Semplicemente persone

Sono passati più di 30 anni da quando la Legge Basaglia (L. 180/78) ha introdotto un nuovo modo di vedere, affrontare, percepire e curare la malattia psichiatrica. Con questo provvedimento si è voluto introdurre l’idea di una nuova psichiatria, basata sulla visione del malato non più come matto, diverso o soggetto pericoloso da emarginare dalla comunità, ma come uomo bisognoso di cure e assistenza, una persona portatrice di diritti e dignità, di cui la società deve farsi carico.

La storia personale, la cultura e l’organizzazione della comunità, la rete di sostegno che una persona possiede o non possiede, vengono affiancate al concetto di malattia, a dimostrazione che questo fenomeno interessa ognuno di noi. Per questo la cura si orienta sullo sviluppo e la valorizzazione della persona, escludendo ogni forma di reclusione, di isolamento, di solitudine, e tutto ciò che comporta la perdita dei valori e l’intollerabilità dei vissuti.

Questo pensiero è stato introdotto anche a livello istituzionale. I servizi non sono più luoghi altri per soggetti diversi, ma luoghi percorribili, accessibili, accoglienti e dignitosi, dove esiste una possibilità di cura, di ascolto e di aiuto, tramite percorsi che mettano in rete tutte le risorse presenti nel territorio, nella logica dell’integrazione tra elementi sociali, sanitari e del volontariato. Per riuscirci servono la capacità di stare dentro il sistema sociale,  risorse sufficienti, una comunità che non isoli chi soffre, ma che sia attenta alle problematiche esistenti. Tutte cose che in molti casi non sono presenti in quantità e qualità sufficienti e alle quali vanno aggiunti: il coraggio di uscire dal pregiudizio, l’onestà di riconoscere dentro di noi la nostra stessa umanità, l’umiltà di vedere nella fragilità, nella malattia dell’altro, un’occasione per aiutare non solo l’altro, ma noi stessi, riconoscendoci nelle sue paure e nella sua vulnerabilità, che è nello stesso tempo la nostra. Serve essere semplicemente persone: serve ai pazienti, ai familiari e anche agli operatori. Se questo non succede si deve parlare allora di alienazione, estraneità rispetto all’ altro ma soprattutto rispetto a sé stessi.

L’incontro con la sofferenza dentro e fuori di noi è una possibilità che ci viene data per non rischiare di restare prigionieri del proprio tempo, delle proprie convenzioni e convinzioni, di recitare un ruolo celato dietro ad una maschera perdendo l’occasione di essere se stessi e quindi persone.

Laura Buraschi

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