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LA GLOBAL AGENDA E IL SOCIAL WORK DAY 2012

La nostra professione ci pone inevitabilmente di fronte ai molti problemi e alle criticità della nostra società, come possiamo sperimentare ogni giorno nella relazione con l’utente e con  il servizio. In una situazione in cui, a fronte dell’aumento costante delle richieste, le risorse  per farvi fronte sembrano non bastare mai, è facile cadere nella rassegnata convinzione che non si possa far nulla affinché la società cambi e diventi più giusta, più equa, più attenta e rispettosa della dignità di ciascuno. Viene spontaneo quindi chiedersi se e come potremmo noi, singoli assistenti sociali, contribuire ad un processo di mutamento dello status quo, quando riusciamo a malapena a migliorare la condizione di vita di un singolo utente.

Eppure, già da due anni, e in particolare a partire dalla conferenza di Hong Kong del giugno 2010, migliaia di professionisti del settore, raccolti nelle tre principali organizzazioni internazionali di servizio sociale (IASSW- IFSW- ICSW), si sono mobilitati per dare avvio a un movimento internazionale che dia voce alle numerose richieste di cambiamento delle nostre società.

Si è convinti infatti che il servizio sociale possa e debba svolgere un ruolo fondamentale nel promuovere una società equa e rispettosa della dignità dell’uomo, proprio per la sensibilità e la vicinanza della nostra professione rispetto a chi nella società soffre l’assenza di tale giustizia sociale. E d’altra parte, se nella quotidianità professionale ci proponiamo di dar voce a chi non ne ha, di far valere i diritti propri di ogni uomo e cittadino, non possiamo non considerare che questa importantissima funzione di advocacy non dovrebbe essere diretta solo verso il singolo utente, bensì verso la società intera. Pertanto, è richiesto ad ognuno di noi di assumere un preciso impegno, anche politico, rispetto all’affermazione di questi diritti, qualora, per diverse ragioni, siano in tutto o in parte lesi.

Con questa finalità, negli ultimi due anni, è stato chiesto ai professionisti, agli studenti e in generale a tutti coloro che sono connessi al settore del social work di offrire il proprio contributo, così da poter individuare le principali criticità delle realtà sociali in cui viviamo ed operiamo nonché i principali obiettivi e progetti di intervento per i prossimi anni. Alla base di questa iniziativa vi è la convinzione che, unendo le proprie voci in un progetto unitario, si possa essere più incisivi e chiedere con maggior forza ai rappresentanti politici e alle diverse istituzioni un impegno nel breve periodo affinché tali obiettivi possano essere raggiunti o perlomeno perseguiti.

Il risultato di questo processo è rappresentato da una Global Agenda, nella quale sono state individuate quattro macro aree di interesse: disuguaglianze sociali all’interno dei paesi e tra le regioni, la dignità e il valore della persona, la sostenibilità ambientale, l’importanza delle relazioni umane. Ognuna di queste quattro categorie è articolata in diverse sotto-categorie, ben esplicitate nel sito internet della Global Social Agenda, (http://www.globalsocialagenda.org).

La Global Agenda, nella sua attuale e definitiva stesura, è stata ufficialmente sottoposta al Segretario Generale delle Nazioni Unite e verrà presentata alle più importanti organizzazioni internazionali (African Union, European Union, Mercosur, ASEAN etc) e ai governi nazionali nella giornata di martedì 20 marzo 2012, durante il Social Work Day.

Già nel 2011 la Giornata Mondiale del Servizio Sociale era stata dedicata al tema della Global Agenda, grazie a numerose iniziative organizzate in tutto il territorio nazionale. Anche quest’anno il Social Work Day si svilupperà intorno a questa importante tematica, che coinvolge insieme a noi anche social workers di tutto il mondo. Sul sito dell’associazione Aidoss ( www.aidoss.org), potrete trovare indicate le principali iniziative che si svolgeranno all’interno dei contesti universitari italiani.

In particolare, i corsi di laurea in servizio sociale delle università Bicocca e Cattolica di Milano hanno organizzato una conferenza che avrà luogo nelle aule dell’Università Bicocca nella giornata del 20 marzo. Come potrete leggere nella locandina dell’evento (link), la conferenza si avvarrà del contributo di docenti, esperti e studenti delle due università milanesi. Inoltre, vi sarà anche la possibilità di un confronto con alcuni rappresentati della Regione Lombardia, della Provincia e del Comune di Milano, nonché del Forum del terzo settore, rispetto all’attuazione della Global Agenda in Lombardia e all’impegno in questa direzione da parte delle istituzioni. Si prefigura dunque una grande occasione per riflettere sui cambiamenti sociali in atto e sulle strategie che possono essere individuate sia a livello professionale che istituzionale.

Il Social Work Day ci offrirà quindi la possibilità di riflettere e interrogarci sul ruolo e sull’impegno politico che ogni professionista è chiamato ad assumersi, affinché si possa essere considerati veri agenti di cambiamento sociale e non semplici erogatori di servizi.

Young Peace Makers. Esperienza di un progetto all’estero di educazione non formale.

Dal 6 al 10 luglio 2010, ho partecipato come educatrice ad un progetto di scambio internazionale a Barcellona, in Spagna.

Questa esperienza accoglieva un gruppo di 60 ragazzi dai 14 ai 17 anni, da Italia, Francia, Spagna e Portogallo, provenienti da famiglie e/o comunità per minori, un’iniziativa finanziata dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Gioventù in Azione.

Vorrei condividere questa esperienza senza entrare nei dettagli pratici di ciò che si è fatto, ma presentandovi degli aneddoti che sono stati per me spunti di riflessione e di un ottimo ricordo.

Cosa si intende per scambio internazionale?

Nonostante in Europa sia molto conosciuto, in Italia è ancora solo una parentesi, che alcuni conoscono e molti ignorano. E’ un’opportunità per essere educatori ed educandi, una proposta a 360 gradi che spazia nel mondo dell’educazione non formale proponendo temi che permettano ai giovani di conoscere persone che vivono lontani da loro e con i quali, nonostante la diversa cultura, possa esserci un confronto su grandi temi e su aspetti più personali, perché in fondo nonostante i chilometri di distanza si hanno gli stessi problemi….

Se vogliamo una definizione più specifica, gli scambi internazionali sono progetti finanziati, come sopra, dalla comunità europea, che promuovono la mobilità giovanile e permettono un confronto socioculturale tra i partecipanti.

Ho partecipato a diversi scambi, sia come educatrice che come partecipante; condivido qui l’esperienza in Spagna perché essere il riferimento per ragazzi che non si conoscevano prima, italiani e non, è stato indimenticabile. Un’ulteriore chiarimento resta quello di definire questo metodo educativo.

Su questo tema molti sono gli autori che hanno posto quesiti e definizioni, ma non è questo l’ambito in cui perdersi nel mondo accademico della pedagogia; ci basta sapere che per educazione non formale (di adolescenti, giovani e adulti) s’intendono tutti quegli interventi di carattere informativo, documentale, formativo, ricreativo e del tempo libero, con lo scopo di fornire, su base permanente, le più ampie opportunità di apprendimento individuale nell’intento di migliorare conoscenze e competenze per aiutare la realizzazione di percorsi individuali di formazione o d’informazione personale.

Un esempio esplicativo per gli studenti universitari è sicuramente l’Erasmus, ma per tutti gli altri giovani?

Per tutti gli altri ci sono molte associazioni che si occupano di scambi internazionali (ci tengo a sottolineare che bisogna sempre cercare e rivolgersi ad associazioni serie) ed il motivo per cui vi parlerò della mia esperienza in Spagna. Sono rimasta colpita da queste famiglie che hanno scelto una vacanza non comune per i propri figli, un’esperienza che avrà dato loro modo di crescere e di confrontarsi.

Ma allora perché un genitore dovrebbe scegliere di mandare suo figlio in Europa una settimana, con educatori che non conosce, con  ragazzi stranieri e che provengono anche da comunità per minori?

Per assurdo è più facile che questa scelta venga fatta da un educatore di comunità, perché sicuramente ha più occasioni di essere a conoscenza ed in contatto con le associazioni e le nuove opportunità, ma per una famiglia comune è una scelta particolare e innovativa.

Ogni Paese è arrivato con diversi voli in Spagna, per trovarsi nella casa che ci avrebbe ospitati appena fuori Barcellona, abitazione già dotata per ospitare grandi gruppi.

I ragazzi erano tutti abbastanza intimiditi, nonostante noi avessimo un gruppo ben fornito e particolarmente forte. Il primo approccio di comunicazione è avvenuto tramite scherzi e battute scambiati in lingue diverse (in viaggio eran presenti solo due gruppi, francesi e italiani) in cui la presenza di noi educatori era fondamentale per arrivare ad una mediazione e iniziare a sciogliere il ghiaccio.

Le giornate erano scandite da vari impegni e lavori di gruppo. Nei primi abbiamo fatto rientrare una visita a Barcellona e tutto ciò che riguardava la gestione del tempo e la seconda riguardava i workshop, appunto e la condivisione di momenti di riflessione sui temi affrontati e sulle sensazioni che i ragazzi stavano provando nella vita quotidiana.

Quello che distingue una vacanza come questa da ogni altra esperienza è che i ragazzi vengono responsabilizzati in ogni piccola cosa, dai compiti divisi per cucinare, apparecchiare, ordinare le camere, alla partecipazione attiva nei lavori di gruppo, con idee che si potevano integrare sui temi proposti da noi educatori, facendoci anche capire se quello che stavamo facendo rispondeva alle loro esigenze.

Un momento interessante è stato il lavoro sui pregiudizi, in cui ogni nazionalità ha disegnato su un cartellone lo stereotipo dell’altro Paese; come noi veniamo visti “dagli altri”.

E’ stato interessante perché è emerso quanto i ragazzi siano molto più sensibili degli adulti e notino molti più dettagli anche negativi, ma con maggiore predisposizione al cambiamento; hanno saputo discutere (ci tengo a ricordare l’uso di una lingua straniera) seppur non padroneggiando l’inglese o gli altri idiomi, hanno saputo confrontarsi per poi, a fine vacanza, rivedere le loro posizioni di partenza.

Un grande lavoro su sé stessi, considerando che la “diversità” non era solo di cultura ma anche di stile di vita, essendo ragazzi provenienti sia da famiglie che da comunità; nessuno partiva dalla stessa condizione, ognuno aveva la sua storia e la sua visione del mondo.

Un altro lavoro stimolante è stata la realizzazione di un video su questa esperienza, in cui i ragazzi sono stati attori e registi. Mettendo a disposizione ognuno le proprie doti sono riusciti a creare qualcosa di unico e a raggiungere gli obiettivi predisposti nel progetto.

Il ruolo di noi educatori è stato attivo e partecipe non solo nella gestione di tutto l’insieme, ma anche  e soprattutto nei momenti liberi, in cui il ruolo era meno definito ma fondamentale perché con il passare dei giorni i ragazzi sentivano il bisogno di noi, di farsi scoprire, di raccontarci quello erano.

Anche chi era da questa parte ha dovuto fare lo sforzo di condividere, a fine giornata, le difficoltà e il confronto con educatori stranieri, che hanno metodologie differenti e stili educativi diversi; ogni sera ci trovavamo e discutevamo sulla gestione dei tempi, sulle proposte e anche semplicemente su come stavamo vivendo quell’esperienza.

Concludo questo racconto con un aneddoto che mi ha emozionata molto. Il giorno della partenza, dopo che tra i ragazzini sono nati amori, amicizie e litigate, tutti erano in lacrime al momento dei saluti, proprio loro che il primo giorno non si capivano e si prendevano in giro, che erano restii a condividere emozioni e giochi, in quel momento non si sarebbero mai lasciati.

E’ stata un’esperienza molto formativa, staccarsi dal proprio piccolo mondo, seppur per un breve periodo, ha permesso a questi ragazzi (ma anche a noi educatori) di essere quello che erano perché non avevano modo di comunicare solo con le parole e si sono lasciati andare vivendo a pieno ritmo quelle giornate, tenendo con sé oltre ai ricordi un’esperienza formativa e forse uno sguardo diverso e più complice verso chi, solitamente, si ritiene appunto “diverso”.

Chiara Palchetti

“E viene tutto via con me.. “

L’aria di fine settembre in Romania è molto fresca, il vento è pungente, mi copro il viso con la kefiah che ho portato con me. Pioviggina. Mi batte forte il cuore. Ho paura. E se mi rubano la borsa? Ma Cristina ti sembrano cose da pensare queste? Vaffanculo io ci penso.

Oddio ci siamo, il nostro furgoncino scassato si è fermato, siamo dentro. Sono dentro. In un campo rom.  Come quelli che si vedono nei servizi al Tg. Mi sento piccola e piango. Che ci faccio io qui? Mi rendo conto di quante volte mi sono lamentata per il freddo, e questi bambini che ci vengono incontro urlando ‘Italieni, Italieni!’ non hanno nemmeno le scarpe. Corrono. Gridano. Ridono. Sono sporchi. Puzzano. Eppure sono tremendamente belli. Li vorrei abbracciare uno ad uno.

Occhi. Sguardi tra me e loro, tra loro e me. E poi quegli occhi verdi. Infiniti come i campi in Romania e i capelli neri come la loro terra. Mi sorridono, ed io ricambio con gli occhi ancora umidi.

Mi sento un po’ stupida, ma tutto ciò è più grande di me. Sono immensamente fortunata e me ne rendo conto. E più li guardo, più mi guardo in giro, più capisco quanto siamo dannatamente superficiali a volte.

Padre Albano mi risveglia dai miei pensieri e mi invita ad entrare con lui in casa di una signora: un insieme di lamiere, una brandina, un fornelletto e molte altre cose che non c’entrano niente, eppure fanno casa. Non c’è modo di starci in più di due in questo posto, stringo le mani alla signora ed esco.

Esco dalla casa, esco dai miei pensieri, esco da me, esco da tutto.

Divoro con gli occhi i loro volti, ancora un po’. Mi dico che tra di loro, per assurdo, ci potrebbe essere il futuro Einstein o la futura Alda Merini, se solo ne avessero l’opportunità.

Così riprendo i miei pensieri. Il dolore. La gioia. L’esperienza di questo giorno. E viene tutto via con me.

Testimonianza di Cristina Gregis, volontaria inserita nel Settembre del 2010 in un progetto di sostegno e assistenza in un campo rom svolto in Romania a  Baja Mare.

 

UNA SCELTA DETTATA ESCUSIVAMENTE DA UNA PAROLA CHIAMATA “AMORE”

Nel corso di una vita passata sul ring, Frankie Dunn (Clint Eastwood) è stato allenatore e manager di alcuni pugili straordinari. La cosa più importante che insegna ai suoi pugili è la stessa che governa la sua vita: prima di tutto, proteggere se stessi.

In seguito alla dolorosa rottura con sua figlia, Frankie ha sempre evitato di affezionarsi troppo a qualcuno. Il suo unico amico è Scrap (Morgan Freeman), un ex-pugile che manda avanti la palestra e sa che sotto quella scorza ruvida c’è un uomo che va a Messa quasi tutti i giorni da 23 anni, cercando un perdono che in qualche modo continua a sfuggirgli. Finché Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) non entra nella sua palestra. Maggie non ha mai avuto molto dalla vita, ma ha una cosa che pochi hanno: sa quello che vuole, ed è pronta a fare di tutto pur di ottenerlo. Tra mille difficoltà è sempre andata avanti con la forza del suo talento, della sua incrollabile determinazione e della sua straordinaria forza di volontà. Ma quello che più desidera è trovare qualcuno che creda in lei. L’ultima cosa di cui Frankie ha bisogno è quel tipo di responsabilità e soprattutto i rischi che comporta. Lo dice a Maggie: è troppo vecchio per allenare e comunque non allena ragazze. Ma chi non ha scelta non si arrende di fronte a un “No”: Maggie non vuole o non può rinunciare, e si sfinisce tutti i giorni in palestra, incoraggiata solo da Scrap. Alla fine, conquistato dalla sua grande determinazione, Frankie accetterà di allenarla. Incoraggiandosi o esasperandosi a vicenda, in un’alternanza di alti e bassi, i due finiranno per scoprire un’affinità che trascende il dolore e le perdite del passato, e troveranno l’uno nell’altro il senso della famiglia che avevano perso. Quello che non sanno è che li aspetta una battaglia che esigerà da entrambi più coraggio di quanto ne abbiano mai avuto…

Il mondo della boxe fa da sfondo ad una storia complessa e profonda, che affronta i temi del sacrificio, della lotta per realizzare i propri sogni, della solitudine, dell’eutanasia.

Frankie e Maggie sono due persone sole che si incontrano e ritrovano l’uno nell’altra quella famiglia che non hanno mai avuto: Frankie è il padre defunto di Maggie e Maggie la figlia con cui Frankie non ha più rapporti.

Quando Maggie si trova paralizzata in un letto di ospedale non ha accanto la sua famiglia, che nel frattempo si fa viva solo per ottenere il controllo dei guadagni che la ragazza ha messo da parte con le sue vittorie, ma solo Frankie e Scrap.

Saranno loro, due perfetti estranei, a prendersi cura di lei nel momento più terribile della sua vita e lo faranno con amore.

Ed è proprio l’amore il centro pulsante del film, tanto che anche l’eutanasia viene presentata come una scelta estrema e dolorosa dettata esclusivamente dall’amore. Un tema difficile che Clint Eastwood tratta in modo diretto eppure delicato, e senza nessun intento pedagogico o polemica nei confronti della religione.

Frankie è un credente, va a messa tutti i giorni, ma ha un rapporto tormentato con la fede, ha dei dubbi che sottopone al reverendo. E proprio lui sarà chiamato a mettere in discussione tutto quello in cui crede, a scegliere tra l’amore per quella che considera una figlia e l’insegnamento di Dio. Una scelta dolorosa che lo cambierà per sempre.

Anita Meregalli

“LA RESPOSABILITA’ DI ESSERCI”

Il libro di Paulo Coelho : “Veronica decide di morire” ci fornisce molti spunti di riflessione e permette al lettore di crearsi varie chiavi di lettura della realtà. L’autore affronta temi difficili quali il suicidio, la follia e l’amore in modo molto spirituale, profondo e mai banale.

La protagonista di questo romanzo è Veronika, una ragazza di 24 anni originaria della Slovenia che un giorno decide di concludere la sua vita suicidandosi. Vi chiederete quali motivazioni forti spingono una giovane donna a uccidersi; ebbene la vita di Veronika non è mai stata segnata da grossi traumi che potrebbero giustificare la sua scelta, bensì la motivazione che spinge questa ragazza è la noia. Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che la semplice noia a 24 anni porti una giovane ragazza a prendere questa decisione. Coelho ce lo spiega molto bene dando al lettore due motivazioni: “nella sua vita, tutto appariva identico, e , passata la gioventù, ecco la decadenza: la vecchiaia cominciava a lasciare segni irreversibili, arrivano le malattie, gli amici se ne andavano … . Insomma continuare a vivere non aggiungeva nulla: anzi, aumentavano considerevolmente le occasioni di sofferenza. Come si può oggettivamente dare torto a Veronika? Chiunque sa che molte delle cose affermate dalla ragazza sono vere. Non ci si può sottrarre alla sofferenza insita nella vita. E quindi perché decidere di vivere se la vita stessa porta l’uomo a soffrire? Quanti di noi se lo sono chiesti in tanti momenti della propria esistenza. Penso alla morte di una persona cara, alle brutte notizie che troviamo sui giornali, alle ingiustizie della disabilità ecc… Credo che ognuno di noi abbia almeno una volta nella vita pensato ciò che Veronika sostiene.

Ma proseguiamo con la seconda motivazione che Coelho ci da per giustificare tale decisione :“ Veronika leggeva i giornali, guardava la televisione ed era al corrente di quanto succedeva al mondo. Era tutto sbagliato, ma lei non aveva alcun modo di contrastare quella situazione, e questo le dava una sensazione di inutilità.”

L’inutilità, una parola con almeno una volta tutti noi ci siamo confrontati. Ci sono situazioni per le quali nessuno di noi può fare niente e ciò porta le persone a sentirsi impotenti, incapaci di poter in alcune occasioni cambiare le cose.

La riflessione di Coelho si spinge oltre. Veronika viene salvata per caso e ricoverata a “Villete”, un manicomio. Al suo risveglio, la giovane donna, molto confusa incontra una figura di donna, un’infermiera,  che non conosce ma che le racconta la storia di sua zia, sperando forse che ciò le potesse far cambiare idea. Coelho ci permette in questo passo del libro di riflettere sul suicidio visto non più solo dal punto di vista del suicida ma dagli occhi di chi subisce questa morte fornendoci queste parole : “in un mondo in cui si tenta disperatamente di sopravvivere, come si possono giudicare le persone che decidono di morire?”. Capita spesso che davanti a un suicidio si cerchino delle risposte, risposte che nessuno può dare perché chi decide di morire porta con se anche tutti i suoi perché. “Ciascuno conosce la grandezza della propria sofferenza, o la dimensione della totale mancanza di significato della propria vita.” A volte noi ci sforziamo di dare spiegazioni al dolore altrui dovendolo per forza catalogare, descrivere ma non potremo mai capire fino in fondo quanto profonda sia la sofferenza che alcune persone si portano dietro.  Per quanto noi ci sforziamo di capire l’unica cosa che possiamo fare, a mio parere, è esserci.

La morte viene vista come libertà, liberazione, oblio. A volte queste persone si sentono schiacciate dai loro problemi e non vedono la via d’uscita se non quella di  morire. La morte viene vista positivamente.

Il suicidio è purtroppo molto diffuso; i dati dell’OMS ci dicono che ogni anno un milione di persone compie questa scelta. Gli studi dimostrano che è presente anche in società dove è considerato illegale, o tabù.  L’OMS considera il suicidio un grave problema di salute pubblica in quanto i dati ci suggeriscono che muoiono più persone di suicidio che a causa di conflitti armati.

Ciò nonostante alcuni studi scientifici ritengono che sia possibile prevenire e ridurre l’incidenza dei casi di suicidio attraverso una conoscenza dei  segnali d’allarme.“La maggior parte degli individui con rischio di suicidio vuole assolutamente vivere; costoro non riescono però a trovare possibili alternative ai loro problemi.

E qui entra in gioco ognuno di noi: prima accennavo al fatto che in questi casi l’importante è esserci, ebbene è stato dimostrato che la maggior parte degli individui emette dei segnali inerenti la loro intenzione suicida ma capita molto spesso che gli altri non li colgano o non si sentano in grado di dare risposte alla loro richiesta d’aiuto.  La cosa che invece potrebbe essere utile è proprio parlarne in quanto questi soggetti tendono a vedere i loro problemi in un’ottica negativa  che non gli permette di vedere delle possibili soluzioni. In molti casi il suicidio è una soluzione permanente a problemi temporanei ed è per questo motivo che il tempo è un fattore importante, bisogna intervenire nella fase critica.

Ci sono dei segnali che possono essere d’aiuto nell’individuare gli individui con tendenze suicide:

–          Segnali verbali: “non posso andare avanti così”, “Non m’importa più di niente” o anche “sto pensando di farla finita”.

–          Diventare depressi o rinchiudersi

–          Comportarsi pericolosamente

–          Mettere ordine nei propri affari e regalare oggetti di valore

–          Mostrare marcati cambi di comportamento, attitudini o apparenza

–          Abusare di droga, medicinali o alcool

–          Soffrire per grandi perdite affettive o cambiamenti nella vita

–          Piangere spesso

–          Auto-mutilazione

–          Disturbi del sonno

Questo tema è molto difficile da trattare ma credo sia importante farlo non ponendoci in un ottica solo di conoscenza ma soprattutto in un’ottica di riflessione in quanto spesso la frenesia della vita di tutti i giorni ci fa perdere di vista i rapporti. A volte questi rapporti sono l’unica fonte di salvezza di qualcuno. Non lasciamo che la voce di queste persone non venga udita… cerchiamo di esserci.

Mainolfi Marica

I Significati del Silenzio

Gli spunti principali per iniziare a parlare di questo ampio argomento sono racchiusi in un detto:     “Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio “.

Più capiamo il significato di questa frase, più ci rendiamo conto di quanto sia profondamente vera. Quante volte ci è capitato di dire qualcosa che ha ferito chi ci stava accanto o di confidare segreti a una persona che ci ha tradito? E quante volte i nostri interventi si sono rivelati sbagliati e offensivi?

Questi esempi che rientrano nella vita di ogni singolo individuo ci fanno riflettere su quanto è facile commettere uno sbaglio soltanto iniziando a parlare. La libertà di parola è un diritto che, fortunatamente, appartiene a tutti, ma riflettendo sul tema del silenzio ci si accorge che è doveroso avere un buon controllo di quello che diciamo. Molte volte una parola esprime meno di quanto sappia comunicare il silenzio. Nella vita di ogni giorno esistono preoccupazioni cui non sempre possiamo far fronte e allora solo il silenzio può aiutarci.

Quando una persona parla troppo, dà segno d’irrequietezza; più parole sono usate per esprimere un’idea, meno forza esse hanno. Nel silenzio di una persona sono racchiuse la maggior parte delle volte tutti i sentimenti e i pensieri, siano essi positivi o negativi. Non è mai necessario dover parlare; chi ci circonda e chi ci vuole bene impara col tempo a capire i nostri silenzi e a interpretarli.

E’ sbagliato considerare il silenzio come un unico concetto, con un significato esclusivo; il silenzio può essere, infatti, d’imbarazzo, di emozione, di tristezza o può semplicemente essere quel tipo di silenzio che subentra nel momento in cui le parole non sono più sufficienti per spiegare. Il silenzio, inteso in questo modo, va amato, apprezzato e va difeso in modo che le parole non possano rovinarlo o disturbarlo e, peggio ancora, in modo che la mente non sia distratta da niente, ma che si concentri solo su quella determinata situazione la cui importanza è messa in evidenza dalla completa dominazione del silenzio.

Nel primo assioma della comunicazione Watzlawick afferma che è impossibile non comunicare. Il fatto di non parlare, di ignorarsi reciprocamente, di isolarsi, non indica “non comunicazione”. Comportamenti che, in contesti o in momenti particolari, ogni individuo tiene, come per esempio il “nascondersi” o il “proteggersi” dietro un libro in treno, in una sala d’aspetto, sono messaggi che comunicano la volontà di non entrare in relazione con gli altri. E questi atteggiamenti, soprattutto in una professione come la nostra, vanno rispettati.

Si deve porre, però, molta attenzione sull’uso del silenzio.

Non sempre il silenzio e la decisione di non manifestare la propria opinione riguardo ai più svariati argomenti, sono positivi. Molte volte il silenzio è sinonimo d’ignoranza. Chi non sa, tace; l’esempio più semplice rispecchia la vita quotidiana di tutti gli studenti, la completa scena muta a un’interrogazione non è mai stata premiata!

Il silenzio, inoltre, può assumere anche un aspetto più tragico; è di uso comune, infatti, la similitudine tra il silenzio e la morte. Il silenzio in questo caso è considerato come qualcosa di crudele e violento, che nasconde solo ed esclusivamente il dolore e la drammaticità della situazione.

E’ sempre meglio analizzare ogni aspetto e studiare a fondo anche la nostra posizione, così da poterci controllare e valutare se sia meglio parlare ed esprimere la nostra opinione rilevando, quindi, l’importanza delle parole, oppure se la situazione richiede il semplice silenzio.

Federica Lopardo

Keren Strulovitz


IL GIOCO D’AZZARDO E’ IL MIGLIOR MODO PER OTTENERE NULLA DA QUALCOSA. Panoramica sul gioco d’azzardo in Italia.

 

 

In Italia il gioco d’azzardo è la quinta industria dopo Fiat, Telecom, Enel e Ifim.

Se si analizzano le spese pro capite, l’Italia ha il primato mondiale con oltre 500 euro a persona, e in regioni quali Sicilia, Campania, Sardegna e Abruzzo le famiglie investono circa il 6,5 % del proprio reddito nel gioco. Di conseguenza la maggior causa di ricorso a debiti e usura in Italia è da attribuire proprio a questa pratica. Il gioco coinvolge maggiormente le fasce più deboli, infatti secondo i dati raccolti dall’ Eurispes nel 2010 giocano il 47% degli indigenti, il 56% degli appartenenti al ceto medio basso e il 66 % dei disoccupati.

 

Nel 2011 gli italiani hanno speso 75,6 miliardi di euro in giochi e scommesse, incassandone 57,5 in vincite e premi, ovvero 19 miliardi in meno di quanto puntato. Chi non ha perso è stato lo Stato, che non giocando ha incassato 9,3 miliardi di euro. Erano 8,7 nel 2010.

La raccolta del 2011 fa segnare un incremento del 24.3 % rispetto all’anno precedente.

In termini assoluti gli incassi sono cresciuti rispetto al 2010 (chiuso a 61,5 miliardi) di 15 miliardi.

Questo è stato dettato anche dall’introduzione e dall’incremento dei giochi online, quali il poker, i casinò e le scommesse. Il settore online si è rivelato più generoso, infatti il 92% di quanto versato dai giocatori è tornato nelle loro tasche. Mentre l’erario ha vinto180 milioni di euro.

Inoltre con una raccolta di 41,5 miliardi le new slot e le video lotteries hanno generato il 54,2% degli incassi totali. Rispetto allo scorso anno, la raccolta complessiva del segmento macchinette è migliorata di oltre 10 miliardi. Tra i giochi l’incremento percentuale più alto si registra per il lotto, merito dell’ottima performance del 10 e lotto e win for life.

 

Ma gioco d’azzardo non significa per forza gioco patologico. La stragrande maggioranza dei giocatori non ha nessun problema, ma le ricerche internazionali condotte per accertare il numero di giocatori patologici, stimano dall’ 1 al 3 % la popolazione vittima del gioco patologico, che in Italia equivale a circa 700.000 persone in età di gioco. Tutte le ricerche inoltre dimostrano che la maggior quantità di giochi a disposizione, sia come numero che in termini di possibilità di accesso temporale, è direttamente proporzionale ad un aumento del numero di popolazione che perde il controllo del gioco e che diviene giocatore problematico o patologico.

 

La questione della dipendenza da gioco è terribilmente sottostimata.

Nel nostro Sistema Sanitario Nazionale il gioco d’azzardo non è indicato come patologia clinica, non è stato recepito né il DSM, né l’orientamento dell’ Oganizzazione Mondiale della Sanità.

Il malato di gioco d’azzardo non esiste come paziente, come profilo”, afferma il sociologo Maurizio Fiasco. Alla base c’è la volontà di nascondere in qualche modo questa malattia, perchè il gioco, nel nostro Paese, è un business molto redditizio, per lo Stato in primo luogo. Tuttavia in Italia ci sono dei servizi, che nonostante non siano istituiti specificamente per questo problema se ne prendono carico, quali l’ASL ( Sert e Cps), Associazioni e Cooperative.

L’abuso del gioco d’azzardo produce danni alla salute ed esige il diritto alla tutela di questa, diritto da noi fondamentale e inalienabile. L’aumento spaventoso del consumo del gioco d’azzardo non è la soddisfazione di un bisogno presente in natura, ma la costruzione del consumo.

Infatti chi offre gioco d’azzardo promuove attivamente il consumo con un marketing aggressivo, non definito secondo un codice etico ma utilizzando a piene mani conoscenze psicologiche e  cognitive per guadagnare sempre nuovi segmenti di mercato: giovani, anziani, donne, famiglie” sostiene il sociologo.

E’ la crisi fiscale che intorno ai primi anni novanta, fa costruire la fiscalità attraverso l’azzardo, fino ad arrivare ai giorni nostri dove nelle campagne per promuovere nuove forme di gioco si impegna un budget di circa 20 milioni di euro all’anno, lo Stato in questo ambito riveste un ruolo fondamentale.

 

Il gioco d’azzardo problematico e patologico, quindi, si configura come tema di salute pubblica, ancor prima che come fonte di entrate erariali per lo Stato. Per questa ragione, per i prossimi anni, si auspica la realizzazione di servizi specifici con obiettivi di prevenzione, contrasto, cura e riabilitazione dei soggetti affetti da dipendenza da gioco d’azzardo.

È di fondamentale importanza l’inserimento nei livelli minimi di assistenza socio-sanitaria e socio-assistenziale il gioco d’azzardo patologico e le sue complicanze, al fine di garantire la presa in carico delle persone affette e delle loro famiglie presso i servizi dei dipartimenti per le dipendenze.

I giocatori d’azzardo patologici andrebbero, perciò, equiparati ai tossico/alcool dipendenti e dovrebbero fruire gratuitamente di percorsi terapeutici ambulatoriali, semiresidenziali e residenziali. Il diritto alla cura dovrebbe essere garantito omogeneamente su tutto il territorio nazionale e a tale scopo, sia nei servizi specialistici che nei servizi sanitari e sociali di base, promossa e finanziata una campagna capillare di formazione specialistica rivolta agli operatori in materia di gioco d’azzardo.

Molti altri sarebbero i passi da compiere per l’adempimento di una tutela più solida ed efficace sul nostro territorio; oltremodo ci sembra fondamentale ricordare come anche lo stile di comunicazione pubblica nei confronti di questa problematica andrebbe modificato, adeguando i messaggi pubblici alle linee guida internazionali, in particolare escludendo il richiamo alle vincite possibili e facili quale leva per invogliare al consumo.

 

Eleonora Borgonovi

Laura Buraschi

Una storia per riflettere

Questa è la storia di Gabriele (come lo chiameremo qui), ma è soprattutto la storia di una persona, con famiglia e figli, sogni e delusioni, speranze e sconfitte.

E’ la storia di una persona che, dopo anni di dipendenza dal gioco d’azzardo, ha deciso di uscire allo scoperto, di fare il primo passo e di chiedere aiuto.

Gabriele ha quasi 40 anni, un buon lavoro, una bella moglie con cui è sposato da 10 anni e due bambini di 5 e 3 anni. Egli, però, ha anche una “passione” travolgente, il gioco d’azzardo; voler rincorrere ad ogni costo la grande vincita, con la speranza e l’illusione che la prossima giocata sarà quella fortunata, che lo farà star bene per tutta la vita, che lo ripagherà di tutto il tempo sottratto alla famiglia e di tutti i soldi persi cercando la bramata vittoria.

Gabriele di denaro ne ha speso molto, i debiti si sono accumulati e ciò che guadagna con il suo lavoro non basta più per ripagare tutto. Per poter avere più soldi da giocare Gabriele ha venduto la casa di proprietà, spostandosi con la famiglia in una casa in affitto, ma ora gli arretrati sono troppi e lo sfratto è imminente. I finanziamenti aperti a nome di sua moglie e del suocero devono essere saldati e i debiti con gli amici devono essere restituiti. L’ammontare approssimativo dei soli debiti è di circa 74.000€ e uno stipendio di 1.500€ mensili non basterà a saldare tutto nemmeno in 4 anni.

Gabriele oggi è separato dalla moglie, che ora vive a casa del padre assieme ai figli e riceve dal marito un mantenimento mensile; lui invece  abita con la madre e i fratelli, di cui uno disoccupato, e non vuole pesare troppo sulle loro spalle.

Come può una persona riuscire ad uscire da una situazione così disastrosa? Oltre ad aver distrutto le proprie risorse economiche, Gabriele è distrutto dentro: non ha più una casa, non ha più una famiglia che lo appoggia e lo sostiene, non ha più ciò che fa di lui una persona dignitosa e rispettata, egli è solo, solo con la sua dipendenza dal gioco d’azzardo.

 

Gabriele oggi segue un programma di recupero presso il SerT per riuscire ad uscire dalla sua dipendenza, ma non ha ancora trovato chi può aiutarlo per il risarcimento dei debiti; i servizi sociali del Comune di residenza, oberati dalle richieste di contributi, possono aiutarlo solo in piccola parte e la famiglia sta già facendo molto.  A chi chiedere dunque? Gabriele si è rivolto al Parroco della sua città che lo ha indirizzato ad un’associazione religiosa che aiuta le famiglie con problemi debitori.

Ancora oggi è il privato che riesce ad apportare più aiuto a coloro che si trovano in situazioni di difficoltà e di bisogno, sostituendo nel vero senso della parola le funzioni dello Stato delle istituzioni territoriali, che, anche a causa della crisi di questi tempi, spesso vengono considerate più come agenzie di credito che come effettive risorse per la popolazione in difficoltà.

 

Camolese Isabella-Alice Cerliani

“TE LO AVEVO DETTO CHE ERANO STRANI… VANNO IN GIRO IN PIGIAMA!”

 

 

 

Bruno è un tranquillo ragazzo di otto anni figlio di un ufficiale nazista, la cui promozione porta la famiglia a trasferirsi dalla loro comoda casa di Berlino in un’area desolata in cui questo ragazzino solitario non trova nulla da fare e nessuno con cui giocare. Decisamente annoiato e spinto dalla curiosità, Bruno ignora le continue indicazioni della madre, che gli proibisce di esplorare il giardino posteriore e si dirige verso la ‘fattoria’ che ha visto nelle vicinanze. Lì, incontra Shmuel, un ragazzo della sua età che vive un’esistenza parallela e differente dall’altra parte del filo spinato. L’incontro di Bruno col ragazzo dal pigiama a strisce lo porta dall’innocenza a una consapevolezza maggiore del mondo degli adulti che li circonda, mentre gli incontri con Shmuel si trasformano in un’amicizia dalle conseguenze terribili.

È un film toccante e commuovente, ti spinge a pensare a come l’uomo possa essere in grado di provare un tale odio per un altro uomo, perché di tale si tratta, tutti noi siamo uguali, nessuno è migliore, nessuno peggiore…
Ciò che ha colpito di più in tutto questo film è il personaggio di Shmuel e della sua dimostrazione di grande forza e grande amicizia: ha avuto il coraggio di fidarsi e soprattutto di perdonare un bambino tedesco, appartenente ad un popolo che lo aveva rinchiuso nel campo di concentramento e non gli aveva permesso di vivere in serenità la propria gioventù… Shmuel ha visto in Bruno non il nemico ma l’unica possibilità di respirare la vita che si vive al di fuori del lager, una vita che non dovrebbe essere negata ad un bambino di 8anni.
Questo film racconterà pure un aspetto cruento del nazismo ma  è soprattutto la storia di un’amicizia forte, che va oltre tutto. Un amicizia che non si basa sulla storia di queste due persone ma sulle loro anime, sul loro incontrarsi e in quel momento delle giornata sentirsi meno soli; per Bruno era il non dover giocare da solo ma soprattutto per Shmuel era un momento in cui non era costretto a pensare a ciò che inevitabilmente sarebbe capitato a lui e alla sua famiglia.
È un grande insegnamento per tutti noi: “l’amicizia può unire ciò che le barriere dividono”.
Ci sono poche parole per commentare l’aspetto storico del film, le immagini e le emozioni che inevitabilmente gli spettatori provano, parlano da sole…

Anita Meregalli  Cristina Gregis

Precious


Il film “Precious”  uscito nel  2009 e tratto dal romanzo di Sapphire dal titolo “Push – La storia di Precious Jones”  ha per protagonista l’ adolescente Clarice Precious  Jones ,  ragazza  dei quartieri degradati americani.

La vicenda si svolge nei sobborghi  dell’ Harlem povera e disagiata degli anni ottanta e mette a fuoco le problematiche di una ragazza obesa ed  incinta per la seconda volta di suo padre.

Il padre  compie su di lei ripetute violenze, che appaiono nel film come flash back e che avvengono sotto gli occhi della madre che non fa nulla per impedirle.

La madre di Precious, oltre a consentire che tutto ciò avvenga, ha un atteggiamento a sua volta violento nei confronti della figlia ed arriva addirittura ad accusarla, davanti  ai servizi sociali, di essere la causa del fallimento del suo matrimonio.

Il ruolo dei servizi sociali è molto importante nella vicenda: questi  intervengono nella vita della ragazza e della sua famiglia in circostanze diverse.

La madre, disoccupata,  avendo due minori a carico ed essendo rimasta sola, riceve un sussidio dallo Stato, che rappresenta l’ unica entrata in termini di soldi a disposizione della famiglia.

Precious, su consiglio della Preside,  lascia la scuola ordinaria per frequentarne una speciale e di fronte alla possibilità che questo cambiamento comprometta la normale erogazione del sussidio, la madre le impone di recarsi dall’assistente sociale: durante il colloquio con quest’ultima emerge però la verità riguardo alla situazione familiare della ragazza.

Precious racconta all’ assistente sociale delle visite domiciliari durante le quali la madre finge di occuparsi della nipote, che in realtà vive con la nonna, e dichiara di essere alla ricerca di un lavoro mentre passa le giornate davanti alla televisione. Inoltre, durante l’incontro, Precious confessa  involontariamente, che suo padre è il padre della figlia (affetta da sindrome di Down) e del figlio del quale è in attesa.

L’assistente sociale, alla quale la ragazza rivolge il proprio racconto, rimane sconcertata di fronte alle informazioni che Precious le confida e la scena termina con un primo piano silenzioso dell’operatore.

Nel momento in cui alla famiglia viene tolto il sussidio sociale esplode una violenta lite tra la ragazza e la madre, scontro che si conclude con l’allontanamento da casa di Precious.

L’assistente sociale espone a Precious la possibilità di procedere con l’adozione, alternativa che non viene però presa i considerazione dalla ragazza, di essere in grado di occuparsi di entrambi i suoi figli.

Precious e il figlio Abdul , appena nato, vengono affidati dai servizi sociali ad una casa famiglia. Quando però le cose sembrano andare per il verso giusto, viene scoperta la sieropositività della giovane, infettata dal padre ormai morto di AIDS.

Nell’ ultimo colloquio, fra la madre, Precious e l’ assistente sociale, la madre cerca di ottenere il ritorno della figlia a casa ed il sussidio; vengono invece fuori le frustrazioni ed il malessere nonché l’ instabilità mentale della donna , la quale  ammette di aver assistito inerme alle violenze compiute dal padre nei confronti della figlia quando era in tenera età; incolpa addirittura la figlia di essere stata consenziente agli abusi. Il colloquio si conclude con l’ uscita di scena di Precious che rivolgendosi all’ assistente sociale la giudica non all’altezza della sua complicata situazione e rivolgendosi alla madre le dice che non ha più intenzione di rivederla.

L’assistente sociale alle richiesta di aiuto della donna a far tornare la figlia si alza e se ne va laciando il caso.

In questo film appaiono due assistenti sociali con ruoli molto  importanti Si nota come, molto spesso risulta complicato per l’operatore entrare nella sfera privata delle persone.

A volte la vita privata  è intrisa di problemi che possono  risalire a periodi passati , traumi infantili  o altre cause legate ,per esempio, al rapporto con  i genitori.

Spesso si viene a contatto con persone  non collaboranti che si presentano spesso al servizi al solo scopo di ottenere un possibile sussidio.

Capita inoltre, come accade anche nel film, che entrando nella vita delle persone  si rischia di farsi coinvolgere in maniera troppo emotiva  e questo può compromettere la lucidità nelle scelte da prendere .

Occorrerebbe dunque sempre farsi coinvolgere dal caso, mantenendo comunque  una visione  distaccata ed esterna, rendendo quindi le scelte eque e rivolte a garantire agli utenti la giusta assistenza  senza farsi trasportare dalla voglia di porsi obbiettivi troppo elevati, sia per la competenza del ruolo, sia per le capacità dell’utente .

Jacqueline  Introzzi