GESTIRE GLI SFRATTI NEL LAVORO SOCIALE

 

Molto spesso gli assistenti sociali si trovano a gestire situazioni di sfratto soprattutto in famiglie con minori; si tratta di situazioni spiacevoli che richiedono generalmente un intervento immediato, volto inizialmente a trovare una soluzione abitativa adeguata alla famiglia e ai soggetti deboli che vivono in essa, che, con lo sfratto, vengono a trovarsi in situazioni di pregiudizio.

L’etimologia del termine sfratto risale al XVII secolo; questa parola veniva inizialmente utilizzata per riferirsi allo sradicamento di famiglie di ebrei dalle proprie case.

Oggi viene utilizzata per situazioni differenti da queste ovviamente, anche se il significato di base rimane: una famiglia sfrattata, oggi, è una famiglia che deve lasciare l’abitazione in cui vive.

I motivi dello sfratto possono essere diversi: lo sfratto si ha una volta che un contratto di affitto viene regolarmente disdetto o se non scatta il rinnovo alla scadenza; si ha anche quando, sempre nell’ambito di un contratto di affitto, il proprietario deve riutilizzare l’appartamento per questioni di necessità previste dalla legge. Anche nel caso di mancato pagamento del canone di affitto (sfratto per morosità) o del mutuo (in questo caso il bene viene alienato dalla banca), oppure se sussiste un grave inadempimento degli obblighi contrattuali da parte dell’inquilino.

I servizi sociali comunali si occupano molto spesso di sfratti per motivi di morosità. In alcuni casi si tratta di una morosità incolpevole perché causata da fattori contingenti, dovuti, ad esempio, alla crisi economica, alla perdita di lavoro o a reddito insufficiente.

Spesso l’abitazione non viene lasciata spontaneamente e, in tal caso, il proprietario può rivolgersi all’autorità giudiziaria; questa procederà poi con un provvedimento di sfratto, attraverso il quale si ordina all’inquilino di riconsegnare l’appartamento al proprietario. Se ci sono resistenze, l’ufficiale giudiziale può anche richiedere l’intervento della forza pubblica e procedere in maniera coatta.

Tutto ciò, però, se possibile, deve essere evitato; è pertanto importante che i servizi sociali intervengano tempestivamente, evitando l’intervento della forza pubblica; questi, se messi a conoscenza della situazione, sostengono la famiglia, dapprima in via preventiva, collocandoli temporaneamente in una struttura adeguata (qualora, al momento la famiglia non disponga di soluzioni abitative adeguate), e successivamente, lavorando insieme al nucleo e sulla loro capacità di problem solving, co-costruendo un progetto che va oltre la mera gestione dell’emergenza abitativa.

Alcune volte, le persone soggette a sfratto esecutivo esternano spontaneamente la loro difficoltà ai servizi sociali; altre volte, invece, vengono segnalate dall’Ufficiale giudiziale o direttamente dal SUNIA (Sindacato Nazionale Unitario Inquilini ed Assegnatari); grazie alla presenza di questa “rete” noi assistenti sociali riusciamo ad individuare meglio queste situazioni di disagio e ad intervenire in maniera tempestiva, prima che il tutto si complichi ulteriormente.

Occuparsi degli sfratti è un intervento complesso, difficile e talvolta spiacevole perché si è in presenza di un diritto non garantito (l’avere una casa); è soprattutto negli ultimi anni che l’incremento degli sfratti ha portato alla nascita di una vera e propria emergenza.

Personalmente, in questi ultimi cinque anni, mi sono occupata di aiutare una quarantina di famiglie sfrattate; si è trattato perlopiù di famiglie con minori sia italiane che straniere (anche se il numero di famiglie italiane supera di poco quello delle famiglie straniere).

Il tipo di aiuto che inizialmente i servizi sociali possono dare è di due tipi:

  • Fornire alle famiglie un sostegno economico per far fronte alle prime spese in vista di una concreta proposta contrattuale alloggiativa;
  • Cercare di inserire le famiglie in liste di accesso a case popolari; una volta in graduatoria ci si avvale dell’art. 14 della DGR della Lombardia n. 1/2004 che permette l’assegnazione in deroga di un alloggio, laddove presenti situazioni di fragilità e/o contingenti (perdita dell’alloggio a causa di calamità naturali). Per un ulteriore approfondimento si rimanda alla DGR di cui sopra.

Nei casi in cui la famiglia non riesca a trovare una soluzione abitativa idonea, in assenza di reddito dichiarato (condizione fondamentale per la stipula di un contratto di locazione), si fa presente ad essa che i parenti diretti hanno l’obbligo all’assistenza e agli alimenti, come stabilito dall’art.433 del Codice Civile. Se, anche dopo essere stata collocata temporaneamente e aver condiviso insieme all’assistente sociale un progetto di vita non riescono a reperire un’abitazione idonea, i minori presenti nel nucleo familiare vengono segnalati dall’assistente sociale che ha in carico la situazione al Servizio Tutela Minori, che applicherà le misure previste nell’art. 403 del Codice Civile Intervento della pubblica autorità a favore dei minori (per il testo completo si rimanda al CC).

Tuttavia, nel mio lavoro, questo rischio è davvero molto residuale: si tratta di situazioni rare, perché la famiglia, nella maggior parte dei casi, supportata dai servizi sociali, riesce quasi sempre a reperire una soluzione abitativa e a sottrarre i propri figli da una situazione di pregiudizio momentanea.

Qualora la famiglia non riesca a trovare una soluzione abitativa idonea e non abbia nessun parente a cui appoggiarsi, è possibile, per un periodo di tempo relativamente breve, collocarla in residence o in strutture alberghiere, al fine di consentirle di reperire un’abitazione adeguata.

Rassicuriamo i colleghi che si trovano nella prima esperienza di gestione di emergenza abitativa che alla fine “tutto si ricompone” come in un puzzle!

L’assistente sociale

Daniela Dellino

 

Fonti consultate:

sosonline.aduc.it/…/sfratto+immobiliare+cessazione+del+contratto_15097. php

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Italia, il paese dei campi.

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Nel 2014 l’istituto di ricerca statunitense Pew Research Center ha condotto un’indagine sull’ostilità nei confronti dei rom in sette paesi d’Europa: l’Italia è il paese nel quale l’intolleranza e la diffidenza verso i rom sono più diffuse. Nel 2014 sono stati infatti registrati 443 episodi di violenza verbale contro i rom, di cui 204 gravi, e l’87% di questi episodi è riconducibile a dichiarazioni più o meno formali di esponenti politici.

Nonostante la percezione comune della popolazione, facilmente manipolabile e modificata dalle propagande discriminatorie dei politici e dei mezzi d’informazione, in Italia abitano 180 mila rom, l’equivalente dello 0,25 % della popolazione totale, una delle percentuali più basse in Europa. Tra questi, metà è di nazionalità italiana e solo il 3% è nomade. Le regioni dove si registra la presenza più massiccia di rom sono il Lazio, la Campania, la Lombardia e la Calabria (dati del rapporto 2014 della “Associazione 21 luglio”, impegnata nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinti in Italia).

Tuttavia le molte condanne arrivate da parte di istituzioni europee e internazionali, dal 2000 l’Italia è definita come “il paese dei campi” per l’enorme diffusione di questa modalità abitativa – fortemente ghettizzante e segregante, voluta dalle forze politiche e finanziata con le risorse dello Stato – che non rispetta gli standard di sicurezza internazionali, ma presuppone una continua violazione dei diritti umani, ostacolanti qualsiasi forma di integrazione.
I campi vengono collocati volutamente lontani dalle città, in zone dove i mezzi di trasposto sono perlopiù inesistenti, e quindi distanti da quei servizi primari ed essenziali come le scuole, gli ospedali, i negozi ecc. e dagli eventuali posti di lavoro. Altra criticità riscontrabile facilmente nei campi rom sono le scarse condizioni igienico-sanitarie.

Malgrado le problematiche elencate del sistema dei campi note a tutti gli esponenti del panorama politico, nel 2012 sono stati costruiti nuovi insediamenti nei comuni di Roma, Giugliano in Campania, Carpi e Milano, coinvolgendo 1.600 rom per un’ ammontare di spesa di 13 milioni di euro.

Nel 2014 sono aumentati anche gli sgomberi forzati. A Roma ne sono avvenuti 34, per un totale di 1.135 persone, mentre a Milano in vista dell’apertura dei cantieri dell’Expo, i numeri sono raddoppiati: sono state sgomberate 2.276 persone nel corso di 191 operazioni di sgombero.
Oltre a violare il diritto internazionale secondo cui le persone sgomberate dovrebbero ricevere un’alternativa valida e una notifica scritta (cosa che non è avvenuta nella stragrande maggioranza degli sgomberi di Roma e Milano), queste operazioni possono considerarsi poco funzionali perché, spesso, i rom ricreano autonomamente nuovi insediamenti in altri luoghi.

Infine, dal rapporto della ”Associazione 21 luglio” emerge che i bambini rom in Italia hanno il 20% di probabilità di iniziare un percorso scolastico, l’1% di probabilità di frequentare la scuola superiore, mentre le probabilità scendono a zero quando si parla di Università. La metà dei bambini rom inseriti nel sistema scolastico abbandona la scuola nel passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria, mentre nel passaggio tra la scuola media e la scuola superiore la percentuale di abbandoni sale al 95%.

Una piena e pacifica integrazione dei rom in Italia è un obiettivo ancora molto lontano, soprattutto perché, spesso, sono le istituzioni stesse ad ostacolarla. Se però ognuno di noi iniziasse a prendere coscienza del fatto che i rom hanno diritti uguali ai nostri e che un tempo eravamo noi italiani ad essere ghettizzati ed emarginati in paesi stranieri, un passo avanti verso un miglioramento delle loro condizioni di vita verrebbe fatto.

Giulia Armano

LOOK AT MI

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LOOK AT MI è stato il titolo emblematico di una mostra fotografica, effettuatasi nella città di Milano, che ha accompagnato il convegno PERSONE SENZA DIMORA: STORIE E SERVIZI SOCIALI, tenutosi il 13 maggio 2015 in Bicocca.

Le tre parole non sono casuali: sono state scelte per catturare l’attenzione dei partecipanti al convegno e per farli riflettere sulla necessità di (ri)vedere il concetto complesso di “Senza fissa Dimora”, dato che – utilizzando le parole di una studentessa che ha partecipato all‘attività: – “ se non si fa attenzione diventano invisibili”.

Diventano invisibili le persone “senza fissa dimora” e la portata del fenomeno …

Diventano invisibili ed isolati gli interventi istituzionali e dell’associazionismo previsti …

Con il rischio di rimanere intrappolati nel buio e nella vaghezza degli stereotipi che si sviluppano su questo fenomeno.

Innanzitutto, vi è l’esigenza di fare chiarezza su questo fenomeno; quindi, è necessario riportare alcuni dati statistici: a Milano, nonostante le difficoltà di un attendibile censimento, sono quasi 5000 gli adulti (sia italiani che immigrati) privi di casa; 531 vivono per strada, 2016 nelle strutture di accoglienza, 2300 nelle baraccopoli, nei campi nomadi ed in edifici dismessi.

Si conta che l’84,8% siano uomini, mentre il 15,2% siano donne; la fascia di età tra 45 ai 54 anni è quella con una più alta percentuale di senza tetto, pari al 27,2%.

Infine,si conta una maggiore incidenza di immigrati sia in strada che nei centri di accoglienza (italiani in strada sono il 17%, nei centri il 23,47%; immigrati in strada sono l’83% nei centri il 76,45%).

Questi dati rimarrebbero però incompleti se non li accompagnassimo al significato attuale di “senza fissa dimora”; com’è stato spiegato durante il convegno, il termine fa riferimento ad un fenomeno di grave emarginazione adulta; esso include persone non solo senza dimora fisica, ma senza alcun luogo od opportunità di relazioni sociali come, ad esempio, persone senza lavoro ma con famiglia o casa , oppure con casa ma in grave disagio economico ed eventualmente psichico.

In particolare, queste persone sono accumunate da caratteristiche quali:

  • INVISIBILITA’, intesa come diritti negati. Ad esempio, il mancato riconoscimento di una residenza anagrafica pregiudica il loro accesso ai servizi;

  • VULNERABILITA’, dovuta sia alla carenza di risorse economiche personali, sia alla presenza di elementi di rottura che facilitano l’incedere in questa condizione (ad esempio perdita di lavoro, perdita della casa, un lutto, una separazione) ;

  • MULTIFATTORIALITA’ del fenomeno di emarginazione, dovuta all’eventuale assunzione di alcool oppure di sostanza stupefacenti;

  • PROGRESSIVITA’ nell’impoverimento sia economico che relazionale ed affettivo, per la mancanza di reti formali o informali di sostegno;

  • ESCLUSIONE DAL SISTEMA DI WELFARE, dovuta alla mancanza di una residenza anagrafica e ai tempi burocratici necessari per fissare un appuntamento con i servizi preposti.

Negli interventi successivi è stato poi ricostruito il panorama delle diverse forme di sostegno e delle tipologie d’intervento a favore dei senza fissa dimora; esse si basano sull’integrazione tra attori pubblici e privati, con l’obiettivo di creare una rete sociale sufficientemente solida da dare supporto e sostegno agli interessati.

In quest’ottica d’integrazione, s’inserisce molto bene anche la questione relativa alla prossimità e all’avvicinamento alle persone senza dimora da parte dei servizi; essa tenta di scardinare l’impronta assistenzialistica degli interventi – rivolta al soddisfacimento dei bisogni primari – per attivare un coinvolgimento delle persone in progetti di sviluppo dell’autonomia.

A tal proposito, rientrano in questi progetti, l’“Educativa di Strada”, l’ “Housing Sociale” e le “Ronde della carità”; queste ultime sono unità mobili che affiancano attività di volontariato ad attività di consulenza, fornita da educatori e assistenti sociali.

In conclusione, nell’esigenza di fornire chiarezza su questo fenomeno, si è evidenziata la necessità di “… ampliare gli sguardi per ampliare migliori interventi”, che possano integrarsi e ridefinire quelli attuali, allineandosi con l’evoluzione e la complessità che il concetto di “senza fissa dimora” comporta.

Arianna Sacchelli

Persone senza dimora

Controrazzismo

Frà! Non ce la faccio più…Hai visto su facebook?! Questi parlano di “Brembo Nostrum”…Io ogni tanto non ci capisco più fuori niente.

Nel senso che vado dal medico di base coi ragazzi e in sala d’attesa i signori che parlano in dialetto contro gli immigrati si girano a guardarmi quando si accorgono che li sto fissando e si dicono: “Ehi, abbassa la voce che l’italiano ci sta ascoltando!” e dall’altra parte in ospedale le segretarie dell’odontoiatria mi dicono: “ma lavori in un centro di accoglienza?! Ah, sono quelli che arrivano sulle barche! Ma che bravooooo….”. E mi sorridono come se fossi un confetto rosa con un fiocco sulla testa, dolce e carino…con Ansu, seduto al mio fianco, per il quale traduco, che sorride col suo sguardo ebete, che sembra un uovo di pasqua penso, cioccolata fondente….. nel mezzo di questi discorsi, c’è un vuoto fatto di resistenze, di silenzio duro come il cemento. Mi sento Stretto tra due poli così distanti dalla realtà che viviamo che mi viene difficile spiegare…. Mi piace fare questo lavoro e mi piace vestire la mia pelle bianca…per testimoniare che anche con la pelle bianca si può essere accoglienti…alle volte, però, vorrei essere tra loro ed avere la pelle nera per sentirmi più prossimo…per sentirmi meno bianco…perché le loro aspettative sono le stesse che tu, operatore, vorresti che realizzassero…ma a volte senti di vendere solo del fumo e alle volte te li ritrovi per la strada…perché lo sappiamo tutti che i più sfigati finiranno per la strada a fare l’elemosina…si dice che di solito siano i nigeriani….Quelli un poco più “intraprendenti”, invece, andranno al sud a gonfiare le tasche di qualche camorrista padrone, a fare la fame per un euro a cassetta di arance o pomodori ….

I più “svegli”, invece, i più svegli finiranno per la strada a vendere il fumo…lo stesso che tu gli vendevi con le parole loro finiranno a staccarlo con i denti per cinque euro il pezzo. Finiranno a vivere tra i giardinetti con il fumo in bocca, a tagliarlo con la merda e a rassegnarsi al loro essere il negro della strada. A mostrare i bicipiti per il gusto di giocare un ruolo, ritagliati in se stessi, con il passo morbido e deambulante, piegando il ginocchio come si direbbe di uno zoppo, molleggiandosi con la testa alta, con l’orgoglio di essere tanta bellezza, perché “è più facile usare il proprio corpo come merce che il cervello come strumento di giudizio”, ha detto Pezzi di vetro…

che poi questi altri dicono ancora fratello e sorella…che bestie pensiamo……quanto sono africani gli africani, pensiamo…freddi e razionali siamo ben consapevoli che la parentela riguardi solo i legami di sangue…che non abbia nulla a che vedere con l’intensità di un legame, o con il modo di porsi…non pensiamo che chiamano fratello e sorella i coetanei e mamma e papà gli adulti….non pensiamo che se si perdono al mercato e hanno bisogno di aiuto fermano qualcuno di più anziano e gli dicono “ehi papà mi sono perso” oppure “ehi mamma, mi sono perso, aiutami”…oppure, “fratello, aiutami”….non l’abbiamo manco nemmeno mai provata quella vicinanza lì…non sappiamo cosa voglia dire sentirsi soli e trovare una madre ed un padre sulla strada…sconfitti ed annebbiati dall’individualismo di essere solo per noi stessi…presi nelle cuffie di discorsi solipsistici, intrappolati nell’ansia incomunicabile di “riuscire” e di “essere

La prima accoglienza, un intervento profondo…non può ridursi a vitto, alloggio, kit…non può ridursi ad una coperta e un “pasto caldo ed un buco x la notte”..non può essere e non è così…è in questa fase che il potenziale eroe si prepara ad un secondo rito di passaggio…certo, attraversando il mare si può affermare che la prova sia stata effettuata…ma detto francamente l’happy-end mi sembra ancora lontano…c’è ancora un mondo davanti, un mondo cui non si è preparati…un mondo che è il contrario del mondo da cui provieni…lì, nel mondo davanti, per sopravvivere, devi camminare a testa in giù e con il viso immerso nell’acqua…devi prendere fiato e trattenerlo e devi gestire lo sforzo e devi soprattutto riuscire a comprendere le cose stando sottosopra…quando parli ogni cosa che dici si capovolge e i tuoi interlocutori prendono il verso inverso di ciò che gli hai appena detto…a loro arriva il contrario anche se tu, dentro di te, lo dicevi dritto…e devi parlare giocando a scacchi, pensi alla mossa successiva prima di dire una parola…sei sempre al dopo, già nel momento in cui la pronunci…stai pensando al dopo….e così parlare diviene una partita lenta e faticosa…anche quando devi chiedere un pezzo di carta da culo…non sai come chiederlo… come non sai esprimere che ti senti sciocco e come un bambino che si confida a mamma quando devi ammettere che non dormi da giorni e che hai bisogno del medico perché c’hai addosso la tristezza…che vorresti andare in farmacia per comprare dei farmaci. “Prastamol!”, ma il paracetmolo lenisce il dolore e agisce sul manifestarsi della malattia, non va alla radice del problema…e la pelle gratta e non tanto per il freddo pungente di Bergamo ma perché è il disagio del presente, del passato e di quel futuro non futuro che crea prurito…e soprattutto tormenta la notte…nel silenzio assoluto quando a far rumore sono solo dei pensieri fastidiosi e assillanti che ronzano nella testa…
E così in cerca di risposte…nell’immobilità totale ciò che si ascolta è il corpo…la testa fa male, così come il ginocchio, la schiena e l’occhio lacrima… dammi i farmaci…non riesco a dormire…ma mi domando quali mali e quali malesseri dovrebbero curare questi farmaci???

Forse cerco un orgasmo nel mezzo di tutta questa stitichezza emozionale. Ho bisogno di solidità. Ho bisogno di sentirmi stabile e centrato e se mi guardo, qui, vedo bianco e, di lì, vedo nero e non mi sento mulatto e ci vedo ad elastico, a volte vicino e a volte lontano. Ci vedo un caleidoscopio di vita, che si ribalta e rigira e a volte mi sento sottosopra.

C’è una storia di una coppia di vecchi signori, che erano sposati da tanto tempo, così tanto tempo che non si ricordavano più perché si erano sposati. Un tempo vicini, avvolti uno nel corpo dell’altra, adesso vivevano la stessa casa di sempre ma con assoluta distanza. Lui viveva sottosopra, con i piedi al soffitto. Bisogna fare un piccolo sforzo per comprenderne l’essenza. Vivevano in due differenti gravità. Una che tira verso il soffitto e una che tira verso il pavimento. Nel soffitto, come sul pavimento del resto, la casa era arredata e tutto stava al suo posto. Cambiavano solo i punti di vista…in questa loro prossima distanza non perdevano occasione per litigarsi il frigorifero, le seggiole e la televisione, scambiandosi grugniti e sguardi tesi. Lui aveva mani grandi e ruvide e lavorava il legno ed il ferro. Lei ricamava la maglia e curava i fiori alle finestre. Da quando si erano allontanati, da quando vivevano su due discorsi paralleli, la casa aveva preso a fluttuare nel cielo. Girando all’impazzata come una trottola aveva smesso solo quando durante uno dei frequenti litigi avevano distrutto la cornice con la foto del loro matrimonio (per inciso, lui voleva il riquadro dal suo lato della casa, mentre lei la voleva girata dal proprio). A quel punto lui per porvi rimedio aveva riparato un paio di scarpe da ballerina che lei indossava durante il matrimonio, chissà quanti anni prima. La storia finisce con un rumore di chiodi piantati nel legno. La donna stava fissando tutte le sue scarpe al soffitto, il pavimento della parte di casa del marito dunque. Lui la guardava incredulo non capendo cosa stesse facendo e capì solo quando la vide fare un grande balzo ed infilarci i piedi dentro. Solo in questo modo riusciva a stare sottosopra e a camminare verso di lui, al suo fianco. Penso spesso che sia importante coltivare querce per non calpestare le formiche perché a volte, ed ogni volta all’improvviso, faville fioccano disordinate.

“è la vita, un giorno va bene l’altro va male, l’importante è restare in piedi con i capelli al vento, l’importante è che mi adatto come posso a questa emanazione di una variante assurda di paradiso errato, come ha detto chissà quale poeta africano” Alain Mabanckou

Scritto da Tobia Scarrocchia, per il nostro Convegno “Persone senza dimora: storie e servizi sociali”

Una realtà celata..la realtà degli homeless.

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Il numero dei senza dimora è in continuo aumento e, alla base di questo evento, non ci sono solo casi eccezionali o storie di particolare emarginazione ma sempre più spesso incontriamo persone con storie di quotidianità. Le cause che portano le persone a perdere un posto in cui vivere sono molteplici: una separazione, uno sfratto, ed ultimamente la perdita del lavoro; queste situazioni se non supportate in modo adeguato portano gli individui a sentirsi invisibili e ai margini della società. Questa situazione rende difficile anche il lavoro dei servizi che non riescono ad intervenire concretamente sia per la difficoltà di censire tali persone che dalla complessità dei bisogni che essi portano. A queste difficoltà si aggiunge il pregiudizio e l’indifferenza della gente che spesso vede il clochard come persona pericolosa. Il sostegno offerto a queste persone è un lavoro di sostegno effettuato da associazioni che operano in maniera coordinata sul territorio. Uno di questi è il servizio di Unità di strada che svolgo da circa tre anni presso la Croce Rossa Italiana. Tale servizio nella pratica consiste nel portare alle persone che vivono per strada qualcosa da mangiare, qualche vestito e del tè caldo (beni che ci vengono donati dalle aziende presenti sul territorio o da donazioni volontarie di cittadini). L’obiettivo principale del servizio è quello di instaurare una relazione con le persone, farli sentire accolti e ascoltati, cercare di dare voce e attenzione a persone che difficilmente riescono ad averne, ma soprattutto poterli indirizzare verso i servizi di cui necessitano. L’intervento della Croce Rossa è infatti, in questo caso, volto a favorire il supporto e l’inclusione sociale delle persone vulnerabili cercando, attraverso relazioni di fiducia, di attenuare le urgenze dei bisogni, creare contatti con i servizi sociali e progettare, ove possibile, interventi personalizzati. Il contatto con i servizi sociali, in particolare con il CASC (centro di aiuto della stazione centrale), risulta fondamentale per cercare di non rendere questo servizio puro assistenzialismo perdendo così il significato primario, cioè quello di sostenere la persona nella sua globalità e cercare di creare con essa la consapevolezza e gli strumenti per emergere da una situazione in cui risulta estremamente complesso dare una svolta.

La mia scelta di iniziare questo percorso è stata dettata dalla voglia di poter fare qualcosa di concreto per delle situazioni caratterizzate da grave marginalità, situazioni che spesso quotidianamente ignoriamo. L’idea con la quale sono partita era  completamente diversa da quella davanti alla quale poi mi sono trovata. Ci si trova a offrire un semplice tè a persone che non hanno niente ma che in realtà sono in grado di darti tutto. Sono persone che raccontano poco di sé anche se la loro storia si legge nei loro occhi. Mi sono chiesta più volte come reagire davanti a una realtà come questa, caratterizzata da persone che vivono una condizione ai margini della società; risulta ovviamente impossibile risolvere tutte queste casistiche o poter effettivamente cambiare tutte le situazioni con le quali veniamo in contatto, ma anche solo l’ascolto e la comprensione riescono a donare la forza e la gioia di poter continuare consapevoli che qualcuno sa della loro esistenza e che è presente per loro.  Purtroppo la situazione dei senza dimora è complicata e questo servizio non permette di risolverla, ma anche se non sono mai abbastanza, le persone che hanno trovato la forza di andare avanti e che hanno trovato lavoro grazie anche al nostro sostegno, ti permettono di fare il turno con la voglia e la forza di credere che qualcosa comunque si riesca a fare. Nel nostro piccolo noi cerchiamo di aiutare coloro che ce lo permettono e almeno qualche volta alla settimana portiamo del sollievo, dei sorrisi e dei grazie che ti accompagnano poi per tutta la settimana.

 

Barbara Scotti

istat rapporto 2011

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Un italiano su quattro sente il rischio povertà. Lo rileva nel suo rapporto l’Istat. In Italia la crisi ha portato indietro il tempo di quasi 10 anni e la ripresa è moderata. Inoltre l’Istat sottolinea che tra il 2001 e il 2010 in Italia c’e’ stata la peggiore crescita fra tutti i paesi Ue, con un tasso medio dello 0,2% contro l’1,3%.

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L’indice del rischio di povertà locale esprime la percentuale di contribuenti che dichiarano un reddito inferiore ad una determinata soglia critica: tale soglia è variabile da comune a comune, in quanto dipende sostanzialmente dai differenti livelli di spesa per consumi delle famiglie, dalla dimensione media familiare e dal numero medio di percettori di reddito per ciascun nucleo familiare (ulteriori informazioni metodologiche sono disponibili nello studio in allegato).Considerando i 117 comuni capoluogo di provincia, si nota che nel 2008 circa il 12,2% dei contribuenti (1,2 milioni di individui) dichiara un reddito inferiore alla soglia media di povertà locale pari a 9.893 euro annui, a fronte del quale il reddito medio è di 26.434 euro.