Bambinisenzasbarre

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E’ un’associazione con sede a Milano, da 10 anni si impegna in Italia in ambito penitenziario nei processi di sostegno psicopedagogico alla genitorialità in carcere, con un’attenzione particolare ai figli colpiti dall’esperienza di detenzione di uno o entrambi i genitori.

La missione di Bambinisenzasbarre è promuovere il mantenimento della relazione figlio-genitore durante la detenzione e sensibilizzare la società civile affinché il diritto alla genitorialità venga garantito, culturalmente assimilato e reso parte del sistema valoriale.

Il carcere è il luogo in cui è maggiormente necessario tutelare questo diritto per contrastare le possibili conseguenze dovute all’interruzione dei legami affettivi, dannose anche per la comunità, che vede incrementare, come statisticamente provato:

–          Casi di detenzione dei figli di genitori detenuti

–          Fenomeni di abbandono scolastico

–          Devianza giovanile

–          Disoccupazione

–          Illegalità

–          Disagio sociale.

L’associazione promuove attività che si sviluppano, dentro e fuori dal carcere, come:

–          Spazio giallo: luogo di accoglienza dei bambini in attesa del colloquio col genitore detenuto. Uno spazio dove si sentono “previsti” e “pensati”, dove possono utilizzare giochi ed essere  seguiti da operatori professionali;

–          Accompagnamento casa-carcere dei bambini al colloquio: previsto per difficoltà della famiglia o elemento programmato nel lavoro di sostegno psicopedagogico per consentire un colloquio solo con il figlio;

–          Gruppi di parola: incontri con i padri e le madri detenute dove sono affrontati i temi che riguardano la relazione con i figli;

–          “Atelier di mediazione”: per la confezione degli oggetti relazionali. Uno spazio e un tempo dove pensare ai propri figli mentre si confezionano oggetti di stoffa (oggetti messaggio) destinati a loro come strumento concreto di mantenimento del legame;

–          Lavoro di rete: con gli operatori istituzionali e con gli operatori sociali degli enti locali e del privato sociale per una presa in carico integrata in un’ottica di mantenimento della relazione genitoriale;

–          Eurochips, lavoro di rete europea (come membro del direttivo): partecipazione allo sviluppo e diffusione di buone pratiche attraverso la realizzazione di progetti europei, il lavoro di ricerca tematica e di advocacy presso la Commissione Europea, il Consiglio d’Europa e gli ambiti decisionali connessi;

–          Relais Italia e Lombardia: rete di collegamento a livello nazionale e regionale, di progetti, interventi e servizi di formazione/sensibilizzazione e ricerca sul tema della genitorialità in carcere;

–          Partecipazione al Gruppo di lavoro CRC (73 associazioni): per la Convenzione dei Diritti dell’Infanzia e adolescenza e il monitoraggio sulla sua applicazione.

Un intervento di sostegno e accompagnamento della relazione genitoriale durante l’esperienza della carcerazione si configura quindi come intervento di prevenzione sociale.

E’ un intervento che si rivela duplice in termini di prevenzione: aiuta a prevenire le difficoltà emozionali e relazionali del bambino e il loro effetto negativo sul suo sviluppo psicoaffettivo, e aiuta il genitore a conservare e continuare a svolgere il suo ruolo genitoriale.

Martina Rabaioli

Buone Vacanze!!!

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. ..e con agosto arriva anche per noi il momento delle vacanze!

L’associazione IN-Formazione vi saluta per una breve pausa estiva e vi da appuntamento a settembre/ottobre per ricominciare insieme le nostre attività: creazione del web-magazine, riunioni tra i membri e partecipazione agli incontri che si terranno presso l’Università Bicocca all’interni del laboratorio da noi gestito “Comunicare il servizio sociale”https://ainformazione.com/eventi/  (iscrizioni aperte per gli studenti del 3 anno del CdL in servizio sociale Milano Bicocca, da settembre sul sito di facoltà, sezione laboratori)

Vi ricordiamo che siamo sempre aperti ad accogliere nuovi membri e persone interessate a collaborare con noi!

COMPRENDERE LA DIVERSITA’

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Non mi rendevo conto della diversità che può esistere tra le culture e della sua importanza fino a quando, durante il mio tirocinio, mi ci sono “scontrata”.
In primis, l’assistente sociale che mi ha fatto da supervisore mi ha portato ad apprezzare queste diversità mostrandomi i suoi viaggi, nei quali ha vissuto, nel vero senso della parola, le diverse culture con passione e curiosità. Inoltre, durante il mio tirocinio presso un consultorio, mi sono trovata di fronte a diversità che mai avrei pensato potessero essere così profonde. Ho avuto modo di parlare con donne e ragazze appartenenti a diverse culture. Per esempio una ragazza ebrea di 17 anni si è recata al servizio per portare un problema relativo alla famiglia che l’aveva costretta a frequentare scuole rigorosamente ebraiche. La ragazza si è opposta perchè non si riconosceva in quella “nicchia”, convincendo la madre (che è colei che decide, il padre non ha molta voce in capitolo) a frequentare una scuola pubblica. Il compromesso fu però quello di frequentare parallelamente una comunità ebraica. Sono rimasta molto colpita dalla maturità di questa ragazza che, oltre al problema portato, ci ha fieramente mostrato le sue origine e tradizioni. Dai suoi racconti ho realizzato che il comportamento della madre, che mi è venuto spontaneo “additare”, è invece da considerare all’interno di un contesto preciso e in relazione alla preoccupazione che la figlia possa perdere le proprie origini.
Dal basso dei miei 21 anni mi si è aperta una realtà: si parla tanto di culture, ma senza rendersi conto o preoccuparsi di conoscerle. L’assistente sociale si deve giornalmente confrontare con queste ultime e questo vuol dire essere capaci di immedesimarsi, capire e accettare modi diversi di vivere, pensare e approcciarsi. Avere una visione troppo ristretta porterebbe a valutare le situazioni in maniera troppo “soggettiva”, non tenendo conto della cultura di appartenenza e di cosa ciò comporta. Penso che questa sia una delle cose più importanti che ho appreso: conoscere le culture per accettarle e poter dare a chi viene a chiedercelo un aiuto reale, che prescinda dalle nostre credenze e che abbracci un’idea di cultura diversa dalla nostra, ma non per questo per forza sbagliata…solo diversa.

Barbara Scotti

Follia

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E’ un libro la cui storia è ambientata all’interno di un manicomio criminale, luogo in cui si incontrano Edgard Stark, uno sculture accusato di aver ucciso la moglie violentemente per un attacco di gelosia, e Stella, moglie affascinante dello psichiatra Max Raphael e madre del piccolo Charlie, incuriosita da quest’uomo capace di vivere i sentimenti con un coinvolgimento folle e tormentato.
Tra i due nasce un legame passionale, consumato velocemente e di nascosto. Quando però l’artista decide di scappare dal manicomio, Stella abbandona il marito e il figlio per iniziare una vita con Edgard all’insegna della passione.
La convivenza tra i due procede bene fino a quando Edgard non inizia a manifestare gelosia e aggressività nei confronti di Stella e si tuffa nella creazione artistica sperando di dominare i propri impulsi. Ritrae Stella, ne modella la testa nel tentativo di riuscire a vederla come lui la vorrebbe; è un processo sofferto, contrastato e per Edgar è anche l’unico modo per frenare la follia omicida che sta per prendere il soppravvento.
Stella, dopo aver spiato l’opera artistica che stava realizzando Edgard, è costretta a fuggire, viene rintracciata dalla polizia e condotta a casa. Nonostante tutto, in fondo al suo cuore, spera sempre di rivedere Edgar, ma per il momento non le resta che aggrapparsi alla sua famiglia e in particolare al suo bambino, Charlie, che ama moltissimo ma che non riesce a distoglierla dalla sua tristezza.
Il dottor Max decide di trasferirsi in Galles con la sua famiglia, dove ha trovato un lavoro di ripiego come psichiatra in un piccolo ospedale di provincia.
Stella è in preda ad una profonda crisi depressiva e Max non fa che nutrire risentimento e astio nei suoi confronti.
In Galles si verifica l’evento più drammatico, doloroso ed inaspettato del romanzo: la morte di Charlie. Stella vi assiste in uno stato di trance, potrebbe salvare Charlie ma non è in sé, non interviene e questo rende l’evento ancora più terribile.
Da questo momento in avanti non c’è più possibilità di ritorno, ma allo stesso tempo ci illudiamo che le cose si aggiustino in qualche modo.
A seguito della morte del figlio, Max si richiude in se stesso e il suo interesse per portare fuori dalla depressione la moglie svaniscono.
Stella ritorna al manicomio criminale in cui trova un vecchio collega del marito, Peter Cleave, con il quale inizierà un percorso di cura.
Il punto di vista di Peter diviene qui evidente insieme ai suoi secondi fini: occuparsi di Edgar, che è stato arrestato e ricondotto in manicomio, e di Stella ed esercitare nei loro confronti quel potere totalizzante che appartiene all’analista quando il paziente non ha altro cui aggrapparsi.
Eppure qualcosa ci avverte che i conti non tornano e che l’inevitabile, scandalosa e beffarda verità sarà molto diversa da quella che eravamo stati costretti ad immaginare.

Elisa Diaferia

DI MANO IN MANO..

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Sto frequentando il terzo anno del corso di laurea in Servizio Sociale. Sono quasi alla fine e, al di là dei progetti scolastici e lavorativi che ho in mente per il mio futuro, sto portando avanti anche progetti personali. Come si suol dire, sto cercando di spiccare il volo e uscire dal nido: vado a vivere da sola.
Le cose a cui pensare sono davvero tante! Spese, conti, burocrazia….l’arredamento!
Nell’affrontare tutte queste novità mi sono preoccupata di fare delle scelte sostenibili, non solo per me, ma anche per la comunità. Grazie a diverse conoscenze sono approdata ad una realtà molto interessante, la Cooperativa di Mano in Mano, e ha pensato che fosse utile pubblicizzarla e condividere con i miei compagni di corso che come me si trovano a dover conciliare la vita da adulti con la sostenibilità.
La Cooperativa di Mano in Mano è un’impresa sociale, che affonda le sue radici nell’esperienza delle comunità di vita di Villapizzone e Castellazzo, organizzate nell’associazione Mondo di Comunità e Famiglia.
Da ormai molti anni queste due comunità si sostengono attraverso lo sgombero di cantine, solai, appartamenti e attraverso attività di riciclo e di riuso del materiale sgomberato.
Successivamente l’attività è cresciuta professionalmente ed è nata la Cooperativa che, con circa 40 soci, 4 dipendenti e 30 persone svantaggiate, è una delle più importanti risorse di questo tipo in Italia.
Negli anni alle prime due comunità si sono aggregate molte altre collocate in tutto il territorio nazionale.
Attualmente la cooperativa, attraverso lo stipendio ai propri soci, sostiene sei comunità.
Dal 1999, anno in cui è stata costituita, ad oggi la Cooperativa Di Mano in Mano, in collaborazione con le comunità di ACF e altre realtà sociali, ha accolto al suo interno circa 300 tra giovani ed adulti in difficoltà, attraverso contratti di Borsa Lavoro e Lavoro Ergoterapico. Obiettivo principale è aiutare queste persone a reinserirsi nel mondo del lavoro.
La cooperativa collabora strettamente con i Servizi Sociali di Milano, il Ministero di Grazia e Giustizia, l’Asl, la Caritas Ambrosiana e molte altre associazioni.
La Cooperativa Di Mano in Mano organizza molte attività; interessante è quella dei Mercatini dell’usato di Milano e di Cambiago, in cui è possibile trovare antiquariato, modernariato, libri, quadri, vestiti, oggettistica, dischi, elettrodomestici e chi più ne ha più ne metta!
Le motivazioni per acquistare in un mercatino dell’usato sono le più varie, dalla moda del vintage alla ricerca del risparmio. Ci sono poi delle motivazioni che affondano nell’ecologia: la consapevolezza legata alla salvaguardia dell’ambiente e alla ricerca di uno stile di vita più eco-compatibile.
Infatti acquistare oggetti di seconda mano non significa solo prevenire la produzione di nuovi rifiuti ma significa anche cercare di ottimizzare l’energia contenuta negli oggetti stessi, è un consumo critico e sostenibile.
Infine se si vuole acquistare presso i mercatini dell’usato della cooperativa si può porre l’attenzione su un aspetto sociale. Come scrivono sul loro sito i soci della cooperativa: “Acquistare presso i nostri mercatini dell’usato significa acquistare un prodotto con un valore aggiunto, un posto dove si lavora, si cresce, si comunica, si vive e si impara a vivere un tempo della vita. La nostra esperienza é qualcosa di rivoluzionario, che cerca strade nuove e diverse per una migliore qualità di vita.”
Dulcis in fundo, la Cooperativa Di Mano in Mano si propone di perseguire e raggiungere quattro obiettivi principali:
1- creare un involucro lavorativo per i soci attraverso l’auto-sostentamento.
2- accogliere il fratello che bussa alla loro porta, ragazzi e adulti svantaggiati provenienti da vari ambiti del territorio.
3- testimoniare una cultura lavorativa alternativa, attenta prima all’uomo che al profitto;
4- promuovere la cultura del recupero, del riciclo e del ri-uso prestando attenzione all’ambiente.
Insomma, mi sembra che sia una realtà interessante e che valga la pena di tenerla da conto.
Spesso è difficile conciliare sostenibilità e art design, ma la Cooperativa Di Mano in Mano ci offre una possibilità concreta di provarci!

Bianca Ravasi

UNA FAMIGLIA PER UNA FAMIGLIA. Un progetto di affiancamento tra famiglie.

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“Per crescere un bambino occorre un intero villaggio”, è un detto africano che riassume bene la filosofia alla base del progetto Una famiglia per una famiglia, avviato nel settembre 2012 (anche se formalmente l’accordo tra i soggetti coinvolti è stato siglato nel gennaio 2013) a Novara.
Si tratta di un’ iniziativa che sostiene l’affiancamento familiare come una delle possibilità istituzionali di sostegno e di aiuto per le famiglie in difficoltà.
Il progetto ha visto il coinvolgimento di un’ampia e articolata rete di realtà operanti nel territorio tra cui il Comune di Novara attraverso l’Assessorato alle Politiche Sociali e per la Famiglia, Fondazione Paideia di Torino, Fondazione De Agostini e Fondazione della Comunità del Novarese che hanno unito le loro risorse e competenze.

Una famiglia per una famiglia è nato da una idea di Fondazione Paideia a partire dal 2003, prima nella città di Torino poi a Ferrara, Parma, Verona, nel territorio comasco e ora anche a Novara.
Con questa iniziativa si vogliono sostenere famiglie che vivono un periodo di difficoltà nella gestione della propria vita quotidiana e nelle relazioni educative con i figli. Si tratta di una forma di affiancamento innovativa, perché destinata a nuclei familiari e non a singoli minori.
Una famiglia “risorsa” affianca una famiglia in situazione di bisogno e instaura con essa una relazione solidale e di prossimità: i membri della famiglia di supporto offrono un sostegno emotivo ma anche le proprie specifiche competenze per aiutare la famiglia “affidata” a individuare situazioni di disagio non ancora conclamato, ad intervenire precocemente sulle problematiche familiari in essere e cercare di evitare l’allontanamento dei minori dal loro nucleo di origine. L’affiancamento permette quindi di instaurare un rapporto di parità e reciprocità che sostiene senza dividere, intervenendo precocemente sulle problematiche esistenti e rafforzando le risorse delle famiglie.
In questo modo si favorisce l’interazione tra famiglie, enti e servizi, per creare una collaborazione concreta ed efficace tra pubblico e privato sociale.
L’iniziativa nel 2007 ha ottenuto la menzione speciale nel Bando Nazionale del Ministero per la Famiglia.
A Novara il progetto è finanziato da Fondazione De Agostini e Fondazione della Comunità Novarese. È prevista una fase sperimentale di 15-18 mesi con l’attivazione di 8 esperienze di affiancamento. Lo sviluppo del progetto prevede un lavoro integrato dei servizi sociali con associazioni territoriali e gruppi informali: tutti i partner vengono coinvolti in modo partecipativo per l’individuazione di nuclei familiari disponibili all’affiancamento e famiglie in situazione di difficoltà. Per questo scopo è stato importante ottenere la collaborazione del Centro Servizi per il volontariato della Provincia di Novara. Ogni affiancamento viene sostenuto e monitorato per tutta la sua durata. Le famiglie affiancanti e le società aderenti hanno l’opportunità di seguire un percorso formativo di supporto e confronto sull’esperienza. Le famiglie (quella affiancante e quella affiancata) stipulano un patto della durata massima di 12 mesi con cui si sigla formalmente l’impegno reciproco.
Con questo progetto si vuole, insomma, evitare che situazioni, risolvibili con un minimo aiuto, arrivino al punto in cui il Tribunale è obbligato a chiedere l’allontanamento del minore perché i genitori non sono più in grado di occuparsene.
Lo stesso Assessore alle politiche Sociali ha commentato così l’avvio del Progetto: “Il nostro obiettivo è quello di valorizzare il rapporto di prossimità e le relazioni tra famiglie rafforzando il più possibile quel sostegno vicendevole che negli ultimi anni è andato un po’ perdendosi”.
Mi è sembrato interessante presentare questa esperienza, per quanto riferita a uno specifico territorio, perché dimostra come, in un tempo di crisi qual è quello attuale, è necessario e possibile ripensare il nostro sistema di Welfare ottimizzando quanto ciascuna persona e il territorio in cui viviamo possono darci se adeguatamente valorizzati.

Marta Garavaglia

fonti:
http://www.comunedinovara.it
http://famigliedicuorenovara.blogspot.it/2013/01/comune-di-novara-se-una-famiglia-adotta.html
http://www.vita.it
http://www.rai.it

La variegata fauna tecnologica che costella la nostra quotidianità

 

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Ognuno di noi ha familiarità con la variegata fauna tecnologica che costella la nostra quotidianità. Il nostro modo di agire e comunicare si articola, sempre di più, tramite la tecnologia e l’uso incessante che ne facciamo. Tecnologia che integra le potenzialità dell’individuo, la sua possibilità di interagire con lo spazio circostante; che racchiude, basti pensare ai social network, le biografie degli individui, i loro “diari”; che crea un nuovo paradigma di partecipazione sociale e politica, l’ascesa del movimento cinque stelle ne è esempio emblematico; che rovescia il modello del Panopticon dove è il potere ad essere osservato dalla moltitudine. Potenziamento dell’individuo tramite l’ampliamento delle sue capacità, estensione dell’Io attraverso l’accumulo e la condivisione di materiale identitario; costituzione di uno spazio pubblico e simmetrico; rovesciamento dei rapporti tra controllato e controllore. Tutti processi che senza dubbio favoriscono lo sviluppo sociale e politico delle persone, verrebbe da pensare. Forse. L’altra faccia che Giano mostra non ha nulla di confortante, l’arma è a doppio taglio. L’adesione ai social network e l’uso smodato della rete produce solitudine e alimenta il processo di atomizzazione sociale iniziato agli albori della modernità. Ben lungi dal generare nuove forme di aggregazione capaci di produrre calore umano, senso di appartenenza, identità e legami sociali-bisogni umani che spingono le persone ad aderire alle comunità virtuali- “la rete” configura un nuovo genere di relazioni superficiali, fluide, interinali. Relazioni tascabili non vincolanti: nessun impegno a lungo termine, nessuna responsabilità verso l’Altro. Lasciando da parte le riflessioni da sociologo della domenica, non vi è mai capitato di sedere al tavolo con gli amici e metà di loro sta chattando su whatsapp? Oppure di parlare distrattamente al telefono facendo scorrere l’home di Facebook? Anche nelle sue manifestazioni quotidiane la socialità ne esce impoverita, meglio essere abbracciati che essere taggati. Passiamo alla dimensione del potere. Internet permette alle masse che ne fanno uso di far circolare informazioni dal basso e di tenere sotto osservazione gli uomini che esercitano il potere. Sotto la superficie colorata della rete si nasconde però un meccanismo di controllo sociale felpato e sottile. Se da un lato la visibilità di chi occupa posizioni di potere è alla portata di tutti, dall’altro tutti sono potenzialmente controllabili. La nuova forma di potere non punta solo e tanto sulle istituzioni disciplinari care a Michel Focault, piuttosto usa le armi di distrazione di massa per sedurre e mercificare ogni aspetto della vita sociale. Non il grande Fratello di Orwell ma il Mondo Nuovo di Huxley. Per chiudere sentiamo Fabio Chiusi e Zyigmunt Bauman in uno scambio di battute sul Foglio:

“Cambia, in altre parole, il bilanciamento tra hard e soft power, con il secondo (la seduzione) che prende il centro della scena, e il primo (la coercizione) relegato ai margini. Il potere ha compreso che deve nascondere il controllo nello svago, la casa d’ispezione nelle pagine web. Perché altrimenti la servitù viene percepita come imposta, e dunque genera resistenze… la sorveglianza è liquida appunto perché non centralizzata, ma indossata da ciascuno di noi a suo modo. Il che significa che la simmetria tra controllati e controllore, quel rapporto di costante minaccia esercitata dalla torre che tutto vede, ma non si sa quando, si è rotta. E non a favore dei primi.”

Davide Angrisani

Grazie…

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Io volevo riportarvi un’esperienza che ho appena iniziato ma che già mi sta dando molto. Tramite la croce rossa ho iniziato a svolgere volontariato facendo unità di strada. Questo servizio ha lo scopo di portare sostentamento ai clochard che si trovano nella zona di Milano portando, quindi, coperte, vestiti, cibo e the caldo. Mi sono trovata inizialmente spaesata, è diverso pensare e guardare con sguardo disinteressato e sfuggente quelle persone che sono sedute lì, a lato della strada, di fianco a quei negozi da ricchi, e davvero parlarci e capire la disperazione nella quale vivono o cercano di vivere. In realtà parlandoci si scoprono persone che ti ringraziano mille volte con occhi riconoscenti solo perché gli offri del the o perché gli dai un paio di calze pulite e calde, persone che hanno voglia di parlare e avere compagnia. Ci sono molti di loro che invece si sentono trattati con pietà e che ti cacciano in malo modo, ma i grazie di tutti gli altri ti riempiono il cuore.
In tutto ciò mi è venuta subito in mente la frase di Marco Rasconi, presidente dell’UILDM, che ha parlato all’ultimo incontro del laboratorio: di certo non lo facciamo per i soldi, ci prendiamo carico delle difficoltà, delle angosce e delle paure di un sacco di persone che spesso non ci fanno dormire la notte..allora perché lo facciamo? Perché dedicarsi agli altri? Perché questi grazie ti danno la forza di andare avanti e ti danno talmente tanto che riescono a colmare tutto il resto.

Barbara Scotti

L’importanza della supervisione nel lavoro sociale

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Nel pensare a cosa scegliere come tema di questo articolo mi sono soffermata a pensare a quali possano essere gli aspetti più rilevanti e più importanti che caratterizzano il lavoro sociale e aiutano l’operatore sociale a svolgere al meglio il suo mandato professionale.
Nel mio Tirocinio ho avuto la fortuna di avere come guida un’assistente sociale molto in gamba e capace, in grado di combinare intuizione, competenze, capacità e professionalità in modo davvero molto armonioso; ma ciò che più mi aveva colpito era stato il grande lavoro di Supervisione professionale. Ho avuto modo di partecipare a diversi incontri e devo dire che ne ero rimasta davvero affascinata e incantata: la psicoterapeuta che si occupava di fare Supervisione aveva un modo di spiegare le cose e di portare a ragionare l’équipe sulle diverse situazioni che lasciava chi l’ascoltava a bocca aperta. Era in grado di trovare una soluzione logica a tutto, anche se apparentemente sembrava che di soluzioni non ve ne fossero.
Vediamo ora più nel dettaglio che cos’è la supervisione e perché è importante.
Possiamo definirla come un supporto agli operatori sociali, un ambito in cui avviene una rielaborazione dei loro saperi e delle loro competenze e consiste in un processo di apprendimento, riflessione e valutazione che nasce e si sviluppa tra un professionista esperto e gli operatori, nel corso del loro agire professionale.
Infatti, è proprio attraverso la riflessione delle proprie azioni e delle modalità con cui vengono affrontati gli interventi e costruite le relazioni con utenti, colleghi e altri servizi, che si ha l’opportunità di riflettere sull’efficacia del proprio agire professionale, sugli strumenti e sulle scelte metodologiche utilizzate, promuovendo il consolidamento delle culture professionali degli operatori; solo così si può anche monitorare e migliorare la qualità delle prestazioni erogate.
La Supervisione non è controllo sui collaboratori e sul loro stato di salute e non è nemmeno psicoterapia di gruppo, bensì un processo di coscientizzazione costruttiva dei problemi presenti sia in ambito relazionale con l’utente che con l’organizzazione presso cui si è inseriti.
Altro aspetto importante di cui si occupa la Supervisione è quello di aiutare a far emergere le proprie emozioni e fantasie che si sviluppano nella relazione con l’altro, i propri sentimenti di onnipotenza, di impotenza e di colpa che la relazione con l’utente attiva; aiuta poi a distinguere se stessi dall’altro, a sviluppare capacità di empatia e favorisce l’apertura ad una molteplicità di punti di vista, fondamentali per risolvere al meglio le situazioni e attuare gli interventi più adeguati.
Scopo della Supervisione è anche quello di facilitare la consapevolezza dei propri limiti e capire al meglio le risorse dell’utente e come intervenire su queste. È importante individuare quegli ostacoli e quelle barriere relazionali che impediscono la realizzazione di progetti e interventi, al fine di favorire l’apprendimento di nuove modalità di risoluzione.
Essa aiuta a guardare la realtà con occhi diversi ed è una guida per trovare la giusta distanza emotiva in situazioni di complessità.
Con la Supervisione, ogni operatore è portato a fare un bilancio del proprio percorso professionale, ad esplicitare i problemi da affrontare e a cercare di comprendere, insieme agli altri colleghi e al Supervisore, fino a che punto questi problemi dipendano da se stessi o dall’organizzazione; solo assumendo una consapevolezza tale, le difficoltà potranno essere fronteggiate.
Purtroppo, e sottolineo purtroppo, questo lavoro di Supervisione professionale non è presente in tutti gli Enti in cui lavorano operatori sociali o, se presente, davvero in misura molto scarsa. Questo è dovuto soprattutto a causa della ridotta disponibilità delle risorse economiche.
Insisto però sull’importanza di questo lavoro e sul fatto che, in qualche misura, debba comunque essere presente in tutti quegli ambiti che assumono operatori sociali.
Invito pertanto a riflettere sulla necessità degli Enti, di dotarsi di questo strumento fondamentale e importantissimo, per la crescita e lo sviluppo professionale. La Supervisione aiuta ad assumere e a raggiungere un certo grado di autonomia, al fine di mantenere sia un adeguato livello motivazionale (fondamentale) che di prevenire fenomeni di burn-out.
Fare Supervisione è importante: la motivazione al lavoro d’aiuto richiede una continua manutenzione; aiutare non solo gratifica, ma stanca e affatica e, quando non si riescono a trovare le soluzioni idonee, ci si sente impotenti e si prova un senso di incapacità e di frustrazione.
Il lavoro d’aiuto non è solamente “fare” ed erogare prestazioni, ma anche esserci, con le proprie competenze e le proprie capacità professionali, vivere il nostro lavoro a pieno, sperimentandosi ogni giorno e lavorando con creatività alla realizzazione degli interventi. È questo che dà valore all’esperienza.
Ecco perché è importante effettuare un processo di riflessione costante che consenta di effettuare al meglio gli interventi.
Tutti gli operatori sociali dovrebbero intraprendere un percorso di crescita e di orientamento che aiuti a fornire il più possibile un sostegno motivazionale e un accompagnamento, che permetta di sviluppare un’identità professionale e accrescere le proprie competenze.

Federica Tripputi

PIANO DI ZONA E RISORSE ECONOMICHE

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Mi è sembrato interessante cercare di approfondire come davanti ai sempre maggiori tagli alle risorse economiche, il Piano di Zona possa continuare ad intervenire con nuove progettualità nel sociale. Per farlo ho intervistato un’Assistente Sociale coordinatrice di un PdZ.
Generalità e esperienza lavorativa:
Mi chiamo Stefania, lavoro da circa 26 anni sempre in comuni medio piccoli e già dalla prima annualità coordino Piano di Zona dell’ambito territoriale di Azzate, un comune in provincia di Varese, che comprende 13 comuni medio piccoli per un totale di circa 58 mila abitanti.
In cosa consiste il piano di Zona:
E’ un documento di programmazione degli interventi in campo sociale in un’ottica di coinvolgimento sia dei comuni che aderiscono al Piano di Zona sia di tutti gli attori presenti sul territorio: ASL, Azienda Ospedaliera, Imprese, Terzo settore, scuole, ecc… attraverso un lavoro di sviluppo di comunità nell’ottica di una sinergia comune.
In base ai finanziamenti del Fondo nazionale Politiche sociali, Fondo regionale e interventi diretti dei comuni, l’ufficio di piano promuove interventi che rispondano il più possibile ai bisogni emergenti.
Ha rilevato dei cambiamenti del welfare lombardo?
Si, il sistema di welfare attualmente è attraversato da cambiamenti che impongono un ripensamento dell’intervento pubblico e della funzione della programmazione locale arrivando ad assumere una funzione di “imprenditori” di rete. Questo è accentuato dal quadro delle risorse finanziarie sempre più frammentato evidenziando la necessità di azioni che siano in grado di mettere in rete tutte le risorse del territorio con la necessità sempre maggiore di unire queste risorse per poter aumentare la negoziazione e promuovere sinergie semplificando e uniformando l’informazione, le procedure e i criteri di accesso ai servizi.
L’evoluzione dei bisogni è stata dettata da alcune caratteristiche generali:
1. L’invecchiamento della popolazione con un incremento continuo dell’indice di vecchiaia ( il numero delle famiglie con almeno un anziano è superiore a quello delle famiglie con almeno un minore);
2. La presenza di caregiver informali retribuiti – badanti ( il numero stimato sul territorio regionale è di circa 1300 su 100 mila abitanti);
3. Impoverimento delle famiglie ( negli ultimi anni le famiglie lombarde sotto la soglia di povertà arrivano all’8,2%, aumentano gli sfratti per morosità);
4. Fenomeno dell’immigrazione ( La Lombardia è la regione italiano con più alto numero di immigrati dando un contributo sempre maggiore alla crescita della popolazione).
Quali strategie di intervento il piano di zona può mettere in atto?
Vista quanto sopra il nostro PdZ utilizza alcune strategie :
• Coinvolgimento di tutti gli attori presenti sul territorio;
• Avviare strategie di negoziazione utilizzando il maggior peso del Piano di Zona in quanto rappresentante dei 13 comuni per la ricerca di possibili finanziamenti esterni;
• Possibilità di rivedere l’attuazione dei servizi erogati dl PdZ, attraverso una compartecipazione alla spesa da parte degli utenti;
• Necessità di attuare la disciplina relativa allo svolgimento delle funzione associate all’interno dell’ambito territoriale.
Quali sono le principali difficoltà in questo momento?
Purtroppo la situazione attuale con sempre minori risorse economiche, crea prima di tutto l’impossibilità di poter effettuare una programmazione preventiva e di conseguenza di poter prevedere gli interventi da attuare. In questi ultimi anni siamo stati costretti a chiudere dei servizi e di dover attuare delle azioni derivate da finanziamenti regionali molto vincolati e non rispondenti al reale bisogno.
Un esempio reale di riduzione degli interventi?
Fra i numerosi interventi che abbiamo dovuto sospendere per mancanza di risorse ( erogazioni buoni sociali per i non autosufficienti, erogazione voucer per la prima alfabetizzazione dei minori stranieri, interventi educativi a domicilio attivati dalla tutela minori e dal servizio inserimenti lavorativi, finanziamento progetti legge 162/98, progetto PAIS per il mantenimento a domicilio delle persone non autosufficienti) quelli a maggior impatto sono stati gli sportelli psicologici a favore degli alunni frequentanti le scuole primarie e secondarie di primo grado e quelli rivolti ai ragazzi dai 14 ai 24 anni e ai loro genitori.
SPORTELLO STAR BENE A SCUOLA: era uno sportello di ascolto presso le scuole primarie e secondarie di primo grado tenuto da uno psicologo all’interno dei 4 istituti comprensivi dell’ambito territoriale. La psicologa era un punto di riferimento e di prevenzione non solo per gli alunni ma anche per i loro genitori e per i docenti in continua collaborazione con i servizi sociali comunali e i servizi delle unità operative.
SPORTELLO DELFINO ASCOLTA GIOVANI: erano 3 sportelli di counseling psicopedagogico rivolti ai ragazzi dai 14 ai 24 anni e ai loro genitori che si trovano ad affrontare i problemi degli adolescenti e dei giovani e dopo alcuni incontri venivano orientati verso i servizi specialistici.
Quali potrebbero essere per lei delle soluzioni?
Occorre secondo me un maggior scambio di informazioni e di presa d’atto da parte della Regione dei reali bisogni dei singoli ambiti territoriali per poter far fronte alle necessità emergenti nei territori e quindi ad una maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi.

A seguito di quanto emerso dall’intervista mi sento di fare una considerazione rispetto alla possibilità dell’utilizzo reale delle poche risorse economiche presenti. Sicuramente sarebbe necessario una maggiore flessibilità da parte della regione rispetto ai vincoli dettati dai finanziamenti dai quali emerge una poca attenzione ai reali bisogni soprattutto in questo momento di grave crisi economica dove tante famiglie si trovano in difficoltà e avrebbero bisogno di un maggiore sostegno.
Diventa anche faticoso il lavoro dell’assistente sociale davanti alla difficoltà di non poter più programmare gli interventi ma ci si trova a fare fronte a continue emergenze.

Chiara Panin