bastano pochi numeri. Ne 2010 la spesa sociale ha raggiunto i 7 miliardi e 300 milioni. Nel frattempo i trasferimenti da parte dello Stato sono passati da 1 miliardo e 400 milioni nel 2008 ai 211 milioni nel 2011. Tra l’altro il governo ha azzerato il fondo per la non autosufficienza e non sono previsti soldi per il 2012. Stessa sorte per i fondi destinati alle pari opportunità e al disagio giovanile.

A cosa servono i fondi per le politiche sociali? Ancora pochi numeri per capire. 260mila bambini accolti negli asili nido e nei servizi per la prima infanzia. 40mila nuclei familiari e oltre un milione di persone seguite dai servizi sociali. 90mila disabili assistiti a domicilio. 400mila anziani assistiti a domicilio. 280mila interventi in aiuto a persone appartenenti a fasce di disagio sociale. Le conseguenze dei tagli sono facilmente immaginabili. “Sono tagli nella carne viva – afferma Lorena Rambaudi assessore regionale alle Politiche sociali della Liguria e coordinatrice nazionale del settore – e tutto questo mentre aumentano gli anziani e tra di loro quelli non autosufficienti. Le prospettive sono catastrofiche: 50mila anziani perderanno il diritto all’assistenza, 20mila nuovi nati non avranno la possibilità di entrare nei nidi d’infanzia. Nel 2012 le risorse saranno dimezzate, non solo per la mancanza dei finanziamenti nazionali, ma per i pesanti tagli effettuati ai bilanci regionali e comunali. Dal 2010 – conclude – per Regioni e Comuni i tagli hanno raggiunto i 10 miliardi a cui si aggiungono quelli dei ministeri che vengono destinati a spese finalizzate ai servizi sociali ed altri interventi come ad esempio il sostegno agli affitti”. E intanto cresce la spesa privata per l’assistenza: le famiglie italiane hanno speso nel 2010 9 miliardi di euro per pagare le 800mila badanti con regolare permesso di soggiorno. Nessuno ha idea di quante siano quelle irregolari e quanto pesino sui bilanci familiari.