La resilienza: il suo sviluppo, il nostro obiettivo.

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Durante il terzo anno universitario ho svolto il tirocinio presso il CbM di Milano, Centro per il Bambino Maltrattato e la Cura della Crisi Familiare.
Durante tale esperienza formativa ho scoperto il significato della parola resilienza, ho visto gli operatori lavorare per favorirne lo sviluppo, ho constatato coi miei occhi che lavorare per l’empowerment è possibile e quanto fosse vero che credere nell’altro induce l’altro a credere in se stesso.
Lavorare per promuovere la resilienza, lavorare per aiutare l’altro a farcela da solo è lo scopo iscritto nel DNA della nostra professione.
L’assistente sociale è chiamato non ad assistere l’altro, non a curarlo, non a regalargli le soluzioni: è chiamato a sostenerlo nel processo di ricostruzione; l’assistente sociale non è protagonista e artefice del cambiamento, è co-autore di una storia nuova.
Il servizio sociale si colloca all’interno del lavoro sociale e la sua caratteristica sta nel ruolo di garanzia e mediazione tra il sistema di welfare e l’individuo: il primo che delibera, organizza ed eroga i servizi e il secondo che è portatore di diritti e di bisogni.
L’operatore usa la sua libertà di pensiero e di manovra non per risolvere e soddisfare il bisogno dell’utente: usa le sue pluri-competenze per agganciarsi alla rete che cerca di risolvere la problematica, con il proposito di sostenerla e accompagnarla lungo questo percorso di risoluzione.
Il Codice Deontologico della professione, redatto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali il 6 Aprile del 2002, nel Titolo II “Principi” e nel Titolo III “Responsabilità dell’assistente sociale nei confronti della persona utente e cliente” racchiude in diversi punti il senso più profondo di questa professione: “la professione si fonda sul valore, sulla dignità e sulla unicità di tutte le persone, sul rispetto dei loro diritti universalmente riconosciuti e sull’affermazione delle qualità originarie delle persone: libertà, uguaglianza, socialità, solidarietà, partecipazione” (TitoloII, articolo 5); “la professione è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo; ne valorizza l’autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene nell’uso delle risorse proprie e della società nel prevenire ed affrontare situazioni di bisogno o di disagio e nel promuovere ogni iniziativa atta a ridurre i rischi di emarginazione” (Titolo II, articolo 6); “L’assistente sociale deve impegnare la sua competenza professionale per promuovere la piena autodeterminazione degli utenti e dei clienti, la loro potenzialità ed autonomia, in quanto soggetti attivi del progetto di aiuto” (Titolo III, articolo 11). In psicologia il termine resilienza trae la sua origine al di fuori dell’ambito delle scienze umane come metafora di un fenomeno misurabile nel campo della fisica e dell’ingegneria: l’attitudine di un corpo a resistere senza rotture in seguito a sollecitazioni esterne brusche o durature di tipo meccanico. La resilienza emerge nel momento in cui l’individuo si trova ad affrontare un trauma, un evento improvviso che mina le sicurezze interne ed esterne di un individuo, o un trauma cumulativo, più situazioni stressanti che si vengono a sommare : l’avversità determina la necessità di cambiare, di adattarsi positivamente . Il resiliente non può essere associato ad un individuo invincibile o invulnerabile: non è un super eroe, ma un individuo capace di utilizzare le proprie risorse intellettive e sociali per la costruzione di una personalità armonica per l’adattamento. Anaut paragona il resiliente alle caratteristiche del personaggio fantastico di Batman che a differenza di Superman non ha super poteri, ma solo capacità umane e che quindi può incontrare dei limiti nella propria capacità di fronteggiare le difficoltà.
Noi costruiamo le nostre vite attraverso i discorsi che facciamo con gli altri: nascono così i nostri significati, i nostri sistemi sociali e così avviene il processo di comprensione degli eventi . “Il cambiamento è la creazione di una nuova narrazione ed essa scaturisce dal dialogo”(Parton, O’Byrne 2005) . La relazione d’aiuto, che ha come fine ultimo sostenere l’utente nel suo percorso di sviluppo della resilienza, si colloca proprio in coerenza con questa affermazione: l’utente, accompagnato e sostenuto dall’assistente sociale, cerca di individuare nuovi significati così da dissolvere le difficoltà e aprire nuove possibilità.
Difatti la nozione di resilienza implica l’istaurarsi di una relazione d’aiuto in cui si ricerca la reciprocità, un riposizionamento e ripensamento dei ruoli.
Le azioni di intervento che ci permettono di operare al fine di promuovere la resilienza nelle persone sono principalmente due: la valorizzazione delle risorse esistenti e la riorganizzazione positiva dell’evento traumatico.
1.Il potenziamento
Le azioni di potenziamento delle risorse sono possibili attraverso tre canali di intervento, connesse alla relazione con il disagio e quindi al trauma che l’ha causato:
-.valutazione delle risorse nel momento in cui l’individuo subisce l’azione traumatica;
-.possibilità di attivare risorse per la ricostruzione nel momento post-traumatico;
-.potenziare all’interno di istituzioni sociali occasioni di sperimentazione delle risorse.
Si tratta di “potenziare la parte sana per rinforzare le possibilità di reazione e di ricostruzione, di ripresa attiva della propria vita. Ricorrere alle risorse, significa ricondursi alle dotazioni individuali in termini di competenze cognitive e di salute psico-fisica, ma anche alle caratteristiche dell’ambiente familiare, sociale, territoriale” .
2.La ricostruzione positiva
L’evento traumatico non può essere cancellato e i segni di quel vissuto doloroso rimarranno per sempre indelebili: il percorso resiliente però permetterà di trasformare e riorganizzare quelle vecchie cicatrici.
Il percorso di ricostruzione e riorganizzazione positiva prevede due possibili direzioni di intervento:
-.interventi di riduzione degli svantaggi e delle difficoltà che l’evento traumatico comporta;
-.interventi che promuovono la capacità di coping e di aumento delle capacità e delle competenze (empowerment);
La persona, aiutata e guidata nel percorso di ricerca delle risorse interiori di rivisitazione della situazione post-traumatica di profondo dolore e disagio, comprenderà la possibilità di assumere una capacità di risposta positiva all’evento traumatico con tutti i vantaggi in termini di sicurezza, consapevolezza di sé e controllo che da ciò deriva.

Brigitta Floreno

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