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“LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA”

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In caso non l’abbiate mai visto, vi consiglio di guardare questo film che viene catalogato come “commedia”. La trama è in realtà molto semplice: si tratta della storia di Lars, ragazzo socio fobico e patologicamente timido, che un giorno si presenta a casa del fratello dichiarando di avere trovato una fidanzata via internet, Bianca.
A destabilizzare la famiglia, composta solo da suo fratello e la moglie di questo, è che in realtà si tratta di una “real doll”, cioè una bambola a dimensione reale, bambole con caratteristiche personalizzate che si possono ordinare secondo i propri gusti. Lars le inventa una vita, una storia e un problema di salute.
La famiglia, sostenuta a breve dall’intero villaggio, finirà per assecondare Lars nella sua follia, su consiglio della dottoressa del Paese, la quale sfrutterà le visite organizzate per “curare” Bianca, per passare del tempo con Lars e comprendere i meccanismi di difesa che il protagonista mette in atto.
Il sesso non c’entra e la pellicola riguarda la sincera relazione sentimentale che il protagonista intrattiene con Bianca. Lars schiva le relazioni con le persone a causa di una di società che l’ha portato a temere i legami profondi, ad evitare le delusioni e a rifiutare il contatto fisico.
Tutto il paese in cui vive si adatta a questa nuova realtà e, dal primo all’ultimo, tutti diventeranno amici della sua “ragazza”, trovandole un lavoro e organizzandole un’agenda fitta di eventi fino a quando, con l’aiuto della dottoressa, Lars tollererà meglio il contatto fisico e riuscirà a fare di nuovo il passo verso una realtà più vera e concreta, arrivando a far morire Bianca per intraprendere una relazione più sana con una collega.

Questo film è stato visionato durante una lezione di Guida al Tirocinio e, come anticipato dal professor Zanolli, ha mostrato come durante un colloquio si debba andare oltre alla richiesta che l’utente porta per concentrarsi sulle problematiche della persona che si ha di fronte.

Samantha Maggioni.

IL CORAGGIO DI VIVERE

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Oggi vorrei parlare di coraggio … Voi lo sapete cosa sia realmente? Io non lo sapevo molto bene, o, per lo meno, presumevo di saperlo, ma ora credo di aver capito di cosa si tratti …
Molti libri tendono a descrivere il coraggio come una “virtù umana” che fa sì che chi ne è dotato non si spaventi di fronte ai “grandi pericoli” che si presentano, ma li affronti con tenacia e determinazione, affrontando la sofferenza e l’incertezza.
Ma il coraggio è molto più di una semplice virtù umana che rende gli uomini eroi grandiosi agli occhi del Mondo; esso è una forza d’animo interiore, presente in tutti gli esseri umani che aiuta a vincere le paure della vita.
Coraggio è anzitutto forza nell’affrontare la vita di tutti i giorni; significa affrontare il dolore, ma allo stesso tempo gioire della propria vita, nonostante le difficoltà che si presentano.
Esso non è superare imprese eroiche per dimostrare al mondo quanto siamo bravi e capaci, bensì riuscire a far fronte alle nostre sfide quotidiane.
Infatti, come afferma Stephen Littleword “Il Coraggio non è sfidare i pericoli più grandi fuori di te, è affrontare il mostro più feroce, dentro di te”.
Per quanto noi esseri umani possiamo essere intraprendenti, abili e intelligenti, necessitiamo di questa forza d’animo per affrontare e superare gli ostacoli imprevisti che si insinuano sulla via della nostra vita.
Coraggio è cercare di essere sempre se stessi, alzarsi ogni mattina non sapendo come andrà la giornata, ma essendo consapevoli che dovrà essere affrontata al pieno delle nostre energie; Coraggio è anche non arrendersi mai, anche quando sembra non vi sia via d’uscita, è lottare con tutte le nostre forze per ciò che vogliamo veramente. Siamo noi che scriviamo la storia della nostra vita.
Coraggio non sono le grandi imprese che conducono una persona al vertice, ma le piccole conquiste e vittorie di ogni giorno, quelle vittorie che ognuno di noi vive e che ci aiutano ad andare avanti.
Coraggio, e qui concludo, sta anche nel sostenere quelle persone che pensano di aver smarrito la strada, aiutandole a superare i grandi dolori senza dimenticare, ad affrontare la vita di ogni giorno con semplicità ed entusiasmo, ad alzarsi dopo una caduta … è bello sentire che accanto a noi c’è sempre qualcuno disposto ad aiutarci e a farci apprezzare le piccole cose.
A volte, senza davvero accorgersene, si può fare davvero molto per se stessi e per gli altri …

Federica Tripputi

La legge è uguale per tutti

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In alcuni paesi (Olanda, Sud Africa, Belgio, Svezia, Canada etc) le coppie omosessuali possono contrarre matrimonio esattamente come quelle eterosessuali. Nello stato di Israele non è possibile contrarre matrimoni omosessuali, ma lo Stato riconosce quelli contratti all’estero. In Sud Africa le coppie omosessuali non solo possono sposarsi, ma possono addirittura adottare figli.
In altre nazioni, invece, le relazioni omosessuali sono persino vietate dalla legge e costituiscono un crimine punibile anche con la morte (Iran, Nigeria..).

In Italia, come ben sappiamo, solo le coppie eterosessuali possono contrarre matrimonio e benché di recente alcuni comuni (per esempio la Milano di Pisapia) stiano istituendo registri per le unioni civili, solo un intervento di carattere nazionale potrà veramente portare a termine questo processo di tutela.
Molte sono le influenze che possono operare a favore/sfavore dell’affermarsi di tali politiche, prime fra tutte l’orientamento politico di un paese o, esempio lampante del contesto italiano, le influenze religiose. Infatti nel mondo classico l’omosessualità era diffusa e accettata, ma con il diffondersi del Cristianesimo le relazioni omosessuali cominciarono a essere poco tollerate; ancora oggi, in Italia, la presenza del Vaticano continua a rallentare questo già complicato processo di estensione dei diritti fondamentali.
Ma nessuna influenza può essere un pretesto per trascurare i bisogni emergenti della società: infatti le esigenze cambiano nel tempo e di conseguenza le leggi, che dovrebbero rispecchiare la società, non dovrebbero essere statiche ma aperte al cambiamento.

Citerò a questo proposito due articoli della nostra Costituzione italiana:
Il primo è l’articolo 29, che recita al primo comma: “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Due le parole chiave: famiglia e matrimonio.
Quando l’Assemblea Costituente scrisse la Costituzione l’idea della famiglia da tutelare era chiaramente quella eterosessuale, ma ora forse dovremmo domandarci perché due donne non possono essere chiamate Famiglia e perché esse non possano legittimare la loro unione come tutte le altre coppie.
Il secondo è invece l’articolo 3, uno dei pilastri del nostro ordinamento giuridico, il quale recita al secondo comma: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Viene così definito il concetto di uguaglianza sostanziale, concetto che non può per definizione limitarsi a rimanere scritto sulla carta e quella degli omosessuali è precisamente una categoria di persone che si scontra con ostacoli sociali ed economici e che sono quindi titolari di una libertà ridotta e di un’uguaglianza negata.

Manuela Oreto.

INCONTRO COL MOTIVATORE AMERICANO JHON FOPPE

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Ho scelto di parlare di un incontro a cui ho assistito recentemente, tenuto dal motivatore americano Jhon Foppe che, nato senza braccia, racconta la sua esperienza di vita. E’ stato un incontro toccante e significativo anche per la nostra futura professione di Assistenti Sociali, in quanto ci troveremo a contatto con casi difficili e dovremo per loro essere agenti di cambiamento.
Dall’incontro con Jhon Foppe ho capito la difficoltà di accettare i propri limiti e a trovare una strategia di cambiamento e miglioramento di noi stessi che possa essere applicata e trasmessa ad altre persone che affrontano quotidianamente difficoltà peggiori delle nostre. Confesso di aver scritto questo articolo un po’ di getto, a tratti può sembrare poco chiaro, ma ho voluto riportare la mia esperienza e le sensazioni provate durante quell’incontro.

Jhon Foppe fa il suo ingresso in una piccola sala per conferenze dell’Hotel Palace di Varese. Si siede su una sedia ed apre una Coca-Cola con le dita dei piedi e si serve la bibita in un bicchiere, sorseggiandola lentamente con una cannuccia. Il pubblico osserva con attenzione e stupore i gesti di Jhon, l’espressività del suo volto e la grande manualità dei suoi piedi, che usa al posto delle mani. Jhon Foppe infatti è nato senza le braccia e da allora ha dovuto organizzare la sua vita per compiere i gesti quotidiani e non solo. Negli anni Jhon ha imparato a convivere con il suo problema, trasformandolo in risorsa.
È nato a Chicago in una famiglia molto numerosa (è il quarto di otto fratelli maschi) che lo ha sempre sostenuto ed aiutato nell’affrontare la vita. Jhon inizia a raccontare la sua esperienza e, da subito, si dimostra un grande oratore, una persona carismatica e convincente con l’obiettivo di spronare il pubblico seduto di fronte a lui ad affrontare le difficoltà della vita con la giusta “visione” in modo tale che queste portino a risultati. Jhon racconta diversi episodi della sua vita in cui ha incontrato parecchie difficoltà, spiega come ha fatto ad affrontarle e come ha capito che le vere disabilità sono gli ostacoli mentali ed emotivi che ci impediscono di vivere appieno la nostra vita. Il vero cambiamento deriva da un cambio di atteggiamento, di prospettiva e di visione che inevitabilmente trasforma la nostra vita. A questo proposito durante l’incontro, Foppe ha ricordato un episodio della sua infanzia per lui fondamentale: la sua prima esperienza fuori casa durante una vacanza estiva con la scuola. È stato proprio durante quei giorni trascorsi con i suoi coetanei, ricorda Jhon, che ha capito le sue potenzialità e ha compreso l’importanza di accettare se stesso ed i mezzi che aveva a disposizione. È la prima volta che Jhon considera la sua disabilità come uno strumento per rafforzare le sue capacità e, successivamente cercherà di divulgare questo messaggio a più persone possibili.
Dalla sua esperienza, è nata una vera e propria filosofia di vita: è possibile trasformare le nostre visioni in risultati ed è possibile diventare esecutori del proprio cambiamento. Le difficoltà, spiega Jhon, non devono rendere l’individuo passivo e inibire lo spirito, ma diventano il punto di partenza per valorizzare quelle altre potenzialità che ciascuno di noi possiede. Jhon sembra avvicinarsi alla filosofia di Amarthya Sen, pensatore indiano che ha concentrato la sua riflessione sulle capacitazioni umane. Solo attraverso l’esercizio delle proprie capacità, ogni uomo può sentirsi davvero libero e può affrontare le normali difficoltà della vita. Come Jhon stesso ricorda durante il suo discorso “…la mia condizione non mi crea problemi diversi da quelli di tutti. Fa solo si che io viva in maniera più profonda le difficoltà che hanno anche le altre persone. Tutti dobbiamo combattere con l’accettare se stessi, l’andare d’accordo con gli altri e il fare di più coi mezzi che abbiamo. Io dico semplicemente alla gente che questo è normale e do loro qualche idea per andare avanti”.
Con queste parole Jhon dimostra come è importante non farsi limitare dalle difficoltà che si incontrano. Grazie alla sua determinazione, Jhon non permette alla sua disabilità di limitarlo, ma impara a convivere con essa. È riuscito a prendere la patente di guida, dipinge, porta l’orologio sulla caviglia sinistra, è sposato (porta la fede sull’anulare del piede sinistro) ed è diventato papà di una bambina. Il racconto della sua vita e della sua esperienza continua a fare il giro del mondo. L’americano Jhon si pone l’obiettivo di motivare altre persone, schiacciate dalla quotidianità e che spesso non riescono a reagire di fronte al minimo ostacolo.
Durante il breve, ma intenso e interessante incontro mi sono ritrovata appieno nelle parole di Jhon e ho capito, dalla sua esperienza quanto è importante trovare delle strategie per affrontare nel migliore dei modi le difficoltà che ciascuno di noi incontra nella propria vita. E’ stato un incontro molto entusiasmante, a tratti commovente e ricco di nuovi spunti che mi ha permesso di avere una visione diversa della difficoltà. Jhon, ha voluto rompere lo stereotipo della disabilità intesa come incapacità nel fare qualcosa in favore di una visione più ottimistica, di valorizzazione delle proprie capacità che possono evolvere in potenzialità per costruire la strada del cambiamento e di una maggiore autonomia.
Jhon ha ricordato quanto per lui è stato difficile imparare a svolgere autonomamente tutte le azioni quotidiane. La sua famiglia infatti lo ha sempre aiutato e sostenuto, ma il suo desiderio di autonomia è aumentato soprattutto nelle relazioni coi coetanei. Jhon non si è mai arreso e continua a non arrendersi e insegna ad altre persone a non arrendersi e a sviluppare le propie potenzialità.
Sulla sua esperienza, Foppe ha scritto anche un libro intitolato“What’s Your Excuse? Making the Most of What You Have”. (Qual è la tua scusa? Cerca di ottenere il massimo da quello che hai). Si è laureato in Servizi Sociali Clinici all’Università di St. Louis e ha lavorato in un ricovero, in un centro per tossicodipendenti e in un consultorio. Nel 1993, La Camera di Commercio Giovanile Americana ha riconosciuto Jhon Foppe come uno dei dieci più notevoli giovani americani: un prestigioso riconoscimento che premia i giovani per i loro positivi contributi alla società. Ha una sua società di Seminari Internazionali e viaggia in tutto il mondo parlando a un pubblico diverso: scuole, aziende, associazioni e organizzazioni. Vive a St. Louis con la moglie la figlia.

Liliana Torresin

AFRICA: INSEGNAMENTI INDELEBILI.

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Durante il mese di Agosto ho partecipato ad un esperienza di Volontariato presso il villaggio Saint Francis ad ‘Nchiru, Kenia. Un villaggio maschile per bambini orfani di strada.
Il villaggio offre pasti quotidiani, una stanza per dormire; garantisce la formazione primaria, tutela la salute, l’igiene e la sicurezza.

Qui non voglio riportare un report di viaggio, bensì trasmettere le emozioni provate, le sensazioni vissute e qualche piccolo consiglio per chi volesse intraprendere questo tipo di esperienza.
Questa avventura mi ha donato molto: mi ha lasciato grandi insegnamenti, forti ricordi, grandi aiuti e punti di riferimento per un eventuale mio futuro lavorativo nel sociale ma, in ogni caso, mi ha lasciato stampati nel cuore e impressi nella mente indelebili insegnamenti di vita.

Il nome Africa è solo una semplificazione, un trucco ed un gioco per la semplicità umana. In realtà essa è un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vasto e ricchissimo, un mondo troppo grande per poterla descrivere. Nel mio caso è stata la meta di un viaggio, un’esperienza di volontariato.
Prima di poterla fare ci si deve svestire del superfluo, rimanendo nudi, nudi di se stessi con il proprio io; pronti a fare i conti con l’infinitamente altro e l’infinitamente piccolo di ogni persona che si incontrerà. L’Africa è un momento di immersione dentro di sé ed un pellegrinaggio verso l’altra persona. Bisogna sforzarsi a scoprire la bellezza dentro noi stessi perché solo così riusciremo a coglierla anche all’esterno.
Lungo la strada si incontrano villaggi;anime con occhi, bocche e gambe e altre con soltanto rami e radici; si trova ciò che non ci si aspettava ciò che nemmeno si era in grado di immaginare ed è cosi che ad ogni passo si è sommersi dallo stupore. E’ solo andando lungo la strada che si raccolgono i motivi di questa esperienza, solo così si trova la forza per fare ciò per cui si è deciso di intraprendere questo viaggio: cercare di cambiare o creare qualcosa, anche di piccolo, anche apparentemente inutile come ad esempio un disegno a colori da donare a chi conosce solo il grigio della matita e il bianco del gesso.
L’Africa è un mondo fatto di sincerità e lealtà, è un mondo fatto di niente ma in cui c’è tutto, un mondo di valori senza superficialità, un mondo povero ma fatto di persone ricche d’amore e felicità: un mondo vero.
L’Africa è amare, senza aspettare di essere amati, ma anche lavorare senza aspettare di essere riconosciuti e ricompensati; non c’è infatti peggior cosa dell’aspettativa di essere apprezzati ed amati. Agire solo perché ciò che si fa è utile e buono senza aspettare niente in cambio.
Agire bene non significa soltanto portare aiuto materiale; anche i nostri pensieri i nostri sentimenti e le nostre opinioni sono invisibili gesti che possono aiutare chi ci sta attorno.
Ci sono diversi modi di aiutare gli esseri umani. Il compito di ognuno dovrebbe essere proprio quello di trovarli! Se solo fossimo capaci di vivere costantemente, cercando queste possibilità, con la certezza che nulla di ciò che di buono si fa vada perduto e con la serenità di chi non si aspetta mai nulla in cambio ci scopriremmo essere come il Sole. Il sole illumina, riscalda e vivifica tutte le creature e non si domanda mai se queste gli siano riconoscenti. Resta fermo solo nella certezza di aver donato tutto se stesso in luce e calore. Per riuscire in questa magia basta solo, e davvero, credere che sia possibile.
Durante questa esperienza spesso le proprie azioni sembrano nulle, sembrano essere vane, sembrano non portare frutti, ma non serve scoraggiarsi bisogna solo essere convinti di aver interrato dei semi di un fiore sconosciuto, certi del fatto che questi diano fiori magnifici; non bisogna mai lasciarsi prendere dallo sconforto e dallo scontento perché di un fiore sconosciuto, sconosciuto è anche il tempo della suo fioritura. Non lasciatevi ingannare da chi vi dice “non crescerà nulla”, che la terra non verrà rotta dal germoglio. Considerate ogni attività nella quale vi impegnate come un seme da mettere in terra sulla quale vegliare pazientemente, non sempre i fiori che si sviluppano rapidamente risultano essere i più colorati e i più profumati; anzi spesso è vero piuttosto il contrario.

Partire per l’Africa con un solo obiettivo: Aiutare gli Altri!
Tornare con la certezza di essere stati aiutati da coloro che hanno ancora quella serenità, semplicità, ingenuità , spensieratezza e purezza che a noi è venuta a mancare nel corso del tempo e con la convinzione che qualche cosa è cambiato grazie all’aiuto reciproco.

Spero di essere riuscita a mettere in queste righe le emozioni che in Africa ho vissuto e gli insegnamenti che l’Africa mi ha lasciato, spero inoltre che con queste semplici parole l’Africa abbia raggiunto i cuori di ognuno di voi.

Hope.

Gloria Caspani

IL PROGETTO ICAM: UN’ESPERIENZA DI DETENZIONE ALTERNATIVA PER MAMME E BAMBINI FINO A 3 ANNI.

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Se qualcuno ci domandasse quale sia il primo e migliore luogo in cui un bambino possa crescere quasi sicuramente risponderemmo la sua casa e la sua famiglia. Perlomeno, rispetto a ciò che ricordo della mia infanzia, per me è stato così.
Non tutti i bambini però hanno questa fortuna. Ce ne sono alcuni che passano la prima parte della loro vita in un’istituto che non ha nulla a che fare con l’infanzia, condividendo la “punizione” per una colpa che non hanno commesso.
Si tratta di piccoli da 0 a 3 anni che, per la legge italiana, possono stare in carcere insieme alla madre se non vi è possibilità di arresti domiciliari o differimento della pena. La legge 40/2001 prevede infatti l’accesso a misure alternative ,come gli arresti domiciliari, solo se si ha già scontato 1/3 della pena e non c’è rischio di recidiva. Questi requisiti rendono la legge praticamente inaccessibile alla stragrande maggioranza delle detenute, dato che molte sono straniere senza un domicilio, sono ancora in attesa della pena definitiva o hanno commesso reati per i quali c’è un pericolo di recidiva ( per esempio quelli legati all’uso o allo spaccio di droga oppure alla prostituzione).
Partendo dalla certezza che il carcere, per le finalità che deve raggiungere e per le modalità e l’organizzazione che ne derivano,non è luogo compatibile con le esigenze di socializzazione e di sviluppo psico-fisico del bambino, si è pensato di creare un luogo dove ai piccoli venissero risparmiate le dure conseguenze della detenzione.
È stato così istituito un Tavolo Interistituzionale con la partecipazione di PRAP( Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria), Comune di Milano, Regione Lombardia da cui è nato il Progetto ICAM: l’Istituto di Custodia Attenuata per Madri detenute con figli da 0 a 3 anni. Esso dipende dalla Direzione della casa circondariale di S. Vittore e si trova in uno stabile di proprietà della Provincia di Milano. Fortemente voluto dall’ex assessore alla Provincia di Milano Francesca Corso, il progetto ICAM, avviato nel 2006, è il primo esempio di detenzione alternativa in Europa.
L’ ICAM è una vera e propria casa, accogliente, che non ricorda per nulla l’ambiente carcerario. In esso trovano posto fino a dodici madri con i loro bambini, in modo da coprire le esigenze di tutto il territorio provinciale e di quasi tutta la Lombardia.Le agenti-assistenti che vi lavorano sono vestite in borghese, per i bambini sono come delle zie o delle amiche della mamma. La concretizzazione del progetto è resa possibile dalla collaborazione tra Servizi Sociali, Dipartimento Pedagogico del carcere di San Vittore, responsabili degli asili nido di Milano, enti istituzionali e privati volontari. I bambini sono seguiti da figure educative specializzate responsabili dell’organizzazione di incontri, di iniziative che coinvolgono anche le madri, e di garantire le regolari uscite dei bambini( per esempio per la frequenza del Nido di zona). Viene offerto un percorso individuale di formazione per ogni detenuta, dalla scolarizzazione alla formazione professionale. L’obiettivo è far comprendere le proprie potenzialità di donna e madre ad ognuna delle detenute, favorire il totale benessere nel rapporto madre-bambino e ridurre al minimo i danni della carcerazione. Questa esperienza positiva ha portato ad avviare la realizzazione di centri simili anche in altre parti d’Italia e in Europa grazie al finanziamento da parte della Commissione Europea del progetto “ICAM Free to grow up” ispirato all’esperienza italiana.
Anche se l’esperienza di ICAM rappresenta un bel passo avanti nella tutela dei “piccoli carcerati” si potrebbe fare di più: dal 2008 è infatti fermo alla Commissione Giustizia della Camera il Disegno di legge 1814 che, se venisse approvato, permetterebbe di accogliere queste mamme e i loro bambini fino a un’età di 10 anni in apposite “Case famiglia protette”.

Marta Garavaglia.

Sporcarsi le mani

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A Baia Mare c’è un fiume rosso, ramato. Sembra sapere tutto di quella terra, ci scorre dentro, trasporta il piombo delle vecchie fabbriche finché l’occhio si disperde. Quell’acqua è un po’ come un archivio, una vecchia biblioteca con dettagliata memoria storica di una tra le città con la più forte emergenza sociale della Romania.

È in una terra così, sporca e consumata, che ho deciso di sporcarmi le mani insieme ad altri 9 ragazzi.

1400 km via terra sono davvero lunghi.. sono anche un po’ stretti in dieci in un pulmino “scancasciato” che ad ogni curva rischia di perdere un pezzo; ma alla fine ci ha portato nella regione de Maramures, nel nord della Romania. Siamo stati accolti da Padre Albano, un padre somasco, che con i volontari della Fundatia, si occupa di tutte le situazioni di povertà della popolazione rom e rumena locale. La Centrale , la Fundatia e Fernesiu sono le tre basi operative dove ogni giorno si danno da fare.

Il nostro primo compito è stato quello di riverniciare la “sala mare” (sala grande) della Centrale dei colori, dormitorio che accoglie ogni notte all’incirca una quindicina di ragazzi, offrendo loro un’alternativa alla strada. Ognuno di noi si è messo in gioco e con rullo, cazzuola, stucco e vernice abbiamo risistemato questo posto.

Il secondo compito ci è parso di primo acchito titanico: davanti ai nostri occhi una montagna di vestiti da smistare nelle tre categorie “uomo”, “donna” e “bambino” e riportare in tre blocchi separati nel magazzino per rendere più semplici le donazioni. Incredibile la soddisfazione a lavoro ultimato, dopo giorni e giorni trascorsi a dividere passamontagna da gonne di velluto.

Mi sono chiesta quanto sia stato utile un aiuto di questo tipo. Tutti quelli che vanno a fare volontariato a Baia Mare fanno animazione per le strade con i ragazzi poveri: noi no. Nessun muro ci ha sorriso e nessun maglione ci ha ringraziato di averlo piegato. Allora quanto conta il nostro aiuto? Beh mi son risposta che quest’inverno, quando i ragazzi torneranno alla centrale, magari dopo una giornata passata in strada al freddo, sarà molto diversa trovarla così… e allora qualche sorriso arriverà!

Greta Vitale

La resilienza: il suo sviluppo, il nostro obiettivo.

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Durante il terzo anno universitario ho svolto il tirocinio presso il CbM di Milano, Centro per il Bambino Maltrattato e la Cura della Crisi Familiare.
Durante tale esperienza formativa ho scoperto il significato della parola resilienza, ho visto gli operatori lavorare per favorirne lo sviluppo, ho constatato coi miei occhi che lavorare per l’empowerment è possibile e quanto fosse vero che credere nell’altro induce l’altro a credere in se stesso.
Lavorare per promuovere la resilienza, lavorare per aiutare l’altro a farcela da solo è lo scopo iscritto nel DNA della nostra professione.
L’assistente sociale è chiamato non ad assistere l’altro, non a curarlo, non a regalargli le soluzioni: è chiamato a sostenerlo nel processo di ricostruzione; l’assistente sociale non è protagonista e artefice del cambiamento, è co-autore di una storia nuova.
Il servizio sociale si colloca all’interno del lavoro sociale e la sua caratteristica sta nel ruolo di garanzia e mediazione tra il sistema di welfare e l’individuo: il primo che delibera, organizza ed eroga i servizi e il secondo che è portatore di diritti e di bisogni.
L’operatore usa la sua libertà di pensiero e di manovra non per risolvere e soddisfare il bisogno dell’utente: usa le sue pluri-competenze per agganciarsi alla rete che cerca di risolvere la problematica, con il proposito di sostenerla e accompagnarla lungo questo percorso di risoluzione.
Il Codice Deontologico della professione, redatto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali il 6 Aprile del 2002, nel Titolo II “Principi” e nel Titolo III “Responsabilità dell’assistente sociale nei confronti della persona utente e cliente” racchiude in diversi punti il senso più profondo di questa professione: “la professione si fonda sul valore, sulla dignità e sulla unicità di tutte le persone, sul rispetto dei loro diritti universalmente riconosciuti e sull’affermazione delle qualità originarie delle persone: libertà, uguaglianza, socialità, solidarietà, partecipazione” (TitoloII, articolo 5); “la professione è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo; ne valorizza l’autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene nell’uso delle risorse proprie e della società nel prevenire ed affrontare situazioni di bisogno o di disagio e nel promuovere ogni iniziativa atta a ridurre i rischi di emarginazione” (Titolo II, articolo 6); “L’assistente sociale deve impegnare la sua competenza professionale per promuovere la piena autodeterminazione degli utenti e dei clienti, la loro potenzialità ed autonomia, in quanto soggetti attivi del progetto di aiuto” (Titolo III, articolo 11). In psicologia il termine resilienza trae la sua origine al di fuori dell’ambito delle scienze umane come metafora di un fenomeno misurabile nel campo della fisica e dell’ingegneria: l’attitudine di un corpo a resistere senza rotture in seguito a sollecitazioni esterne brusche o durature di tipo meccanico. La resilienza emerge nel momento in cui l’individuo si trova ad affrontare un trauma, un evento improvviso che mina le sicurezze interne ed esterne di un individuo, o un trauma cumulativo, più situazioni stressanti che si vengono a sommare : l’avversità determina la necessità di cambiare, di adattarsi positivamente . Il resiliente non può essere associato ad un individuo invincibile o invulnerabile: non è un super eroe, ma un individuo capace di utilizzare le proprie risorse intellettive e sociali per la costruzione di una personalità armonica per l’adattamento. Anaut paragona il resiliente alle caratteristiche del personaggio fantastico di Batman che a differenza di Superman non ha super poteri, ma solo capacità umane e che quindi può incontrare dei limiti nella propria capacità di fronteggiare le difficoltà.
Noi costruiamo le nostre vite attraverso i discorsi che facciamo con gli altri: nascono così i nostri significati, i nostri sistemi sociali e così avviene il processo di comprensione degli eventi . “Il cambiamento è la creazione di una nuova narrazione ed essa scaturisce dal dialogo”(Parton, O’Byrne 2005) . La relazione d’aiuto, che ha come fine ultimo sostenere l’utente nel suo percorso di sviluppo della resilienza, si colloca proprio in coerenza con questa affermazione: l’utente, accompagnato e sostenuto dall’assistente sociale, cerca di individuare nuovi significati così da dissolvere le difficoltà e aprire nuove possibilità.
Difatti la nozione di resilienza implica l’istaurarsi di una relazione d’aiuto in cui si ricerca la reciprocità, un riposizionamento e ripensamento dei ruoli.
Le azioni di intervento che ci permettono di operare al fine di promuovere la resilienza nelle persone sono principalmente due: la valorizzazione delle risorse esistenti e la riorganizzazione positiva dell’evento traumatico.
1.Il potenziamento
Le azioni di potenziamento delle risorse sono possibili attraverso tre canali di intervento, connesse alla relazione con il disagio e quindi al trauma che l’ha causato:
-.valutazione delle risorse nel momento in cui l’individuo subisce l’azione traumatica;
-.possibilità di attivare risorse per la ricostruzione nel momento post-traumatico;
-.potenziare all’interno di istituzioni sociali occasioni di sperimentazione delle risorse.
Si tratta di “potenziare la parte sana per rinforzare le possibilità di reazione e di ricostruzione, di ripresa attiva della propria vita. Ricorrere alle risorse, significa ricondursi alle dotazioni individuali in termini di competenze cognitive e di salute psico-fisica, ma anche alle caratteristiche dell’ambiente familiare, sociale, territoriale” .
2.La ricostruzione positiva
L’evento traumatico non può essere cancellato e i segni di quel vissuto doloroso rimarranno per sempre indelebili: il percorso resiliente però permetterà di trasformare e riorganizzare quelle vecchie cicatrici.
Il percorso di ricostruzione e riorganizzazione positiva prevede due possibili direzioni di intervento:
-.interventi di riduzione degli svantaggi e delle difficoltà che l’evento traumatico comporta;
-.interventi che promuovono la capacità di coping e di aumento delle capacità e delle competenze (empowerment);
La persona, aiutata e guidata nel percorso di ricerca delle risorse interiori di rivisitazione della situazione post-traumatica di profondo dolore e disagio, comprenderà la possibilità di assumere una capacità di risposta positiva all’evento traumatico con tutti i vantaggi in termini di sicurezza, consapevolezza di sé e controllo che da ciò deriva.

Brigitta Floreno

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Intervista a Teresa Bertotti

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Teresa Bertotti, assistente sociale e sociologa, ha lavorato per molti anni presso il CBM (Centro per il bambino maltrattato e cura della crisi famigliare) di Milano, si occupa di supervisione e formazione degli operatori, valutazione e progettazione dei servizi. È Dottore di ricerca e docente di Servizio sociale presso l’Università di Milano-Bicocca. Ha da poco pubblicato il volume “Bambini e famiglie in difficoltà. Teorie e metodi di intervento per assistenti sociali”, edizioni CarocciFaber.

Il dibattito sui “dati”, sviluppato anche durante il convegno promosso da Caritas e CNCA, sottolinea la necessità di condividere, tra servizi, una lettura e una interpretazione dei dati attraverso cui costruire anche strategie condivise di lavoro e di integrazione tra soggetti differenti che interagiscono negli interventi di tutela…

Oggi, in un tempo di risorse scarse, il tema dei dati è di grande rilevanza e attualità.
Ragionare sui dati significa, in primis, porsi una domanda: “che cosa contiamo, che cosa vogliamo misurare?” Possiamo misurare i costi del processo, quanto costa fare le cose, ma è anche possibile anzi auspicabile, trovare il modo per misurare il bisogno e capire quale è la domanda che non viene raccolta. In tal modo si potrebbe misurare l’esito. In questa fase questa i sembra la cosa più importante: dotarsi di buoni indicatori per misurare il bisogno, il benessere e il malessere di bambine e bambini.
In Lombardia assistiamo ad una ridondanza dei processi di standardizzazione, ad una spinta forte verso un managerialismo estremo per cui è tutto prestazione: i tentativi più o meno conclusi di raccogliere dati sugli interventi di tutela, sul numero dei bambini sottoposti a provvedimento del tribunale dei minorenni sono stati molti, ma dati sul bisogno ce ne sono pochi…
Credo sia invece possibile e necessario avviare un ragionamento più serio su come si misura il benessere dei bambini, facendo riferimento a chi, come Valerio Belotti per esempio, ha avviato insieme ad altri delle riflessioni importanti.

Altra area carente di dati, molto delicata, ma molto attuale, è il tema dei dati sull’efficacia degli interventi. Il dibattito sulla misurazione dell’efficacia degli interventi, attualmente, è caratterizzato da una dimensione ideologica molto consistente: l’impostazione delle evidence based practice è stata utilizzata per deprimere la professionalità degli operatori anziché usarla e potenziarla. Inoltre si trascura la complessità e la parzialità della misurazione delle ‘evidenze’: per decidere se un intervento è efficace e “serve”, il problema, nell’ambito dei minori e dell’infanzia, è prima di tutto esplicitare “a chi serve”, se deve servire ai bambini, ai genitori, alla collettività, al tribunale dei minorenni… L’efficacia è collegata al problema del benessere, bisognerebbe rimanere ancorati al fatto che lo scopo dei servizi per la tutela dei minori è legato all’incremento del benessere dei bambini e se non si misura il benessere non è possibile neanche misurare l’efficacia.

Un’ulteriore complessità è legata ai processi causali: come facciamo a dire che quell’intervento funziona o non funziona? In questo campo, non credo sia possibile stabilire tali nessi; si possono stabilire delle convergenze, delle multifattorialità, delle condizioni favorenti, ma non degli automatismi. Dalle esperienze in atto, inoltre l’esito è spesso legato al processo: ovvero al tipo di relazione che gli operatori instaurano con le persone.

A questo proposito, la ricerca, presentata anche nel libro, che va ad esplorare il tema dei cambiamenti nei servizi di tutela indica che laddove, nei servizi, sono stati introdotti dei processi di standardizzazione che hanno comportato anche la raccolta di dati, la raccolta dati è ben accetta quando è sostenibile nell’equilibrio complessivo del lavoro e quando permettere di rendere visibile il lavoro e di rendere visibile il bisogno e i risultati. In questi casi, un lavoro di raccolta di dati è percepito come contributo importante.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una evoluzione significativa dei rapporti tra servizi per la tutela e magistratura. A che punto siamo di questa relazione in via di definizione?

Mi sembra che oggi si sia compiuto il processo di distacco tra servizi e magistratura nel senso che la magistratura minorile che anni fa ha dichiarato che doveva essere più terza, effettivamente lo è diventata. Anche i servizi si sono resi più autonomi.
Il tutto però, nell’assenza più totale di una rielaborazione culturale di cosa questo abbia voluto e voglia dire, non c’è stato e continua a non esserci un processo di attribuzione di senso a quanto è accaduto e sta accadendo, specialmente nel quadro più ampio del dibattito sulle politiche.

Per quanto mi sembra di osservare, la Magistratura si è assunta il ruolo di non stare più dalla parte del bambino, ma dalla parte del diritto e quindi, viene meno la sua funzione di garante dell’infanzia. Interessante, perché è del 2011 l’istituzione del Garante dell’infanzia: forse una sapienza collettiva, intuitiva c’è, anche se il Garante dell’Infanzia non si occupa di questo, ma potenzialmente potrebbe farlo…
I servizi a loro volta potrebbero avere questo ruolo, ma non riescono ad averlo per due diversi motivi.
Da un lato, questo compito di garante, di protezione dei bambini non è attribuito ai servizi nel senso che non è detto, non è riconosciuto: la società non ha detto in questi anni che si vuole che ci sia qualcuno che si assuma la responsabilità di stare dalla parte dei bambini.
In alcuni paesi del Nord Europa per esempio, la legge stabilisce che alcuni servizi abbiano un’esplicita funzione di protezione e che quindi sono normati per quello, la Magistratura è di fatto un intervento di secondo livello a cui si accede solo le famiglie e i servizi non raggiungono un accordo. In Italia manca una legge quadro sulla tutela dell’infanzia, il ruolo dei servizi è molto eterogeneo: hanno nomi diversi e funzioni diverse; cercano di tenere insieme la funzione di protezione con la funzione di aiuto alla famiglia. Questo può essere un problema se non sono chiare le responsabilità.

Un altro motivo per cui i servizi faticano ad assumere questa funzione di protezione dei bambini è rintracciabile nell’idea oggi diffusa che i servizi debbano concentrarsi sulla prossimità e la cittadinanza e farsi protettori dei bambini significherebbe schierarsi per una parte ed essere parziali.
Oggi assistiamo ad alcuni movimenti che reinterrogano il mandato dei servizi di tutela: i giudici minorili sempre più spesso chiedono ai servizi di assumersi maggiori responsabilità (malgrado poi i giudici minorili ritardino a presentare i decreti ponendo un problema grave di diritti lesi…), così come i servizi, in alcuni luoghi, cercano di reimmaginarsi un modo per reinterpretare questa funzione di protezione..

Quale ruolo, per le famiglie, oggi negli interventi di tutela? Quali relazioni, quali strategie di lavoro con le famiglie? Da un lato si ribadisce la necessità di coinvolgere le famiglie, ma questo apre a tutta una serie di questioni, di competenze, di ruoli, di poteri… Cosa significa lavorare con le famiglie, al di là di assumerle come soggetti formali e portatrici di diritti…

C’è una confusione nel dibattito attuale intorno al tema della partecipazione della famiglia, tema che per altro va molto di moda.
Il tema della partecipazione delle famiglie è uno di quei temi, di quelle questioni il cui significato è fortemente connesso con il contesto in cui abitano.
Come la riflessione intorno all’empowerment: concetto che è stato al centro delle politiche neoliberali, malgrado fosse un concetto centrale presente alle origini dei servizi sociali… Il servizio sociale alla sua origine, postulava l’importanza di riconoscere la capacità di agire delle persone, di attivare risorse e competenze, ma se la parola empowerment la collochiamo dentro a una cornice che toglie risorse e non ci si interroga sul fatto che le persone in quella cornice non hanno risorse e potere per questioni strutturali, il rischio è un imbroglio.
Da un lato, negli anni si è corso certamente il rischio di scarsa valorizzazione delle competenze delle famiglie (legato alla gestione dei ruoli di potere…). Ma se parliamo oggi di coinvolgimento delle famiglie, dobbiamo cercare di capire dove sta l’imbroglio, dobbiamo chiederci quanto la nostra società è in grado di assumere l’esistenza di alcune fragilità e vulnerabilità che sono state prodotte, sono strutturale e non dipendono dal comportamento dei singoli, e su cui non bisogna imbrogliare la gente e tanto meno i bambini. Bisogna prestare molta attenzione a non abbandonare le famiglie in nome di una dichiarata autonomia che le famiglie non hanno e non riescono ad avere. È un problema di responsabilità sociale.

Il coinvolgimento delle famiglie oggi avviene più perché il tribunale ha deciso di applicare un certo metodo che non perché si ritiene che sia giusto e corretto. E gli esiti di questo coinvolgimento sono diversi. Per prima cosa, le decisioni nell’ambito del diritto minorile sono molto, ma molto più lente.
Altro effetto dirompente è l’aumento della dimensione di conflittualità, di contenzioso. Il coinvolgimento delle famiglie avrebbe avuto senso se fosse stato pensato all’interno di una alleanza sociale, di un patto sociale, mentre, di fatto, è avvenuto all’ombra di un pensiero sottointeso, implicito, che non viene detto, ma che è dirompente: dare alle famiglie più potere contro i servizi sociali che invece, negli anni, ne hanno avuto troppo. Questo è il non detto gravissimo che sottende al coinvolgimento delle famiglie.
Bisogna aggredire culturalmente il tema del contenzioso riorientando il problema, bisogna dirsi che il problema della tutela dei bambini e l’essere dei genitori inadeguati non è un problema solo della società, ma è un problema di quei genitori con cui diventa necessario stringere una alleanza. Deve cambiare il giudizio nei confronti dei genitori. Ho la sensazione che le scelte fatte dalla magistratura e l’aumentare della sua posizione terza non porti nella direzione auspicata.

Il dibattito intorno al coinvolgimento delle famiglie e al ruolo dei servizi introduce anche un altro dibattito importante, che ho cercato di affrontare nel libro, sul conflitto tra due etiche, l’etica della cura e l’etica del diritto. Oggi è importante guardare alla dimensione etica in modo laico.
Adottando un’etica della cura, dell’aver cura, si accetta che nella vita le persone abbiano dei momenti di fragilità e ci sia una solidarietà sociale che fa sì che ci si possa assumere l’altro nelle fragilità sapendo che la prossima volta capiterà a te.
L’etica del diritto prevede invece che le persone siano autonome, indipendenti, capaci di esprimere il loro desiderio, di essere razionali, di essere governatrici del loro destino e compito e funzione della società è dare la possibilità alle persone di esprimere i loro diritti.
Quello che è interessante per il nostro dibattito sugli interventi di tutela, è che queste due etiche devono essere compresenti nei servizi, ma non possono essere gestite insieme, non possono esistere in contemporanea. Il servizio in alcune fasi promuove un’etica della cura, in altre fasi un’etica dei diritti. Insomma, due etiche necessarie, ma che non possono essere utilizzate contemporaneamente, due approcci entrambi presenti nei servizi, ma non comunicanti.

Come è cambiato e come sta cambiando il lavoro di operatrici e operatori dei servizi per la tutela? Quale è l’impatto dei cambiamenti fin qui descritti nel lavoro di operatori ed operatrici?

Bisogna capire l’impatto di che cosa.
La carenza di risorse e la logica che si possano gestire i servizi introducendo logiche manageriali aumenta la standardizzazione e rende la questione molto delicata. È giusto capire quanto costano i servizi, ma se non si ha sufficiente sapienza nel capire fino a che punto bisogna andare a contare, allora si rischia di standardizzare molto ogni processo di lavoro e gli operatori rischiano di ritirarsi solo su una dimensione esecutiva, smettono di pensare, si astengono dal produrre una decisionalità che deve essere una decisionalità responsabile in un campo che non è standardizzabile.
I protocolli sono utili se sono delle linee guida.
Oggi credo sia necessario provare a proporre una separazione tra questioni gestionali e questioni tecniche: diverse ricerche ci dicono che la standardizzazione estrema non produce un risparmio, che tutto il processo complesso di esternalizzazione ed accreditamento in Lombardia sta generando dei costi di connessione, di rendicontazione altissimi. Gli assistenti sociali ci restituiscono una complessificazione estrema e disfunzionale dei processi di lavoro, ci raccontano che prima di parlare con l’educatore devono sentire il responsabile che a sua volta ha la responsabilità dei rapporti con la cooperativa che a sua volta deve rintracciare la persona… C’è tutta una catena talmente estenuante per cui alla fine non si seguono i protocolli e le procedure codificate, ma partono le relazioni informali che sono quelle che fanno funzionare le cose… Dobbiamo ridurre gli spazi di illusione per cui solo attraverso la standardizzazione si ottengono esiti…

La DGR IX/3850 del 25 Luglio 2012 introduce un contributo per le prestazioni a carattere sociosanitario in favore di minori vittime di abuso, violenza e/o maltrattamento. Quali sono le tue riflessioni intorno a questa delibera?

La delibera in questione da un lato può essere letta come passaggio importante di riparazione dei danni generati dal ritiro della sanità dalle tematiche della tutela minorile.
È anche sicuramente giusto che vengano assegnati dei fondi ad attività psicologiche e psicoterapeutiche, ma c’è un presupposto nella delibera: il presupposto che i bambini in comunità abbiano più bisogno dei bambini che non sono in comunità, laddove per altro, non ci sono più soldi per esempio, per curare le famiglie.
Perché solo ai bambini in comunità?
I fondi inoltre, rappresentano il riconoscimento di diritti e bisogni a lungo termine o finiranno dopo un anno e non verranno più rinnovati?
Se dobbiamo immaginare che la delibera vuole essere è un impegno della Regione a fronte della valutazione dell’importanza degli interventi psicologici e psicoterapeutici, allora dovrebbe essere un intervento a sistema e sarebbe importante che ciò avvenisse perché ribadirebbe che la tutela minori non è solo una questione di tipo sociale o socio educativo.
Vedo anche un altro rischio nella delibera: se l’elargizione di fondi non si accompagna ad un monitoraggio stretto da parte dell’ente locale che ha la titolarità, il rischio è che i bambini stiano in comunità per più tempo. Mentre la misura dovrebbe avere lo scopo di aumentare il benessere, questo rischia che le comunità se li tengano… inoltre andrebbero verificate le modalità di controllo del loro nell’utilizzo. Qui forse si potrebbe inserire un buono studio sulla valutazione degli esiti.