Identità di genere e lavoro: gli assistenti sociali uomini

 

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di Eleonora Gnan
Il lavoro, definito come luogo in cui si sostanziano le identità individuali, costituisce un elemento cruciale nei processi di definizione della mascolinità e della femminilità. La marcata femminilizzazione è, fin dalle origini, un dato fondativo della professione di assistente sociale. Tuttavia, i recenti mutamenti socio-economici e famigliari hanno prodotto un profondo cambiamento delle definizioni di maschilità e di femminilità, tanto che all’interno della forza lavoro i confini tradizionali tra occupazioni femminili e maschili iniziano a vacillare.
Nella società fordista, il binomio donna-riproduzione è stato contrapposto a quello uomo-produzione, questa dicotomia è fortemente intrecciata allo stereotipo della forza, della razionalità e della superiorità fisica dell’uomo, e della vocazione delle donne per i ruoli domestici, affettivi, di cura e di ascolto. A partire dagli anni Settanta, tuttavia, si inizia a parlare di «crisi del maschio» in quanto i mutamenti famigliari, sociali e culturali di quel periodo hanno prodotto una profonda ridefinizione del modello ideale di mascolinità dominante, portando alla nascita della c.d. «mascolinità post-moderna». Questa si caratterizza dalla tendenza, da parte degli uomini, a riscoprire i valori della propria maschilità, sfidando i condizionamenti imposti dal modello di virilità unico e rigido. Tale atteggiamento si traduce, ad esempio, nel maggior coinvolgimento degli uomini all’interno della vita famigliare e genitoriale.
La presa di consapevolezza di cui si è appena parlato, ha profonde ripercussioni anche in ambito lavorativo in quanto spinge gli uomini ad inserirsi e a realizzarsi in occupazioni prettamente femminili, come quella di assistente sociale. In generale, gli uomini tendono a preferire occupazioni tradizionalmente assegnate a loro, e rifiutare quelle a maggioranza femminile, poiché entrare in questo tipo di professioni significherebbe dover affrontare stereotipi sociali ancora molto radicati, che si traducono nel vedersi attribuire etichette di omosessualità o di effeminatezza. Inoltre, questo implicherebbe la perdita del prestigio sociale e il proprio status privilegiato in famiglia. Al contrario, quando una professione tipicamente femminile è scelta seguendo le proprie vocazioni, tale mansione, svolta da un uomo, sembra ricevere valore aggiunto.
Un po’ di numeri. In tutti i paesi europei la presenza maschile nelle professioni sociali è minoritaria sia tra gli studenti che tra gli occupati. Questo è particolarmente vero in Italia, dove nel 2014 gli uomini iscritti all’albo professionale di servizio sociale sono circa il 7% del totale (Consiglio Nazionale Ordine Assistenti Sociali). In passato la maggior parte delle scuole che preparavano alla professione di assistente sociale erano riservate alle donne. In Italia, a cavallo degli anni Novanta, i corsi di formazione per assistenti sociali hanno visto mutare il proprio inquadramento da esterno ad interno all’Università. Tale cambiamento, in concomitanza con l’approvazione della legge quadro 328/2000, ha reso possibili maggiore riconoscimento professionale, migliori redditi e possibilità di carriera. Ciò nonostante il numero di assistenti sociali uomini è aumentato in modo molto contenuto. Sembra, dunque, che in Italia l’immagine di assistente sociale al femminile sia ancora molto radicata.
Cosa spinge un uomo a diventare assistente sociale? Vi sono dei pregiudizi? Esiste un genere più adatto alla professione? Da alcuni studi emerge che le motivazioni che spingono un uomo a intraprendere la professione di assistente sociale sono pressoché le stesse che spingono le donne. Le motivazioni strumentali hanno un’importanza marginale rispetto alla realizzazione personale, al voler aiutare gli altri o alle dimensioni etiche:
Mi interessavano gli aspetti umani e la relazione di aiuto con le persone (Massimo, 55 anni)
Spesso le differenze tra uomini e donne nel lavoro sociale non sono da attribuire al genere in sé, ma a predisposizioni caratteriali individuali o a variabili culturali:
Si pensa che una donna sia meglio perché è più brava e perché la professione di assistente sociale è per bravi. In realtà non c’è un genere più adatto, gli uomini che hanno una determinata sensibilità e voglia di ascoltare lo possono fare benissimo (Andrea, 28 anni)
Una maggiore presenza maschile all’interno della professione, e del lavoro sociale in generale, dovrebbe essere incoraggiata innanzitutto per i modelli di ruolo, in quanto donne e uomini contribuiscono in modo differente alla relazione con gli utenti. Spesso, inoltre, si pensa che vi sia una maggiore intesa con gli utenti del proprio stesso genere:
Se c’è una donna che deve essere accudita ti dicono «vai tu che sei donna e sei più sensibile», se c’è un adolescente problematico allora «vai tu che sei uomo e ti puoi far valere di più» (Dario, 55 anni)
Io ho a che fare con ragazzi giovani e forse li capisco meglio di mie colleghe (Andrea, 28 anni)
Questa tendenza porta spesso anche a una divisione di genere più o meno esplicita relativa al tipo di utenza e di servizio presso cui si lavora. Gli uomini tenderebbero, infatti, a cercare occupazione in specifiche aree dei servizi sociali in modo da enfatizzare gli aspetti mascolini del lavoro e ridurre la dissonanza tra la loro identità di genere e la professione svolta:
Molti uomini tendono a lavorare nel settore adulti, gravi emarginazioni e carcere perché lavorare in comunità mamma-bambino o servizi per le violenze è più difficile e bisogna fare un grande lavoro su se stessi (Andrea, 28 anni)
Essendo una professione tradizionalmente femminile, gli uomini assistenti sociali incontrano alcuni pregiudizi, soprattutto da parte di utenti e del gruppo dei pari, che interiorizzano i modelli di genere e di divisione del lavoro tradizionali:
Un giorno si presentò al servizio una signora che eluse totalmente lo sguardo delle colleghe e si rivolse a me come se fossi il responsabile del servizio. La componente di genere incide moltissimo nella percezione dell’utenza […] stupisce sempre quando c’è un approccio più morbido da parte dell’operatore maschio perché ci si aspetta che questa morbidezza appartenga alle donne […] io però non mi sento sminuito come uomo se capita di emozionarmi davanti a un episodio (Dario, 55 anni)
I miei amici sono tutti giornalisti, architetti, avvocati e ogni tanto mi dicono «tu fai il volontario, aiuti i bambini». Mi sento che devo dimostrare loro qualcosa in più, sia perché la professione di assistente sociale è screditata sia perché sono un uomo. Io so che quello che faccio vale mille volte quello che fanno loro con i software, però sai, lì c’è dietro il denaro e io invece sono uno sfigato… (Andrea, 28 anni)
Questi uomini, infine, condividono modelli identitari e culturali innovativi senza sentire sminuita la propria identità maschile per il fatto di svolgere professioni in cui la cura, la sensibilità e il rapporto con le emozioni sono elementi fondamentali:
All’inizio mi sentivo un visionario, ora mi sento come tutti quelli che hanno avuto la fortuna di fare un percorso giusto per loro (Andrea, 28 anni)
In conclusione, nonostante la componente di genere sia importante nella valutazione della presenza di uomini nei servizi sociali, essa non costituisce il fattore di differenziazione principale. È vero che vi sono difficoltà e talvolta pregiudizi, ma è anche vero che il genere non sembra essere ciò che più
conta nella professione. Sono le caratteristiche e le inclinazioni personali come l’empatia, la capacità di ascolto, di relazione e di cura, caratteristiche considerate tradizionalmente come esclusivamente femminili ma che in realtà anche gli uomini possiedono, a fare di un professionista un buon assistente sociale. Ciò che emerge è che la relazione di aiuto con l’utente, scopo ultimo della professione, viene giocata sul momento, sulla base delle proprie capacità e non sulla base del genere di appartenenza. Tutto ciò contribuisce a sdoganare l’idea di assistente sociale esclusivamente al femminile.

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3 thoughts on “Identità di genere e lavoro: gli assistenti sociali uomini

  1. Interessante il tema, anche se su alcuni aspetti dell’articolo io sarei stato più accorto e meno generalizzante. Se è vero – è il senso del pezzo – che sociologicamente la professione è passata “un pò” ai maschi senza una sminuizione di significato, resta tutta la questione della variabile di genere nel lavoro quotidiano. Nell’aiuto c’è indubbiamente una dimensione normativa (maschile) ed una dimensione accogliente (famminile) che comunque evocano meccanismi infantili nelle persone, i quali andrebbero meglio considerati.
    Inoltre la variabilità, più che legata all’appartenenza di sesso, dovrebbe esser considerata al tipo di approccio professionale o semiprofessionale.
    Comunque, per mia esperienza, i servizi alla persona restano femminili non solo per la prevalenza numerica, ma anche e specialmente per la cultura femminile ivi regnante. Per noi maschi non è facile viverci ed il gentil sesso è di massima chiusura verso di noi. Vorrei ricordare che non parliamo della “libera interazione di un gruppo di amici”, ma di lavoro, in organizzazioni sovente determinate da gerarchie e ruoli prescritti, in cui la maschilità/femminilità, se male agita, procura disastri.

  2. Interessante il tema, anche se su alcuni aspetti dell’articolo io sarei stato più accorto e meno generalizzante. Se è vero – è il senso del pezzo – che sociologicamente la professione è passata “un pò” ai maschi senza una sminuizione di significato, resta tutta la questione della variabile di genere nel lavoro quotidiano. Nell’aiuto c’è indubbiamente una dimensione normativa (maschile) ed una dimensione accogliente (famminile) che comunque evocano meccanismi infantili nelle persone, i quali andrebbero meglio considerati.
    Inoltre la variabilità, più che legata all’appartenenza di sesso, dovrebbe esser considerata al tipo di approccio professionale o semiprofessionale.
    Comunque, per mia esperienza, i servizi alla persona restano femminili non solo per la prevalenza numerica, ma anche e specialmente per la cultura femminile ivi regnante. Per noi maschi non è facile viverci ed il gentil sesso è di massima chiusura verso di noi. Vorrei ricordare che non parliamo della “libera interazione di un gruppo di amici”, ma di lavoro, in organizzazioni sovente determinate da gerarchie e ruoli prescritti, in cui la maschilità/femminilità, se male agita, procura disastri.

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