IL PROGETTO ICAM: UN’ESPERIENZA DI DETENZIONE ALTERNATIVA PER MAMME E BAMBINI FINO A 3 ANNI.

20121128-154426.jpg

Se qualcuno ci domandasse quale sia il primo e migliore luogo in cui un bambino possa crescere quasi sicuramente risponderemmo la sua casa e la sua famiglia. Perlomeno, rispetto a ciò che ricordo della mia infanzia, per me è stato così.
Non tutti i bambini però hanno questa fortuna. Ce ne sono alcuni che passano la prima parte della loro vita in un’istituto che non ha nulla a che fare con l’infanzia, condividendo la “punizione” per una colpa che non hanno commesso.
Si tratta di piccoli da 0 a 3 anni che, per la legge italiana, possono stare in carcere insieme alla madre se non vi è possibilità di arresti domiciliari o differimento della pena. La legge 40/2001 prevede infatti l’accesso a misure alternative ,come gli arresti domiciliari, solo se si ha già scontato 1/3 della pena e non c’è rischio di recidiva. Questi requisiti rendono la legge praticamente inaccessibile alla stragrande maggioranza delle detenute, dato che molte sono straniere senza un domicilio, sono ancora in attesa della pena definitiva o hanno commesso reati per i quali c’è un pericolo di recidiva ( per esempio quelli legati all’uso o allo spaccio di droga oppure alla prostituzione).
Partendo dalla certezza che il carcere, per le finalità che deve raggiungere e per le modalità e l’organizzazione che ne derivano,non è luogo compatibile con le esigenze di socializzazione e di sviluppo psico-fisico del bambino, si è pensato di creare un luogo dove ai piccoli venissero risparmiate le dure conseguenze della detenzione.
È stato così istituito un Tavolo Interistituzionale con la partecipazione di PRAP( Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria), Comune di Milano, Regione Lombardia da cui è nato il Progetto ICAM: l’Istituto di Custodia Attenuata per Madri detenute con figli da 0 a 3 anni. Esso dipende dalla Direzione della casa circondariale di S. Vittore e si trova in uno stabile di proprietà della Provincia di Milano. Fortemente voluto dall’ex assessore alla Provincia di Milano Francesca Corso, il progetto ICAM, avviato nel 2006, è il primo esempio di detenzione alternativa in Europa.
L’ ICAM è una vera e propria casa, accogliente, che non ricorda per nulla l’ambiente carcerario. In esso trovano posto fino a dodici madri con i loro bambini, in modo da coprire le esigenze di tutto il territorio provinciale e di quasi tutta la Lombardia.Le agenti-assistenti che vi lavorano sono vestite in borghese, per i bambini sono come delle zie o delle amiche della mamma. La concretizzazione del progetto è resa possibile dalla collaborazione tra Servizi Sociali, Dipartimento Pedagogico del carcere di San Vittore, responsabili degli asili nido di Milano, enti istituzionali e privati volontari. I bambini sono seguiti da figure educative specializzate responsabili dell’organizzazione di incontri, di iniziative che coinvolgono anche le madri, e di garantire le regolari uscite dei bambini( per esempio per la frequenza del Nido di zona). Viene offerto un percorso individuale di formazione per ogni detenuta, dalla scolarizzazione alla formazione professionale. L’obiettivo è far comprendere le proprie potenzialità di donna e madre ad ognuna delle detenute, favorire il totale benessere nel rapporto madre-bambino e ridurre al minimo i danni della carcerazione. Questa esperienza positiva ha portato ad avviare la realizzazione di centri simili anche in altre parti d’Italia e in Europa grazie al finanziamento da parte della Commissione Europea del progetto “ICAM Free to grow up” ispirato all’esperienza italiana.
Anche se l’esperienza di ICAM rappresenta un bel passo avanti nella tutela dei “piccoli carcerati” si potrebbe fare di più: dal 2008 è infatti fermo alla Commissione Giustizia della Camera il Disegno di legge 1814 che, se venisse approvato, permetterebbe di accogliere queste mamme e i loro bambini fino a un’età di 10 anni in apposite “Case famiglia protette”.

Marta Garavaglia.

Sporcarsi le mani

20121122-104629.jpg

A Baia Mare c’è un fiume rosso, ramato. Sembra sapere tutto di quella terra, ci scorre dentro, trasporta il piombo delle vecchie fabbriche finché l’occhio si disperde. Quell’acqua è un po’ come un archivio, una vecchia biblioteca con dettagliata memoria storica di una tra le città con la più forte emergenza sociale della Romania.

È in una terra così, sporca e consumata, che ho deciso di sporcarmi le mani insieme ad altri 9 ragazzi.

1400 km via terra sono davvero lunghi.. sono anche un po’ stretti in dieci in un pulmino “scancasciato” che ad ogni curva rischia di perdere un pezzo; ma alla fine ci ha portato nella regione de Maramures, nel nord della Romania. Siamo stati accolti da Padre Albano, un padre somasco, che con i volontari della Fundatia, si occupa di tutte le situazioni di povertà della popolazione rom e rumena locale. La Centrale , la Fundatia e Fernesiu sono le tre basi operative dove ogni giorno si danno da fare.

Il nostro primo compito è stato quello di riverniciare la “sala mare” (sala grande) della Centrale dei colori, dormitorio che accoglie ogni notte all’incirca una quindicina di ragazzi, offrendo loro un’alternativa alla strada. Ognuno di noi si è messo in gioco e con rullo, cazzuola, stucco e vernice abbiamo risistemato questo posto.

Il secondo compito ci è parso di primo acchito titanico: davanti ai nostri occhi una montagna di vestiti da smistare nelle tre categorie “uomo”, “donna” e “bambino” e riportare in tre blocchi separati nel magazzino per rendere più semplici le donazioni. Incredibile la soddisfazione a lavoro ultimato, dopo giorni e giorni trascorsi a dividere passamontagna da gonne di velluto.

Mi sono chiesta quanto sia stato utile un aiuto di questo tipo. Tutti quelli che vanno a fare volontariato a Baia Mare fanno animazione per le strade con i ragazzi poveri: noi no. Nessun muro ci ha sorriso e nessun maglione ci ha ringraziato di averlo piegato. Allora quanto conta il nostro aiuto? Beh mi son risposta che quest’inverno, quando i ragazzi torneranno alla centrale, magari dopo una giornata passata in strada al freddo, sarà molto diversa trovarla così… e allora qualche sorriso arriverà!

Greta Vitale

La resilienza: il suo sviluppo, il nostro obiettivo.

20121114-185500.jpg

Durante il terzo anno universitario ho svolto il tirocinio presso il CbM di Milano, Centro per il Bambino Maltrattato e la Cura della Crisi Familiare.
Durante tale esperienza formativa ho scoperto il significato della parola resilienza, ho visto gli operatori lavorare per favorirne lo sviluppo, ho constatato coi miei occhi che lavorare per l’empowerment è possibile e quanto fosse vero che credere nell’altro induce l’altro a credere in se stesso.
Lavorare per promuovere la resilienza, lavorare per aiutare l’altro a farcela da solo è lo scopo iscritto nel DNA della nostra professione.
L’assistente sociale è chiamato non ad assistere l’altro, non a curarlo, non a regalargli le soluzioni: è chiamato a sostenerlo nel processo di ricostruzione; l’assistente sociale non è protagonista e artefice del cambiamento, è co-autore di una storia nuova.
Il servizio sociale si colloca all’interno del lavoro sociale e la sua caratteristica sta nel ruolo di garanzia e mediazione tra il sistema di welfare e l’individuo: il primo che delibera, organizza ed eroga i servizi e il secondo che è portatore di diritti e di bisogni.
L’operatore usa la sua libertà di pensiero e di manovra non per risolvere e soddisfare il bisogno dell’utente: usa le sue pluri-competenze per agganciarsi alla rete che cerca di risolvere la problematica, con il proposito di sostenerla e accompagnarla lungo questo percorso di risoluzione.
Il Codice Deontologico della professione, redatto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali il 6 Aprile del 2002, nel Titolo II “Principi” e nel Titolo III “Responsabilità dell’assistente sociale nei confronti della persona utente e cliente” racchiude in diversi punti il senso più profondo di questa professione: “la professione si fonda sul valore, sulla dignità e sulla unicità di tutte le persone, sul rispetto dei loro diritti universalmente riconosciuti e sull’affermazione delle qualità originarie delle persone: libertà, uguaglianza, socialità, solidarietà, partecipazione” (TitoloII, articolo 5); “la professione è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo; ne valorizza l’autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene nell’uso delle risorse proprie e della società nel prevenire ed affrontare situazioni di bisogno o di disagio e nel promuovere ogni iniziativa atta a ridurre i rischi di emarginazione” (Titolo II, articolo 6); “L’assistente sociale deve impegnare la sua competenza professionale per promuovere la piena autodeterminazione degli utenti e dei clienti, la loro potenzialità ed autonomia, in quanto soggetti attivi del progetto di aiuto” (Titolo III, articolo 11). In psicologia il termine resilienza trae la sua origine al di fuori dell’ambito delle scienze umane come metafora di un fenomeno misurabile nel campo della fisica e dell’ingegneria: l’attitudine di un corpo a resistere senza rotture in seguito a sollecitazioni esterne brusche o durature di tipo meccanico. La resilienza emerge nel momento in cui l’individuo si trova ad affrontare un trauma, un evento improvviso che mina le sicurezze interne ed esterne di un individuo, o un trauma cumulativo, più situazioni stressanti che si vengono a sommare : l’avversità determina la necessità di cambiare, di adattarsi positivamente . Il resiliente non può essere associato ad un individuo invincibile o invulnerabile: non è un super eroe, ma un individuo capace di utilizzare le proprie risorse intellettive e sociali per la costruzione di una personalità armonica per l’adattamento. Anaut paragona il resiliente alle caratteristiche del personaggio fantastico di Batman che a differenza di Superman non ha super poteri, ma solo capacità umane e che quindi può incontrare dei limiti nella propria capacità di fronteggiare le difficoltà.
Noi costruiamo le nostre vite attraverso i discorsi che facciamo con gli altri: nascono così i nostri significati, i nostri sistemi sociali e così avviene il processo di comprensione degli eventi . “Il cambiamento è la creazione di una nuova narrazione ed essa scaturisce dal dialogo”(Parton, O’Byrne 2005) . La relazione d’aiuto, che ha come fine ultimo sostenere l’utente nel suo percorso di sviluppo della resilienza, si colloca proprio in coerenza con questa affermazione: l’utente, accompagnato e sostenuto dall’assistente sociale, cerca di individuare nuovi significati così da dissolvere le difficoltà e aprire nuove possibilità.
Difatti la nozione di resilienza implica l’istaurarsi di una relazione d’aiuto in cui si ricerca la reciprocità, un riposizionamento e ripensamento dei ruoli.
Le azioni di intervento che ci permettono di operare al fine di promuovere la resilienza nelle persone sono principalmente due: la valorizzazione delle risorse esistenti e la riorganizzazione positiva dell’evento traumatico.
1.Il potenziamento
Le azioni di potenziamento delle risorse sono possibili attraverso tre canali di intervento, connesse alla relazione con il disagio e quindi al trauma che l’ha causato:
-.valutazione delle risorse nel momento in cui l’individuo subisce l’azione traumatica;
-.possibilità di attivare risorse per la ricostruzione nel momento post-traumatico;
-.potenziare all’interno di istituzioni sociali occasioni di sperimentazione delle risorse.
Si tratta di “potenziare la parte sana per rinforzare le possibilità di reazione e di ricostruzione, di ripresa attiva della propria vita. Ricorrere alle risorse, significa ricondursi alle dotazioni individuali in termini di competenze cognitive e di salute psico-fisica, ma anche alle caratteristiche dell’ambiente familiare, sociale, territoriale” .
2.La ricostruzione positiva
L’evento traumatico non può essere cancellato e i segni di quel vissuto doloroso rimarranno per sempre indelebili: il percorso resiliente però permetterà di trasformare e riorganizzare quelle vecchie cicatrici.
Il percorso di ricostruzione e riorganizzazione positiva prevede due possibili direzioni di intervento:
-.interventi di riduzione degli svantaggi e delle difficoltà che l’evento traumatico comporta;
-.interventi che promuovono la capacità di coping e di aumento delle capacità e delle competenze (empowerment);
La persona, aiutata e guidata nel percorso di ricerca delle risorse interiori di rivisitazione della situazione post-traumatica di profondo dolore e disagio, comprenderà la possibilità di assumere una capacità di risposta positiva all’evento traumatico con tutti i vantaggi in termini di sicurezza, consapevolezza di sé e controllo che da ciò deriva.

Brigitta Floreno

​​​​​​

Intervista a Teresa Bertotti

20121102-132736.jpg

Teresa Bertotti, assistente sociale e sociologa, ha lavorato per molti anni presso il CBM (Centro per il bambino maltrattato e cura della crisi famigliare) di Milano, si occupa di supervisione e formazione degli operatori, valutazione e progettazione dei servizi. È Dottore di ricerca e docente di Servizio sociale presso l’Università di Milano-Bicocca. Ha da poco pubblicato il volume “Bambini e famiglie in difficoltà. Teorie e metodi di intervento per assistenti sociali”, edizioni CarocciFaber.

Il dibattito sui “dati”, sviluppato anche durante il convegno promosso da Caritas e CNCA, sottolinea la necessità di condividere, tra servizi, una lettura e una interpretazione dei dati attraverso cui costruire anche strategie condivise di lavoro e di integrazione tra soggetti differenti che interagiscono negli interventi di tutela…

Oggi, in un tempo di risorse scarse, il tema dei dati è di grande rilevanza e attualità.
Ragionare sui dati significa, in primis, porsi una domanda: “che cosa contiamo, che cosa vogliamo misurare?” Possiamo misurare i costi del processo, quanto costa fare le cose, ma è anche possibile anzi auspicabile, trovare il modo per misurare il bisogno e capire quale è la domanda che non viene raccolta. In tal modo si potrebbe misurare l’esito. In questa fase questa i sembra la cosa più importante: dotarsi di buoni indicatori per misurare il bisogno, il benessere e il malessere di bambine e bambini.
In Lombardia assistiamo ad una ridondanza dei processi di standardizzazione, ad una spinta forte verso un managerialismo estremo per cui è tutto prestazione: i tentativi più o meno conclusi di raccogliere dati sugli interventi di tutela, sul numero dei bambini sottoposti a provvedimento del tribunale dei minorenni sono stati molti, ma dati sul bisogno ce ne sono pochi…
Credo sia invece possibile e necessario avviare un ragionamento più serio su come si misura il benessere dei bambini, facendo riferimento a chi, come Valerio Belotti per esempio, ha avviato insieme ad altri delle riflessioni importanti.

Altra area carente di dati, molto delicata, ma molto attuale, è il tema dei dati sull’efficacia degli interventi. Il dibattito sulla misurazione dell’efficacia degli interventi, attualmente, è caratterizzato da una dimensione ideologica molto consistente: l’impostazione delle evidence based practice è stata utilizzata per deprimere la professionalità degli operatori anziché usarla e potenziarla. Inoltre si trascura la complessità e la parzialità della misurazione delle ‘evidenze’: per decidere se un intervento è efficace e “serve”, il problema, nell’ambito dei minori e dell’infanzia, è prima di tutto esplicitare “a chi serve”, se deve servire ai bambini, ai genitori, alla collettività, al tribunale dei minorenni… L’efficacia è collegata al problema del benessere, bisognerebbe rimanere ancorati al fatto che lo scopo dei servizi per la tutela dei minori è legato all’incremento del benessere dei bambini e se non si misura il benessere non è possibile neanche misurare l’efficacia.

Un’ulteriore complessità è legata ai processi causali: come facciamo a dire che quell’intervento funziona o non funziona? In questo campo, non credo sia possibile stabilire tali nessi; si possono stabilire delle convergenze, delle multifattorialità, delle condizioni favorenti, ma non degli automatismi. Dalle esperienze in atto, inoltre l’esito è spesso legato al processo: ovvero al tipo di relazione che gli operatori instaurano con le persone.

A questo proposito, la ricerca, presentata anche nel libro, che va ad esplorare il tema dei cambiamenti nei servizi di tutela indica che laddove, nei servizi, sono stati introdotti dei processi di standardizzazione che hanno comportato anche la raccolta di dati, la raccolta dati è ben accetta quando è sostenibile nell’equilibrio complessivo del lavoro e quando permettere di rendere visibile il lavoro e di rendere visibile il bisogno e i risultati. In questi casi, un lavoro di raccolta di dati è percepito come contributo importante.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una evoluzione significativa dei rapporti tra servizi per la tutela e magistratura. A che punto siamo di questa relazione in via di definizione?

Mi sembra che oggi si sia compiuto il processo di distacco tra servizi e magistratura nel senso che la magistratura minorile che anni fa ha dichiarato che doveva essere più terza, effettivamente lo è diventata. Anche i servizi si sono resi più autonomi.
Il tutto però, nell’assenza più totale di una rielaborazione culturale di cosa questo abbia voluto e voglia dire, non c’è stato e continua a non esserci un processo di attribuzione di senso a quanto è accaduto e sta accadendo, specialmente nel quadro più ampio del dibattito sulle politiche.

Per quanto mi sembra di osservare, la Magistratura si è assunta il ruolo di non stare più dalla parte del bambino, ma dalla parte del diritto e quindi, viene meno la sua funzione di garante dell’infanzia. Interessante, perché è del 2011 l’istituzione del Garante dell’infanzia: forse una sapienza collettiva, intuitiva c’è, anche se il Garante dell’Infanzia non si occupa di questo, ma potenzialmente potrebbe farlo…
I servizi a loro volta potrebbero avere questo ruolo, ma non riescono ad averlo per due diversi motivi.
Da un lato, questo compito di garante, di protezione dei bambini non è attribuito ai servizi nel senso che non è detto, non è riconosciuto: la società non ha detto in questi anni che si vuole che ci sia qualcuno che si assuma la responsabilità di stare dalla parte dei bambini.
In alcuni paesi del Nord Europa per esempio, la legge stabilisce che alcuni servizi abbiano un’esplicita funzione di protezione e che quindi sono normati per quello, la Magistratura è di fatto un intervento di secondo livello a cui si accede solo le famiglie e i servizi non raggiungono un accordo. In Italia manca una legge quadro sulla tutela dell’infanzia, il ruolo dei servizi è molto eterogeneo: hanno nomi diversi e funzioni diverse; cercano di tenere insieme la funzione di protezione con la funzione di aiuto alla famiglia. Questo può essere un problema se non sono chiare le responsabilità.

Un altro motivo per cui i servizi faticano ad assumere questa funzione di protezione dei bambini è rintracciabile nell’idea oggi diffusa che i servizi debbano concentrarsi sulla prossimità e la cittadinanza e farsi protettori dei bambini significherebbe schierarsi per una parte ed essere parziali.
Oggi assistiamo ad alcuni movimenti che reinterrogano il mandato dei servizi di tutela: i giudici minorili sempre più spesso chiedono ai servizi di assumersi maggiori responsabilità (malgrado poi i giudici minorili ritardino a presentare i decreti ponendo un problema grave di diritti lesi…), così come i servizi, in alcuni luoghi, cercano di reimmaginarsi un modo per reinterpretare questa funzione di protezione..

Quale ruolo, per le famiglie, oggi negli interventi di tutela? Quali relazioni, quali strategie di lavoro con le famiglie? Da un lato si ribadisce la necessità di coinvolgere le famiglie, ma questo apre a tutta una serie di questioni, di competenze, di ruoli, di poteri… Cosa significa lavorare con le famiglie, al di là di assumerle come soggetti formali e portatrici di diritti…

C’è una confusione nel dibattito attuale intorno al tema della partecipazione della famiglia, tema che per altro va molto di moda.
Il tema della partecipazione delle famiglie è uno di quei temi, di quelle questioni il cui significato è fortemente connesso con il contesto in cui abitano.
Come la riflessione intorno all’empowerment: concetto che è stato al centro delle politiche neoliberali, malgrado fosse un concetto centrale presente alle origini dei servizi sociali… Il servizio sociale alla sua origine, postulava l’importanza di riconoscere la capacità di agire delle persone, di attivare risorse e competenze, ma se la parola empowerment la collochiamo dentro a una cornice che toglie risorse e non ci si interroga sul fatto che le persone in quella cornice non hanno risorse e potere per questioni strutturali, il rischio è un imbroglio.
Da un lato, negli anni si è corso certamente il rischio di scarsa valorizzazione delle competenze delle famiglie (legato alla gestione dei ruoli di potere…). Ma se parliamo oggi di coinvolgimento delle famiglie, dobbiamo cercare di capire dove sta l’imbroglio, dobbiamo chiederci quanto la nostra società è in grado di assumere l’esistenza di alcune fragilità e vulnerabilità che sono state prodotte, sono strutturale e non dipendono dal comportamento dei singoli, e su cui non bisogna imbrogliare la gente e tanto meno i bambini. Bisogna prestare molta attenzione a non abbandonare le famiglie in nome di una dichiarata autonomia che le famiglie non hanno e non riescono ad avere. È un problema di responsabilità sociale.

Il coinvolgimento delle famiglie oggi avviene più perché il tribunale ha deciso di applicare un certo metodo che non perché si ritiene che sia giusto e corretto. E gli esiti di questo coinvolgimento sono diversi. Per prima cosa, le decisioni nell’ambito del diritto minorile sono molto, ma molto più lente.
Altro effetto dirompente è l’aumento della dimensione di conflittualità, di contenzioso. Il coinvolgimento delle famiglie avrebbe avuto senso se fosse stato pensato all’interno di una alleanza sociale, di un patto sociale, mentre, di fatto, è avvenuto all’ombra di un pensiero sottointeso, implicito, che non viene detto, ma che è dirompente: dare alle famiglie più potere contro i servizi sociali che invece, negli anni, ne hanno avuto troppo. Questo è il non detto gravissimo che sottende al coinvolgimento delle famiglie.
Bisogna aggredire culturalmente il tema del contenzioso riorientando il problema, bisogna dirsi che il problema della tutela dei bambini e l’essere dei genitori inadeguati non è un problema solo della società, ma è un problema di quei genitori con cui diventa necessario stringere una alleanza. Deve cambiare il giudizio nei confronti dei genitori. Ho la sensazione che le scelte fatte dalla magistratura e l’aumentare della sua posizione terza non porti nella direzione auspicata.

Il dibattito intorno al coinvolgimento delle famiglie e al ruolo dei servizi introduce anche un altro dibattito importante, che ho cercato di affrontare nel libro, sul conflitto tra due etiche, l’etica della cura e l’etica del diritto. Oggi è importante guardare alla dimensione etica in modo laico.
Adottando un’etica della cura, dell’aver cura, si accetta che nella vita le persone abbiano dei momenti di fragilità e ci sia una solidarietà sociale che fa sì che ci si possa assumere l’altro nelle fragilità sapendo che la prossima volta capiterà a te.
L’etica del diritto prevede invece che le persone siano autonome, indipendenti, capaci di esprimere il loro desiderio, di essere razionali, di essere governatrici del loro destino e compito e funzione della società è dare la possibilità alle persone di esprimere i loro diritti.
Quello che è interessante per il nostro dibattito sugli interventi di tutela, è che queste due etiche devono essere compresenti nei servizi, ma non possono essere gestite insieme, non possono esistere in contemporanea. Il servizio in alcune fasi promuove un’etica della cura, in altre fasi un’etica dei diritti. Insomma, due etiche necessarie, ma che non possono essere utilizzate contemporaneamente, due approcci entrambi presenti nei servizi, ma non comunicanti.

Come è cambiato e come sta cambiando il lavoro di operatrici e operatori dei servizi per la tutela? Quale è l’impatto dei cambiamenti fin qui descritti nel lavoro di operatori ed operatrici?

Bisogna capire l’impatto di che cosa.
La carenza di risorse e la logica che si possano gestire i servizi introducendo logiche manageriali aumenta la standardizzazione e rende la questione molto delicata. È giusto capire quanto costano i servizi, ma se non si ha sufficiente sapienza nel capire fino a che punto bisogna andare a contare, allora si rischia di standardizzare molto ogni processo di lavoro e gli operatori rischiano di ritirarsi solo su una dimensione esecutiva, smettono di pensare, si astengono dal produrre una decisionalità che deve essere una decisionalità responsabile in un campo che non è standardizzabile.
I protocolli sono utili se sono delle linee guida.
Oggi credo sia necessario provare a proporre una separazione tra questioni gestionali e questioni tecniche: diverse ricerche ci dicono che la standardizzazione estrema non produce un risparmio, che tutto il processo complesso di esternalizzazione ed accreditamento in Lombardia sta generando dei costi di connessione, di rendicontazione altissimi. Gli assistenti sociali ci restituiscono una complessificazione estrema e disfunzionale dei processi di lavoro, ci raccontano che prima di parlare con l’educatore devono sentire il responsabile che a sua volta ha la responsabilità dei rapporti con la cooperativa che a sua volta deve rintracciare la persona… C’è tutta una catena talmente estenuante per cui alla fine non si seguono i protocolli e le procedure codificate, ma partono le relazioni informali che sono quelle che fanno funzionare le cose… Dobbiamo ridurre gli spazi di illusione per cui solo attraverso la standardizzazione si ottengono esiti…

La DGR IX/3850 del 25 Luglio 2012 introduce un contributo per le prestazioni a carattere sociosanitario in favore di minori vittime di abuso, violenza e/o maltrattamento. Quali sono le tue riflessioni intorno a questa delibera?

La delibera in questione da un lato può essere letta come passaggio importante di riparazione dei danni generati dal ritiro della sanità dalle tematiche della tutela minorile.
È anche sicuramente giusto che vengano assegnati dei fondi ad attività psicologiche e psicoterapeutiche, ma c’è un presupposto nella delibera: il presupposto che i bambini in comunità abbiano più bisogno dei bambini che non sono in comunità, laddove per altro, non ci sono più soldi per esempio, per curare le famiglie.
Perché solo ai bambini in comunità?
I fondi inoltre, rappresentano il riconoscimento di diritti e bisogni a lungo termine o finiranno dopo un anno e non verranno più rinnovati?
Se dobbiamo immaginare che la delibera vuole essere è un impegno della Regione a fronte della valutazione dell’importanza degli interventi psicologici e psicoterapeutici, allora dovrebbe essere un intervento a sistema e sarebbe importante che ciò avvenisse perché ribadirebbe che la tutela minori non è solo una questione di tipo sociale o socio educativo.
Vedo anche un altro rischio nella delibera: se l’elargizione di fondi non si accompagna ad un monitoraggio stretto da parte dell’ente locale che ha la titolarità, il rischio è che i bambini stiano in comunità per più tempo. Mentre la misura dovrebbe avere lo scopo di aumentare il benessere, questo rischia che le comunità se li tengano… inoltre andrebbero verificate le modalità di controllo del loro nell’utilizzo. Qui forse si potrebbe inserire un buono studio sulla valutazione degli esiti.

Sostenere la vita

20121008-210300.jpg

Una casa. Una mamma e un papà. Una famiglia. Un bambino che viene al mondo. Che cosa succede se nel fluire dei passaggi della vita irrompe, improvvisa e crudele, la malattia del nuovo nato? Chi arriva era istintivamente atteso come un’occasione di gioia, di futuro, ed eccolo qua, sull’orlo di un abisso: quello che si è aperto nel mondo interno dei suoi genitori, dove all’amore si è aggiunta l’angoscia per questo figlio, per se stessi, per ciò che verrà. È emofilico, sopravviverà? Che vita avrà? Potrà correre, giocare, stare con gli altri bambini? E se cade, se si fa male? Riuscirà ad andare a scuola, a diventare grande, a essere felice?
L’emofilia, patologia rara e poco conosciuta, porta con sé un immaginario di grande diversità, di paura, ed è facile comprendere come questo possa accrescere e alimentare il senso di solitudine e di impotenza di chi con la malattia deve ‘fare i conti’. Forte di tale sentire, Fondazione Paracelso* ha realizzato il progetto Cominciamo da piccoli che prevede, fin dal momento traumatico della diagnosi e per i primi anni di vita del bambino emofilico, l’affiancamento di una mediatrice familiare ai genitori. Un aiuto prezioso, dunque, che può accompagnarli per mano a prendere contatto con i propri vissuti, così come con la realtà della malattia e con le cure, per garantire al bambino la possibilità concreta di una vita normale. Insieme si potrà provare a superare timori ingiustificati ed eccessivi, a evitare che le sorti di tutto il nucleo familiare ruotino attorno alla malattia di uno dei suoi componenti, a non rifugiarsi nell’occultamento e nella negazione, meccanismi difensivi che costituiscono un intralcio nell’affrontare il problema con la necessaria consapevolezza.
Il sostegno in primo luogo ai genitori del piccolo emofilico diviene così un’occasione importante anche per lui: solo loro potranno trasmettergli una visione equilibrata della malattia, condizione che costituirà un’esperienza fondamentale nella sua vita di adulto.

Fondazione Paracelso è nata nel 2004 con la costituzione di un Fondo di solidarietà a favore degli emofilici che negli anni Ottanta avevano contratto l’HIV attraverso i farmaci necessari alla loro cura. All’iniziativa hanno aderito centinaia di persone, diretti interessati e familiari di quanti nel frattempo sono deceduti.
Voluta dai pazienti per i pazienti, è una cerniera fra mondo clinico e mondo sociale, nella consapevolezza che per il benessere della persona non è sufficiente curare la malattia. Per questo, Fondazione Paracelso elabora, finanzia, sostiene, attua progetti scientifici e sociali per l’emofilia e i deficit ereditari della coagulazione, in Italia e all’estero, dove realizza programmi di aiuti umanitari.

Visitate il nostro sito: http://www.fondazioneparacelso.it

Fondazione Paracelso Onlus
via Veratti, 2 — 20155 Milano
tel.: +39 02 33004126
e-mail: info@fondazioneparacelso.it

Il sogno si avvicina?

20120926-104110.jpg

Eccomi qui, assistente sociale laureata ed iscritta all’albo. Assistente sociale a metà perché purtroppo lavoro ancora non se ne trova. A fine ottobre parteciperò ad un concorso al quale saremo presenti in quanti? 2000? “Ricerca di un assistente sociale a tempo indeterminato”…. Beh direi anche 3000… Di cui magari qualcuno ha già esperienza e sale di graduatoria, e magari qualcun’altra, chissà, conosce un’assessore o un responsabile… Ma no, non voglio pensare sempre male di questo paese. Il momento buono e propizio arriverà….Vado affronto il concorso e… poi si vedrà, intanto ci si prova. Si entra nel meccanismo.
È bello tentare, sapere che si è lì per un sogno, un grande sogno che si fa aspettare da anni. Il sogno di accogliere le storie, ascoltarle e farle ripartire… Insieme ai loro protagonisti.
Comunicare, condividere, accogliere, ascoltare, ACCOMPAGNARE, ASSISTERE e sentire… Da dentro, dallo stomaco… È questo quello che si sente quando si ama il proprio lavoro? Quando non si vede l’ora del proprio sogno? Sento le farfalle solo a pensarci… Probabilmente ci vorrà del tempo, i tempi per il lavoro non sono dei migliori, nemmeno nel sociale purtroppo. Settore a volte poco considerato e sottovalutato. Come si può porre in secondo piano le persone? I racconti? Le parole? I gesti?
Ho sete di storie, e fame di incontri, di dialoghi, di silenzi…

Martina Veraldi

Vacanze estive: la UILDM Milano a Venturina

Renato La Cara, autore di alcuni articoli per TELTHON E UILDM ( Uninione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) racconta la spumeggiante estate 2012 che i ragazzi distrofici, i loro amici, i volontari e gli accompagnatori, hanno vissuto a Venturina in Toscana.

20120910-215130.jpg

“Condivisione e divertimento. Ecco il felice binomio che caratterizza l’ormai consolidata vacanza estiva a Venturina (Livorno) organizzata dalla sezione UILDM di Milano, grazie soprattutto all’impegno del suo presidente Marco Rasconi.

La collaborazione tra la nostra associazione e l’amministrazione locale risale al 2004, anno a partire dal quale il Comune di Campiglia Marittima mette a disposizione, per un arco di tempo di circa due settimane in agosto, un intero complesso scolastico completamente accessibile a persone con disabilità.“Le vacanze a Venturina – ci dice Rasconi – sono un momento di stallo dal lavoro, di allontanamento dai pensieri che ci rincorrono durante l’anno e dalle difficoltà che quotidianamente ogni persona con una malattia neuromuscolare conosce bene”.

Durante il soggiorno estivo avviene l’usuale incontro con il Sindaco di Campiglia Marittima, Rossana Soffritti. “L’appuntamento in Comune – ci spiega Marco – assume, ogni volta, le stesse caratteristiche propositive: infatti si riesce a parlare delle complessità legate all’organizzazione di un campo vacanze e del mondo del sociale, con la consapevolezza che si sta chiacchierando con una persona nostra amica, che ogni estate riesce a garantire ai soci della nostra sezione una reale attenzione e una sincera disponibilità, preziose qualità rare da trovare in altri luoghi”.

Nell’arco degli anni l’interesse dell’amministrazione comunale e l’impegno della sezione milanese hanno fatto maturare una reciproca e proficua collaborazione, che si arricchisce di volta in volta e che ha potuto offrire, anche quest’estate, una vacanza a più di 50 persone, delle quali almeno una quindicina con patologie genetiche neuromuscolari.

Si prospetta anche una novità assoluta per i prossimi anni. “Sappiamo che avere la possibilità di sviluppare una sicura collaborazione cosi forte ci permette di lasciar volare la mente al futuro, con nuovi progetti da realizzare” ci preannuncia Rasconi.

“Per le prossime estati pensiamo di coinvolgere anche adolescenti con patologie genetiche rare” ci dice ancora il presidente della UILDM Milano, “in particolare bambini con SMA seguiti dal Settore Abilitazione Precoce Genitori (SAPRE) con i quali, come UILDM di Milano, stiamo sviluppando una collaborazione che ci auspichiamo possa intensificarsi maggiormente. Per questo motivo vogliamo condividere con loro la possibilità di fare insieme un’esperienza di vacanza estiva, appuntamento che in questi anni ci ha arricchito veramente tanto!” conclude Rasconi.

Buona Estate!

…e con agosto arriva anche per noi il momento delle vacanze!

L’associazione IN-Formazione vi saluta per una breve pausa estiva e vi da appuntamento a settembre/ottobre per ricominciare insieme le nostre attività: creazione del web-magazine, riunioni tra i membri e partecipazione agli incontri che si terranno presso l’università Bicocca nel laboratorio da noi gestito “Comunicare il servizio sociale”https://ainformazione.com/eventi/  (iscrizioni aperte per gli studenti del 3 anno del CdL in servizio sociale Milano Bicocca, da settembre sul sito di facoltà, sezione laboratori)!

Vi ricordiamo che siamo sempre aperti ad accogliere nuovi membri e persone interessate a collaborare con noi!

Buone vacanze a tutti!

Associazione IN-formazione

HANDICAP: dalle parole alle prassi

Prima di parlare di handicap e prima ancora di affrontare il tema del lavoro sociale in questo particolare campo, occorre ben definire il punto di partenza, nonchè il senso, di tutta la questione: cerchiamo quindi di “dare un nome” all’handicap. Il “linguaggio” in sè, infatti, definisce in generale il rapporto tra l’uomo e l’universo che gli sta attorno, quindi possiamo ben dire che “nominare” significa “definire”, appunto perchè “dare un nome” comporta un “dare significato” ad un certo oggetto. Ergo, che cos’è l’handicap? Che cos’è questo termine, che nella percezione comune richiama molte immagini e, non a caso, trova diversa traduzione lessicale, dall’invalido al minorato, fino al portatore di deficit? Sta di fatto che l’insieme delle terminologie richiama significati stigmatizzanti, i quali esplicitano status di “differenza dalla norma”, che di conseguenza inficiano in partenza ogni “pari considerazione”. Il “non normale” richiama quindi significati tra il “cronico” ed il “malato”, gli atteggiamenti socio-culturali quindi oscillano tra il disprezzzo, la compassione caritatevole e l’indifferenza. Deficit, handicap e disabilità sono i tre termini prevalenti nel linguaggio comune, essi si intrecciano, si interscambiano, diventano sinonimi, eppure asumono significati differenti che invece occorre “nominare” per darne senso: possiamo dire che il deficit è la semplice carenza funzionale di un organo, l’handicap la conseguente resistenza del soggetto alla normale evoluzione e la disabilità la semplice conseguenza dell’handicap. La disabilità è pertanto conseguenza dell’ handicap, il quale frena la normale evoluzione di una funzione, limitata o bloccata, quest’ultima, dal deficit).
Lo stesso termine “handicap” è di origine inglese, mutuato dal gergo ippico, in quanto riferito ad un sistema di competizione equestre basato sull’attribuzione di vantaggi diversi a favore dei cavalli: più sono gli svantaggi che un cavallo ha e più sono gli ostacoli che dovrà affrontare e, di conseguenza, maggiori sarannio le fatiche che dovrà sopportare per arrivare al traguardo. L’handicap quindi non è solo il freno all’evoluzione, ma è anche il freno imposto dal contesto di vita del soggetto.
Come si può porre pertanto il servizio sociale – e secondo quale logica – di fronte all’handicap? Insistendo su percorsi preferenziali (dare un vantaggio al cavallo)? Proteggendolo (e non farlo competere)? Oppure, come è mia opinione, facendolo gareggiare assieme agli altri dandogli qualche supporto o, in alternativa, facendolo partecipare alla gara della vita rallentando i tempi di tutti per permettere una chance in più a chi ha già per sè delle limitazioni? Si tratta, in sintesi, non solo di fungere da supporto al cavallo malato, ma di convincere gli altri a rallentare. E’ un pò come nel caso dei delfini: se uno di loro è malato, gli altri non lo lasciano morire nell’oceano, ma lo sorreggono nella traversata. Lavorare con l’handicap significa quindi lavorare col contesto, adattando quest’ultimo alle esigenze e ai tempi del soggetto stesso: è riducendo l’handicap causato dal contesto che il soggetto si evolve, al di là del deficit, che tale resta.
Quando parliamo di lavoro sociale sull’handicap, ad ogni caso, parliamo in primo luogo di sostegno ad un diritto di cittadinanza, un diritto costituzionale che implica aspettative nel soggetto (il diritto in senso giuridico), ma anche e specialmente doveri. Quando parliamo di lavoro sociale sull’handicap ci riferiamo all’articolo 3 della Costituzione che assicura la “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Il lavoro sociale, inoltre, non è solo “dare” o “rinuovere”, ma corrisponde al complesso di attività professionali dell’assistente sociale finalizzate a stimolare gli interlocutori a trovare in sè, attraverso la comunicazione dialogica, le risorse atte a fronteggiare i problemi. Il lavoro sociale sull’handicap può pertanto riguardare la rimozione degli ostacoli per favorire il pieno sviluppo della personalità del soggetto invalido; non riguarda solo l’erogazione di prestazioni, se sconnesse – come spesso capita di osservare – ad una progettualità chiara e coerente, non riguarda solo il “dar seguito” ad istanze di protezione, ma interessa in primo luogo una chiara comprensione dei “veri ostacoli” da rimuovere, quelli che il pensiero sistemico chiama “obiettivi-bersaglio”.
Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del portatore di handicap significa agire non solo sull’interessato, ma specialmente sul contesto, come si diceva, il quale ha natura non solo materiale (come una barriera architettonica) ma specialmente sociale; uno dei contesti-bersaglio è sicuramente la famiglia, intesa come rete primaria fortemente influenzante lo sviluppo del soggetto. L’insistere invece da parte del nostro welfare – e quindi da parte del servizio sociale – su prestazioni monetarie e non professionali rappresenta il vecchio – e pur sempre presente – modo di indebolire il nucleo familiare sul lungo periodo, procrastinando il vero lavoro sul contesto, che è specialmente relazionale.
Occorre quindi focalizzare l’obiettivo del servizio sociale professionale sul sostegno e lo sviluppo delle capacità ad agire, sia del soggetto che della sua rete; va in altre parole riconosciuto che ogni soggetto e la sua “micro-rete” (pensiamo al portatore di handicap e alla sua famiglia), contano su capacità proprie, su “esperienze dal basso”, su modalità quotidiane con le quali affrontano gli eventi inediti, posseggono cioè un “sapere ingenuo” che dev’essere colto dal servizio sociale. Quest’ultimo, quindi, deve cercare di accompagnare sia il soggetto che la sua famiglia verso percorsi di maggior consapevolezza e più pieno benessere, il che pretende una sinergia reciproca tra i sistemi al fine di “adattarsi dinamicamente” all’evento inastpettato (l’handicap).
Tornando al precedente concetto: rimuovere gli ostacoli a che fine? Se si trattase di permettere il recupero del problema -viva Dio! – saremmo tutti contenti. Dobbiamo invece spesso considerare un obiettivo di mantenimento nel senso più ottimale possibile, vale a dire imparare a gestire una cronicità.
La gestione della cronicità è tra l’altro uno degli obiettivi della salute mondiale, a più riprese dichiarata dalla stessa O.M.S., di cui mi pregio di riportare due citazioni:
Carta di Ottawa, novembre 1996: “La promozione della salute non dipende solo dagli interventi istituzionali, ma deriva dagli stili di vita personali a sviluppo del benessere collettivo”;
Dichiarazione di Jakarta, luglio 1997: “le priorità per la promozione della salute nel XXI secolo consistono sia nella promozione della responsabilità sociale, sia nell’accrescimento delle capacità comunitarie per dare al singolo individuo gli strumenti per agire”.
La gestione della cronicità richiama quindi l’essenza stessa del concetto comunitario di salute, si definisce sulla consapevolezza del soggetto ad agire per stare meglio e richiama la responsabilità del contesto a favorire l’esercizio dell’autonomia. E’ la stessa chiave di lettura che si ritrova nell’ “International Classification of Functioning, Disability and Health”, licenziato nel maggio 2001 dalla stessa O.M.S. (per maggiori dettagli vedasi su www. Icfinitaly. it) , in cui lo stesso strumento di valutazione della disabilità va a considerare non solo la disfunzione della persona (parte 1: funzionamento e disabilità), ma anche i fattori contestuali (parte 2) e, in tal ambito, i fattori personali e quelli ambientali.
Ordunque, per quel che riguarda il ruolo del servizio sociale professionale in quest’ambito, nell’ottica di una gestione ottimale della cronicità, reputo necessario sviluppare tutta un’azione di ricerca applicativa conseguente ai contenuti della parte 2 dell’ICF. E’ comunque più che evidente che gli obiettivi dell’azione debbano riguardare non solo il soggetto interessato, ma specialmente il suo contesto, in particolare la sua famiglia. Il lavoro sociale consiste pertanto nella gestione di relazioni di aiuto sia col soggetto che con la sua famiglia, relazioni finalizzate ad una progettualità condivisa, in cui le “prestazioni” vanno ad fungere solo da mezzo e non da fine del servizio sociale professionale.
In questi percorsi, per mia esperienza, è estremamente determinante l’imprinting della famiglia, molto meno quello che deriva dal contesto societario (la scuola, i servizi, la sanità, le attività educative). E’ per questo che il lavoro di accompagnamento della famiglia – e non solo del soggetto – verso percorsi di consapevolezza e convivenza con la cronicità diventa il cardine attorno al quale gira un buon servizio sociale.

Dott. Ugo Albano