GESTIRE GLI SFRATTI NEL LAVORO SOCIALE

 

Molto spesso gli assistenti sociali si trovano a gestire situazioni di sfratto soprattutto in famiglie con minori; si tratta di situazioni spiacevoli che richiedono generalmente un intervento immediato, volto inizialmente a trovare una soluzione abitativa adeguata alla famiglia e ai soggetti deboli che vivono in essa, che, con lo sfratto, vengono a trovarsi in situazioni di pregiudizio.

L’etimologia del termine sfratto risale al XVII secolo; questa parola veniva inizialmente utilizzata per riferirsi allo sradicamento di famiglie di ebrei dalle proprie case.

Oggi viene utilizzata per situazioni differenti da queste ovviamente, anche se il significato di base rimane: una famiglia sfrattata, oggi, è una famiglia che deve lasciare l’abitazione in cui vive.

I motivi dello sfratto possono essere diversi: lo sfratto si ha una volta che un contratto di affitto viene regolarmente disdetto o se non scatta il rinnovo alla scadenza; si ha anche quando, sempre nell’ambito di un contratto di affitto, il proprietario deve riutilizzare l’appartamento per questioni di necessità previste dalla legge. Anche nel caso di mancato pagamento del canone di affitto (sfratto per morosità) o del mutuo (in questo caso il bene viene alienato dalla banca), oppure se sussiste un grave inadempimento degli obblighi contrattuali da parte dell’inquilino.

I servizi sociali comunali si occupano molto spesso di sfratti per motivi di morosità. In alcuni casi si tratta di una morosità incolpevole perché causata da fattori contingenti, dovuti, ad esempio, alla crisi economica, alla perdita di lavoro o a reddito insufficiente.

Spesso l’abitazione non viene lasciata spontaneamente e, in tal caso, il proprietario può rivolgersi all’autorità giudiziaria; questa procederà poi con un provvedimento di sfratto, attraverso il quale si ordina all’inquilino di riconsegnare l’appartamento al proprietario. Se ci sono resistenze, l’ufficiale giudiziale può anche richiedere l’intervento della forza pubblica e procedere in maniera coatta.

Tutto ciò, però, se possibile, deve essere evitato; è pertanto importante che i servizi sociali intervengano tempestivamente, evitando l’intervento della forza pubblica; questi, se messi a conoscenza della situazione, sostengono la famiglia, dapprima in via preventiva, collocandoli temporaneamente in una struttura adeguata (qualora, al momento la famiglia non disponga di soluzioni abitative adeguate), e successivamente, lavorando insieme al nucleo e sulla loro capacità di problem solving, co-costruendo un progetto che va oltre la mera gestione dell’emergenza abitativa.

Alcune volte, le persone soggette a sfratto esecutivo esternano spontaneamente la loro difficoltà ai servizi sociali; altre volte, invece, vengono segnalate dall’Ufficiale giudiziale o direttamente dal SUNIA (Sindacato Nazionale Unitario Inquilini ed Assegnatari); grazie alla presenza di questa “rete” noi assistenti sociali riusciamo ad individuare meglio queste situazioni di disagio e ad intervenire in maniera tempestiva, prima che il tutto si complichi ulteriormente.

Occuparsi degli sfratti è un intervento complesso, difficile e talvolta spiacevole perché si è in presenza di un diritto non garantito (l’avere una casa); è soprattutto negli ultimi anni che l’incremento degli sfratti ha portato alla nascita di una vera e propria emergenza.

Personalmente, in questi ultimi cinque anni, mi sono occupata di aiutare una quarantina di famiglie sfrattate; si è trattato perlopiù di famiglie con minori sia italiane che straniere (anche se il numero di famiglie italiane supera di poco quello delle famiglie straniere).

Il tipo di aiuto che inizialmente i servizi sociali possono dare è di due tipi:

  • Fornire alle famiglie un sostegno economico per far fronte alle prime spese in vista di una concreta proposta contrattuale alloggiativa;
  • Cercare di inserire le famiglie in liste di accesso a case popolari; una volta in graduatoria ci si avvale dell’art. 14 della DGR della Lombardia n. 1/2004 che permette l’assegnazione in deroga di un alloggio, laddove presenti situazioni di fragilità e/o contingenti (perdita dell’alloggio a causa di calamità naturali). Per un ulteriore approfondimento si rimanda alla DGR di cui sopra.

Nei casi in cui la famiglia non riesca a trovare una soluzione abitativa idonea, in assenza di reddito dichiarato (condizione fondamentale per la stipula di un contratto di locazione), si fa presente ad essa che i parenti diretti hanno l’obbligo all’assistenza e agli alimenti, come stabilito dall’art.433 del Codice Civile. Se, anche dopo essere stata collocata temporaneamente e aver condiviso insieme all’assistente sociale un progetto di vita non riescono a reperire un’abitazione idonea, i minori presenti nel nucleo familiare vengono segnalati dall’assistente sociale che ha in carico la situazione al Servizio Tutela Minori, che applicherà le misure previste nell’art. 403 del Codice Civile Intervento della pubblica autorità a favore dei minori (per il testo completo si rimanda al CC).

Tuttavia, nel mio lavoro, questo rischio è davvero molto residuale: si tratta di situazioni rare, perché la famiglia, nella maggior parte dei casi, supportata dai servizi sociali, riesce quasi sempre a reperire una soluzione abitativa e a sottrarre i propri figli da una situazione di pregiudizio momentanea.

Qualora la famiglia non riesca a trovare una soluzione abitativa idonea e non abbia nessun parente a cui appoggiarsi, è possibile, per un periodo di tempo relativamente breve, collocarla in residence o in strutture alberghiere, al fine di consentirle di reperire un’abitazione adeguata.

Rassicuriamo i colleghi che si trovano nella prima esperienza di gestione di emergenza abitativa che alla fine “tutto si ricompone” come in un puzzle!

L’assistente sociale

Daniela Dellino

 

Fonti consultate:

sosonline.aduc.it/…/sfratto+immobiliare+cessazione+del+contratto_15097. php

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