Prevenire e intervenire nelle situazioni di disagio:intervenire in un’ottica di genere.

Là dove non c’è amore non c’è donna.
George Sand
Lélia, 1833

All’interno della realtà dei servizi rivolti alla persone si sono diffusi servizi esplicitamente volti al sostegno della figura femminile, orientati per lo più dagli “studi delle donne”, i quali intervengono ponendo il loro focus specifico ai modelli di identità di genere e al loro evolversi.

Il disagio femminile è legato sempre più ad un conflitto tra una cultura sociale moderna che riconosce e valorizza il principio di reciprocità e complementarietà tra i due sessi ed al contempo il mantenimento  di pratiche, sempre meno esplicite, di discriminazione della donna. Basti pensare alla dimensione professionale: in tale contesto si tende a far prevalere un approccio di genere che possiamo definire “neutro” che in realtà nasconde spinte incoerenti e contrastanti con il principio di neutralità sopra citato.

Le donne hanno sviluppato una serie di consapevolezze e risorse che permettono di mettere in luce l’insidioso patriarcato domestico ancora presente, il disagio relazionale nelle famiglie e quindi il rischio di violenza. Indicatori empirici, a livello nazionale e oltre, fanno emergere uno stretto rapporto tra il valore dell’autonomia riconosciuto alle donne e il rispetto per l’identità femminile.

Occorre sviluppare nei diversi ruoli professionali la consapevolezza della differenza tra uomo e donna e la diversità dei due disagi,  costruire strumenti di lettura del bisogno calibrati in relazione anche al criterio di genere che, ci tengo a specificare NON SEMPRE!, può essere fonte di problematiche. Si tratta di costruire e promuovere luoghi fisici e simbolici dove programmare attività che abbiano lo scopo comune di riconoscere e valorizzare capacità e risorse femminili. Gli interventi in tale direzione sono accomunati da diversi aspetti: la contestualizzazione del disagio dei minori in relazione al disagio e alla svalutazione all’interno di nuclei familiari del genere familiare che pone la donna-madre in una condizione di subordinazione e svalutazione continua;  la consapevolezza pratica all’interno della fase di valutazione e progettazione dell’intervento della differenziazione del disagio ove questo sia legato alla svalutazione dell’identità del genere; lo sviluppo da parte degli operatori di un atteggiamento autoriflessivo di rispetto alla cultura di genere.

Le azioni in tale direzione sono volte a sviluppare l’autostima del sé femminile ove rapporto tra autostima della madre e benessere del figlio è direttamente proporzionale, finalizzate al sostegno della maternità eliminando la categorizzazione della madre  “cattiva”, promuovendo quindi la rielaborazione  della maternità anche al di là dell’esito negativo  della relazione madre-figlio.

La donna deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé..allora non sarà più trascinata, ma trascinerà.

Floreno Brigitta

Riferimenti bibliografici

Infanzia e adolescenza, diritti e opportunità 1998

Legge n. 258/97

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