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VITE “NON DEGNE” – Butterfly Circus.

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Mi è capitato qualche tempo fa di imbattermi in uno splendido cortometraggio del regista J. Weigel, i 20 minuti meglio spesi della mia vita.
Sto parlando de “Il Circo della Farfalla” che racconta la storia di Will interpretato da Nick Vujicic, l’uomo senza arti nella finizione filmica così come nella vita reale.
Nick Vujicic nasce a Melbourne, Australia, con una rara malattia genetica, la Tetramelia, che lo costringe ad una vita priva di arti, di entrambe le braccia ed entrambe le gambe ad esclusione di due piccoli piedi.
A causa del suo handicap inizialmente Nick non può frequentare la scuola tradizionale (così come prevede la legge australiana), ma la legge cambia e Nick è uno dei primi disabili a frequentare la scuola normale.
A otto anni, schiacciato dalla depressione data dalla sua condizione, decide di suicidarsi annegando in una vasca da bagno.
Sopravvissuto al tentativo inizia a pensare al senso della sua condizione e a “sfruttarla”.
Impara a scrivere, a muoversi e a vivere una vita normale utilizzando principalmente i piedi, a 17 anni fonda la associazione non-profit “Life Without Limbs”, si laurea in economia e scrive il libro “Senza braccia, senza gambe, senza preoccupazioni”.
Nel film interpreta Will, “una perversione della natura, un uomo – se cosi si può dire- a cui Dio stesso ha voltato le spalle””, in mostra tra i fenomeni da baraccone nel padiglione delle mostruosità umane ed esposto alla perfidia degli spettatori, ai pregiudizi e alla crudeltà del pettegolezzo.
E’ proprio in questo momento, in cui la sua dignità di persona si annichilisce pian piano e in cui, giorno per giorno, si convince di essere un non-uomo, un progetto non riuscito, che incontra Méndez, proprietario del Circo della Farfalla, che vede Will con occhi diversi e che gli insegna che “Ciò di cui ha bisogno questo mondo è un po’ di stupore”.
Méndez dirige un altro tipo di spettacolo, porta in pista contorsionisti, giocolieri, acrobati e artisti pieni di forza, colore ed eleganza.
Un circo che è opera di riscatto dalla povertà e dalla perdita della capacità di dare un senso alla propria vita e alla propria condizione fisica, morale e sociale fino a trovare la risorsa più pura : se stessi.
Méndez, con metodi perfino bruschi nei confronti di Will e dei suoi artisti, cerca di abbattere non le barriere architettoniche (ossessione del nostro tempo), ma quelle psicologiche e naturali che separano non tanto dal mondo, ma da sé stessi e dalle loro reali capacità.
A contatto con loro Will rinasce, sfidato da una frase che gli rivolge Méndez che svela la legge più profonda della vita: “Se solo potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri […] tu un vantaggio ce l’hai: più grande è la lotta e più glorioso è il risultato”.
Perfetto equilibrio tra messaggio morale intriso dei più candidi valori umani e la gestione del “se stesso” come punto di forza, il tutto incorniciato dalla delicatezza mai retorica del racconto, dai passaggi mai buonisti e stucchevoli da clichè, il film mette in scena la metamorfosi da bruco a farfalla che spicca il volo.
Will impara a vivere la sua condizione umana e a sfruttarla come risorsa fondamentale per sé e per gli altri come realmente fa Vujicic e come realmente dovrebbe fare ogni persona. In ogni condizione. E soprattutto come ognuno di noi, futuro professionista, dovrebbe aiutare a fare tenendo sempre ben presente ogni più piccolo appiglio di capacità personale che potrebbe portare il nostro utente a riscoprire il proprio “senso”.

Caglioti

La rappresentazione cinematografica dell’Assistente sociale oggi e l’utilizzo dei media nei servizi.

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Moonrise Kingdom (2012) racconta di una fuga d’amore adolescenziale ambientata nell’Inghilterra del 1965. All’interno del film trova spazio anche la figura di un’assistente sociale, rappresentata secondo gli stereotipi più diffusi e persistenti che ancora oggi accompagnano la professione.

Anzitutto viene da pensare che la scelta di Tilda Swinton per interpretare questo ruolo non sia dettata dal caso. Tilda Swinton, infatti, attrice dal volto androgino, ha interpretato ruoli quali l’ambiguo Orlando (tratto dal libro di Virginia Woolf), oppure una strega regina dei ghiacci nel“ Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio”, nonché una fanatica leader di una comunità neo-hippy nel film “The beach”.

Ma, a prescindere dall’attrice, la figura dell’assistente sociale in questo film risulta estremizzata, sia nell’aspetto, sia nei comportamenti. L’AS, infatti, indossa una divisa blu, a metà strada tra un marinaio e un controllore; quando si rapporta con gli altri personaggi non si presenta mai con il proprio nome, ma attraverso l’impersonale etichetta di “Servizio sociale”. Il tratto ancora più sconvolgente è sentirla parlare sempre in terza persona.

Rappresenta l’iperbole della spersonalizzazione e della fusione tra istituzione e professionista. Il suo mandato è prendere in carico il ragazzo orfano e fuggivo per portarlo in un istituto in cui potrebbe anche ricevere l’elettroshock come misura di correzione per i suoi comportamenti! Eseguirà il suo compito nella maniera più burocratica e asettica possibile, valutando il caso solo sulla base delle informazioni cartacee ricevute, seduta nel suo ufficio e senza mai prendere contatti personali con il suo utente. Incarna sicuramente il personaggio più negativo di tutta la storia e solo alla fine del film sembra lasciarsi andare ad uno slancio di umanità.

Il regista ricalca lo stereotipo dell’assistente sociale “ladro di bambini”, braccio senza cervello di un’istituzione capace di agire prettamente sulla base di ordini imposti da un autorità superiore, totalmente privo di un proprio autonomo agire professionale.

Questo film fornisce un altro duro colpo all’immagine dell’assistente sociale, professione che stenta ad affermare, sia nei confronti delle altre figure impegnate nel sociale, sia verso gli utenti, un’immagine dai confini chiari e fondata su principi etici, basati sulla considerazione dell’unicità di ogni persona.

La filmografia, in ogni caso, costituisce uno dei feedback in grado di delineare lo sviluppo o, come in questo caso, la stagnazione dell’ immaginario collettivo. Bisogna però considerare che l’immaginario viene costruito anche attraverso lo stesso mezzo che lo descrive, in un circolo che si autoalimenta. Una sfida presente e futura è quindi lavorare costantemente alla creazione di relazioni significative con l’utente e le istituzioni.

Un’idea potrebbe essere quella di sfruttare la potenza mediatica dell’arte e dell’immagine per far conoscere ed avvicinare gli esterni. Si potrebbero, per esempio, girare dei cortometraggi e dei documentari per divulgare le azioni dell’A.S. nelle molteplici aree di intervento, con lo scopo di rendere meno ambigua e più vicina all’utente la professione. All’interno dei siti internet delle istituzioni e dei servizi, in aggiunta al tradizionale opuscolo esplicativo, potrebbe diventare una prassi pubblicare video in cui l’assistente sociale descrive il proprio lavoro, sia per una questione di trasparenza e chiarezza, sia per dare un volto umano e rassicurante all’utente che si approccia per la prima volta al nostro mondo tutt’oggi oggetto di mistificazioni e leggende.

Monica lutzu

Il “Fontanile”

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In una società sempre più in crisi di valori, dove oramai si pensa sempre di più solamente a noi stessi e a come arrivare “sani e salvi” a fine giornata, in cui aumenta giorno dopo giorno il bisogno di sorridere, di qualcosa che ci ricordi cosa vuol dire aiutare e pensare al prossimo, è bene parlare di cosa è rimasto di positivo all’interno della nostra comunità. Andiamo a parlare quindi di una delle cooperative più importanti e famose del territorio milanese, ovvero il “ Fontanile”.
Il Fontanile è una cooperativa sociale che opera a fianco delle persone con disabilità. L’obiettivo di questo gruppo è quello di rendere più facile la vita di questi ragazzi e ragazze, aiutandoli soprattutto a vivere una vita indipendente, in cui essi possano sorridere, amare e sognare come tutti noi. La visione del “Fontanile” è quella di un mondo dove le persone con disabilità siano parte attiva della comunità, un mondo dove queste persone possano vivere in maniera autonoma diventando dei cittadini veri e propri.
Tutto parte nel 1999 quando nei pressi di un fontanile situato all’interno del Parco Lambro di Milano nasce questa cooperativa sociale che da allora è diventata una vera e propria sorgente di risposta ai bisogni delle persone con disabilità. Inizialmente vennero attivati in Cascina Biblioteca i servizi di rieducazione equestre, formazione all’autonomia e tempo libero, così da poter offrire alle persone disabili l’opportunità di socializzare e dare alle loro famiglie la possibilità di confrontarsi. Dal 2004 nascono ulteriori servizi, ad esempio proprio in quell’anno il Fontanile comincia a gestire il Centro Diurno Disabili “ Galileo Ferraris “ con l’obiettivo di soddisfare i diversi bisogni delle persone disabili. Nascono poi diversi servizi residenziali: promuovendo questo tipo di prodotto, che si sviluppa sulle caratteristiche peculiari di ogni disabile, il Fontanile cerca di essere casa, protezione, assistenza e voglia di indipendenza realizzando progetti per tutte le persone che ne hanno davvero bisogno. Ricordiamo che la sede legale della comunità si trova oggi in via Casoria 50 a Milano.
Quali sono le mete a cui punta questa associazione? Innanzitutto migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità e prendersi cura delle stesse, promuovere e sostenere i valori e la pratica della cooperazione sociale, diventare un’impresa di comunità capace di rispondere alle domande del territorio in modo competente, professionale e sostenibile. È un movimento in continua crescita, basti pensare ai numeri associati a questa cooperativa: più di 100 persone seguite ogni giorno, 320 persone disabili prese a carico solo nel 2012, 2 milioni di fatturato, 57 dipendenti e 55 volontari.
Proprio i volontari possono essere rappresentati come il cuore dell’associazione: dedicano tempo, spazio e attenzione ai ragazzi, con tutto l’entusiasmo possibile, ricevendo in cambio tanto affetto e calore. Gli educatori sono i più bravi in circolazione, la loro grande competenza e superata solo dal grande amore che provano per il loro lavoro e per le persone che aiutano quotidianamente. I responsabili del “Fontanile” riescono a fare sentire partecipe ogni membro, ricordando loro ogni giorno quanto sono importanti e fondamentali per la cooperativa. Sembra di stare parlando di una grande famiglia e in effetti lo è, tutti i membri si prendono cura uno dell’altro senza chiedere in cambio niente.
Approfondiamo il tema dei servizi. Abbiamo già parlato di quelli residenziali, analizziamo quelli diurni. Vengono messe a disposizione delle persone con disabilità una serie di servizi che danno risposte graduando gli interventi secondo del tipo di bisogno. In Lombardia i servizi diurni sono di tre tipi, il CDD ( centro diurno disabili) che è rappresentato dal Ferraris, menzionato precedentemente, l’SFA ( servizio di formazione all’autonomia ) e il CSE ( centro socio educativo ) presente nel contesto della Cascina Biblioteca, un servizio diurno per trenta persone disabili con tante proposte di laboratori ed attività come ad esempio la falegnameria, il laboratorio artistico, quello di musica, di danza-terapia e molti altri. Ci sono servizi riguardanti il tempo libero e lo sport. Il tempo libero dei ragazzi si può svolgere sia nell’ambito della cascina sia in Città, dove ogni anno 70 persone con disabilità, accompagnate da educatori e volontari fanno esperienze ludiche e culturali, viaggi e vacanze. I ragazzi del Tempo Libero vengono aiutati a socializzare fra di loro, spinti verso nuove esperienze e amicizie che si consolidano poi nel tempo. Ogni nuova esperienza settimanale viene vissuta con gioia ed entusiasmo per spingere i ragazzi disabili verso un grado massimo di coinvolgimento. Vengono ogni anno fatte ai ragazzi diverse proposte di attività sportive all’insegna del divertimento e del gioco di squadra.
Inoltre per concludere il discorso sui contributi del “Fontanile” alla società non si può non parlare dell’interesse per i bambini, che la cooperativa considera di fondamentale importanza per la comunità: ogni anno vengono organizzate numerose attività come l’avvicinamento equestre, la City Farm, diversi tipi di corsi e campus estivi – invernali.
Spero di essere riuscito a ricordare, parlando di questo movimento, cosa vuol dire pensare ed aiutare il prossimo. Il “ Fontanile “ è una cooperativa nata per aiutare gli altri, per aiutare chi ne ha bisogno, per aiutare le persone disabili. Esse per via della loro fragilità incontrano difficoltà ad affrontare da sole la vita di tutti i giorni. Grazie al “ Fontanile “ finalmente adesso non sono più sole.

Davide Giuseppe Sabadini

Gabriella Kuruvilla Milano, fin qui tutto bene

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La scrittrice ci propone quattro storie di vita in quattro vie molto conosciute di Milano; la loro fama non è quella delle vie della moda bensì quelle dell’emarginazione.
Quattro personaggi (uno in ogni capitolo) che, fra pregi e fragilità, si districano nella complessità delle loro vite: dalla madre single meticcia dalla doppia identità, all’artista milanese frequentatrice di centri sociali; dall’egiziano ex spacciatore padre di un figlio che non conosce, all’immigrato campano in cerca di una via alternativa alla violenta vita di strada.
L’imponente protagonista del romanzo è indubbiamente Milano, le sue strade, i suoi locali, i parchi, i centri sociali, gli istituti di carità, le scuole, i campi rom.

Quattro fotografie di Silvia Azzari aprono le quattro storie, quattro scatti in bianco e nero che definiscono lo spazio come un luogo di vissuto quotidiano.

Via Padova con Viale Monza, Sarpi e Corvetto luoghi in cui si svolgono le vicende dei protagonisti (Anita, Samir, Stefania, Tony) che si incontrano nelle varie zone della città.
Questi luoghi sono il risultato spesso di una politica dell’esclusione che se non crea ghetti è solo per la vitalità delle persone che abita questi luoghi reinterpretandoli con fantasia e anche per pura sopravvivenza.

La storia che mi ha appassionato maggiormente è quella di Anita, madre single, “né vecchia bianca né giovane nera”. “io, come molti, non faccio niente. (Il non fare nulla è la cosa più difficile del mondo), ha detto Oscar Wilde. Duro lavoro il mio, quindi. Come quello di molti.”
Girovagando senza meta, con Anita e il bimbo neonato, mi fanno scoprire che: “Via Padova è piena di ex industrie. Il centro commerciale è un ex industria, la chiesa evangelica è un ex industria, l’emporio di arredamento è un ex industria, la moschea è un ex industria”. Via Padova “per alcuni è il ghetto, la casbah, il Far West o la banlieue italiana più disastrata. Per altri, invece, rappresenta l’East End milanese: un modello di convivenza possibile. C’è chi non vorrebbe mai entrarci, c’è chi non vorrebbe mai uscirne”.
Anita ha appena perso i genitori in un incidente stradale; in questo caotico quartiere ritrova una sorta di equilibrio: “Via Padova mi accoglie, e io mi sento accolta”.

Non è forse l’accoglienza la migliore chiave di svolta per sciogliere contrasti fra esseri umani?
Io penso di si. Penso che accogliere e sentirsi accolti sono presupposti indispensabili per dare inizio a qualsiasi forma di interazione, fra singoli o gruppi; in un rapporto di conoscenza, d’amicizia ma soprattutto in un rapporto d’aiuto come quello che si instaura, per esempio con un’assistente sociale.

“Milano, fin qui tutto bene” è un libro davvero appassionante che, in poche pagine ci mostra istantanee di una Città come una enorme mescolata metropoli, dove è difficile parlare di integrazione. “Non ne posso più di questa storia dell’integrazione: ma secondo te gli italiani sono integrati in Italia? Io vivo qui da sette anni circa e ne ho incontrati un sacco di italiani che non sono integrati in Italia ma neanche in loro stessi”.

Vi auguro una buona lettura
Alice Pollastro

IDENTITA’ A TERMINE

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Un futuro solido. È questo ciò che manca, ciò che viene negato costantemente a NOI giovani. E quando dico noi mi riferisco a chi studia sperando che l’ansia per gli esami e quelle nozioni accademiche possano servire un giorno a qualcosa, mi riferisco a chi ha lasciato gli studi dalle superiori per poi rendersi conto di aver commesso uno sbaglio e ha avuto la forza di ritornare sui suoi passi, mi riferisco anche a chi lavora e per arrivare ad uno stipendio deve dividersi in mille..almeno avesse il dono dell’ubiquità!!!
Certo, c’è chi riesce ad affermarsi, a costruire qualcosa di concreto, ma quanti sono in realtà?
Ogni giorno ci viene detto “Don’t be choosy”, ci viene chiesto di adattarci a qualunque condizione, senza badare se “questo o quello” è ciò che fa per noi. Ci viene detto che bisogna fare la gavetta, perché “ci sono passati tutti” ma questa gavetta per noi può durare una vita intera. Una condizione di indeterminatezza, di insicurezza sembra essere una costante nella nostra continua crescita e ricerca di autonomia lavorativa.
Sempre più sono i giovani che “scappano”, provano a intraprendere un cammino al di fuori del nostro Paese, spesso senza sapere a cosa realmente vanno incontro, a volte tornando a “mani vuote” o sopravvivendo per non deludere o essere delusi da quella che credevano essere “la nuova America”.
Viene costantemente negata la possibilità di affermare un’ identità lavorativa e personale. Così facendo però non si va a “violare” solamente la sfera economica di una persona, ma viene negato ciò che può rendere un’entità definibile e riconoscibile, lasciando la maggior parte dei giovani in un “limbo”, uno spazio indefinito nel quale vagano costantemente alla ricerca di una solidità.
L’introduzione del lavoro “atipico” in Italia ha prodotto notevoli mutamenti nel mercato del lavoro. Tali mutamenti non sono soltanto legati all’occupazione-disoccupazione, ma riguardano soprattutto il rapporto tra lavoratore e lavoro. Il mercato del lavoro contemporaneo sembrerebbe così includere anche il “Mercato della vita”. Si scambia, oltre alla capacità lavorativa, anche l’intera personalità del lavoratore. Sia che si tratti di precarietà oggettiva, legata alla situazione contrattuale, sia che si tratti di precarietà soggettiva, dovuta ad una percezione personale e alla costante paura di perdere il proprio posto di lavoro.
Ciò che viene proposto oggi è qualcosa di IMPOSSIBILE. Non si può pretendere che un neolaureato o un neodiplomato abbiano avuto esperienza quando il più delle volte c’è la necessità,o meglio l’obbligo di seguire lezioni senza avere possibilità di intraprendere nel frattempo un percorso lavorativo vero e proprio. E poi, perché quantificare l’esperienza? Non sarebbe meglio qualificare l’esperienza?
Credo che la questione sia ampiamente discutibile. Provate a pensare ad un’esperienza pluriennale di una persona che non ha fatto altro che svolgere lavori troppo scomodi per altri , che non ha avuto alcun modo di vedere effettivamente il lavoro per il quale avrebbe firmato un contratto. Ora, questa persona può definirsi ricca di una esperienza lavorativa? Io dico di no.
Riflettiamo insieme sulle modalità di ricerca di un lavoro. Internet, con la sua infinità di siti a cui rivolgersi (e spesso, direi anche troppo, gli annunci sono sempre gli stessi), ci sono poi le agenzie interinali, i giornali (ora praticamente non più consultati), il passaparola e, dulcis in fundo, le raccomandazioni.
I siti internet spesso traggono in inganno, non specificano la mansione, risultano essere così vaghi e non danno una sicurezza sulla ricezione del curriculum inviato. Nessuna risposta, non abbiamo neanche più l’umiliazione di sentirsi dire “Grazie, le faremo sapere”.
E sono proprio in questi siti che si inseriscono cosiddette agenzie, con “comprovata e pluriennale” presenza sul territorio nazionale e internazionale. Società fasulle che promettono lavoro, e lo danno è vero, ma non per quello per cui ci si è proposti. Sono delle vere e proprie truffe contro cui qualcosa sta iniziando a muoversi. Sono “società fantasma” che promettono di farti lavorare in una determinata posizione lavorativa e che in realtà poi si concretizzano come il classico venditore “porta-a-porta”.
Un altro punto su cui riflettere sono le pochissime possibilità di entrare a far parte di una realtà lavorativa piuttosto che di un’altra. Questo perché (così dicono) il mercato del lavoro è ormai saturo. Ma questa condizione a cosa è dovuta? I giovani ci sono … Direi di sì, ma non sono troppi quelli che sono “a spasso”? Quanti occhi pieni di entusiasmo vediamo uscire dalle università tenendo ben in vista la loro laurea lucente in mano e quanti di questi occhi vediamo poi spegnersi sotterrati da contratti indecenti di 15 ore settimanali, di un mese più possibilità di proroghe che non ci saranno mai, di possibile inserimento in azienda. Che vergogna! Sprechiamo talenti come niente fosse e poi ci lamentiamo perché il Paese rimane immobile, cristallizzato nelle sue stesse ferite.
La spiegazione di questa condizione la si trova facilmente: prolungamento dell’età pensionabile. O forse questa è una delle scuse utilizzate per coprire una mentalità radicata a fondo, quella italiana del clientelismo, di chi non lascia la poltrona fino all’ultimo e oltre, dell’Italia che manda avanti “il figlio di”, di un Paese che non vuole crescere e preferisce rimbalzare gravosi problemi dalla destra alla sinistra perché è più comodo così.
Queste dinamiche convergono tutte verso un punto focale e cioè la costruzione di una “identità a termine”. Un’identità che non può costruirsi fino in fondo, non permette di dimostrare le proprie capacità e le proprie qualità. Un’identità che rimane incompleta, tronca, mancante. Le porte sono sempre più chiuse in una società che si presenta vecchia, incapace di accogliere le novità e coltivare nuove forze lavoro (e non di sfruttarle e basta).

Silvia Di Pietro

I “CONDOMINI SOLIDALI” E LA CONDIVISIONE: UNA REALTA’ BIPOLARE.

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Articolo di lunghezza e tema libero di interesse sociale. Questa la richiesta fattami dal gruppo In- formazione. Sono rimasta un po’ spiazzata e non sapevo di cosa avrei potuto parlare. Non per la mancanza di temi a riguardo, ma piuttosto per la vastità di scelta!
Poi mi si è accesa una lampadina: io vivo in una comunità di famiglie, o meglio in un “condominio solidale” e non sono in molti a conoscere questa realtà.
Credo di potermi definire “comunitaria di seconda generazione”, nel senso che la mia non è una scelta di vita personale, ma piuttosto una conseguenza delle scelte dei miei genitori, spero però di riuscire a descrivere e far comprendere cosa sono le comunità di famiglie.
Diverse dalle comunità a cui siamo abituati noi studenti e assistenti sociali, in genere di tipo terapeutico o di tipo professionale, direi che le comunità di famiglie sono dei veri e propri gruppi di auto mutuo aiuto.
Attualmente le comunità di famiglia sono una ventina, ma altre si stanno preparando a partire. L’associazione Mondo Comunità e Famiglie (MCF) le chiama comunità di comunità, nel senso che la comunità considerata oggetto primario dell’associazione è la famiglia che, riconoscendo di non bastare a se stessa, decide, per realizzarsi a pieno, di vivere accanto ad altri in modo solidale.
Attenzione: non si tratta di vivere tutti insieme felici e contenti. La comunità di famiglia vorrebbe fondarsi sul vicinato solidale, sulla fiducia reciproca. Ogni famiglia ha il suo appartamento e possiede una sua sovranità inalienabile. Ognuno è totalmente responsabile di sé e delle proprie scelte.
Generalmente le Comunità si insediano in spazi abbastanza ampi da poter ospitare non solo le famiglie stesse che decidono di seguire un certo stile di vita, ma anche per poter accogliere persone in difficoltà. Le famiglie, le persone che costituiscono le comunità di famiglia ricercano uno stile di vita sobrio, essenziale nei consumi ma anche nelle idee, cercano di investire sulle relazioni con le persone nel rispetto dell’ambiente.
Non esistono regole ferree, ma in genere le comunità decidono di usare uno strumento chiamato “cassa comune” e l’assegno in bianco. I proventi da lavoro di ognuno si mettono insieme e al primo del mese a ogni famiglia o persona che compone la comunità viene affidato un assegno da compilare secondo le necessità mensili e quello che non si utilizza potrà servire alle altre famiglie della comunità.
Le comunità familiari hanno una carta di vita, nominano un presidente con funzioni organizzative che si confronta con gli altri presidenti delle altre comunità. Sono associazioni di mutuo aiuto e sono in rete tra loro.
Le Comunità Familiari hanno una loro carta di vita, si accompagnano con le altre in un Capitolo, nominano un presidente con funzioni organizzative che si confronta con gli altri presidenti. Sono associazioni di mutuo aiuto, sono in rete tra loro.
Inoltre le comunità si prefiggono lo scopo di essere utili non solo a se stesse, ma anche agli altri. Spesso si fanno accoglienze di persone in difficoltà. E non parlo solo di utenti del servizio sociale, parlo anche di persone che sentono l’esigenza di interrogarsi in modo differente per capire quale sia la loro strada.
Le accoglienze vengono attuate a seconda della disponibilità di ogni famiglia.
La scelta dei miei genitori di accogliere adulti e prendere in affido minori in difficoltà ha fortemente influenzato il mio percorso personale e formativo. Mi sento di “confessare” che a volte, la maggior parte delle volte, ho trovato difficile accogliere e accettare in casa una persona estranea che ha la sue esigenze particolari. Tuttavia mi ha permesso di vedere l’affido e l’accoglienza in una prospettiva diversa da quella che studio sui libri, non la prospettiva dell’affidante, ma quella dell’affidatario. Una prospettiva che trovo essere estremamente utile per tutti gli operatori sociali e che talvolta viene un po’ trascurata.
Tornando alle comunità di famiglia la parola chiave è CONDIVISIONE.
Se mi fermassi qui, in base a quello detto in precedenza, sembrerebbe una cosa prettamente economica, ci si mette insieme perché si fa meno fatica a far fronte a esigenze economiche.
In realtà vivere in comunità significa, secondo me, mettersi in gioco e aiutarsi, più che dal punto di vista materiale , da quello personale e relazionale.
Condivisione di esperienze, vissuti, sentimenti . Condivisione utile. Condivisione che in alcune occasioni è profonda e toccante, che permette di conoscere meglio se stessi e gli altri. Condivisione a volte sofferta e difficile.
Io non partecipo alla condivisione della comunità in cui vivo perché, come detto, sono “comunitaria di seconda generazione”, ma ho occhi, orecchie e genitori che condividono parecchio con me.
Personalmente credo che la vita comunitaria sia “bipolare”, se mi si concede il termine. Da una parte è bello e meraviglioso: si può contare sul vicino in un modo particolare che va oltre al buon vicinato. Il vicino più che vicino è amico e compagno, confidente, sostenitore, aiutante. Dall’altra parte a volte è difficile. Il vicino confidente può diventare invadente; la ricerca personale stimolata dal confronto con gli altri può far uscire parti di sé ancora sconosciute; le aspettative possono essere deluse; la convivenza e il confronto possono diventare faticosi.
La comunità aiuta e allo stesso tempo ti chiede di fare sforzi a volte anche grandi. In ogni caso penso che la comunità sia una risorsa importante che può fare la differenza certamente per i comunitari, ma anche per le istituzioni e i cittadini.

Bianca Ravasi

AMOUR

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Durante queste vacanze sono riuscito finalmente a vedere un po’ di film tra cui Amour, lungometraggio scritto e diretto dall’austriaco Michael Haneke, vincitore di svariati premi tra cui la Palma D’oro durante la scorsa edizione del Festival del Cinema di Cannes.
In una grande e vecchia casa di Parigi piena di libri, dove tutto il film si svolge, gli ottantenni George e Anne, insegnanti di musica in pensione, vivono le giornate armoniose di chi ha vissuto sempre insieme amandosi e capendosi, e che adesso serenamente invecchia tra concerti, letture e i lavori domestici di tutti i giorni. Ma Anne è colpita da un ictus: per la coppia la vita cambia irrimediabilmente.
George affronta con l’amore di sempre la nuova quotidianità desolata della malattia della moglie, che assiste anche nelle azioni più intime e sgradevoli, allontanando le infermiere che lui considera “disumane”, accollandosi tutta l’assistenza con una specie di gelosia, tenendo lontana anche l’unica figlia, Eva, come se il suo aiuto potesse essere inopportuno.
Aldilà della trama trovo che questo film sia molto interessante per i suoi aspetti sociologici, in quanto descrive in maniera puntuale e dettagliata il comportamento che l’uomo può assumere quando si confronta con la malattia.
Nello specifico il protagonista della pellicola denota una grande sensibilità e dignità nel fronteggiare il progressivo decadimento psico-fisico della propria compagna.
Tuttavia l’amore incondizionato per Anne porta George a non valutare in maniera oggettiva le diverse possibilità di cura che si profilano per la moglie.
La diffidenza che dimostra nei confronti delle infermiere e di un possibile ricovero presso un struttura per anziani rispecchiano un atteggiamento piuttosto diffuso: in un mondo in cui l’aspettativa di vita è in continuo aumento la problematica dell’assistenza agli anziani si fa sempre più di interesse comune, anche se lo stato e gli enti privati non sono ancora in grado di fornire delle risposte adeguate in termini si di quantità (un numero di strutture sufficienti), sia soprattutto in termini di qualità (personale qualificato, centri all’avanguardia per tecnologie mediche e riabilitative).

Jacopo Bordoni

Vivere con meno è il nostro rinascimento

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Voglio parlarvi di una delle più grandi donne del nostro tempo.
Vandana Shiva, nata a Dehra Dun, nell’India del nord, il 5 novembre del 1952.
Scelgo di ricordare in questo piccolo spazio la grandezza e l’importanza del lavoro e della determinazione di questa attivista ed ecologista indiana nel difendere la dignità del Pianeta e delle comunità che lo abitano.
Dopo la laurea in fisica quantistica presso l’Università di Western Ontario, Canada, l’ormai premio Nobel alternativo per la pace torna in patria e si rende conto del tremendo flagello che vive la sua terra, l’Himalaya: degradazione del suolo, denigrazione delle parti sociali più “deboli”, i contadini, perdita delle colture locali a favore dei maxi piani monocolturali delle grandi multinazionali.
Inizia così il percorso che la porterà ad abbandonare la sua carriera di scienziata per dedicare i suoi studi e le sue conoscenze alla tutela dell’umanità diventando una tra le più autorevoli voci mondiali in difesa della biodiversità, concetto mai come in questo caso inteso nel suo senso più ampio: dalla difesa del suolo alla tutela delle colture tradizionali; dal rispetto per le risorse naturali a quello per le comunità locali che in esse trovano sostentamento.
Scrive numerosi libri nei quali spiega scientificamente e politico-economicamente le scelte prese dalle grandi potenze mondiali del XX-XXI secolo, volte a impoverire sempre di più le popolazioni rurali del Terzo mondo.
Impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell’ambiente e delle culture native, è oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi.
Rifacendosi alla crisi attuale del capitalismo Vandana afferma:
“Vivere con meno è il nostro rinascimento. Questo sistema economico è insostenibile, è contro l’ambiente, è contro l’uomo ed è contro il bambino. La libertà non è avere di più ma essere di più, riaccostarsi alle cose semplici e recuperare una dimensione più umana. La nostra libertà è un percorso di spoliazione da quello che in realtà non ci serve affatto.
Il corpo obeso del bambino americano e lo scheletro di quello africano sono il prodotto dello stesso sistema. Obeso non è solo il corpo ma anche la mente dell’uomo occidentale, satura e corrotta da un modo di pensare artificiale, in un gigantesco processo di rimozione collettiva.
Un sistema basato su principi quantitativi e depredatori, sul delirio di onnipotenza della nostra specie, un delirio che ci pone a distanza dalla Terra e danneggia innanzitutto noi.
Il nuovo rinascimento parte da questa consapevolezza e trae alimento dalla denuncia e dalla discussione pubblica. Ed in maniera ancora più profonda dal grande potere d’attrazione che la natura suscita su noi tutti”.
Queste parole sono tratte da “Terra Madre”, il film-documentario di Ermanno Olmi che vede Vandana Shiva tra i protagonisti.

Per chi fosse interessato, tra le opere di Vandana Shiva si trovano: “Sopravvivere allo sviluppo” (1990); “Monocolture della mente” (1995); “Abbracciare la vita” (1995); “Biopirateria” (1999, 2001); “Vacche sacre e mucche pazze” (2001); “Il mondo sotto brevetto” (2002); “Le guerre dell’acqua” (2003); “Le nuove guerre della globalizzazione” (2005); “Il bene comune della Terra” (2006); “Campi di battaglia, Biodiversità e agricoltura industriale” (2009); “Fare pace con la terra” (2012)… Buona lettura!

Daniela Raccagni

TIROCINIO PRESSO IL SERT: INCONTRO CON I TOSSICODIPENDENTI

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Quest’anno ho svolto il tirocinio del secondo anno presso il Sert di Rozzano dell’Asl di Milano 2. Sert è l’abbreviazione di Servizi per le tossicodipendenze. Gli utenti che si rivolgono a tale servizio sono tossicodipendenti da cannabis, eroina o cocaina. In particolare il Sert di Rozzano eroga attività di prevenzione, e di diagnosi e trattamento delle dipendenze; fornisce attività medica, trattamento psicologico, interventi sociali e pedagogici.
Si tratta di un’utenza difficile da gestire. Molti accessi sono spontanei, ma la maggior parte sono coatti. Risulta quindi difficile riuscire ad instaurare un rapporto con la persona tossicodipendente. Ottenere la loro fiducia è fondamentale per provare ad aiutarli.
Nella costruzione del percorso di aiuto l’assistente sociale, ma anche tutte le altre figure operative al Sert quali psicologi, medici ed educatori, sono impegnati a costruire un rapporto, importante per favorire un’alleanza terapeutica. Gli obiettivi da provare a raggiungere sono il recupero sociale e il reinserimento della persona nel suo contesto di appartenenza.
È stata davvero un’esperienza ricca, che in parte mi ha cambiato, che mi ha fatto maturare. Ho acquisito maggiore consapevolezza e convinzione del percorso universitario che sto vivendo. Ma oltre a questo ho imparato a guardare con occhi diversi le persone che fanno uso di sostanze stupefacenti. Molti pensano che siano persone “che se la cercano”. Ma non è così. A tirocinio terminato penso che i tossicodipendenti siano persone fragili, a volte sole, con il desiderio di cercare qualcosa che colmi anche solo momentaneamente il vuoto che hanno dentro, che li faccia evadere da quello che sono, da quello che stanno vivendo. A volte si inizia per provare, ma nella maggior parte dei casi la situazione poi sfugge di mano. La spiegazione scientifica di questo è che la dipendenza è causata dal fatto che le sostanze che vengono assunte provocano modificazioni nei circuiti neuronali e nella normale funzione dei neurotrasmettitori nel sistema limbico, nel quale vi sono le componenti che regolano le funzioni emozionali. A causa di questa alterazione, pur essendo consapevoli delle conseguenze negative, si continua a fare uso di sostanze.
Uno dei momenti più carico dal punto di vista emotivo vissuto durante il tirocinio è stato quando un paziente ha richiesto di andare in una comunità terapeutica, perché, anche se seguito dal Sert, non riusciva ad uscire dalla situazione in cui si trovava: cocaina accompagnata da alcool. Si tratta del paziente che più ho seguito durante i tre mesi passati al Sert: l’assistente sociale che mi ha fatto da supervisora fissava i suoi appuntamenti solo nei giorni in cui ero presente, così da riuscire a seguire il suo percorso.
Quel giorno il paziente è arrivato in evidente stato di tremore e di agitazione. Lui stesso ci ha comunicato di aver fatto uso di cocaina nei due giorni precedenti e più volte nell’ultimo periodo. Inizialmente ho vissuto male la sua richiesta: dal mio punto di vista significava che lì al Sert non riuscivamo ad essergli d’aiuto. Ma confrontandomi con la mia supervisora lei mi ha fatto capire come la richiesta del paziente rappresentasse comunque un elemento positivo. Significava che si stava mostrando cosciente del fatto che il suo percorso non stava procedendo positivamente; e, riconoscendo i suoi limiti, la sua richiesta esprimeva la sua reale voglia di provare a stare meglio. In particolare, mossa dalla sua richiesta di andare nella comunità di San Patrignano, ho iniziato a cercare informazioni su di essa. Così sono finita a leggere le storie di pazienti che testimoniano la loro esperienza. Non so se si può realmente spiegare quanto quelle storie siano cariche di significato e di emozioni. So solo che per un po’ sono stata rapita da tutte quelle brutte esperienze di vita. Storie d’amore, di sport, di brutte compagnie, di rapporti familiari sbagliati: storie di persone fragili che cercano di mascherare tale fragilità, che cercano di dimenticarla per un po’, di nasconderla, di astrarsi da essa. Ma ognuna di queste storie raccontate nel blog si concludevano con il proprio lieto fine: l’uscita dall’incubo della droga.
Mi è piaciuta tantissimo come esperienza, mi ha dato la possibilità di ampliare i miei orizzonti.
Ho fatto miei gli insegnamenti appresi in quei mesi: sia sulla professione che sull’utenza. Quindi non posso che parlarne positivamente. Il tirocinio è uno strumento importante da inserire in un contesto di formazione universitaria. Ti motiva, rende concreto quello che stai studiando, ti sprona a continuare. Ed io in particolar modo ho vissuto con entusiasmo il tirocinio svolto presso il Sert. Di conseguenza non posso che consigliarlo.

Eleonora Rubino

Curare i gay?

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Sono stata invitata da un’amica e assistente sociale alla presentazione del libro “Curare i gay? Oltre l’ideologia ripartiva dell’omosessualità” scritta da tre psicologi e psicoterapeuti sistemico-relazionali Paolo Rigliano, Jimmy Ciliberto e Federico Ferrari, di Raffaello Cortina Editore.
L’evento si è svolto presso il Centro San Fedele di Milano nel mese di settembre. Oltre gli autori è intervenuto Ermanno Ripamonti, docente di Psicologia dello sviluppo e di Pedagogia presso L’Università Statale di Milano e ha moderato il sacerdote Camillo Ripamonti S.I.
Ho letto il libro solo in un momento successivo alla presentazione, stimolata dall’argomento delicato attualissimo che ha però, ho scoperto, radici affondate in un tempo molto lontano. L’incontro è stato suddiviso in due parti: la prima di esposizione dei contenuti e la seconda di un confronto tra gli autori e gli ascoltatori (singoli di età diverse, coppie gay, educatori, genitori di adolescenti..).
Il titolo identifica immediatamente il tema affrontato nel libro, ma può essere interpretato in modo contrastante e sbagliato se ci si sofferma solo a quello: l’orientamento sessuale di gay e lesbiche può essere curato adottando terapie riparative oppure è l’idea che l’omosessualità possa essere curata che bisogna superare?
La definizione di “terapie riparative” esprime chiaramente l’assunto che sta alla base e cioè il pregiudizio che l’omosessualità sia una malattia/ un sintomo/ una condizione che di possa/debba “curare”.
Nonostante da tempo l’omosessualità non figuri più nelle classificazioni dei disturbi mentali usate dai clinici, cancellata nel 1973 dal manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association e nel 1990 dalla classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ancora oggi ci sono psicologi che adottano terapie riparative con la presunzione di poter cambiare l’orientamento da omosessuale in eterosessuale. Eppure rigorose analisi scientifiche hanno dimostrato in modo incontrovertibile l’inefficacia e la dannosità di questi tentativi.
In una società in cui l’omosessualità è talvolta ancora guardata come se fosse un disturbo, le persone omosessuali vanno aiutate a valorizzare a pieno la propria identità e la propria differenza. Questo è il compito che i professionisti devono porsi, al contrario di psicoanalisti vecchio stampo rimasti legati a sorpassate teorie piene di pregiudizi, sconfessate dalla ricerca scientifica, o di una minoranza di terapeuti ideologicamente sottomessi alle fedi fondamentaliste e integraliste, che seguono vecchi dogmi religiosi, tra l’altro del tutto contrari al messaggio evangelico dell’accoglienza delle differenze e della valorizzazione delle diverse forme di amore e di vita.
Ciò che libro ribadisce è che non solo l’omosessualità non è una malattia, ma come ogni orientamento sessuale è un aspetto centrale del Sé, che deve essere valorizzato perché si possa vivere pienamente e serenamente la propria sessualità.
Le persone omosessuali sono degne di essere trattate in modi del tutto normali, allo stesso modo di quelle eterosessuali, con gli stessi diritti. Anche nel campo familiare. Infatti è stato dimostrato che l’orientamento omosessuale dei genitori gay non causa danni ai figli, tanto è vero che a livello internazionale si è arrivati a permettere l’adozione alle coppie gay e lesbiche.
La maggior parte delle persone omosessuali, nelle società occidentali di oggi, vive positivamente la propria omosessualità. Rimane tuttavia una fascia di popolazione, soprattutto tra gli adolescenti e/o i credenti, particolarmente vulnerabile ed esposta all’oppressione sociale, all’invisibilità e alla squalifica e che ha difficoltà a convivere con la propria diversità.
Il libro aiuta tutti coloro che sono interessati a capire le strutture di desiderio, le dinamiche dei legami affettivi ed erotici, oltre i pregiudizi e i luoghi comuni.
Ed è per questo che ne consiglio la lettura. Forse, c’è qualcuno come me che vuole riflettere sulla complessità della dimensione dell’identità sessuale.

Roberta Fina