Intervista a Teresa Bertotti

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Teresa Bertotti, assistente sociale e sociologa, ha lavorato per molti anni presso il CBM (Centro per il bambino maltrattato e cura della crisi famigliare) di Milano, si occupa di supervisione e formazione degli operatori, valutazione e progettazione dei servizi. È Dottore di ricerca e docente di Servizio sociale presso l’Università di Milano-Bicocca. Ha da poco pubblicato il volume “Bambini e famiglie in difficoltà. Teorie e metodi di intervento per assistenti sociali”, edizioni CarocciFaber.

Il dibattito sui “dati”, sviluppato anche durante il convegno promosso da Caritas e CNCA, sottolinea la necessità di condividere, tra servizi, una lettura e una interpretazione dei dati attraverso cui costruire anche strategie condivise di lavoro e di integrazione tra soggetti differenti che interagiscono negli interventi di tutela…

Oggi, in un tempo di risorse scarse, il tema dei dati è di grande rilevanza e attualità.
Ragionare sui dati significa, in primis, porsi una domanda: “che cosa contiamo, che cosa vogliamo misurare?” Possiamo misurare i costi del processo, quanto costa fare le cose, ma è anche possibile anzi auspicabile, trovare il modo per misurare il bisogno e capire quale è la domanda che non viene raccolta. In tal modo si potrebbe misurare l’esito. In questa fase questa i sembra la cosa più importante: dotarsi di buoni indicatori per misurare il bisogno, il benessere e il malessere di bambine e bambini.
In Lombardia assistiamo ad una ridondanza dei processi di standardizzazione, ad una spinta forte verso un managerialismo estremo per cui è tutto prestazione: i tentativi più o meno conclusi di raccogliere dati sugli interventi di tutela, sul numero dei bambini sottoposti a provvedimento del tribunale dei minorenni sono stati molti, ma dati sul bisogno ce ne sono pochi…
Credo sia invece possibile e necessario avviare un ragionamento più serio su come si misura il benessere dei bambini, facendo riferimento a chi, come Valerio Belotti per esempio, ha avviato insieme ad altri delle riflessioni importanti.

Altra area carente di dati, molto delicata, ma molto attuale, è il tema dei dati sull’efficacia degli interventi. Il dibattito sulla misurazione dell’efficacia degli interventi, attualmente, è caratterizzato da una dimensione ideologica molto consistente: l’impostazione delle evidence based practice è stata utilizzata per deprimere la professionalità degli operatori anziché usarla e potenziarla. Inoltre si trascura la complessità e la parzialità della misurazione delle ‘evidenze’: per decidere se un intervento è efficace e “serve”, il problema, nell’ambito dei minori e dell’infanzia, è prima di tutto esplicitare “a chi serve”, se deve servire ai bambini, ai genitori, alla collettività, al tribunale dei minorenni… L’efficacia è collegata al problema del benessere, bisognerebbe rimanere ancorati al fatto che lo scopo dei servizi per la tutela dei minori è legato all’incremento del benessere dei bambini e se non si misura il benessere non è possibile neanche misurare l’efficacia.

Un’ulteriore complessità è legata ai processi causali: come facciamo a dire che quell’intervento funziona o non funziona? In questo campo, non credo sia possibile stabilire tali nessi; si possono stabilire delle convergenze, delle multifattorialità, delle condizioni favorenti, ma non degli automatismi. Dalle esperienze in atto, inoltre l’esito è spesso legato al processo: ovvero al tipo di relazione che gli operatori instaurano con le persone.

A questo proposito, la ricerca, presentata anche nel libro, che va ad esplorare il tema dei cambiamenti nei servizi di tutela indica che laddove, nei servizi, sono stati introdotti dei processi di standardizzazione che hanno comportato anche la raccolta di dati, la raccolta dati è ben accetta quando è sostenibile nell’equilibrio complessivo del lavoro e quando permettere di rendere visibile il lavoro e di rendere visibile il bisogno e i risultati. In questi casi, un lavoro di raccolta di dati è percepito come contributo importante.

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una evoluzione significativa dei rapporti tra servizi per la tutela e magistratura. A che punto siamo di questa relazione in via di definizione?

Mi sembra che oggi si sia compiuto il processo di distacco tra servizi e magistratura nel senso che la magistratura minorile che anni fa ha dichiarato che doveva essere più terza, effettivamente lo è diventata. Anche i servizi si sono resi più autonomi.
Il tutto però, nell’assenza più totale di una rielaborazione culturale di cosa questo abbia voluto e voglia dire, non c’è stato e continua a non esserci un processo di attribuzione di senso a quanto è accaduto e sta accadendo, specialmente nel quadro più ampio del dibattito sulle politiche.

Per quanto mi sembra di osservare, la Magistratura si è assunta il ruolo di non stare più dalla parte del bambino, ma dalla parte del diritto e quindi, viene meno la sua funzione di garante dell’infanzia. Interessante, perché è del 2011 l’istituzione del Garante dell’infanzia: forse una sapienza collettiva, intuitiva c’è, anche se il Garante dell’Infanzia non si occupa di questo, ma potenzialmente potrebbe farlo…
I servizi a loro volta potrebbero avere questo ruolo, ma non riescono ad averlo per due diversi motivi.
Da un lato, questo compito di garante, di protezione dei bambini non è attribuito ai servizi nel senso che non è detto, non è riconosciuto: la società non ha detto in questi anni che si vuole che ci sia qualcuno che si assuma la responsabilità di stare dalla parte dei bambini.
In alcuni paesi del Nord Europa per esempio, la legge stabilisce che alcuni servizi abbiano un’esplicita funzione di protezione e che quindi sono normati per quello, la Magistratura è di fatto un intervento di secondo livello a cui si accede solo le famiglie e i servizi non raggiungono un accordo. In Italia manca una legge quadro sulla tutela dell’infanzia, il ruolo dei servizi è molto eterogeneo: hanno nomi diversi e funzioni diverse; cercano di tenere insieme la funzione di protezione con la funzione di aiuto alla famiglia. Questo può essere un problema se non sono chiare le responsabilità.

Un altro motivo per cui i servizi faticano ad assumere questa funzione di protezione dei bambini è rintracciabile nell’idea oggi diffusa che i servizi debbano concentrarsi sulla prossimità e la cittadinanza e farsi protettori dei bambini significherebbe schierarsi per una parte ed essere parziali.
Oggi assistiamo ad alcuni movimenti che reinterrogano il mandato dei servizi di tutela: i giudici minorili sempre più spesso chiedono ai servizi di assumersi maggiori responsabilità (malgrado poi i giudici minorili ritardino a presentare i decreti ponendo un problema grave di diritti lesi…), così come i servizi, in alcuni luoghi, cercano di reimmaginarsi un modo per reinterpretare questa funzione di protezione..

Quale ruolo, per le famiglie, oggi negli interventi di tutela? Quali relazioni, quali strategie di lavoro con le famiglie? Da un lato si ribadisce la necessità di coinvolgere le famiglie, ma questo apre a tutta una serie di questioni, di competenze, di ruoli, di poteri… Cosa significa lavorare con le famiglie, al di là di assumerle come soggetti formali e portatrici di diritti…

C’è una confusione nel dibattito attuale intorno al tema della partecipazione della famiglia, tema che per altro va molto di moda.
Il tema della partecipazione delle famiglie è uno di quei temi, di quelle questioni il cui significato è fortemente connesso con il contesto in cui abitano.
Come la riflessione intorno all’empowerment: concetto che è stato al centro delle politiche neoliberali, malgrado fosse un concetto centrale presente alle origini dei servizi sociali… Il servizio sociale alla sua origine, postulava l’importanza di riconoscere la capacità di agire delle persone, di attivare risorse e competenze, ma se la parola empowerment la collochiamo dentro a una cornice che toglie risorse e non ci si interroga sul fatto che le persone in quella cornice non hanno risorse e potere per questioni strutturali, il rischio è un imbroglio.
Da un lato, negli anni si è corso certamente il rischio di scarsa valorizzazione delle competenze delle famiglie (legato alla gestione dei ruoli di potere…). Ma se parliamo oggi di coinvolgimento delle famiglie, dobbiamo cercare di capire dove sta l’imbroglio, dobbiamo chiederci quanto la nostra società è in grado di assumere l’esistenza di alcune fragilità e vulnerabilità che sono state prodotte, sono strutturale e non dipendono dal comportamento dei singoli, e su cui non bisogna imbrogliare la gente e tanto meno i bambini. Bisogna prestare molta attenzione a non abbandonare le famiglie in nome di una dichiarata autonomia che le famiglie non hanno e non riescono ad avere. È un problema di responsabilità sociale.

Il coinvolgimento delle famiglie oggi avviene più perché il tribunale ha deciso di applicare un certo metodo che non perché si ritiene che sia giusto e corretto. E gli esiti di questo coinvolgimento sono diversi. Per prima cosa, le decisioni nell’ambito del diritto minorile sono molto, ma molto più lente.
Altro effetto dirompente è l’aumento della dimensione di conflittualità, di contenzioso. Il coinvolgimento delle famiglie avrebbe avuto senso se fosse stato pensato all’interno di una alleanza sociale, di un patto sociale, mentre, di fatto, è avvenuto all’ombra di un pensiero sottointeso, implicito, che non viene detto, ma che è dirompente: dare alle famiglie più potere contro i servizi sociali che invece, negli anni, ne hanno avuto troppo. Questo è il non detto gravissimo che sottende al coinvolgimento delle famiglie.
Bisogna aggredire culturalmente il tema del contenzioso riorientando il problema, bisogna dirsi che il problema della tutela dei bambini e l’essere dei genitori inadeguati non è un problema solo della società, ma è un problema di quei genitori con cui diventa necessario stringere una alleanza. Deve cambiare il giudizio nei confronti dei genitori. Ho la sensazione che le scelte fatte dalla magistratura e l’aumentare della sua posizione terza non porti nella direzione auspicata.

Il dibattito intorno al coinvolgimento delle famiglie e al ruolo dei servizi introduce anche un altro dibattito importante, che ho cercato di affrontare nel libro, sul conflitto tra due etiche, l’etica della cura e l’etica del diritto. Oggi è importante guardare alla dimensione etica in modo laico.
Adottando un’etica della cura, dell’aver cura, si accetta che nella vita le persone abbiano dei momenti di fragilità e ci sia una solidarietà sociale che fa sì che ci si possa assumere l’altro nelle fragilità sapendo che la prossima volta capiterà a te.
L’etica del diritto prevede invece che le persone siano autonome, indipendenti, capaci di esprimere il loro desiderio, di essere razionali, di essere governatrici del loro destino e compito e funzione della società è dare la possibilità alle persone di esprimere i loro diritti.
Quello che è interessante per il nostro dibattito sugli interventi di tutela, è che queste due etiche devono essere compresenti nei servizi, ma non possono essere gestite insieme, non possono esistere in contemporanea. Il servizio in alcune fasi promuove un’etica della cura, in altre fasi un’etica dei diritti. Insomma, due etiche necessarie, ma che non possono essere utilizzate contemporaneamente, due approcci entrambi presenti nei servizi, ma non comunicanti.

Come è cambiato e come sta cambiando il lavoro di operatrici e operatori dei servizi per la tutela? Quale è l’impatto dei cambiamenti fin qui descritti nel lavoro di operatori ed operatrici?

Bisogna capire l’impatto di che cosa.
La carenza di risorse e la logica che si possano gestire i servizi introducendo logiche manageriali aumenta la standardizzazione e rende la questione molto delicata. È giusto capire quanto costano i servizi, ma se non si ha sufficiente sapienza nel capire fino a che punto bisogna andare a contare, allora si rischia di standardizzare molto ogni processo di lavoro e gli operatori rischiano di ritirarsi solo su una dimensione esecutiva, smettono di pensare, si astengono dal produrre una decisionalità che deve essere una decisionalità responsabile in un campo che non è standardizzabile.
I protocolli sono utili se sono delle linee guida.
Oggi credo sia necessario provare a proporre una separazione tra questioni gestionali e questioni tecniche: diverse ricerche ci dicono che la standardizzazione estrema non produce un risparmio, che tutto il processo complesso di esternalizzazione ed accreditamento in Lombardia sta generando dei costi di connessione, di rendicontazione altissimi. Gli assistenti sociali ci restituiscono una complessificazione estrema e disfunzionale dei processi di lavoro, ci raccontano che prima di parlare con l’educatore devono sentire il responsabile che a sua volta ha la responsabilità dei rapporti con la cooperativa che a sua volta deve rintracciare la persona… C’è tutta una catena talmente estenuante per cui alla fine non si seguono i protocolli e le procedure codificate, ma partono le relazioni informali che sono quelle che fanno funzionare le cose… Dobbiamo ridurre gli spazi di illusione per cui solo attraverso la standardizzazione si ottengono esiti…

La DGR IX/3850 del 25 Luglio 2012 introduce un contributo per le prestazioni a carattere sociosanitario in favore di minori vittime di abuso, violenza e/o maltrattamento. Quali sono le tue riflessioni intorno a questa delibera?

La delibera in questione da un lato può essere letta come passaggio importante di riparazione dei danni generati dal ritiro della sanità dalle tematiche della tutela minorile.
È anche sicuramente giusto che vengano assegnati dei fondi ad attività psicologiche e psicoterapeutiche, ma c’è un presupposto nella delibera: il presupposto che i bambini in comunità abbiano più bisogno dei bambini che non sono in comunità, laddove per altro, non ci sono più soldi per esempio, per curare le famiglie.
Perché solo ai bambini in comunità?
I fondi inoltre, rappresentano il riconoscimento di diritti e bisogni a lungo termine o finiranno dopo un anno e non verranno più rinnovati?
Se dobbiamo immaginare che la delibera vuole essere è un impegno della Regione a fronte della valutazione dell’importanza degli interventi psicologici e psicoterapeutici, allora dovrebbe essere un intervento a sistema e sarebbe importante che ciò avvenisse perché ribadirebbe che la tutela minori non è solo una questione di tipo sociale o socio educativo.
Vedo anche un altro rischio nella delibera: se l’elargizione di fondi non si accompagna ad un monitoraggio stretto da parte dell’ente locale che ha la titolarità, il rischio è che i bambini stiano in comunità per più tempo. Mentre la misura dovrebbe avere lo scopo di aumentare il benessere, questo rischia che le comunità se li tengano… inoltre andrebbero verificate le modalità di controllo del loro nell’utilizzo. Qui forse si potrebbe inserire un buono studio sulla valutazione degli esiti.

Sostenere la vita

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Una casa. Una mamma e un papà. Una famiglia. Un bambino che viene al mondo. Che cosa succede se nel fluire dei passaggi della vita irrompe, improvvisa e crudele, la malattia del nuovo nato? Chi arriva era istintivamente atteso come un’occasione di gioia, di futuro, ed eccolo qua, sull’orlo di un abisso: quello che si è aperto nel mondo interno dei suoi genitori, dove all’amore si è aggiunta l’angoscia per questo figlio, per se stessi, per ciò che verrà. È emofilico, sopravviverà? Che vita avrà? Potrà correre, giocare, stare con gli altri bambini? E se cade, se si fa male? Riuscirà ad andare a scuola, a diventare grande, a essere felice?
L’emofilia, patologia rara e poco conosciuta, porta con sé un immaginario di grande diversità, di paura, ed è facile comprendere come questo possa accrescere e alimentare il senso di solitudine e di impotenza di chi con la malattia deve ‘fare i conti’. Forte di tale sentire, Fondazione Paracelso* ha realizzato il progetto Cominciamo da piccoli che prevede, fin dal momento traumatico della diagnosi e per i primi anni di vita del bambino emofilico, l’affiancamento di una mediatrice familiare ai genitori. Un aiuto prezioso, dunque, che può accompagnarli per mano a prendere contatto con i propri vissuti, così come con la realtà della malattia e con le cure, per garantire al bambino la possibilità concreta di una vita normale. Insieme si potrà provare a superare timori ingiustificati ed eccessivi, a evitare che le sorti di tutto il nucleo familiare ruotino attorno alla malattia di uno dei suoi componenti, a non rifugiarsi nell’occultamento e nella negazione, meccanismi difensivi che costituiscono un intralcio nell’affrontare il problema con la necessaria consapevolezza.
Il sostegno in primo luogo ai genitori del piccolo emofilico diviene così un’occasione importante anche per lui: solo loro potranno trasmettergli una visione equilibrata della malattia, condizione che costituirà un’esperienza fondamentale nella sua vita di adulto.

Fondazione Paracelso è nata nel 2004 con la costituzione di un Fondo di solidarietà a favore degli emofilici che negli anni Ottanta avevano contratto l’HIV attraverso i farmaci necessari alla loro cura. All’iniziativa hanno aderito centinaia di persone, diretti interessati e familiari di quanti nel frattempo sono deceduti.
Voluta dai pazienti per i pazienti, è una cerniera fra mondo clinico e mondo sociale, nella consapevolezza che per il benessere della persona non è sufficiente curare la malattia. Per questo, Fondazione Paracelso elabora, finanzia, sostiene, attua progetti scientifici e sociali per l’emofilia e i deficit ereditari della coagulazione, in Italia e all’estero, dove realizza programmi di aiuti umanitari.

Visitate il nostro sito: http://www.fondazioneparacelso.it

Fondazione Paracelso Onlus
via Veratti, 2 — 20155 Milano
tel.: +39 02 33004126
e-mail: info@fondazioneparacelso.it

Il sogno si avvicina?

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Eccomi qui, assistente sociale laureata ed iscritta all’albo. Assistente sociale a metà perché purtroppo lavoro ancora non se ne trova. A fine ottobre parteciperò ad un concorso al quale saremo presenti in quanti? 2000? “Ricerca di un assistente sociale a tempo indeterminato”…. Beh direi anche 3000… Di cui magari qualcuno ha già esperienza e sale di graduatoria, e magari qualcun’altra, chissà, conosce un’assessore o un responsabile… Ma no, non voglio pensare sempre male di questo paese. Il momento buono e propizio arriverà….Vado affronto il concorso e… poi si vedrà, intanto ci si prova. Si entra nel meccanismo.
È bello tentare, sapere che si è lì per un sogno, un grande sogno che si fa aspettare da anni. Il sogno di accogliere le storie, ascoltarle e farle ripartire… Insieme ai loro protagonisti.
Comunicare, condividere, accogliere, ascoltare, ACCOMPAGNARE, ASSISTERE e sentire… Da dentro, dallo stomaco… È questo quello che si sente quando si ama il proprio lavoro? Quando non si vede l’ora del proprio sogno? Sento le farfalle solo a pensarci… Probabilmente ci vorrà del tempo, i tempi per il lavoro non sono dei migliori, nemmeno nel sociale purtroppo. Settore a volte poco considerato e sottovalutato. Come si può porre in secondo piano le persone? I racconti? Le parole? I gesti?
Ho sete di storie, e fame di incontri, di dialoghi, di silenzi…

Martina Veraldi

Rivedere i miei passi

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Lavorare nel sociale è complesso.
Tornare la sera a casa con il cervello pieno di parole,di promesse,di frasi fatte.
Rapportarsi con le difficoltà quotidiane di persone fragili.
Avere 25 anni e consigliare uomini di 60.
Che hanno conosciuto il dolore,l’umiliazione,la rinascita e la paura.
Il mio è un lavoro tramite il quale si impara il senso della parola “umiltà”
Anche se capita di incontrare assistenti sociali che giudicano e si impuntano avendo osservato una persona 12 minuti.
Bisogna partire dal presupposto di vedere solo una sfumatura dell’arcobaleno.
Gli esseri umani sono di mille colori diversi.
Amo questo lavoro perché mi costringe a rivedere i miei passi.
Solo in questo modo è possibile trovare il cammino.

Un’Assistente Sociale

Vacanze estive: la UILDM Milano a Venturina

Renato La Cara, autore di alcuni articoli per TELTHON E UILDM ( Uninione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) racconta la spumeggiante estate 2012 che i ragazzi distrofici, i loro amici, i volontari e gli accompagnatori, hanno vissuto a Venturina in Toscana.

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“Condivisione e divertimento. Ecco il felice binomio che caratterizza l’ormai consolidata vacanza estiva a Venturina (Livorno) organizzata dalla sezione UILDM di Milano, grazie soprattutto all’impegno del suo presidente Marco Rasconi.

La collaborazione tra la nostra associazione e l’amministrazione locale risale al 2004, anno a partire dal quale il Comune di Campiglia Marittima mette a disposizione, per un arco di tempo di circa due settimane in agosto, un intero complesso scolastico completamente accessibile a persone con disabilità.“Le vacanze a Venturina – ci dice Rasconi – sono un momento di stallo dal lavoro, di allontanamento dai pensieri che ci rincorrono durante l’anno e dalle difficoltà che quotidianamente ogni persona con una malattia neuromuscolare conosce bene”.

Durante il soggiorno estivo avviene l’usuale incontro con il Sindaco di Campiglia Marittima, Rossana Soffritti. “L’appuntamento in Comune – ci spiega Marco – assume, ogni volta, le stesse caratteristiche propositive: infatti si riesce a parlare delle complessità legate all’organizzazione di un campo vacanze e del mondo del sociale, con la consapevolezza che si sta chiacchierando con una persona nostra amica, che ogni estate riesce a garantire ai soci della nostra sezione una reale attenzione e una sincera disponibilità, preziose qualità rare da trovare in altri luoghi”.

Nell’arco degli anni l’interesse dell’amministrazione comunale e l’impegno della sezione milanese hanno fatto maturare una reciproca e proficua collaborazione, che si arricchisce di volta in volta e che ha potuto offrire, anche quest’estate, una vacanza a più di 50 persone, delle quali almeno una quindicina con patologie genetiche neuromuscolari.

Si prospetta anche una novità assoluta per i prossimi anni. “Sappiamo che avere la possibilità di sviluppare una sicura collaborazione cosi forte ci permette di lasciar volare la mente al futuro, con nuovi progetti da realizzare” ci preannuncia Rasconi.

“Per le prossime estati pensiamo di coinvolgere anche adolescenti con patologie genetiche rare” ci dice ancora il presidente della UILDM Milano, “in particolare bambini con SMA seguiti dal Settore Abilitazione Precoce Genitori (SAPRE) con i quali, come UILDM di Milano, stiamo sviluppando una collaborazione che ci auspichiamo possa intensificarsi maggiormente. Per questo motivo vogliamo condividere con loro la possibilità di fare insieme un’esperienza di vacanza estiva, appuntamento che in questi anni ci ha arricchito veramente tanto!” conclude Rasconi.

HANDICAP: dalle parole alle prassi

Prima di parlare di handicap e prima ancora di affrontare il tema del lavoro sociale in questo particolare campo, occorre ben definire il punto di partenza, nonchè il senso, di tutta la questione: cerchiamo quindi di “dare un nome” all’handicap. Il “linguaggio” in sè, infatti, definisce in generale il rapporto tra l’uomo e l’universo che gli sta attorno, quindi possiamo ben dire che “nominare” significa “definire”, appunto perchè “dare un nome” comporta un “dare significato” ad un certo oggetto. Ergo, che cos’è l’handicap? Che cos’è questo termine, che nella percezione comune richiama molte immagini e, non a caso, trova diversa traduzione lessicale, dall’invalido al minorato, fino al portatore di deficit? Sta di fatto che l’insieme delle terminologie richiama significati stigmatizzanti, i quali esplicitano status di “differenza dalla norma”, che di conseguenza inficiano in partenza ogni “pari considerazione”. Il “non normale” richiama quindi significati tra il “cronico” ed il “malato”, gli atteggiamenti socio-culturali quindi oscillano tra il disprezzzo, la compassione caritatevole e l’indifferenza. Deficit, handicap e disabilità sono i tre termini prevalenti nel linguaggio comune, essi si intrecciano, si interscambiano, diventano sinonimi, eppure asumono significati differenti che invece occorre “nominare” per darne senso: possiamo dire che il deficit è la semplice carenza funzionale di un organo, l’handicap la conseguente resistenza del soggetto alla normale evoluzione e la disabilità la semplice conseguenza dell’handicap. La disabilità è pertanto conseguenza dell’ handicap, il quale frena la normale evoluzione di una funzione, limitata o bloccata, quest’ultima, dal deficit).
Lo stesso termine “handicap” è di origine inglese, mutuato dal gergo ippico, in quanto riferito ad un sistema di competizione equestre basato sull’attribuzione di vantaggi diversi a favore dei cavalli: più sono gli svantaggi che un cavallo ha e più sono gli ostacoli che dovrà affrontare e, di conseguenza, maggiori sarannio le fatiche che dovrà sopportare per arrivare al traguardo. L’handicap quindi non è solo il freno all’evoluzione, ma è anche il freno imposto dal contesto di vita del soggetto.
Come si può porre pertanto il servizio sociale – e secondo quale logica – di fronte all’handicap? Insistendo su percorsi preferenziali (dare un vantaggio al cavallo)? Proteggendolo (e non farlo competere)? Oppure, come è mia opinione, facendolo gareggiare assieme agli altri dandogli qualche supporto o, in alternativa, facendolo partecipare alla gara della vita rallentando i tempi di tutti per permettere una chance in più a chi ha già per sè delle limitazioni? Si tratta, in sintesi, non solo di fungere da supporto al cavallo malato, ma di convincere gli altri a rallentare. E’ un pò come nel caso dei delfini: se uno di loro è malato, gli altri non lo lasciano morire nell’oceano, ma lo sorreggono nella traversata. Lavorare con l’handicap significa quindi lavorare col contesto, adattando quest’ultimo alle esigenze e ai tempi del soggetto stesso: è riducendo l’handicap causato dal contesto che il soggetto si evolve, al di là del deficit, che tale resta.
Quando parliamo di lavoro sociale sull’handicap, ad ogni caso, parliamo in primo luogo di sostegno ad un diritto di cittadinanza, un diritto costituzionale che implica aspettative nel soggetto (il diritto in senso giuridico), ma anche e specialmente doveri. Quando parliamo di lavoro sociale sull’handicap ci riferiamo all’articolo 3 della Costituzione che assicura la “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Il lavoro sociale, inoltre, non è solo “dare” o “rinuovere”, ma corrisponde al complesso di attività professionali dell’assistente sociale finalizzate a stimolare gli interlocutori a trovare in sè, attraverso la comunicazione dialogica, le risorse atte a fronteggiare i problemi. Il lavoro sociale sull’handicap può pertanto riguardare la rimozione degli ostacoli per favorire il pieno sviluppo della personalità del soggetto invalido; non riguarda solo l’erogazione di prestazioni, se sconnesse – come spesso capita di osservare – ad una progettualità chiara e coerente, non riguarda solo il “dar seguito” ad istanze di protezione, ma interessa in primo luogo una chiara comprensione dei “veri ostacoli” da rimuovere, quelli che il pensiero sistemico chiama “obiettivi-bersaglio”.
Rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del portatore di handicap significa agire non solo sull’interessato, ma specialmente sul contesto, come si diceva, il quale ha natura non solo materiale (come una barriera architettonica) ma specialmente sociale; uno dei contesti-bersaglio è sicuramente la famiglia, intesa come rete primaria fortemente influenzante lo sviluppo del soggetto. L’insistere invece da parte del nostro welfare – e quindi da parte del servizio sociale – su prestazioni monetarie e non professionali rappresenta il vecchio – e pur sempre presente – modo di indebolire il nucleo familiare sul lungo periodo, procrastinando il vero lavoro sul contesto, che è specialmente relazionale.
Occorre quindi focalizzare l’obiettivo del servizio sociale professionale sul sostegno e lo sviluppo delle capacità ad agire, sia del soggetto che della sua rete; va in altre parole riconosciuto che ogni soggetto e la sua “micro-rete” (pensiamo al portatore di handicap e alla sua famiglia), contano su capacità proprie, su “esperienze dal basso”, su modalità quotidiane con le quali affrontano gli eventi inediti, posseggono cioè un “sapere ingenuo” che dev’essere colto dal servizio sociale. Quest’ultimo, quindi, deve cercare di accompagnare sia il soggetto che la sua famiglia verso percorsi di maggior consapevolezza e più pieno benessere, il che pretende una sinergia reciproca tra i sistemi al fine di “adattarsi dinamicamente” all’evento inastpettato (l’handicap).
Tornando al precedente concetto: rimuovere gli ostacoli a che fine? Se si trattase di permettere il recupero del problema -viva Dio! – saremmo tutti contenti. Dobbiamo invece spesso considerare un obiettivo di mantenimento nel senso più ottimale possibile, vale a dire imparare a gestire una cronicità.
La gestione della cronicità è tra l’altro uno degli obiettivi della salute mondiale, a più riprese dichiarata dalla stessa O.M.S., di cui mi pregio di riportare due citazioni:
Carta di Ottawa, novembre 1996: “La promozione della salute non dipende solo dagli interventi istituzionali, ma deriva dagli stili di vita personali a sviluppo del benessere collettivo”;
Dichiarazione di Jakarta, luglio 1997: “le priorità per la promozione della salute nel XXI secolo consistono sia nella promozione della responsabilità sociale, sia nell’accrescimento delle capacità comunitarie per dare al singolo individuo gli strumenti per agire”.
La gestione della cronicità richiama quindi l’essenza stessa del concetto comunitario di salute, si definisce sulla consapevolezza del soggetto ad agire per stare meglio e richiama la responsabilità del contesto a favorire l’esercizio dell’autonomia. E’ la stessa chiave di lettura che si ritrova nell’ “International Classification of Functioning, Disability and Health”, licenziato nel maggio 2001 dalla stessa O.M.S. (per maggiori dettagli vedasi su www. Icfinitaly. it) , in cui lo stesso strumento di valutazione della disabilità va a considerare non solo la disfunzione della persona (parte 1: funzionamento e disabilità), ma anche i fattori contestuali (parte 2) e, in tal ambito, i fattori personali e quelli ambientali.
Ordunque, per quel che riguarda il ruolo del servizio sociale professionale in quest’ambito, nell’ottica di una gestione ottimale della cronicità, reputo necessario sviluppare tutta un’azione di ricerca applicativa conseguente ai contenuti della parte 2 dell’ICF. E’ comunque più che evidente che gli obiettivi dell’azione debbano riguardare non solo il soggetto interessato, ma specialmente il suo contesto, in particolare la sua famiglia. Il lavoro sociale consiste pertanto nella gestione di relazioni di aiuto sia col soggetto che con la sua famiglia, relazioni finalizzate ad una progettualità condivisa, in cui le “prestazioni” vanno ad fungere solo da mezzo e non da fine del servizio sociale professionale.
In questi percorsi, per mia esperienza, è estremamente determinante l’imprinting della famiglia, molto meno quello che deriva dal contesto societario (la scuola, i servizi, la sanità, le attività educative). E’ per questo che il lavoro di accompagnamento della famiglia – e non solo del soggetto – verso percorsi di consapevolezza e convivenza con la cronicità diventa il cardine attorno al quale gira un buon servizio sociale.

Dott. Ugo Albano

Cos’è l’affido familiare?

 

L’affido familiare, disciplinato dalla Legge n.184 del 4 maggio 1983 che è stata poi modificata dalla Legge n.149 del 28 marzo 2001, è un forma di aiuto, tutela e sostegno del minore che per svariate gravità non può rimanere nella sua famiglia d’origine, di fatto le condizioni di indigenza dei genitori naturali non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. La famiglia affidataria, con lo scopo di soddisfare le sue esigenze affettive ed educative, avrà il delicato compito di crescere, mantenere ed educare il minore accolto rispettando I suoi bisogni e il suo particolare momento di difficoltà, tenendo sempre ben presente che un minore in affido non è figlio naturale e ha una propria famiglia d’origine con la quale continua (in forme e modi differenti per ogni caso) ad avere rapporti. Questa è una delle differenze principali che intercorre tra l’affido familiare e l’adozione. Quest’ultima infatti prevede un entrata a far parte della nuova famiglia a tutti gli effetti, con l’assunzione del cognome e una completa interruzione dei rapporti con la famiglia d’origine. (A meno che il figlio lo richieda dopo aver compiuto la maggiore età)

 

L’affido familiare si basa su due pilastri fondamentali: la temporaneità e; come abbiamo accennato poco fa; il mantenimento dei rapporti con la famiglia d’origine in previsione di un rientro in essa.

In base alle esigenze del minore, l’affidamento può essere progettato per periodi brevi, medi o lunghi o a tempo parziale (solo il pomeriggio o I fine settimana).

L’affido familiare è un provvedimento temporaneo la cui durata non dovrebbe superare I due anni, che possono essere poi prolungati, a volte l’impossibilità del minore di rientrare nella famiglia naturale porta ad estendere l’affido nel tempo, sine die, fino al diciottesimo anno d’età del minore.

L’affidamento può realizzarsi con il consenso esplicito dei genitori, affido consensuale, disposto con un atto amministrativo dei Servizi Sociali e reso esecutivo dal giudice tutelare; oppure con provvedimento del TM, affido giudiziale attuato dai Servizi Sociali a prescindere dal consenso dei genitori. L’affido inoltre può essere familiare, nel caso in cui gli affidatari siano familiari entro il quarto grado di parentela; o extra familiare, nel caso in cui non vi sia legame familiare tra il minore e la famiglia affidataria.

 

L’abbinamento tra minore e famiglia affidataria non è mai una scelta casuale: il compito fondamentale e importante del servizio affidi e quello di “compiere questo abbinamento”, trovare cioè tra le famiglie spinte dal desiderio di solidarietà e genitorialità che fanno richiesta di poter diventare famiglie affidatarie quella che più risponde alle esigenze del minore in carico ai servizi di tutela.

Le famiglie non sono lasciate sole durante il loro percorso,gli operatori sono disponibili a chiarire dubbi e affrontare problematiche emerse durante l’affido; accompagnando I genitori e I figli naturali di questi durante tutta questa esperienza. In ugual mondo viene seguito il minore che entra a far parte di una nuova famiglia, che al suo interno ha regole e modi di vivere differenti da ciò che sino a quel momento ha potuto vedere, vivere.

E’ importante quindi per gli operatori riuscire a gestire da professionisti ed esterni il fulcro fondamentale di un affido ossia la bifamiliarità che inevitabilmente si viene a creare: il minore, la nuova famiglia e la sua famiglia d’origine.

Cristina Gregis, Anita Meregalli

quattro domande a Rossella Pesenti, assistente sociale al CBM

Cos’è il CBM?

Il CBM è il “Centro Bambino Maltrattato”, nasce come cooperativa nel 1984 grazie al finanziamento del Comune di Milano per occuparsi nello specifico di maltrattamento e abuso nell’infanzia, ma oggi copre lo spettro più ampio della violenza intra-famigliare, comprendendo anche il maltrattamento subito dalle donne con figli. L’idea di fondo che sorregge tutti gli interventi effettuati è che la famiglia maltrattante può essere recuperata e tornare ad essere accogliente per il minore, grazie ad un percorso di aiuto e sostegno ai genitori e anche ai nonni, sull’ipotesi che un genitore maltrattante è stato a sua volta un bambino maltrattato.

Grazie agli interventi sul contesto famigliare, è possibile ricostruire un ambiente adatto alla crescita del minore, che in certi casi può anche ritornare nella famiglia di origine.

Com’è strutturato il Centro?

Il Centro è strutturato in due servizi principali:

  • Comunità di pronto intervento per l’inserimento di bambini sottoposti a maltrattamenti
  • Equipe di intervento sul nucleo famigliare, con funzioni di valutazione e trattamento dei genitori, strumento importante per poter scegliere l’orientamento da dare al processo di intervento

Inoltre, il Centro, è provvisto di:

–          Spazio neutro di incontro tra figli e genitori

–          Educatori per ADM (Assistenza Domiciliare a Minori)

–          Case per l’autonomia, dove possono essere inserite donne con figli, che si trovano in situazioni di disagio e difficoltà. Qui ricevono, grazie all’aiuto di educatori e assistenti sociali, il sostegno e l’affiancamento necessari per poter tornare a vivere in autonomia.

Il CBM interviene nei casi di maltrattamento: quali sono e come si definiscono?

Nel 1978 il Consiglio Europeo a Strasburgo, definisce il maltrattamento, suddividendolo in quattro tipologie di atti portati avanti da un famigliare, una persona della cerchia famigliare o da un adulto:

–          Maltrattamento fisico

–          Maltrattamento psicologico, attraverso tutti quei comportamenti che espongono il minore a situazioni di pregiudizio (ad es. la separazione conflittuale dei genitori)

–          Trascuratezza, fisica (es: abbigliamento inadeguato per la stagione) e/o psicologica

–          Abuso sessuale, che si concretizza in tutti quegli atti attinenti la sfera sessuale a qualsiasi livello da parte di un famigliare o persona appartenente alla cerchia famigliare. L’abuso inoltre non è sempre un atto subito, ma può verificarsi anche con richieste di atti svolti dal minore nei confronti di un adulto (es: masturbazione).

In che cosa consiste la “Violenza assistita”?

È un fenomeno di violenza famigliare per cui i minori assistono ad episodi di violenza all’interno del nucleo famigliare (spesso soprattutto tra genitori), che provoca al minore un danno di pari grado ad una violenza subita. Per questo è un fenomeno trattato come maltrattamento, in cui è importante riconoscere i giochi famigliari: spesso infatti la violenza che si attiva nella coppia nasce da una relazione di reciprocità, in cui entrambi i partner sono sia vittime che parte attiva. In quest’ottica, le donne vittime di violenza sono parte attivante dell’aggressività maschile, che conosce un’escalation che va dalla rabbia verbale alla violenza fisica.

DUE PERCORSI DI TIROCINIO, SINTESI DI UNA VISIONE COMUNE

 

In un contesto sociale caratterizzato sempre più da situazioni multiproblematiche, ove si riscontrano in numero sempre maggiore atti pregiudizievoli nei confronti dei minori, diviene necessario raccontare il lavoro svolto dai servizi a tutela di questi.

Come studentesse universitarie protagoniste di esperienze di tirocinio svolte all’interno di tali servizi, vorremmo condividere le nostre riflessioni rispetto alle difficoltà che caratterizzano il lavoro dell’Assistente Sociale nelle relazioni con i soggetti e con le agenzie territoriali.

I servizi sono chiamati ad attivare qualsiasi mezzo di intervento disponibile in favore del benessere del minore segnalato, costruendo un progetto d’aiuto che coinvolga lo stesso e il nucleo familiare di appartenenza. Il lavoro svolto dagli operatori  va ad indagare le modalità relazionali esistenti nella coppia coniugale e all’interno del nucleo familiare, con l’obiettivo  di far riflettere i genitori in merito al proprio ruolo, di accrescere le loro capacità e la loro sensibilità, non solo al fine di individuare e risolvere problemi e conflitti, ma anche di prevenirli e gestirli.

Per poter raggiungere tali obiettivi è indispensabile costruire un rapporto collaborativo e di fiducia con i  genitori e gli eventuali membri del nucleo familiare, attivando una rete di servizi ottimale che risponda ai bisogni delle famiglie e intervenga sulle problematiche esistenti.

La visione distorta da parte degli utenti, causata dagli interventi coatti e di controllo attuati dal servizio, la conseguente chiusura e la non collaborazione con gli operatori, la fragilità della rete dei servizi coinvolti, rende difficoltoso il raggiungimento degli obiettivi sopra citati.

Nella realtà i servizi si confrontano con queste problematiche quotidianamente e l’Assistente Sociale si trova a dover fronteggiare sempre più situazioni che deviano il percorso concordato con la famiglia al momento della presa in carico, a discapito di un andamento coerente e lineare verso l’obiettivo prefissato.

Tale aspetto, unito alla mancanza di una rete di servizi stabile, che operi in funzione di un obiettivo chiaro e comune, porta sfiducia nei confronti dei servizi e sentimenti di frustrazione negli operatori .

Vivendo in prima persona tali stati d’animo sentiamo il bisogno, come studentesse, di suggerire delle soluzioni possibili a fronte delle problematiche riscontrate.

A nostro avviso sarebbe necessario potenziare e promuovere, laddove non sono ancora presenti, progetti che facilitino l’accesso spontaneo al servizio da parte delle famiglie (consulenze nelle scuole, costituzione di gruppi  di auto mutuo aiuto…), andando ad influenzare positivamente quella visione distorta dei servizi che ostacola progetti efficaci ed efficienti. E’ doveroso, inoltre, attivare la collaborazione all’interno della rete dei servizi coinvolti nel progetto di intervento, nel rispetto dei propri ruoli e della deontologia professionale di ognuno, con l’obiettivo di costruire le fondamenta su cui poggiare relazioni intrafamiliari più funzionali.

E’ importante tenere presente tuttavia che sono le famiglie in prima persona a dover comprendere e poi modificare le dinamiche disfunzionali che si sono create, mentre i servizi devono facilitare tale cambiamento, favorendo la costruzione di contesti solidi in cui il minore possa crescere serenamente.

 

 

Buraschi Laura

Camolese Isabella

Nueva Vida: il mio viaggio in Nicaragua …


Nueva Vida è un quartiere di Ciudad Sandino, un paese a Nord – Ovest di Managua, la capitale del Nicaragua. Li ci abita una mia amica, si chiama Janette.

Janette ha 28 anni e due figli e vive in una favela di 10 metri quadri. Le pareti della sua casa sono di lamiere e il pavimento è fatto di terra o di fango, a seconda che piova o meno … La maggior parte delle case di Nueva Vida sono così, nessun architetto ha mai progettato niente, nessun abitante di Nueva Vida è mai andato all’Ikea a comprare i mobili, si sono tutti arrangiati con quello che potevano trovare e hanno costruito dove volevano. Il nome Nueva Vida è molto bello, fa venire in mente una rinascita, un nuovo inizio, ma qui non c’è aria di nuovo. Questo quartiere è nato nel 1998: dopo che l’uragano Mitch si imbatté su Managua, tutta la popolazione sfollata, senza lavoro, né casa, né soldi si trasferì in questa zona. Senza alcun aiuto da parte dello Stato, se non la concessione di qualche casa in muratura, ma solo per aumentare il consenso politico verso il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (Fsln) di Daniel Ortega, ex guerrigliero sandinista ormai presidente del Nicaragua da più di trent’anni, queste persone si sono organizzate come potevano. Alcune cercano di risollevarsi con la fatica, con il lavoro, cercando di istruire i figli, altri vivono nell’indolenza, rubano per vivere e si accontentano della vita che gli è capitata …

Caritas è intervenuta a Nueva Vida, pochi anni dopo l’uragano, appoggiandosi a due strutture locali: Redes de Solidaridad, dove stavo io e altre volontarie e poi l’Associazione El guiss che si occupa di bambini con disabilità, offrendo loro istruzione, fisioterapia e divertimento. I bambini disabili, infatti, vivono in una difficile condizione di emarginazione, vengono trascurati e nascosti perché motivo di vergogna. A Redes c’è una scuola elementare e una superiore, un ufficio dello psicologo e dell’AS, il servizio di “apoyo nutricional”, che si occupa della consegna del latte materno alle mamme e un’ infermeria. A Redes sono attivi alcuni progetti, tra cui corsi di formazione finalizzati a migliorare la crescita personale delle donne, aumentare il loro livello di autostima e favorire lo svolgimento di attività generatrici di reddito.

Il tasso di disoccupazione è molto alto e la maggior parte degli abitanti lavorano al mercato orientale o nelle fabbriche della zona franca: 12, 13 ore al giorno per un salario indecente. Ogni mattino il pullman numero 13 porta a Ciudad Sandino gli abitanti di Nueva Vida che devono uscire dal quartiere per lavorare, alcuni aprono le loro “pulperie”, che loro considerano come una specie di supermercato, ma di fatto sono una zona della propria abitazione adibita alla vendita. In una pulperia non ci sono per forza beni di prima sussistenza, c’è un po’ di tutto: biscotti, patatine, Coca Cola, succhi di frutta in sacchetti di plastica, giocattoli … Alcune donne, sedute su una sedia fuori dalla propria favela vendono mango, ananas e tortillas, mentre con un ventaglio si fanno aria e cercano di cacciare via un’infinità di mosche che le ronzano intorno … La maggior parte dei bambini non va a scuola: alcuni stanno a casa a pulire e fare la guardia, visto che i genitori sono al lavoro, altri sono fuori a giocare nelle pozzanghere e nella cloaca a cielo aperto, col rischio di contrarre malattie gravi … La popolazione qui vive in condizioni di estrema povertà e di delinquenza e sono soprattutto le donne e i bambini a soffrire di questa situazione. A causa della cultura locale e della completa dipendenza economica, le donne vivono una situazione di sottomissione ai propri mariti. Molti uomini, tra cui il marito di Janette, non lavorano neanche. Il machismo è molto forte in Nicaragua: le donne lavorano e curano i figli e gli uomini fanno quello che vogliono. Janette, per esempio, fa la “commerciante”: Redes de Solidaridad le offre un prestito con il quale Janette acquista merci che poi rivende, dopodiché restituisce a Redes una piccola percentuale di soldi e il resto lo tiene per sé. Nel fine settimana, però, a volte, suo marito le ruba i soldi e sparisce per il week end e va a Ciudad Sandino ad ubriacarsi, abbandonando lei e i bambini, senza cibo … Spesso l’unica occasione che hanno i suoi figli, di 7 e 2 anni, per mangiare, dopo un lungo week end di digiuno, è il pranzo a scuola … Janette è molto orgogliosa del suo lavoro e vorrebbe separarsi da suo marito, ma credo sarà molto difficile perché teme la sua reazione … Lei è perfettamente autonoma e in grado di occuparsi dei figli, a cui, nonostante le difficoltà, riesce a garantire l’istruzione e a volte anche qualcosa di diverso dal riso e dai fagioli … Janette per me è un grande esempio di forza e di volontà, in un Paese pieno di grandi contraddizioni, dove le favelas hanno le antenne per la televisione e i ragazzi bevono coca cola mentre i fratellini piccoli giocano nudi in mezzo alla spazzatura della discarica dietro casa … Un luogo meraviglioso, incontaminato e pieno di colori, che purtroppo, poverissimo, vive di aiuti internazionali … Un Paese che si è macchinalmente occidentalizzato a costo di perdere la propria cultura …

Eleonora Borgonovi