“Se solo mi conoscessi”: cos’è il pregiudizio e come si può combatterlo.

Incontro con il Dott. Marco Brambilla.

L’intervento del Dott. Marco Brambilla, psicologo impegnato nella ricerca sociale, cui abbiamo avuto occasione di assistere e partecipare, è stato incentrato sul tema degli stereotipi e dei pregiudizi, argomento di interesse attuale data l’influenza oggettiva che il pregiudizio e lo stereotipo hanno nella costruzione dei rapporti sociali nella società odierna, eterogenea sia per quanto riguarda valori, nazionalità, usi e costumi sia per i modi di essere, orientamenti ideologici e politici.

Rifacendoci a importanti studiosi vogliamo citare la definizione di pregiudizio di Alport: “ atteggiamento di rifiuto e ostilità fondata su una generalizzazione falsa e inflessibile della realtà che avviene a priori, ossia prima dell’esperienza e che si caratterizza per la sua resistenza al cambiamento.” Il pregiudizio ha come oggetto l’individuo in quanto membro di un gruppo, i cui tratti stereotipati attributi a quella determinata categoria sociale, vengono poi generalizzati senza alcuna base razionale a tutti i membri del gruppo.

Il pregiudizio è intimamente legato allo stereotipo; mentre il primo ha un substrato emotivo e agisce in maniera inconsapevole, lo stereotipo costituisce il “nucleo cognitivo” del pregiudizio stesso, ossia quell’insieme di credenze che si nutrono nei confronti di un determinato gruppo sociale e ci portano ad assumere atteggiamenti pregiudizievoli.

Oggi c’e una maggiore sanzione sociale nei confronti del manifestarsi del pregiudizio rispetto al passato ma ciò ovviamente non ci illude sul fatto che il pregiudizio non esista più, infatti esso è ancora ben radicato nelle relazioni intergruppi e ha assunto diverse sfaccettature:

  • oggi il pregiudizio non è più espresso in maniera esplicita e arrogante come avveniva in passato ma si esprime in forme più morbide e latenti, ma non per questo prive di atteggiamenti di esclusione ed ostilità. Questo si può riassumere nella tipica frase “ Non ho niente contro quel gruppo x, l’importate è che io non abbia mai a che fare con loro”;
  • posso discriminare in maniera indiretta senza apparire pregiudizievole, ad esempio “ Io non discrimino i gay voglio solo proteggere la famiglia tradizionale”. In questo modo cerco di dare una giustificazione razionale del mio comportamento pregiudizievole, con la scusa di volere garantire e preservare il benessere del mio ingroup. Ciò ovviamente non ha una reale base razionale perché riconoscere i diritti degli omosessuali non pregiudicherebbe in alcun modo il benessere delle famiglie tradizionali;
  • posso avere un atteggiamento pregiudizievole ambivalente che si concretizza nell’attribuire ad una certa categoria sociale valutazioni positive e negative contemporaneamente. Di questo stereotipo sono vittime soprattutto le donne a cui spesso si attribuiscono elevate capacità nel campo delle relazioni e della cura, per poi sminuire le loro competenze negli ambiti lavorativi e gestionali ed ostacolare così la loro crescita nel mercato del lavoro.

Molti studiosi hanno dimostrato che il rapporto di conoscenza dell’Altro è fortemente influenzato dagli stereotipi e pregiudizi, infatti il nostro sistema cognitivo ha come prima necessità quello di ridurre e semplificare la massa degli input che ci provengono dalla realtà e proprio per questo motivo tendiamo a raggruppare le informazioni in insiemi omogenei, definibili come categorie. In questo modo attuiamo una semplificazione grossolana della realtà e del mondo che in realtà è molto più complesso e sfaccettato, semplificazione che ci tranquillizza e che ci difende dagli elementi imprevedibili e sconosciuti della realtà.

Forse risiede proprio qui il punto critico di questa tematica; stereotipi e pregiudizi sono un esito dei normali processi cognitivi ma allo stesso tempo possono dare vita a comportamenti di aggressività, minaccia, esclusione sociale ed indifferenza con conseguenze sociali molto evidenti per il benessere fisico e psicologico degli individui che ne sono vittime. Quest’ultime infatti possono reagire mascherando l’elemento che ha portato alla creazione del pregiudizio, mutilando cosi parte della loro identità ( ad esempio non vivo la mia omosessualità per paura di uno stigma sociale) oppure si identificano con l’immagine stereotipata attribuita dagli altri, con conseguente perdita di autostima e una forte chiusura all’interno del proprio ingroup.

Fondamentale è la consapevolezza di non poter essere immune da pregiudizio e di approcciarsi ad esso con spirito critico e riflessivo; questi due elementi sono condizioni necessarie per attuare un lavoro sulle strategie di riduzione ed eliminazione del pregiudizio che il Dott. Marco Brambilla ci ha dettagliatamente esposto nel suo intervento e che cercheremo qui di riportare brevemente:

  • si può agire cercando di fornire ai soggetti uno schema di interpretazione alternativa allo stereotipo e al pregiudizio, che possa rispondere al bisogno cognitivo dell’individuo di avere una traccia che orienti la realtà. E’ importante che questo schema di riferimento sia basato su informazioni reali, magari provenienti da più fonti per scongiurare il più possibile la creazione di nuovi stereotipi;
  • sensibilizzare le categorie sociali oggetto di pregiudizio  riguardo alle loro caratteristiche positive e alle loro capacità; il tutto si potrebbe riassumere con la frase “ Nessuno ti può far sentire nessuno senza il tuo consenso”;
  • favorire il contatto  diretto tra i diversi gruppi sociali per incrementare la conoscenza e valorizzare le differenze.  L’assunto di base è che gli stereotipi nascono soprattutto la dove non c’è conoscenza, dove l’altro per noi è un mistero che ci incute paura e diffidenza. Qui entra in gioco il contatto che dovrebbe portare ad una conoscenza che riduce l’ansia e aumenti l’empatia verso l’outgroup  e ciò dovrebbe aumentare ulteriormente  il contatto tra gruppi,  dando il via ad un circolo virtuoso. Per far sì che il contatto abbia gli esiti sperati è importante che l’interazione sia lunga e non occasionale, il che richiede che anche le istituzioni mettano a punto degli specifici spazi e attività continuative e ben strutturate.
  • La dove non sia possibile attuare il contatto diretto tra gruppi una risorsa utile potrebbe essere il contatto esteso che si realizza quando un membro dell’ingroup ha amici appartenenti all’outgroup e ciò permette di ridurre l’ansia verso quel determinato gruppo esterno.  L’amicizia di uno dei propri membri verso un membro dell’altro gruppo permette di inferire la presenza di norme favorevoli anche all’interno dell’outgroup, dimostrando che le persone appartenenti al gruppo esterno sono interessate anch’esse a relazioni positive.

Un possibile esito negativo che si può avere da queste strategie basate sul contatto è che i soggetti tendono a circoscrivere l’esperienza positiva continuando a nutrire pregiudizi nei confronti delle persone con cui hanno interagito, considerandole un’eccezione rispetto alla categoria sociale cui appartengono. Tuttavia dalle varie ricerche è emerso che il contatto funziona, è in grado di influenzare una serie ampia e diversificata di atteggiamenti, percezioni e giudizi relativi a gruppi estranei.

Se si vuole giungere a un’effettiva soluzione dei problemi provocati da conflitti o emarginazione tra intergruppi il contatto sebbene non possa risolvere tutti i problemi, dovrebbe essere considerato un elemento centrale e irrinunciabile di qualsiasi strategia di intervento poiché come si è visto dalla storia, il pregiudizio portato all’estremo sfocia nel razzismo che ha sempre causato distruzioni di massa di etnie diverse ed emarginazione sociale.

Per questo motivo citiamo Tahar Ben Jelloun, romanziere e giornalista francesce, il quale nel suo libro “ Il razzismo spiegato a mia figlia” afferma che “ non si nasce razzista, si diventa e tutto dipende da chi educa” per sottolineare l’importanza dell’educazione della famiglia e della scuola nella formazione di opinioni e nella visione del mondo circostante.

Tahar Ben Jelloun avvalora indirettamente l’importanza del contatto tra gruppi per ridurre i preconcetti e i conflitti; riteniamo quindi sia fondamentale per il nostro lavoro nell’ambito sociale essere consapevoli dell’esistenza di pregiudizi e di stereotipi e che per migliorare la convivenza e creare una maggiore integrazione il contatto tra le diversità svolge un ruolo primario.

Irene Indovina

Lisa Frigerio

“La parrucchiera di Kabul” di Deborah Rodriguez

Affascinante e sorprendente.

Sono forse questi gli aggettivi più adeguati per descrivere il libro “La parrucchiera di Kabul”; una storia autobiografica che racconta il coraggio di donne di due mondi paralleli, se non opposti. C’è Debby, l’autrice, un’intraprendente parrucchiera americana, e poi ci sono tutte le altre donne afghane che Debora incontrerà nel suo viaggio.

L’autrice fonda, nel 2002, una scuola per parrucchiere a Kabul, in un paese devastato dalla guerra, dalla povertà estrema, dove si vive in un clima di maschilismo, radicato nella società a causa dell’estremizzazione dell’Islam, imposta dai talebani.

Prima di partire, Debby non riesce a comprendere come un mestiere così futile come il suo, in un paese devastato dalla miseria, potesse essere d’aiuto, potesse contribuire a farlo crescere, a migliorarlo. Ne capisce l’importanza, soprattutto, con la realizzazione del suo progetto, con la costruzione della “Kabul Beauty School”, che permette a molte donne, rimaste vedove o prigioniere di quella mentalità fortemente maschilista, di realizzarsi, di sentirsi utili per la propria famiglia, in un periodo dove vi è assenza di lavoro e, quindi, di denaro.

La scrittrice aiuterà queste donne a costruirsi un futuro indipendente.

Nel raccontarci la sua storia, Debby, ci sottolinea la fatica e gli imprevisti che incontra per poter concretizzare il suo desiderio: deve accettare la differenza di mentalità tra il suo mondo e quello afghano, deve lottare contro i mariti afghani, ma anche contro le stesse donne, alcune delle quali si dimostreranno artefici degli ostacoli alla loro liberazione perché oppresse da usanze, da noi considerate assurde, ma, secondo il loro punto di vista, così naturali.

Ciò che Deborah realizza con la sua scuola, in modo così ingenuo, quasi inconsapevole del miracolo che ha compiuto, è quello che noi definiamo empowerment.

Il concetto di empowerment è nato e si è sviluppato principalmente nell’ambito della psicologia di comunità, poi utilizzato in molte altre discipline, la cui traduzione letterale è “rendere potenti”.

E’ un processo attraverso cui si individuano e si attivano le risorse presenti nella situazione in cui si lavora, si scorgono gli aspetti da potenziare e si intuisce la direzione verso cui si vuole andare. In sostanza, attraverso l’empowerment si dà potere agli individui, nell’accezione positiva del termine, nel senso di potere di fare e partecipare.

Ed è proprio questo che è riuscita a fare Debby con la realizzazione del suo progetto; ha fatto scoprire a quelle donne la forza che posseggono, ha insegnato loro un mestiere, rendendole attive e protagoniste delle loro vite e di quelle delle loro famiglie.

Keren Strulovitz e Federica Lopardo

ANDREA

Mi è difficile mettere per iscritto i miei pensieri riguardo un’esperienza  come quella che tra poco inizierò a raccontarvi.

Volevo parlarvi di una persona a me vicina per provare a comprendere insieme come l’alcool possa trasformare un individuo.

Non voglio svelare il nome di colui o di colei di cui sto parlando quindi mi limiterò ad usare un nome che è solo frutto della mia fantasia.

Conoscevo Andrea fin da quando ero bambina, ho condiviso molti momenti con questa persona, ho visto in lei risplendere il sorriso e la voglia di vivere, di giocare, scherzare e farsi forza nei momenti di difficoltà.

Era per me un punto di riferimento. Io ammiravo Andrea.

E poi?

Poi un giorno, non mi ricordo esattamente quando, quel sorriso non c’era più, la sua voglia di star bene era scomparsa. Stavo male nel vedere e nel dover vivere la sua trasformazione. Era diventata una persona cupa, spesso arrabbiata, solitaria, bugiarda, si nascondeva dietro ad una bugia pur di bersi il suo “bicchierino” o pur di inghiottire gocce di psicofarmaci.

Ero piccola, ma non stupida, scherzavo, ridevo ma dentro mi sentivo morire.

Passare dei momenti con Andrea non mi faceva star bene, ma non passarli mi faceva venire i sensi di colpa.

Non avevo il coraggio di chiedere aiuto perché avevo paura che delle “persone cattive” me lo portassero via.

Nessun amico e nemmeno familiare faceva cambiare idea ad Andrea. Non voleva guarire, o forse non ne aveva il coraggio! Aveva perso tutta la voglia di vincere ogni difficoltà.  Non trovava più un senso a niente perché ormai l’alcool aveva oscurato la realtà.

La realtà era stata sostituita da un mondo animato, da psicofarmaci che servivano a dormire in continuazione, senza sosta.

Ormai le sue giornate erano diventate infinite nottate, nottate fatte di cadute, di frasi senza senso, di continue bevute.

Poi un giorno qualcuno ha preso la situazione in mano, ha avuto il coraggio di chiamare l’ambulanza per la prima volta.

Forse non è servito a molto che dei volontari arrivassero e portassero Andrea in ospedale.

Ma è stato proprio da quel momento che è nata una battaglia con i servizi sociali, con i reparti di psichiatria, con gli operatori coinvolti.

Sembrava che nessuno riuscisse a capire, sembrava che ogni professionista volesse liberarsi di lui chiudendo il “caso”.

Vivevamo il contesto istituzionale e normativo in cui la situazione di Andrea si collocava come assurdo e non rispondente ai bisogni emergenti.

Provavamo paura, ci sentivamo soli, arrabbiati e non capiti.

Sembrava che non esistesse una via di uscita!

E invece ci si sbagliava… la via di uscita esisteva!

Dopo una serie di avvenimenti piuttosto gravi si è deciso di accompagnare Andrea in una struttura residenziale lontana dal suo contesto quotidiano di vita, cambiando zona e allontanandolo quindi dalla propria casa e città.

Inizialmente Andrea era contraria, non collaborava con gli operatori e viveva la situazione pensando che fosse una punizione a ciò che era successo in tutti quegli anni.

Sono passati mesi, Andrea è ancora lì, si è ambientato e sta bene. Certo, non si può dire che adesso sia pronto per ricominciare autonomamente, però ha già fatto molti passi avanti! Ha compreso le conseguenze dell’alcool, sta iniziando a capire i momenti che ha vissuto sotto l’ effetto di quella sostanza e che ha fatto vivere ad altre persone.

E’ ancora fragile, ed è presto per poter dire “ce l’ha fatta!”, ma si sta impegnando, è più consapevole ed è deciso a migliorarsi e ad uscire da questa situazione.