HANDICAP: dalle parole alle prassi

Prima di parlare di handicap e prima ancora di affrontare il tema del lavoro sociale in questo particolare campo, occorre ben definire il punto di partenza, nonchè il senso, di tutta la questione: cerchiamo quindi di “dare un nome” all’handicap. Il “linguaggio” in sè, infatti, definisce in generale il rapporto tra l’uomo e l’universo che gli sta attorno, quindi possiamo ben dire che “nominare” significa “definire”, appunto perchè “dare un nome” comporta un “dare significato” ad un certo oggetto. Ergo, che cos’è l’handicap? Che cos’è questo termine, che nella percezione comune richiama molte immagini e, non a caso, trova diversa traduzione lessicale, dall’invalido al minorato, fino al portatore di deficit? Sta di fatto che l’insieme delle terminologie richiama significati stigmatizzanti, i quali esplicitano status di “differenza dalla norma”, che di conseguenza inficiano in partenza ogni “pari considerazione”. Il “non normale” richiama quindi significati tra il “cronico” ed il “malato”, gli atteggiamenti socio-culturali quindi oscillano tra il disprezzzo, la compassione caritatevole e l’indifferenza. Deficit, handicap e disabilità sono i tre termini prevalenti nel linguaggio comune, essi si intrecciano, si interscambiano, diventano sinonimi, eppure asumono significati differenti che invece occorre “nominare” per darne senso: possiamo dire che il deficit è la semplice carenza funzionale di un organo, l’handicap la conseguente resistenza del soggetto alla normale evoluzione e la disabilità la semplice conseguenza dell’handicap. La disabilità è pertanto conseguenza dell’ handicap, il quale frena la normale evoluzione di una funzione, limitata o bloccata, quest’ultima, dal deficit).
Lo stesso termine “handicap” è di origine inglese, mutuato dal gergo ippico, in quanto riferito ad un sistema di competizione equestre basato sull’attribuzione di vantaggi diversi a favore dei cavalli: più sono gli svantaggi che un cavallo ha e più sono gli ostacoli che dovrà affrontare e, di conseguenza, maggiori sarannio le fatiche che dovrà sopportare per arrivare al traguardo. L’handicap quindi non è solo il freno all’evoluzione, ma è anche il freno imposto dal contesto di vita del soggetto.
Come si può porre pertanto il servizio sociale – e secondo quale logica – di fronte all’handicap? Insistendo su percorsi preferenziali (dare un vantaggio al cavallo)? Proteggendolo (e non farlo competere)? Oppure, come è mia opinione, facendolo gareggiare assieme agli altri dandogli qualche supporto o, in alternativa, facendolo partecipare alla gara della vita rallentando i tempi di tutti per permettere una chance in più a chi ha già per sè delle limitazioni? Si tratta, in sintesi, non solo di fungere da supporto al cavallo malato, ma di convincere gli altri a rallentare. E’ un pò come nel caso dei delfini: se uno di loro è malato, gli altri non lo lasciano morire nell’oceano, ma lo sorreggono nella traversata. Lavorare con l’handicap significa quindi lavorare col contesto, adattando quest’ultimo alle esigenze e ai tempi del soggetto stesso: è riducendo l’handicap causato dal contesto che il soggetto si evolve, al di là del deficit, che tale resta.
Quando parliamo di lavoro sociale sull’handicap, ad ogni caso, parliamo in primo luogo di sostegno ad un diritto di cittadinanza, un diritto costituzionale che implica aspettative nel soggetto (il diritto in senso giuridico), ma anche e specialmente doveri. Quando parliamo di lavoro sociale sull’handicap ci riferiamo all’articolo 3 della Costituzione che assicura la “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Il lavoro sociale, inoltre, non è solo “dare” o “rinuovere”, ma corrisponde al complesso di attività professionali dell’assistente sociale finalizzate a stimolare gli interlocutori a trovare in sè, attraverso la comunicazione dialogica, le risorse atte a fronteggiare i problemi. Il lavoro sociale sull’handicap può pertanto riguardare la rimozione degli ostacoli per favorire il pieno sviluppo della personalità del soggetto invalido; non riguarda solo l’erogazione di prestazioni, se sconnesse – come spesso capita di osservare – ad una progettualità chiara e coerente, non riguarda solo il “dar seguito” ad istanze di protezione, ma interessa in primo luogo una chiara comprensione dei “veri ostacoli” da rimuovere, quelli che il pensiero sistemico chiama “obiettivi-bersaglio”.
Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del portatore di handicap significa agire non solo sull’interessato, ma specialmente sul contesto, come si diceva, il quale ha natura non solo materiale (come una barriera architettonica) ma specialmente sociale; uno dei contesti-bersaglio è sicuramente la famiglia, intesa come rete primaria fortemente influenzante lo sviluppo del soggetto. L’insistere invece da parte del nostro welfare – e quindi da parte del servizio sociale – su prestazioni monetarie e non professionali rappresenta il vecchio – e pur sempre presente – modo di indebolire il nucleo familiare sul lungo periodo, procrastinando il vero lavoro sul contesto, che è specialmente relazionale.
Occorre quindi focalizzare l’obiettivo del servizio sociale professionale sul sostegno e lo sviluppo delle capacità ad agire, sia del soggetto che della sua rete; va in altre parole riconosciuto che ogni soggetto e la sua “micro-rete” (pensiamo al portatore di handicap e alla sua famiglia), contano su capacità proprie, su “esperienze dal basso”, su modalità quotidiane con le quali affrontano gli eventi inediti, posseggono cioè un “sapere ingenuo” che dev’essere colto dal servizio sociale. Quest’ultimo, quindi, deve cercare di accompagnare sia il soggetto che la sua famiglia verso percorsi di maggior consapevolezza e più pieno benessere, il che pretende una sinergia reciproca tra i sistemi al fine di “adattarsi dinamicamente” all’evento inastpettato (l’handicap).
Tornando al precedente concetto: rimuovere gli ostacoli a che fine? Se si trattase di permettere il recupero del problema -viva Dio! – saremmo tutti contenti. Dobbiamo invece spesso considerare un obiettivo di mantenimento nel senso più ottimale possibile, vale a dire imparare a gestire una cronicità.
La gestione della cronicità è tra l’altro uno degli obiettivi della salute mondiale, a più riprese dichiarata dalla stessa O.M.S., di cui mi pregio di riportare due citazioni:
Carta di Ottawa, novembre 1996: “La promozione della salute non dipende solo dagli interventi istituzionali, ma deriva dagli stili di vita personali a sviluppo del benessere collettivo”;
Dichiarazione di Jakarta, luglio 1997: “le priorità per la promozione della salute nel XXI secolo consistono sia nella promozione della responsabilità sociale, sia nell’accrescimento delle capacità comunitarie per dare al singolo individuo gli strumenti per agire”.
La gestione della cronicità richiama quindi l’essenza stessa del concetto comunitario di salute, si definisce sulla consapevolezza del soggetto ad agire per stare meglio e richiama la responsabilità del contesto a favorire l’esercizio dell’autonomia. E’ la stessa chiave di lettura che si ritrova nell’ “International Classification of Functioning, Disability and Health”, licenziato nel maggio 2001 dalla stessa O.M.S. (per maggiori dettagli vedasi su www. Icfinitaly. it) , in cui lo stesso strumento di valutazione della disabilità va a considerare non solo la disfunzione della persona (parte 1: funzionamento e disabilità), ma anche i fattori contestuali (parte 2) e, in tal ambito, i fattori personali e quelli ambientali.
Ordunque, per quel che riguarda il ruolo del servizio sociale professionale in quest’ambito, nell’ottica di una gestione ottimale della cronicità, reputo necessario sviluppare tutta un’azione di ricerca applicativa conseguente ai contenuti della parte 2 dell’ICF. E’ comunque più che evidente che gli obiettivi dell’azione debbano riguardare non solo il soggetto interessato, ma specialmente il suo contesto, in particolare la sua famiglia. Il lavoro sociale consiste pertanto nella gestione di relazioni di aiuto sia col soggetto che con la sua famiglia, relazioni finalizzate ad una progettualità condivisa, in cui le “prestazioni” vanno ad fungere solo da mezzo e non da fine del servizio sociale professionale.
In questi percorsi, per mia esperienza, è estremamente determinante l’imprinting della famiglia, molto meno quello che deriva dal contesto societario (la scuola, i servizi, la sanità, le attività educative). E’ per questo che il lavoro di accompagnamento della famiglia – e non solo del soggetto – verso percorsi di consapevolezza e convivenza con la cronicità diventa il cardine attorno al quale gira un buon servizio sociale.

Dott. Ugo Albano

Cos’è l’affido familiare?

 

L’affido familiare, disciplinato dalla Legge n.184 del 4 maggio 1983 che è stata poi modificata dalla Legge n.149 del 28 marzo 2001, è un forma di aiuto, tutela e sostegno del minore che per svariate gravità non può rimanere nella sua famiglia d’origine, di fatto le condizioni di indigenza dei genitori naturali non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. La famiglia affidataria, con lo scopo di soddisfare le sue esigenze affettive ed educative, avrà il delicato compito di crescere, mantenere ed educare il minore accolto rispettando I suoi bisogni e il suo particolare momento di difficoltà, tenendo sempre ben presente che un minore in affido non è figlio naturale e ha una propria famiglia d’origine con la quale continua (in forme e modi differenti per ogni caso) ad avere rapporti. Questa è una delle differenze principali che intercorre tra l’affido familiare e l’adozione. Quest’ultima infatti prevede un entrata a far parte della nuova famiglia a tutti gli effetti, con l’assunzione del cognome e una completa interruzione dei rapporti con la famiglia d’origine. (A meno che il figlio lo richieda dopo aver compiuto la maggiore età)

 

L’affido familiare si basa su due pilastri fondamentali: la temporaneità e; come abbiamo accennato poco fa; il mantenimento dei rapporti con la famiglia d’origine in previsione di un rientro in essa.

In base alle esigenze del minore, l’affidamento può essere progettato per periodi brevi, medi o lunghi o a tempo parziale (solo il pomeriggio o I fine settimana).

L’affido familiare è un provvedimento temporaneo la cui durata non dovrebbe superare I due anni, che possono essere poi prolungati, a volte l’impossibilità del minore di rientrare nella famiglia naturale porta ad estendere l’affido nel tempo, sine die, fino al diciottesimo anno d’età del minore.

L’affidamento può realizzarsi con il consenso esplicito dei genitori, affido consensuale, disposto con un atto amministrativo dei Servizi Sociali e reso esecutivo dal giudice tutelare; oppure con provvedimento del TM, affido giudiziale attuato dai Servizi Sociali a prescindere dal consenso dei genitori. L’affido inoltre può essere familiare, nel caso in cui gli affidatari siano familiari entro il quarto grado di parentela; o extra familiare, nel caso in cui non vi sia legame familiare tra il minore e la famiglia affidataria.

 

L’abbinamento tra minore e famiglia affidataria non è mai una scelta casuale: il compito fondamentale e importante del servizio affidi e quello di “compiere questo abbinamento”, trovare cioè tra le famiglie spinte dal desiderio di solidarietà e genitorialità che fanno richiesta di poter diventare famiglie affidatarie quella che più risponde alle esigenze del minore in carico ai servizi di tutela.

Le famiglie non sono lasciate sole durante il loro percorso,gli operatori sono disponibili a chiarire dubbi e affrontare problematiche emerse durante l’affido; accompagnando I genitori e I figli naturali di questi durante tutta questa esperienza. In ugual mondo viene seguito il minore che entra a far parte di una nuova famiglia, che al suo interno ha regole e modi di vivere differenti da ciò che sino a quel momento ha potuto vedere, vivere.

E’ importante quindi per gli operatori riuscire a gestire da professionisti ed esterni il fulcro fondamentale di un affido ossia la bifamiliarità che inevitabilmente si viene a creare: il minore, la nuova famiglia e la sua famiglia d’origine.

Cristina Gregis, Anita Meregalli

quattro domande a Rossella Pesenti, assistente sociale al CBM

Cos’è il CBM?

Il CBM è il “Centro Bambino Maltrattato”, nasce come cooperativa nel 1984 grazie al finanziamento del Comune di Milano per occuparsi nello specifico di maltrattamento e abuso nell’infanzia, ma oggi copre lo spettro più ampio della violenza intra-famigliare, comprendendo anche il maltrattamento subito dalle donne con figli. L’idea di fondo che sorregge tutti gli interventi effettuati è che la famiglia maltrattante può essere recuperata e tornare ad essere accogliente per il minore, grazie ad un percorso di aiuto e sostegno ai genitori e anche ai nonni, sull’ipotesi che un genitore maltrattante è stato a sua volta un bambino maltrattato.

Grazie agli interventi sul contesto famigliare, è possibile ricostruire un ambiente adatto alla crescita del minore, che in certi casi può anche ritornare nella famiglia di origine.

Com’è strutturato il Centro?

Il Centro è strutturato in due servizi principali:

  • Comunità di pronto intervento per l’inserimento di bambini sottoposti a maltrattamenti
  • Equipe di intervento sul nucleo famigliare, con funzioni di valutazione e trattamento dei genitori, strumento importante per poter scegliere l’orientamento da dare al processo di intervento

Inoltre, il Centro, è provvisto di:

–          Spazio neutro di incontro tra figli e genitori

–          Educatori per ADM (Assistenza Domiciliare a Minori)

–          Case per l’autonomia, dove possono essere inserite donne con figli, che si trovano in situazioni di disagio e difficoltà. Qui ricevono, grazie all’aiuto di educatori e assistenti sociali, il sostegno e l’affiancamento necessari per poter tornare a vivere in autonomia.

Il CBM interviene nei casi di maltrattamento: quali sono e come si definiscono?

Nel 1978 il Consiglio Europeo a Strasburgo, definisce il maltrattamento, suddividendolo in quattro tipologie di atti portati avanti da un famigliare, una persona della cerchia famigliare o da un adulto:

–          Maltrattamento fisico

–          Maltrattamento psicologico, attraverso tutti quei comportamenti che espongono il minore a situazioni di pregiudizio (ad es. la separazione conflittuale dei genitori)

–          Trascuratezza, fisica (es: abbigliamento inadeguato per la stagione) e/o psicologica

–          Abuso sessuale, che si concretizza in tutti quegli atti attinenti la sfera sessuale a qualsiasi livello da parte di un famigliare o persona appartenente alla cerchia famigliare. L’abuso inoltre non è sempre un atto subito, ma può verificarsi anche con richieste di atti svolti dal minore nei confronti di un adulto (es: masturbazione).

In che cosa consiste la “Violenza assistita”?

È un fenomeno di violenza famigliare per cui i minori assistono ad episodi di violenza all’interno del nucleo famigliare (spesso soprattutto tra genitori), che provoca al minore un danno di pari grado ad una violenza subita. Per questo è un fenomeno trattato come maltrattamento, in cui è importante riconoscere i giochi famigliari: spesso infatti la violenza che si attiva nella coppia nasce da una relazione di reciprocità, in cui entrambi i partner sono sia vittime che parte attiva. In quest’ottica, le donne vittime di violenza sono parte attivante dell’aggressività maschile, che conosce un’escalation che va dalla rabbia verbale alla violenza fisica.