IDENTITA’ A TERMINE

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Un futuro solido. È questo ciò che manca, ciò che viene negato costantemente a NOI giovani. E quando dico noi mi riferisco a chi studia sperando che l’ansia per gli esami e quelle nozioni accademiche possano servire un giorno a qualcosa, mi riferisco a chi ha lasciato gli studi dalle superiori per poi rendersi conto di aver commesso uno sbaglio e ha avuto la forza di ritornare sui suoi passi, mi riferisco anche a chi lavora e per arrivare ad uno stipendio deve dividersi in mille..almeno avesse il dono dell’ubiquità!!!
Certo, c’è chi riesce ad affermarsi, a costruire qualcosa di concreto, ma quanti sono in realtà?
Ogni giorno ci viene detto “Don’t be choosy”, ci viene chiesto di adattarci a qualunque condizione, senza badare se “questo o quello” è ciò che fa per noi. Ci viene detto che bisogna fare la gavetta, perché “ci sono passati tutti” ma questa gavetta per noi può durare una vita intera. Una condizione di indeterminatezza, di insicurezza sembra essere una costante nella nostra continua crescita e ricerca di autonomia lavorativa.
Sempre più sono i giovani che “scappano”, provano a intraprendere un cammino al di fuori del nostro Paese, spesso senza sapere a cosa realmente vanno incontro, a volte tornando a “mani vuote” o sopravvivendo per non deludere o essere delusi da quella che credevano essere “la nuova America”.
Viene costantemente negata la possibilità di affermare un’ identità lavorativa e personale. Così facendo però non si va a “violare” solamente la sfera economica di una persona, ma viene negato ciò che può rendere un’entità definibile e riconoscibile, lasciando la maggior parte dei giovani in un “limbo”, uno spazio indefinito nel quale vagano costantemente alla ricerca di una solidità.
L’introduzione del lavoro “atipico” in Italia ha prodotto notevoli mutamenti nel mercato del lavoro. Tali mutamenti non sono soltanto legati all’occupazione-disoccupazione, ma riguardano soprattutto il rapporto tra lavoratore e lavoro. Il mercato del lavoro contemporaneo sembrerebbe così includere anche il “Mercato della vita”. Si scambia, oltre alla capacità lavorativa, anche l’intera personalità del lavoratore. Sia che si tratti di precarietà oggettiva, legata alla situazione contrattuale, sia che si tratti di precarietà soggettiva, dovuta ad una percezione personale e alla costante paura di perdere il proprio posto di lavoro.
Ciò che viene proposto oggi è qualcosa di IMPOSSIBILE. Non si può pretendere che un neolaureato o un neodiplomato abbiano avuto esperienza quando il più delle volte c’è la necessità,o meglio l’obbligo di seguire lezioni senza avere possibilità di intraprendere nel frattempo un percorso lavorativo vero e proprio. E poi, perché quantificare l’esperienza? Non sarebbe meglio qualificare l’esperienza?
Credo che la questione sia ampiamente discutibile. Provate a pensare ad un’esperienza pluriennale di una persona che non ha fatto altro che svolgere lavori troppo scomodi per altri , che non ha avuto alcun modo di vedere effettivamente il lavoro per il quale avrebbe firmato un contratto. Ora, questa persona può definirsi ricca di una esperienza lavorativa? Io dico di no.
Riflettiamo insieme sulle modalità di ricerca di un lavoro. Internet, con la sua infinità di siti a cui rivolgersi (e spesso, direi anche troppo, gli annunci sono sempre gli stessi), ci sono poi le agenzie interinali, i giornali (ora praticamente non più consultati), il passaparola e, dulcis in fundo, le raccomandazioni.
I siti internet spesso traggono in inganno, non specificano la mansione, risultano essere così vaghi e non danno una sicurezza sulla ricezione del curriculum inviato. Nessuna risposta, non abbiamo neanche più l’umiliazione di sentirsi dire “Grazie, le faremo sapere”.
E sono proprio in questi siti che si inseriscono cosiddette agenzie, con “comprovata e pluriennale” presenza sul territorio nazionale e internazionale. Società fasulle che promettono lavoro, e lo danno è vero, ma non per quello per cui ci si è proposti. Sono delle vere e proprie truffe contro cui qualcosa sta iniziando a muoversi. Sono “società fantasma” che promettono di farti lavorare in una determinata posizione lavorativa e che in realtà poi si concretizzano come il classico venditore “porta-a-porta”.
Un altro punto su cui riflettere sono le pochissime possibilità di entrare a far parte di una realtà lavorativa piuttosto che di un’altra. Questo perché (così dicono) il mercato del lavoro è ormai saturo. Ma questa condizione a cosa è dovuta? I giovani ci sono … Direi di sì, ma non sono troppi quelli che sono “a spasso”? Quanti occhi pieni di entusiasmo vediamo uscire dalle università tenendo ben in vista la loro laurea lucente in mano e quanti di questi occhi vediamo poi spegnersi sotterrati da contratti indecenti di 15 ore settimanali, di un mese più possibilità di proroghe che non ci saranno mai, di possibile inserimento in azienda. Che vergogna! Sprechiamo talenti come niente fosse e poi ci lamentiamo perché il Paese rimane immobile, cristallizzato nelle sue stesse ferite.
La spiegazione di questa condizione la si trova facilmente: prolungamento dell’età pensionabile. O forse questa è una delle scuse utilizzate per coprire una mentalità radicata a fondo, quella italiana del clientelismo, di chi non lascia la poltrona fino all’ultimo e oltre, dell’Italia che manda avanti “il figlio di”, di un Paese che non vuole crescere e preferisce rimbalzare gravosi problemi dalla destra alla sinistra perché è più comodo così.
Queste dinamiche convergono tutte verso un punto focale e cioè la costruzione di una “identità a termine”. Un’identità che non può costruirsi fino in fondo, non permette di dimostrare le proprie capacità e le proprie qualità. Un’identità che rimane incompleta, tronca, mancante. Le porte sono sempre più chiuse in una società che si presenta vecchia, incapace di accogliere le novità e coltivare nuove forze lavoro (e non di sfruttarle e basta).

Silvia Di Pietro

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