Grazie…

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Io volevo riportarvi un’esperienza che ho appena iniziato ma che già mi sta dando molto. Tramite la croce rossa ho iniziato a svolgere volontariato facendo unità di strada. Questo servizio ha lo scopo di portare sostentamento ai clochard che si trovano nella zona di Milano portando, quindi, coperte, vestiti, cibo e the caldo. Mi sono trovata inizialmente spaesata, è diverso pensare e guardare con sguardo disinteressato e sfuggente quelle persone che sono sedute lì, a lato della strada, di fianco a quei negozi da ricchi, e davvero parlarci e capire la disperazione nella quale vivono o cercano di vivere. In realtà parlandoci si scoprono persone che ti ringraziano mille volte con occhi riconoscenti solo perché gli offri del the o perché gli dai un paio di calze pulite e calde, persone che hanno voglia di parlare e avere compagnia. Ci sono molti di loro che invece si sentono trattati con pietà e che ti cacciano in malo modo, ma i grazie di tutti gli altri ti riempiono il cuore.
In tutto ciò mi è venuta subito in mente la frase di Marco Rasconi, presidente dell’UILDM, che ha parlato all’ultimo incontro del laboratorio: di certo non lo facciamo per i soldi, ci prendiamo carico delle difficoltà, delle angosce e delle paure di un sacco di persone che spesso non ci fanno dormire la notte..allora perché lo facciamo? Perché dedicarsi agli altri? Perché questi grazie ti danno la forza di andare avanti e ti danno talmente tanto che riescono a colmare tutto il resto.

Barbara Scotti

L’importanza della supervisione nel lavoro sociale

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Nel pensare a cosa scegliere come tema di questo articolo mi sono soffermata a pensare a quali possano essere gli aspetti più rilevanti e più importanti che caratterizzano il lavoro sociale e aiutano l’operatore sociale a svolgere al meglio il suo mandato professionale.
Nel mio Tirocinio ho avuto la fortuna di avere come guida un’assistente sociale molto in gamba e capace, in grado di combinare intuizione, competenze, capacità e professionalità in modo davvero molto armonioso; ma ciò che più mi aveva colpito era stato il grande lavoro di Supervisione professionale. Ho avuto modo di partecipare a diversi incontri e devo dire che ne ero rimasta davvero affascinata e incantata: la psicoterapeuta che si occupava di fare Supervisione aveva un modo di spiegare le cose e di portare a ragionare l’équipe sulle diverse situazioni che lasciava chi l’ascoltava a bocca aperta. Era in grado di trovare una soluzione logica a tutto, anche se apparentemente sembrava che di soluzioni non ve ne fossero.
Vediamo ora più nel dettaglio che cos’è la supervisione e perché è importante.
Possiamo definirla come un supporto agli operatori sociali, un ambito in cui avviene una rielaborazione dei loro saperi e delle loro competenze e consiste in un processo di apprendimento, riflessione e valutazione che nasce e si sviluppa tra un professionista esperto e gli operatori, nel corso del loro agire professionale.
Infatti, è proprio attraverso la riflessione delle proprie azioni e delle modalità con cui vengono affrontati gli interventi e costruite le relazioni con utenti, colleghi e altri servizi, che si ha l’opportunità di riflettere sull’efficacia del proprio agire professionale, sugli strumenti e sulle scelte metodologiche utilizzate, promuovendo il consolidamento delle culture professionali degli operatori; solo così si può anche monitorare e migliorare la qualità delle prestazioni erogate.
La Supervisione non è controllo sui collaboratori e sul loro stato di salute e non è nemmeno psicoterapia di gruppo, bensì un processo di coscientizzazione costruttiva dei problemi presenti sia in ambito relazionale con l’utente che con l’organizzazione presso cui si è inseriti.
Altro aspetto importante di cui si occupa la Supervisione è quello di aiutare a far emergere le proprie emozioni e fantasie che si sviluppano nella relazione con l’altro, i propri sentimenti di onnipotenza, di impotenza e di colpa che la relazione con l’utente attiva; aiuta poi a distinguere se stessi dall’altro, a sviluppare capacità di empatia e favorisce l’apertura ad una molteplicità di punti di vista, fondamentali per risolvere al meglio le situazioni e attuare gli interventi più adeguati.
Scopo della Supervisione è anche quello di facilitare la consapevolezza dei propri limiti e capire al meglio le risorse dell’utente e come intervenire su queste. È importante individuare quegli ostacoli e quelle barriere relazionali che impediscono la realizzazione di progetti e interventi, al fine di favorire l’apprendimento di nuove modalità di risoluzione.
Essa aiuta a guardare la realtà con occhi diversi ed è una guida per trovare la giusta distanza emotiva in situazioni di complessità.
Con la Supervisione, ogni operatore è portato a fare un bilancio del proprio percorso professionale, ad esplicitare i problemi da affrontare e a cercare di comprendere, insieme agli altri colleghi e al Supervisore, fino a che punto questi problemi dipendano da se stessi o dall’organizzazione; solo assumendo una consapevolezza tale, le difficoltà potranno essere fronteggiate.
Purtroppo, e sottolineo purtroppo, questo lavoro di Supervisione professionale non è presente in tutti gli Enti in cui lavorano operatori sociali o, se presente, davvero in misura molto scarsa. Questo è dovuto soprattutto a causa della ridotta disponibilità delle risorse economiche.
Insisto però sull’importanza di questo lavoro e sul fatto che, in qualche misura, debba comunque essere presente in tutti quegli ambiti che assumono operatori sociali.
Invito pertanto a riflettere sulla necessità degli Enti, di dotarsi di questo strumento fondamentale e importantissimo, per la crescita e lo sviluppo professionale. La Supervisione aiuta ad assumere e a raggiungere un certo grado di autonomia, al fine di mantenere sia un adeguato livello motivazionale (fondamentale) che di prevenire fenomeni di burn-out.
Fare Supervisione è importante: la motivazione al lavoro d’aiuto richiede una continua manutenzione; aiutare non solo gratifica, ma stanca e affatica e, quando non si riescono a trovare le soluzioni idonee, ci si sente impotenti e si prova un senso di incapacità e di frustrazione.
Il lavoro d’aiuto non è solamente “fare” ed erogare prestazioni, ma anche esserci, con le proprie competenze e le proprie capacità professionali, vivere il nostro lavoro a pieno, sperimentandosi ogni giorno e lavorando con creatività alla realizzazione degli interventi. È questo che dà valore all’esperienza.
Ecco perché è importante effettuare un processo di riflessione costante che consenta di effettuare al meglio gli interventi.
Tutti gli operatori sociali dovrebbero intraprendere un percorso di crescita e di orientamento che aiuti a fornire il più possibile un sostegno motivazionale e un accompagnamento, che permetta di sviluppare un’identità professionale e accrescere le proprie competenze.

Federica Tripputi

PIANO DI ZONA E RISORSE ECONOMICHE

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Mi è sembrato interessante cercare di approfondire come davanti ai sempre maggiori tagli alle risorse economiche, il Piano di Zona possa continuare ad intervenire con nuove progettualità nel sociale. Per farlo ho intervistato un’Assistente Sociale coordinatrice di un PdZ.
Generalità e esperienza lavorativa:
Mi chiamo Stefania, lavoro da circa 26 anni sempre in comuni medio piccoli e già dalla prima annualità coordino Piano di Zona dell’ambito territoriale di Azzate, un comune in provincia di Varese, che comprende 13 comuni medio piccoli per un totale di circa 58 mila abitanti.
In cosa consiste il piano di Zona:
E’ un documento di programmazione degli interventi in campo sociale in un’ottica di coinvolgimento sia dei comuni che aderiscono al Piano di Zona sia di tutti gli attori presenti sul territorio: ASL, Azienda Ospedaliera, Imprese, Terzo settore, scuole, ecc… attraverso un lavoro di sviluppo di comunità nell’ottica di una sinergia comune.
In base ai finanziamenti del Fondo nazionale Politiche sociali, Fondo regionale e interventi diretti dei comuni, l’ufficio di piano promuove interventi che rispondano il più possibile ai bisogni emergenti.
Ha rilevato dei cambiamenti del welfare lombardo?
Si, il sistema di welfare attualmente è attraversato da cambiamenti che impongono un ripensamento dell’intervento pubblico e della funzione della programmazione locale arrivando ad assumere una funzione di “imprenditori” di rete. Questo è accentuato dal quadro delle risorse finanziarie sempre più frammentato evidenziando la necessità di azioni che siano in grado di mettere in rete tutte le risorse del territorio con la necessità sempre maggiore di unire queste risorse per poter aumentare la negoziazione e promuovere sinergie semplificando e uniformando l’informazione, le procedure e i criteri di accesso ai servizi.
L’evoluzione dei bisogni è stata dettata da alcune caratteristiche generali:
1. L’invecchiamento della popolazione con un incremento continuo dell’indice di vecchiaia ( il numero delle famiglie con almeno un anziano è superiore a quello delle famiglie con almeno un minore);
2. La presenza di caregiver informali retribuiti – badanti ( il numero stimato sul territorio regionale è di circa 1300 su 100 mila abitanti);
3. Impoverimento delle famiglie ( negli ultimi anni le famiglie lombarde sotto la soglia di povertà arrivano all’8,2%, aumentano gli sfratti per morosità);
4. Fenomeno dell’immigrazione ( La Lombardia è la regione italiano con più alto numero di immigrati dando un contributo sempre maggiore alla crescita della popolazione).
Quali strategie di intervento il piano di zona può mettere in atto?
Vista quanto sopra il nostro PdZ utilizza alcune strategie :
• Coinvolgimento di tutti gli attori presenti sul territorio;
• Avviare strategie di negoziazione utilizzando il maggior peso del Piano di Zona in quanto rappresentante dei 13 comuni per la ricerca di possibili finanziamenti esterni;
• Possibilità di rivedere l’attuazione dei servizi erogati dl PdZ, attraverso una compartecipazione alla spesa da parte degli utenti;
• Necessità di attuare la disciplina relativa allo svolgimento delle funzione associate all’interno dell’ambito territoriale.
Quali sono le principali difficoltà in questo momento?
Purtroppo la situazione attuale con sempre minori risorse economiche, crea prima di tutto l’impossibilità di poter effettuare una programmazione preventiva e di conseguenza di poter prevedere gli interventi da attuare. In questi ultimi anni siamo stati costretti a chiudere dei servizi e di dover attuare delle azioni derivate da finanziamenti regionali molto vincolati e non rispondenti al reale bisogno.
Un esempio reale di riduzione degli interventi?
Fra i numerosi interventi che abbiamo dovuto sospendere per mancanza di risorse ( erogazioni buoni sociali per i non autosufficienti, erogazione voucer per la prima alfabetizzazione dei minori stranieri, interventi educativi a domicilio attivati dalla tutela minori e dal servizio inserimenti lavorativi, finanziamento progetti legge 162/98, progetto PAIS per il mantenimento a domicilio delle persone non autosufficienti) quelli a maggior impatto sono stati gli sportelli psicologici a favore degli alunni frequentanti le scuole primarie e secondarie di primo grado e quelli rivolti ai ragazzi dai 14 ai 24 anni e ai loro genitori.
SPORTELLO STAR BENE A SCUOLA: era uno sportello di ascolto presso le scuole primarie e secondarie di primo grado tenuto da uno psicologo all’interno dei 4 istituti comprensivi dell’ambito territoriale. La psicologa era un punto di riferimento e di prevenzione non solo per gli alunni ma anche per i loro genitori e per i docenti in continua collaborazione con i servizi sociali comunali e i servizi delle unità operative.
SPORTELLO DELFINO ASCOLTA GIOVANI: erano 3 sportelli di counseling psicopedagogico rivolti ai ragazzi dai 14 ai 24 anni e ai loro genitori che si trovano ad affrontare i problemi degli adolescenti e dei giovani e dopo alcuni incontri venivano orientati verso i servizi specialistici.
Quali potrebbero essere per lei delle soluzioni?
Occorre secondo me un maggior scambio di informazioni e di presa d’atto da parte della Regione dei reali bisogni dei singoli ambiti territoriali per poter far fronte alle necessità emergenti nei territori e quindi ad una maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi.

A seguito di quanto emerso dall’intervista mi sento di fare una considerazione rispetto alla possibilità dell’utilizzo reale delle poche risorse economiche presenti. Sicuramente sarebbe necessario una maggiore flessibilità da parte della regione rispetto ai vincoli dettati dai finanziamenti dai quali emerge una poca attenzione ai reali bisogni soprattutto in questo momento di grave crisi economica dove tante famiglie si trovano in difficoltà e avrebbero bisogno di un maggiore sostegno.
Diventa anche faticoso il lavoro dell’assistente sociale davanti alla difficoltà di non poter più programmare gli interventi ma ci si trova a fare fronte a continue emergenze.

Chiara Panin

IL VOLONTARIATO

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Recentemente ho letto un libro sul volontariato, scoprendo così un mondo molto più ampio di quello che io stessa conoscevo. Ci sono varie sfaccettature spesso non prese in considerazione.
Innanzitutto fare volontariato è un’esperienza allo stesso tempo facile e difficile. Facile perché l’accesso ad eventuali enti che lo organizzano è spesso semplice: si dichiarano disponibilità di tempo e competenze. Dopo di che l’inserimento in un’attività avviene in modo quasi immediato. Al volontario non vengono richieste particolari capacità: spesso basta l’impegno, la disponibilità e qualche conoscenza tecnica. Al tempo stesso può comportare alcune difficoltà. Richiede una decisione personale, la voglia di affrontare un’esperienza nuova; ciò implica un calcolo del tempo da mettere a disposizione e di energie che possono essere impegnate. Implica poi una realistica considerazione delle nostre capacità e predisposizioni. Ed infine si tratta di un confronto con l’altro, chiunque esso sia, con le relative diversità.
Ma come si decide di diventare volontari? La spinta di partenza nasce dentro le persone.
Il carattere principale è quello della gratuità: ovvero la prova che i volontari agiscono secondo intenzioni benevoli. Addirittura secondo il sociologo americano Amitai Etzioni, il fatto che una persona lavori senza corrispettivo economico accresce, al posto di diminuire, il livello del suo impegno e la sua disponibilità. Questo perché la soddisfazione del volontario dipende dal raggiungimento degli obiettivi prefissati. Se lo scopo non viene raggiunto il volontario perde la motivazione principale del suo impiego.
La gratuità quindi costituisce la base di partenza del volontariato, ma non il punto di arrivo e non è in grado di indicare quale altra motivazione sostituisca quella economica. Indica un’assenza: l’inesistenza di uno scopo di lucro. Si può quindi dire che costituisca una virtù negativa. Inoltre la gratuità non esclude la presenza di motivazioni “egoistiche”: ad esempio un interesse indirettamente professionale; oppure potrebbero essere connessi bisogni di carattere psicologico legati all’esigenza di prevalere sugli altri, di sentirsi utili e necessari. Quindi la gratuità costituisce un ingrediente necessario sì, ma non sufficiente a fare di una persona che investe del tempo in un’attività sociale, un volontario affidabile.
Elemento importante è quello dell’autorealizzazione personale di chi pratica questa attività. Autorealizzazione che si concretizza nell’assunzione di una responsabilità nei confronti dell’altro. In assenza di questa il volontariato diventa un’attività strumentale alla soddisfazione di chi lo pratica.
In linea generale emergono tre ragioni fondamentali per praticare del volontariato. La prima è quella di dare concretezza alle proprie credenze morali o religiose. La seconda ha a che vedere con l’interesse a sviluppare relazioni significative, fondate sull’aiuto e sulla condivisione delle esperienze. Infine la terza ragione riguarda la possibilità di mettere alla prova se stessi e le proprie capacità.
È importante anche tener conto che il volontario si confronta con l’altro: sottolineare eccessivamente il carattere della gratuità potrebbe portate al paternalismo, bloccando la relazioni su ruoli precostituiti che impediscono lo scambio e l’incontro di due alterità, in cui il volontariato è bloccato in una posizione onnipotente e il beneficiario è bloccato nella dipendenza sia materiale che psicologica.
Tuttavia questo è solo un pezzo del mondo del volontariato, molto ancora si potrebbe dire.
Ma soprattutto molto ancora si può fare.

Eleonora Rubino

Il Circo della Farfalla “Più grande è la lotta più glorioso sarà il trionfo”

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Qualche tempo fa sentì parlare mia sorella e un amico di un video che avevano visto entrambi in università mi avvicinai per capire di cosa trattasse e mi spiegarono brevemente cosa fosse. Incuriosita dalla storia seguì il loro consiglio e lo guardai successivamente su YouTube.
Il cortometraggio si intitola “The Butterfly Circus” ma si può trovare facilmente anche come Il Circo della Farfalla in modo tale da poterlo vedere con i sottotitoli italiani per chi, come me, non mastica molto l’inglese.
Nel video viene raccontata la storia di una compagnia circense guidata da Mr Mendez che durante uno dei suoi spostamenti si imbatte in un altro circo e, sotto richiesta del piccolo Sammy, figlio di uno dei protagonisti, si fermano a visitarlo. Oltre alle abituali figure del circo come il clown e il burattinaio gli altri componenti vengono presentati con le seguenti parole: “Noi abbiamo il miglior spettacolo di mostri della città” e vengono mostrate: una donna barbuta, una obesa, un uomo completamente tatuato ma l’attrazione principale che il presentatore decanta con grande entusiasmo e altrettanto disprezzo è Will l’uomo senza arti. Questo ragazzo non ha né braccia né gambe e per tale motivo viene denigrato e schernito da chiunque a partire dai componenti del suo circo fino agli spettatori che gli lanciano dei pomodori come segno di disgusto e disapprovazione della sua figura.
Anche Will, non sentendosi accettato da chi lo circonda, si comporta in malo modo infatti quando Mr Mendez gli si avvicina per dirgli che era meraviglioso gli sputa in faccia perché pensava fosse uno dei tanti che voleva prendersi gioco di lui…ma quando scoprì che quell’uomo era il proprietario del Circo della Farfalla per lui cambiò tutto.
La compagnia di Mendez se ne va da quel circo dirigendosi verso la successiva tappa fino a che l’uomo più muscoloso e forte della compagnia si accorge che in uno dei furgoni si era nascosto proprio Will. Il ragazzo era andato con loro perché, stanco dei soprusi ricevuti, pensava che in quest’altra compagnia sarebbe stato accettato diversamente. Pensava di poter far parte dello spettacolo come faceva precedentemente cioè mostrandosi su una sedia aspettando di ricevere chissà quale reazione dal pubblico ma Mr Mendez gli fa capire che lui dirige uno spettacolo diverso, non incentrato sui difetti delle persone con lo scopo di farne un fenomeno da baraccone, ma bensì valorizzando le loro qualità facendole esibire in spettacoli entusiasmanti.
Nonostante ciò Mr Mendez accetta volentieri di far rimanere Will insieme a loro ma non accetta di farlo partecipare allo spettacolo perchè se accettasse ora rischierebbe di esibire Will e non di farlo esibire, quindi, finché Will continuerà a credere di essere uno scherzo della natura e non di essere un uomo con dignità e doveroso di rispetto come tutti gli altri non cambierà opinione a riguardo e lo terrà come un ospite osservatore.
Will si rende conto che in questo circo tutti vengono impiegati per quello che sono e per quello che sanno fare e non per altri motivi come accadeva invece nella sua precedente compagnia, cresce così in Will il desiderio di avere un posto, un ruolo all’interno del circo.
La svolta avviene quando rischia di annegare in un ruscello dopo esserci caduto. Non serve dire quanto sia difficile riuscire a tornare a galla senza poter utilizzare né gambe né braccia ma Will con la sua grande forza ci riesce. Le reazioni dei ragazzi del circo, dopo la spavento, sono di grande sorpresa e felicità perché hanno potuto constatare la stoffa di Will, e, lo stesso Will è estremamente soddisfatto di se stesso una volta che si è reso conto di quello che era riuscito a fare. Da quel momento, intuita la capacità dello sventurato Will, Mr Mendez lo fa allenare con un trampolino molto alto dal quale doveva tuffarsi cadendo all’interno di una piccola piscina e cercando di arrivare in superficie da solo.
La storia di Will da qui in avanti non può che migliorare; inizia ad avere successo nel circo tramite la sua esibizione ma la conquista più grande la riceve lui stesso poiché inizia a credere alle sue capacità che, certamente sono diverse da quelle altrui, ma che anche lui possiede e finalmente ora ne è cosciente.
Questo cortometraggio mi è sembrato particolarmente indicato per noi, futuri assistenti sociali, che dovremo riuscire ad avere quell’atteggiamento che ha avuto Mr Mendez con Will cioè di valorizzare ogni utente per la persona che è e per le sue caratteristiche, aiutandolo a tirar fuori quelle potenzialità che qualunque utente possiede ma che, soprattutto in momenti di difficoltà crede di non avere, aiutandolo in quest’importante percorso di cambiamento.

Veronica Sammarco

“Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia

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“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita”. Questa è la frase del libro di Giuseppe Pontiggia, che mi ha toccato particolarmente il cuore, che mi ha detto “fermati a pensare”.
“Nati due volte”, vincitore del Premio Campiello 2001, è la storia di un padre e di un figlio disabile, un figlio speciale. Il padre, e tutti i personaggi del romanzo sono coinvolti in problemi legati all’handicap.
“Nati due volte” è un romanzo che narra i rapporti di un padre, il professor Frigerio, insegnante in un istituto d’arte con il figlio Paolo, nato da un parto distocico. Fin dalla sua nascita, i genitori ma anche tutti i parenti, sono increduli, spaventati e impreparati all’arrivo di un bambino diverso da tutti gli altri: handicappato. Dopo aver capito che è inutile scaricarsi le colpe a vicenda, cominciano i colloqui con medici e specialisti, cominciano le continue visite ed i continui problemi che un bambino disabile deve affrontare ogni singolo giorno anche per le azioni che possono sembrare le più banali.
I genitori cercano comunque di aiutarlo a crescere. Grazie all’amore e alla pazienza della madre e agli insegnamenti del padre, che aiutando il figlio ad uscire dalla minoranza, scopre un nuovo mondo, e all’aiuto della psicologa, della maestra elementare e di alcuni medici, Paolo compie notevoli progressi. Acquista la sua libertà (come quando va da solo a scuola in go-kart), riesce a farsi rispettare ed amare da tutte le persone che lo circondano (come quando parla all’ assemblea della scuola). Così Paolo è nato due volte: la seconda è una rinascita affidata all’amore e alla cura degli altri.
Attraverso l’esperienza dell’handicap, l’autore scruta, con disarmata spietatezza, il mondo della medicina, della scuola, l’ottundimento di una burocrazia tanto limitata quanto animata da buone intenzioni, i rapporti familiari che la presenza di una grave difficoltà rende critici, difficili, aggressivi, le vite povere e confuse di tutti noi, intessute di buoni e coerenti propositi, ma anche di stupidità.
La disabilità, l’handicap fisico e psichico di un figlio ritardato, affetto da tetraparesi spastica, sono indagati non dalla prosa scientifica e standard di uno specialista, ma dalla fine sensibilità di uno scrittore lucido, maturo, analitico e disincantato come Pontiggia, attraverso il racconto travagliato, in prima persona del padre. La disabilità, tema che spesso spaventa, che si tenta di celare dietro un formale “diversamente abile”, è al centro di un romanzo capace di portarci fuori dai nostri schemi, facendo venire a galla la nostra sensibilità.
Lo scrittore vuole denunciare che l’handicap non è un problema del singolo ma di tutta la società e di come questa non lo sappia affrontare correttamente.
Un libro difficile, in alcuni punti duro e fastidioso, perché in queste pagine sei tu quel padre, solo, di fronte a un gigante, nel quale nessuno vorrebbe imbattersi. Eppure accade. E’ questo che “Nati due volte” trasmette, una storia qualunque, che potrebbe essere la nostra, quella di un parente, di un vicino di casa, o di un collega di lavoro, che questa disabilità la vive quotidianamente. “Nati due volte” è un libro che lascia il segno, che fa riflettere. E’ come se il tempo si fermasse durante la lettura di questo romanzo e un vortice di emozioni ti travolgessero. E’ Paolo a lasciare quel segno, una firma, quella di un ragazzo come ce ne sono tanti, al quale la vita ha dato un potere: quello di rinascere e di far rinascere.
Se la recensione del libro vi ha entusiasmato, mi permetto di consigliarvi la visione del film “Le chiavi di casa” di Gianni Amelio, tratto liberamente dall’opera letteraria di Pontiggia.

Letizia Bonelli

LA MIA ESPERIENZA PERSONALE ACCANTO ALLA PERSONA CON DISABILITA’.

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B. è un ragazzo di 48 anni con una disabilità intellettiva e relazionale. E’ affetto dalla nascita da un ritardo mentale piuttosto importante. Gode, grazie alla sua famiglia che si è sempre presa cura di lui, di una buona autonomia: fino a qualche anno fa ha lavorato come operaio in Whirpool e oggi ha una pensione di inabilità al lavoro. Vive in una Comunità Socio Sanitaria a carattere residenziale, gestita da Fondazione Piatti, un ente ONLUS che gestisce centri diurni e residenziali per disabili nella Provincia di Varese. Ama la musica italiana, l’Inter, le radio e gli orologi. Interessi normali, di una persona normale con le sue caratteristiche e le sue specificità. Trascorre con i suoi nipoti quasi tutti i weekend, anche solo per condividere con loro il pranzo e la cena, senza impegnarsi in attività particolari. Nel caso di B. la rete sociale è stata estremamente importante poiché ha consentito di costruire un progetto di vita che gli garantisse un’esistenza migliore e una buona autonomia.

E. è un signore di 79 anni, affetto da morbo di Alzheimer da circa 12 anni. Ha sempre lavorato come parrucchiere e aveva un suo negozio che gestiva insieme ad un altro socio. Era una persona sempre allegra e sorridente, attiva e amava fare il nonno. Ha iniziato ad avere piccoli problemi di memoria alla chiusura del negozio, quando ha deciso di godersi la pensione. Quei vuoti di memoria sono diventati sempre più seri ed importanti, confondeva ogni cosa, era confuso e non riusciva più a rendersi conto della situazione. Era diventato impaziente, aggressivo e un po’ rabbioso anche nei confronti degli adorati nipoti. Oggi è ricoverato in una casa di riposo per anziani ed è sulla sedia a rotelle a causa della malattia che degenera a poco a poco. Non riconosce più nessuno, intuisce vagamente le voci dei familiari che vanno a trovarlo, non parla più. Non comunica e non sa farsi capire. Ha perso anche coscienza di se stesso.

I due casi sopra descritti ritraggono due diverse forme di disabilità. La prima è una disabilità mentale causata da un deficit cognitivo da cui B. è affetto fin dalla nascita; la seconda è una forma di disabilità che deriva da una malattia degenerativa come il Morbo di Alzheimer, devastante per i familiari e per il soggetto stesso che piano piano perde tutte le sue capacità. Mi piacerebbe quindi parlare della disabilità nel senso più ampio del termine, ovvero della disabilità come forma di incapacitazione momentanea o permanente, dalla nascita o acquisita nel tempo che una persona e i suoi familiari si trovano ad affrontare. Nel primo caso, vorrei innanzitutto sottolineare l’inadeguatezza dei termini comunemente usati per definire queste persone; handicappati, portatori di handicap, diversamente abili, termini che sottolineano la differenza che categorizzano queste persone includendoli in una categoria a parte, lontana e diversa dal mondo “normale”. La società odierna è piena di barriere, di ostacoli e di pregiudizi nei confronti di queste persone che non hanno nessuna colpa, ma sono nate con una difficoltà mentale o fisica o sono affette da malattie degenerative che compromettono la loro salute psicofisica. Innumerevoli la barriere architettoniche e le occasioni di difficoltà che incontrano queste persone: prima fra tutte la difficoltà di godere di una propria autonomia, di dover sempre dipendere da qualcun altro. Oggi la società offre delle misure di tutela a favore di queste persone. Per loro si propongono soluzioni diverse anche in base alla rete sociale che hanno intorno, alla presenza di famigliari che si possono prendere cura di loro o alla solitudine in cui si trovano a vivere per la morte dei genitori e la mancanza di parenti a loro vicini. Molti bambini con disabilità sono accettati con difficoltà nelle scuole da insegnanti e compagni questo perché la disabilità spaventa, spaventa il dover affrontarla, spaventa l’aspetto che hanno queste persone che spesso sono additate come diverse o come inferiori. Il problema dell’accettazione della disabilità è difficile: anche un genitore può avere delle difficoltà nell’accettare, nell’affrontare e nel convivere con la problematica del figlio che non avrà le opportunità che può avere una persona normale. Da qui nasce anche il problema dell’integrazione sociale dei disabili. È difficile trovare oggi strutture pubbliche all’avanguardia che consentono ad una persona disabile in sedia a rotelle di potersi muovere liberamente, o che offrano la possibilità ad una persona con un ritardo mentale di poter godere delle stesse opportunità di cui gode una persona normale. Nel secondo caso la disabilità è derivata da una situazione di degenerazione cognitiva: il soggetto non si riconosce più, non è in grado di riconoscere i suoi familiari e perde qualsiasi capacità che aveva nella sua vita. Anche in questo caso le forme di cura e di tutela per queste persone e i loro familiari sono abbastanza presenti e si tiene conto della situazione in cui vivono e della rete sociale che hanno a disposizione. È difficile accettare in questo caso il cambiamento di status, di condizione di queste persone che arrivano ad un momento di annullamento di se stessi e della realtà che li circonda. Spesso queste persone non si rendono conto di nulla, non hanno più alcuna capacità né cognitiva né di discernimento. La sofferenza più grande è dei familiari, che si sentono estranei ed impotenti, non sanno come reagire, come comportarsi di fronte a questo cambiamento repentino che sconvolge la vita.

Gli esempi di cui ho parlato prima, appartengono alla mia vita: B. è mio zio, mentre E. è mio nonno, due persone straordinarie, che mi hanno insegnato a convivere con queste problematiche, grazie a cui ho sviluppato una maggiore sensibilità e un interesse nello svolgere una professione che potesse concretamente aiutarli. Ho sempre convissuto con queste problematiche e oggi, comprendo realmente la fortuna che ho nel condividere la vita con nonno E. e zio B., entrambi capaci con un gesto, con uno sguardo, un sorriso o una stretta di mano di cambiare la giornata e di mostrarmi il loro affetto. È questo uno dei motivi per cui ho scelto di fare l’Assistente Sociale: essere agente di cambiamento ed attuare degli interventi a favore di persone che si trovano in una situazione di grave difficoltà. Diventare sostegno per la persona stessa e per i suoi familiari, al fine di garantire anche a loro una vita più serena.

Liliana Torresin

Associazione NOCETUM Onlus: la mia prima esperienza di volontariato.

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Lo ammetto: finora non avevo mai fatto attività di volontariato. Un po’ per il timore di fare la scelta sbagliata, un po’ perché fare volontariato significa dare una disponibilità continua e tra casa, famiglia e studio non avrei potuto garantirla.
Poi ho curiosato sul sito http://www.volontarioperungiorno.it e tra le varie associazioni che davano (e danno) l’opportunità di rendersi utili solo per un giorno, ma che potrebbe essere il punto di partenza per qualcosa di più costante e duraturo, ho scelto l’Associazione NOCETUM di Milano, via San Dionigi 77.
E’ stata proprio una bella esperienza, così bella che l’ho già ripetuta e continuerò a farla.
L’Associazione NOCETUM Onlus è stata fondata da suor Ancilla Beretta e Gloria Mari nel 1998 e si occupa di accogliere donne con figli o nuclei famigliari in difficoltà che necessitano di un alloggio temporaneo per un periodo che varia da 3 a 12 mesi . A disposizione infatti, ci sono piccoli appartamenti e l’accesso avviene attraverso i Servizi sociali. Offre spazi, all’aperto e non, per lo svolgimento di feste, matrimoni, convegni ecc… e gestisce la distribuzione di pacchi viveri.
Vi racconto la mia prima giornata di volontariato.

Ogni primo e terzo giovedì del mese l’associazione distribuisce un pacco viveri per ogni persona che si presenta con un documento d’identità valido. Non deve necessariamente essere residente a Milano, quindi chiunque abbia bisogno può presentarsi nei giorni e negli orari stabiliti (15-17.30) e ritirare il pacco. Dopo la prima volta che si accede a questo aiuto, è necessario consegnare una propria fototessera che permetterà agli operatori di inserire l’anagrafica in un database interno e stampare una tessera da presentare le volte successive. Solo presentandosi personalmente si può ritirare il pacco. L’organizzazione della giornata è iniziata con la preparazione dei pacchi. La tipologia di cibo inserita cambia a seconda delle disponibilità. I prodotti provengono dalla Fondazione Banco Alimentare, dall’Unione Europea o direttamente dai supermercati . Ogni pacco conteneva: una scatola di cereali o biscotti, riso, due tipi di pasta, carne in scatola, creckers, barrette energetiche, una scatola di legumi, una scatola di pelati, un sacchetto di insalata. Una volta terminata la fase di preparazione, abbiamo allestito la sala dove avviene la distribuzione e siamo rimasti in attesa di accogliere le persone bisognose, che allo scattare dell’ora erano già alla porta. La maggior parte era di origine araba e rumena, pochissimi gli italiani. Ho scoperto che gli arabi prediligono la rucola e imparato che non accettano la carne in scatola, nonostante non sia di maiale, perché è stata trattata prima di metterla sul mercato; i rumeni invece associano il basilico alla morte e non lo utilizzano nella preparazione dei cibi, voi lo sapevate? Tutti entravano e uscivano con un’espessione di gratitudine sulle labbra o negli occhi. Abbiamo distribuito 55 pacchi viveri. Non ero sola in questa prima esperienza: all’iniziativa hanno aderito anche un ragazzo di Pavia, una ragazza di Milano est e un gruppo di cinque ragazzini del secondo anno di un istituto alberghiero sito poco lontano dall’associazione. Mi ha colpito molto la disponibilità di questi ultimi ad attivarsi per questa iniziativa e la naturalezza con cui eseguivano le disposizioni che venivano impartite e la gentilezza con cui si rivolgevano ai bisognosi. Avevano proprio voglia di fare. Al termine della giornata avevo addosso una sensazione positiva, mi sono sentita utile, parte di un gruppo. Ed è questo che mi ha fatto decidere che non sarebbe stata un’esperienza di volontariato isolata. Spero in futuro di poter essere più attiva in quest’associazione che mi ha ricordato che, oltre che con qualcosa di materiale come il cibo, si aiuta a far stare meglio le persone anche solo con un sorriso accogliente.

Roberta Fina

Il servizio civile all’estero

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Ai giorni nostri si è soliti recarsi all’estero per viaggi di piacere, lavoro, studio. L’estero il più delle volte rappresenta una corsa sfrenata verso qualcosa di nuovo, di diverso, di migliore. Per la prima volta scelgo di raccontare l’esperienza vissuta da Andrea, un mio caro amico d’infanzia, il quale è reduce di un’esperienza di servizio civile in Polonia.
Andrea è partito da solo all’età di 19 anni alla volta di Bydgoszcz, città del nord della Polonia, nel Novembre 2010 ed ha fatto ritorno in Italia nell’Agosto 2011.
“Ciò che mi ha portato ad intraprendere tale esperienza è stato l’immenso stato di confusione mentale in cui mi trovavo al termine del liceo. Non sapevo cosa fare della mia vita e chi volevo diventare…volevo crescere e questa poteva essere per me l’occasione per farlo”, queste sono le parole di Andrea per spiegare le motivazioni alla base della sua partenza. Al fine di ciò, ha contattato il Comune di Cremona (ufficio Politiche Giovanili), sua città di residenza, per poter essere selezionato tra i candidati. Dopo aver terminato tutte le procedure burocratiche ed aver seguito lezioni di polacco gratuite, organizzate dall’ente inviante, è partito con un biglietto di sola andata, destinazione Bydgoszcz.
Una volta arrivato è stato accolto e condotto nell’appartamento di un convitto universitario, luogo che diventerà la sua nuova casa in condivisione con altri tre ragazzi provenienti da tutta Europa ed anch’essi volontari in servizio civile. Dal giorno seguente è stato inserito presso una scuola per l’infanzia gestita dalla parrocchia cattolica locale. La sua funzione era principalmente educativa e di affiancamento e sostegno al corpo docente. Tale attività lo ha impegnato per circa 8 mesi. Andrea così ricorda quel perido: “Inizialmente il problema dell’incomprensione della lingua mi rendeva le cose difficili. Inoltre, era la prima volta che lavoravo a stretto contatto con i bambini, quindi per me era un po’ tutto nuovo. Ciò che mi ha dato il coraggio di andare avanti è stata una grande forza d’ animo e la passione per i bambini che mia madre, maestra della scuola dell’infanzia, mi ha trasmesso.”
Andrea afferma che stare a contatto con bambini così piccoli, di età compresa tra i 3 e i 5 anni, l’ha aiutato a maturare, “obbligandolo” a diventare più responsabile. “Per la prima volta in vita mia mi sono occupato di qualcuno che non fossi io o una persona della mia famiglia”.
Un’altra esperienza molto intensa da lui vissuta durante la sua permanenza in Polonia è stata la convivenza con giovani disabili in occasione di una vacanza al mare.
Nonostante la brevità del soggiorno, la vicinanza di queste persone (ragazzi e ragazze tra i 15e i 23 anni portatori di differenti disabilità psico-fisiche) si è rivelata fondamentale per la sua crescita personale. A proposito di ciò così dichiara: “Inizialmente, ho avuto una spontanea reazione di spavento di fronte alla diversa abilità. Ma le due settimane che ho trascorso con loro hanno avuto un’ importanza fondamentale per me. A livello materiale si trattava di persone nullatenenti, spesso reduci di traumi ed abbandoni familiari, ma capaci di trasmetterti molto a livello umano, capaci di farti sentire uno di loro”.
Il contatto diretto con questi giovani gli ha permesso di maturare, di imparare a gestire se stesso e saper gestire l’altro nelle situazioni più svariate ed imprevedibili. “Si, credo che l’imprevedibilità sia una caratteristica propria della disabilità. Se un attimo prima va tutto bene, l’attimo dopo potrebbe accadere qualcosa di imprevisto in grado di capovolgere completamente le carte in tavola e sta a te saper affrontare la situazione nel migliore dei modi”.
Altro elemento alquanto significativo è rappresentato dalla conoscenza di numerose altre persone, professori universitari, cittadini polacchi, altri giovani volontari. Tutti loro, in qualche modo, vengono ricordati come piacevoli compagni di viaggio. La conoscenza con i “colleghi”, la convivenza con altri volontari di diverse nazionalità, l’incontro con culture differenti hanno permesso ad Andrea di arricchirsi molto, di riempire quel vuoto e quella confusione con cui era partito.
A tal proposito, trovo interessante esprimere il suo orgoglio al termine dell’esperienza vissuta. Si è trattato di un’esperienza intensa e difficile che lo ha reso più uomo, più consapevole e responsabile di se stesso e di ciò che gli sta intorno. In conclusione, Andrea si esprime così: “Quella del servizio civile all’estero è stata una vera prova con me stesso e il ricordo della nostalgia che provavo alla vigilia del mio ritorno nel lasciare quel pezzo di vita, mi fa pensare di averla vinta davvero.

Letizia Bonelli

IL GIOCO DELLE REGOLE – PROGETTO De.vi.l.s. Quando il gioco di ruolo diventa esperienza formativa

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Il gioco delle regole nasce all’interno di un percorso di prevenzione alla devianza realizzato negli anni 2003-2005 dal gruppo De.vi.l.s. all’interno dell’IPSSCTS L. Milani, e si propone come uno strumento specifico per avviare un proficuo scambio formativo tra i partecipanti.
Il gioco di ruolo è una delle numerose metodologie attive che punta verso l’apprendimento attraverso l’esperienza in un setting protetto. Trova la sua originalità ed efficacia nell’istituzione di uno spazio all’interno del quale, chi è chiamato a essere formato, ha la possibilità di impersonare un ruolo completamente sganciato dalla sua esperienza quotidiana e quindi svincolato dalle tipizzazioni internazionali (schemi di comportamento) ormai acquisite e rassicuranti.
Il progetto De.vi.l.s. – detenuti vicino alle scuole – nasce dai detenuti ristretti nella sezione Staccata della II Casa di reclusione di Milano-Bollate durante i primi mesi del settembre 2003.
Discussioni ampie come il senso della pena, le costrizioni della detenzione, il ruolo della struttura carceraria, il reinserimento per i detenuti, l’indagine dei percorsi di vita e della cultura di appartenenza, l’individuazione della scelta consapevole nell’atto deviante, hanno aperto interrogativi e riflessioni consentendo ai detenuti di percepirsi come soggetti attivi carichi di esperienza da poter condividere. L’esperienza deviante e l’esperienza carceraria, qualora condivise e aperte alla conoscenza altrui, possono essere reinserite nella società, non più come errori che necessitano di un giudizio, ma come esperienze significative nella prevenzione alle scelte devianti e non solo.
Il confrontarsi con il carcere e i suoi ospiti, riporta la società civile a doversi occupare dei propri dettati costituzionali e a riappropriarsi della propria cittadinanza attiva e responsabile, a dover riflettere sui sensi e i significati della pena e porta i detenuti a doversi confrontare con i pregiudizi e preconcetti a loro rivolti.
Il raccontare cos’è il carcere ha voluto che il progetto avesse al suo interno la presenza anche degli agenti di polizia penitenziaria e degli operatori che lavorano nelle carceri affinché tutte o quasi le parti in gioco potessero raccontare questo sistema da più punti di vista.
La scelta dei giovani come possibili referenti di un confronto è risultata ovvia, individuando nelle fasce giovani i soggetti più a rischio di devianza e il nucleo futuro della propria società. Conoscendo molto bene la realtà dei quartieri dove la criminalità è perpetua nel tempo si pensa di poter essere in grado di fornire agli adolescenti un valido spunto di riflessione su ciò che le scelte di tipo criminoso possono togliere o “donare”, avendo la conoscenza diretta di quel sistema a porte girevoli che è il carcere e delle sue contraddizioni, i collaboratori del progetto De.vi.l.s ritengono di poterli aiutare a riflettere su un’esperienza che nella vita è meglio non fare, trovando nel confronto un arricchimento e una crescita personale.

Rabaioli Martina