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GOVERNO MONTI: Nuove prospettive per l’Italia

Il voto di sfiducia a Berlusconi e la successiva fine della legislatura, ha risvegliato gli animi degli italiani, per modo di dire s’intende.

Abbiamo visto in televisione cortei manifestanti davanti alla residenza romana dell’ormai ex Presidente del Consiglio: la gente bruciava di gioia e di felicità per questa dimissione che nel corso del tempo era stata richiesta, smentita, attesa e infine annunciata.

Tale “felicità” non ha però nessun fondamento: era ed è tuttora necessario  fare i conti con una caduta del sistema morale, culturale, finanziario lasciato dal “berlusconismo” e la soluzione migliore, come pioggia durante la siccità, è stata la nomina di Mario Monti.

Già rettore della Bocconi e Commissario Europeo dell’Antitrust, con modestia e senza troppo rumore ha accolto con serietà l’impegno affidatogli dal capo dello Stato.

Così, dopo le varie consultazioni, ha formato il suo governo tecnico così chiamato perché i ministri da lui nominati non sono personalità politiche. Troviamo anche in questo caso una forte componente femminile tra i ministri: Anna Maria Cancellieri, ministro dell’Interno e prefetto, laureata in Scienze Politiche; Elsa Foriero, ministro dell’Welfare e delle Pari Opportunità, professore di Economia Politica presso l’Università di Torino e coordinatore scientifico del Cerp ed infine Paola Severino, avvocato penalista e professoressa di diritto penale.

Monti ha poi esposto a Palazzo Madama il suo programma e le ipotetiche manovre che intenderà effettuare per risollevare le sorti economiche della nostra nazione. Le parole chiave di questo governo sono: rigore, crescita ed equità.

Ha poi diviso tale programma in dieci punti chiave:

–          la riforma del sistema pensionistico;

–          reintroduzione dell’ICI sulla prima casa;

–          attivo intervento sul mercato del lavoro con più spazio ai giovani e alle donne;

–          riforma degli ammortizzatori sociali;

–          lotta all’evasione fiscale e all’illegalità;

–          riduzione dei tempi di giustizia civile;

–          tagli ai costi della politica;

–          riduzione graduale della pressione fiscale;

–          aiuto alle donne;

–          sostegno alla natalità.

Il neo presidente del consiglio è piaciuto subito, per la sua professionalità e la sua presenza pacata e decisa. Certo, la differenza con il suo predecessore è evidente, il nuovo presidente non è certo un uomo d’immagine; Mario Monti piace anche perché è una figura diversa di premier.

Egli ha annunciato agli italiani che per risollevare l’Italia sarà utile fare molti sacrifici; tutto ciò è racchiuso nella manovra “Salva Europa” varata in data 4 Dicembre.

Il popolo italiano si divide anche questa volta in due parti: alcuni pensano che il governo Monti possa risultare l’ennesimo fallimento per l’Italia, ma c’è chi ha totale fiducia nel nuovo premier e nei suoi ministri.

Fatto sta che per gli italiani sono attesi mesi difficili, sperando che i sacrifici che verranno a loro richiesti saranno utili a risollevare le sorti dell’Italia come paese e come stato membro dell’Unione Europea.

Semplicemente persone

Sono passati più di 30 anni da quando la Legge Basaglia (L. 180/78) ha introdotto un nuovo modo di vedere, affrontare, percepire e curare la malattia psichiatrica. Con questo provvedimento si è voluto introdurre l’idea di una nuova psichiatria, basata sulla visione del malato non più come matto, diverso o soggetto pericoloso da emarginare dalla comunità, ma come uomo bisognoso di cure e assistenza, una persona portatrice di diritti e dignità, di cui la società deve farsi carico.

La storia personale, la cultura e l’organizzazione della comunità, la rete di sostegno che una persona possiede o non possiede, vengono affiancate al concetto di malattia, a dimostrazione che questo fenomeno interessa ognuno di noi. Per questo la cura si orienta sullo sviluppo e la valorizzazione della persona, escludendo ogni forma di reclusione, di isolamento, di solitudine, e tutto ciò che comporta la perdita dei valori e l’intollerabilità dei vissuti.

Questo pensiero è stato introdotto anche a livello istituzionale. I servizi non sono più luoghi altri per soggetti diversi, ma luoghi percorribili, accessibili, accoglienti e dignitosi, dove esiste una possibilità di cura, di ascolto e di aiuto, tramite percorsi che mettano in rete tutte le risorse presenti nel territorio, nella logica dell’integrazione tra elementi sociali, sanitari e del volontariato. Per riuscirci servono la capacità di stare dentro il sistema sociale,  risorse sufficienti, una comunità che non isoli chi soffre, ma che sia attenta alle problematiche esistenti. Tutte cose che in molti casi non sono presenti in quantità e qualità sufficienti e alle quali vanno aggiunti: il coraggio di uscire dal pregiudizio, l’onestà di riconoscere dentro di noi la nostra stessa umanità, l’umiltà di vedere nella fragilità, nella malattia dell’altro, un’occasione per aiutare non solo l’altro, ma noi stessi, riconoscendoci nelle sue paure e nella sua vulnerabilità, che è nello stesso tempo la nostra. Serve essere semplicemente persone: serve ai pazienti, ai familiari e anche agli operatori. Se questo non succede si deve parlare allora di alienazione, estraneità rispetto all’ altro ma soprattutto rispetto a sé stessi.

L’incontro con la sofferenza dentro e fuori di noi è una possibilità che ci viene data per non rischiare di restare prigionieri del proprio tempo, delle proprie convenzioni e convinzioni, di recitare un ruolo celato dietro ad una maschera perdendo l’occasione di essere se stessi e quindi persone.

Laura Buraschi

Il caso di Francesco Mastrogiovanni,

Un caso di morte sospetto in Psichiatria

Il caso di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare, 58enne, anarchico, è emblematico rispetto alle morti misteriose nei reparti di psichiatria degli ospedali italiani.

Mastrogiovanni muore il 4 Agosto del 2009 in circostanze tutte da dimostrare, legato ad un letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Ogni aspetto dell’accaduto, a partire dalle motivazioni e dalle modalità di esecuzione dell’ordinanza di TSO, fino ad arrivare alle circostanze del decesso in psichiatria risultano oscure e inspiegabili e riconducono ad un passato di anarchico militante, incarcerato per concorso in rissa e poi assolto in appello. Mastrogiovanni, arrestato preventivamente per l’omicidio del fascista Carlo Falvella, non si era mai più ripreso psicologicamente dall’esperienza della carcerazione, che lo aveva profondamente segnato, tanto da farne una persona che, periodicamente, cadeva nel tunnel della depressione. Cosi, la vita di Francesco andava avanti fra una ritrovata normalità e qualche episodio maniacale che lo vedeva ricoverato in alcuni reparti psichiatrici. In ogni caso, Mastrogiovanni conduceva una vita tranquilla, era diventato maestro elementare ed era amato dai bambini e dalle famiglie.

La mattina del 31 Luglio Francesco si trovava in un villaggio turistico di Mezzatorre quando venne raggiunto da carabinieri, polizia municipale del Comune di Pollica, guardia costiera, infermieri e medico del 118 per il ricovero coatto. Uno spiegamento degno dell’arresto di un boss della camorra per dar seguito ad un ordinanza di TSO, competenza, per legge, solo dei vigili urbani. La fase coercitiva si realizza sulla spiaggia di Mezzatorre sulla base di una proposta di un primo medico e non dopo la convalida di un secondo (come disposto dagli art. 33 e 34 della Legge 833/1978), mentre le stesse misure coercitive a carico di Francesco (somministrazione reiterata di farmaci e accompagnamento coatto) vengono attuate in ragione di uno stato di necessità (di cui all’art. 54 del Codice Penale) inesistente, dal momento che, come riferito dai numerosi presenti al momento dell’accadimento dei fatti, Francesco non aveva praticato o tantomeno minacciato violenza o danni né alla sua persona né ad altri. La stessa richiesta di TSO verrà proposta e convalidata non dal Sindaco territorialmente competente, ma bensì dal Sindaco del Comune di Pollica. L’accusa a carico di Mastrogiovanni: disturbo della quiete pubblica. Fonti interne alle forze dell’ordine raccontano di un incidente in cui, guidando contromano, alcune sere prima del ricovero, avrebbe tamponato quattro autovetture parcheggiate, “ma nessun agente, né vigile, ha mai contestato qualche infrazione e nessuno ha sporto denuncia verso l’assicurazione” testimonia Vincenzo, il cognato di Francesco. Pare che Mastrogiovanni non sia stato condotto in commissariato, come ci si aspetterebbe in questi casi, ma all’ospedale, in quanto ritenuto personalità paranoide.

Una volta giunto presso il reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca del Vallo, Francesco viene abbandonato al letto per quattro giorni, sedato e legato ( nonostante nella cartella clinica non vi sia alcuna menzione della contenzione fisica) fino alla morte, sopravvenuta, secondo l’autopsia, per edema polmonare. Durante tutto questo periodo di “ricovero”, ai familiari non fu consentita la visita a Francesco in quanto, poiché fortemente sedato, non si sarebbe accorto nemmeno della visita. Dall’esame autoptico del medico legale designato dai familiari si sono rilevate sul corpo di Francesco profonde ferite ai polsi e alle caviglie, nonché segni evidenti di colluttazione.

Sulla vicenda, la procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto campano che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. L’ultima udienza si è tenuta il 25 Novembre presso il Tribunale del Vallo della Lucania, tuttavia il processo richiede ancora molte udienze per concludersi.

La famiglia di Mastrogiovanni ha costituito un Comitato affinché la sua memoria riceva giustizia. Sul web, inoltre, sono presenti numerosi blog come “Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni”, che portano avanti la causa delle vittime dei ricoverati nei reparti psichiatrici, come Giuseppe Casu, venditore ambulante morto nel 2006 nell’ospedale cagliaritano “Santissima Trinità” ed Edhmund Hiden, nigeriano di 34 anni morto nel 2007 nel reparto psichiatrico dell’ospedale maggiore di Bologna, dopo essersi presentato volontariamente per un trattamento sanitario. Molte persone, oltre ai familiari e ai conoscenti delle vittime, in conseguenza di questi fatti, sono portati a pensare che, talvolta, la psichiatria, piuttosto che curare le patologie della mente umana venga utilizzata ai fini del controllo sociale.

Eleonora Borgonovi

“Se solo mi conoscessi”: cos’è il pregiudizio e come si può combatterlo.

Incontro con il Dott. Marco Brambilla.

L’intervento del Dott. Marco Brambilla, psicologo impegnato nella ricerca sociale, cui abbiamo avuto occasione di assistere e partecipare, è stato incentrato sul tema degli stereotipi e dei pregiudizi, argomento di interesse attuale data l’influenza oggettiva che il pregiudizio e lo stereotipo hanno nella costruzione dei rapporti sociali nella società odierna, eterogenea sia per quanto riguarda valori, nazionalità, usi e costumi sia per i modi di essere, orientamenti ideologici e politici.

Rifacendoci a importanti studiosi vogliamo citare la definizione di pregiudizio di Alport: “ atteggiamento di rifiuto e ostilità fondata su una generalizzazione falsa e inflessibile della realtà che avviene a priori, ossia prima dell’esperienza e che si caratterizza per la sua resistenza al cambiamento.” Il pregiudizio ha come oggetto l’individuo in quanto membro di un gruppo, i cui tratti stereotipati attributi a quella determinata categoria sociale, vengono poi generalizzati senza alcuna base razionale a tutti i membri del gruppo.

Il pregiudizio è intimamente legato allo stereotipo; mentre il primo ha un substrato emotivo e agisce in maniera inconsapevole, lo stereotipo costituisce il “nucleo cognitivo” del pregiudizio stesso, ossia quell’insieme di credenze che si nutrono nei confronti di un determinato gruppo sociale e ci portano ad assumere atteggiamenti pregiudizievoli.

Oggi c’e una maggiore sanzione sociale nei confronti del manifestarsi del pregiudizio rispetto al passato ma ciò ovviamente non ci illude sul fatto che il pregiudizio non esista più, infatti esso è ancora ben radicato nelle relazioni intergruppi e ha assunto diverse sfaccettature:

  • oggi il pregiudizio non è più espresso in maniera esplicita e arrogante come avveniva in passato ma si esprime in forme più morbide e latenti, ma non per questo prive di atteggiamenti di esclusione ed ostilità. Questo si può riassumere nella tipica frase “ Non ho niente contro quel gruppo x, l’importate è che io non abbia mai a che fare con loro”;
  • posso discriminare in maniera indiretta senza apparire pregiudizievole, ad esempio “ Io non discrimino i gay voglio solo proteggere la famiglia tradizionale”. In questo modo cerco di dare una giustificazione razionale del mio comportamento pregiudizievole, con la scusa di volere garantire e preservare il benessere del mio ingroup. Ciò ovviamente non ha una reale base razionale perché riconoscere i diritti degli omosessuali non pregiudicherebbe in alcun modo il benessere delle famiglie tradizionali;
  • posso avere un atteggiamento pregiudizievole ambivalente che si concretizza nell’attribuire ad una certa categoria sociale valutazioni positive e negative contemporaneamente. Di questo stereotipo sono vittime soprattutto le donne a cui spesso si attribuiscono elevate capacità nel campo delle relazioni e della cura, per poi sminuire le loro competenze negli ambiti lavorativi e gestionali ed ostacolare così la loro crescita nel mercato del lavoro.

Molti studiosi hanno dimostrato che il rapporto di conoscenza dell’Altro è fortemente influenzato dagli stereotipi e pregiudizi, infatti il nostro sistema cognitivo ha come prima necessità quello di ridurre e semplificare la massa degli input che ci provengono dalla realtà e proprio per questo motivo tendiamo a raggruppare le informazioni in insiemi omogenei, definibili come categorie. In questo modo attuiamo una semplificazione grossolana della realtà e del mondo che in realtà è molto più complesso e sfaccettato, semplificazione che ci tranquillizza e che ci difende dagli elementi imprevedibili e sconosciuti della realtà.

Forse risiede proprio qui il punto critico di questa tematica; stereotipi e pregiudizi sono un esito dei normali processi cognitivi ma allo stesso tempo possono dare vita a comportamenti di aggressività, minaccia, esclusione sociale ed indifferenza con conseguenze sociali molto evidenti per il benessere fisico e psicologico degli individui che ne sono vittime. Quest’ultime infatti possono reagire mascherando l’elemento che ha portato alla creazione del pregiudizio, mutilando cosi parte della loro identità ( ad esempio non vivo la mia omosessualità per paura di uno stigma sociale) oppure si identificano con l’immagine stereotipata attribuita dagli altri, con conseguente perdita di autostima e una forte chiusura all’interno del proprio ingroup.

Fondamentale è la consapevolezza di non poter essere immune da pregiudizio e di approcciarsi ad esso con spirito critico e riflessivo; questi due elementi sono condizioni necessarie per attuare un lavoro sulle strategie di riduzione ed eliminazione del pregiudizio che il Dott. Marco Brambilla ci ha dettagliatamente esposto nel suo intervento e che cercheremo qui di riportare brevemente:

  • si può agire cercando di fornire ai soggetti uno schema di interpretazione alternativa allo stereotipo e al pregiudizio, che possa rispondere al bisogno cognitivo dell’individuo di avere una traccia che orienti la realtà. E’ importante che questo schema di riferimento sia basato su informazioni reali, magari provenienti da più fonti per scongiurare il più possibile la creazione di nuovi stereotipi;
  • sensibilizzare le categorie sociali oggetto di pregiudizio  riguardo alle loro caratteristiche positive e alle loro capacità; il tutto si potrebbe riassumere con la frase “ Nessuno ti può far sentire nessuno senza il tuo consenso”;
  • favorire il contatto  diretto tra i diversi gruppi sociali per incrementare la conoscenza e valorizzare le differenze.  L’assunto di base è che gli stereotipi nascono soprattutto la dove non c’è conoscenza, dove l’altro per noi è un mistero che ci incute paura e diffidenza. Qui entra in gioco il contatto che dovrebbe portare ad una conoscenza che riduce l’ansia e aumenti l’empatia verso l’outgroup  e ciò dovrebbe aumentare ulteriormente  il contatto tra gruppi,  dando il via ad un circolo virtuoso. Per far sì che il contatto abbia gli esiti sperati è importante che l’interazione sia lunga e non occasionale, il che richiede che anche le istituzioni mettano a punto degli specifici spazi e attività continuative e ben strutturate.
  • La dove non sia possibile attuare il contatto diretto tra gruppi una risorsa utile potrebbe essere il contatto esteso che si realizza quando un membro dell’ingroup ha amici appartenenti all’outgroup e ciò permette di ridurre l’ansia verso quel determinato gruppo esterno.  L’amicizia di uno dei propri membri verso un membro dell’altro gruppo permette di inferire la presenza di norme favorevoli anche all’interno dell’outgroup, dimostrando che le persone appartenenti al gruppo esterno sono interessate anch’esse a relazioni positive.

Un possibile esito negativo che si può avere da queste strategie basate sul contatto è che i soggetti tendono a circoscrivere l’esperienza positiva continuando a nutrire pregiudizi nei confronti delle persone con cui hanno interagito, considerandole un’eccezione rispetto alla categoria sociale cui appartengono. Tuttavia dalle varie ricerche è emerso che il contatto funziona, è in grado di influenzare una serie ampia e diversificata di atteggiamenti, percezioni e giudizi relativi a gruppi estranei.

Se si vuole giungere a un’effettiva soluzione dei problemi provocati da conflitti o emarginazione tra intergruppi il contatto sebbene non possa risolvere tutti i problemi, dovrebbe essere considerato un elemento centrale e irrinunciabile di qualsiasi strategia di intervento poiché come si è visto dalla storia, il pregiudizio portato all’estremo sfocia nel razzismo che ha sempre causato distruzioni di massa di etnie diverse ed emarginazione sociale.

Per questo motivo citiamo Tahar Ben Jelloun, romanziere e giornalista francesce, il quale nel suo libro “ Il razzismo spiegato a mia figlia” afferma che “ non si nasce razzista, si diventa e tutto dipende da chi educa” per sottolineare l’importanza dell’educazione della famiglia e della scuola nella formazione di opinioni e nella visione del mondo circostante.

Tahar Ben Jelloun avvalora indirettamente l’importanza del contatto tra gruppi per ridurre i preconcetti e i conflitti; riteniamo quindi sia fondamentale per il nostro lavoro nell’ambito sociale essere consapevoli dell’esistenza di pregiudizi e di stereotipi e che per migliorare la convivenza e creare una maggiore integrazione il contatto tra le diversità svolge un ruolo primario.

Irene Indovina

Lisa Frigerio

“La parrucchiera di Kabul” di Deborah Rodriguez

Affascinante e sorprendente.

Sono forse questi gli aggettivi più adeguati per descrivere il libro “La parrucchiera di Kabul”; una storia autobiografica che racconta il coraggio di donne di due mondi paralleli, se non opposti. C’è Debby, l’autrice, un’intraprendente parrucchiera americana, e poi ci sono tutte le altre donne afghane che Debora incontrerà nel suo viaggio.

L’autrice fonda, nel 2002, una scuola per parrucchiere a Kabul, in un paese devastato dalla guerra, dalla povertà estrema, dove si vive in un clima di maschilismo, radicato nella società a causa dell’estremizzazione dell’Islam, imposta dai talebani.

Prima di partire, Debby non riesce a comprendere come un mestiere così futile come il suo, in un paese devastato dalla miseria, potesse essere d’aiuto, potesse contribuire a farlo crescere, a migliorarlo. Ne capisce l’importanza, soprattutto, con la realizzazione del suo progetto, con la costruzione della “Kabul Beauty School”, che permette a molte donne, rimaste vedove o prigioniere di quella mentalità fortemente maschilista, di realizzarsi, di sentirsi utili per la propria famiglia, in un periodo dove vi è assenza di lavoro e, quindi, di denaro.

La scrittrice aiuterà queste donne a costruirsi un futuro indipendente.

Nel raccontarci la sua storia, Debby, ci sottolinea la fatica e gli imprevisti che incontra per poter concretizzare il suo desiderio: deve accettare la differenza di mentalità tra il suo mondo e quello afghano, deve lottare contro i mariti afghani, ma anche contro le stesse donne, alcune delle quali si dimostreranno artefici degli ostacoli alla loro liberazione perché oppresse da usanze, da noi considerate assurde, ma, secondo il loro punto di vista, così naturali.

Ciò che Deborah realizza con la sua scuola, in modo così ingenuo, quasi inconsapevole del miracolo che ha compiuto, è quello che noi definiamo empowerment.

Il concetto di empowerment è nato e si è sviluppato principalmente nell’ambito della psicologia di comunità, poi utilizzato in molte altre discipline, la cui traduzione letterale è “rendere potenti”.

E’ un processo attraverso cui si individuano e si attivano le risorse presenti nella situazione in cui si lavora, si scorgono gli aspetti da potenziare e si intuisce la direzione verso cui si vuole andare. In sostanza, attraverso l’empowerment si dà potere agli individui, nell’accezione positiva del termine, nel senso di potere di fare e partecipare.

Ed è proprio questo che è riuscita a fare Debby con la realizzazione del suo progetto; ha fatto scoprire a quelle donne la forza che posseggono, ha insegnato loro un mestiere, rendendole attive e protagoniste delle loro vite e di quelle delle loro famiglie.

Keren Strulovitz e Federica Lopardo

ANDREA

Mi è difficile mettere per iscritto i miei pensieri riguardo un’esperienza  come quella che tra poco inizierò a raccontarvi.

Volevo parlarvi di una persona a me vicina per provare a comprendere insieme come l’alcool possa trasformare un individuo.

Non voglio svelare il nome di colui o di colei di cui sto parlando quindi mi limiterò ad usare un nome che è solo frutto della mia fantasia.

Conoscevo Andrea fin da quando ero bambina, ho condiviso molti momenti con questa persona, ho visto in lei risplendere il sorriso e la voglia di vivere, di giocare, scherzare e farsi forza nei momenti di difficoltà.

Era per me un punto di riferimento. Io ammiravo Andrea.

E poi?

Poi un giorno, non mi ricordo esattamente quando, quel sorriso non c’era più, la sua voglia di star bene era scomparsa. Stavo male nel vedere e nel dover vivere la sua trasformazione. Era diventata una persona cupa, spesso arrabbiata, solitaria, bugiarda, si nascondeva dietro ad una bugia pur di bersi il suo “bicchierino” o pur di inghiottire gocce di psicofarmaci.

Ero piccola, ma non stupida, scherzavo, ridevo ma dentro mi sentivo morire.

Passare dei momenti con Andrea non mi faceva star bene, ma non passarli mi faceva venire i sensi di colpa.

Non avevo il coraggio di chiedere aiuto perché avevo paura che delle “persone cattive” me lo portassero via.

Nessun amico e nemmeno familiare faceva cambiare idea ad Andrea. Non voleva guarire, o forse non ne aveva il coraggio! Aveva perso tutta la voglia di vincere ogni difficoltà.  Non trovava più un senso a niente perché ormai l’alcool aveva oscurato la realtà.

La realtà era stata sostituita da un mondo animato, da psicofarmaci che servivano a dormire in continuazione, senza sosta.

Ormai le sue giornate erano diventate infinite nottate, nottate fatte di cadute, di frasi senza senso, di continue bevute.

Poi un giorno qualcuno ha preso la situazione in mano, ha avuto il coraggio di chiamare l’ambulanza per la prima volta.

Forse non è servito a molto che dei volontari arrivassero e portassero Andrea in ospedale.

Ma è stato proprio da quel momento che è nata una battaglia con i servizi sociali, con i reparti di psichiatria, con gli operatori coinvolti.

Sembrava che nessuno riuscisse a capire, sembrava che ogni professionista volesse liberarsi di lui chiudendo il “caso”.

Vivevamo il contesto istituzionale e normativo in cui la situazione di Andrea si collocava come assurdo e non rispondente ai bisogni emergenti.

Provavamo paura, ci sentivamo soli, arrabbiati e non capiti.

Sembrava che non esistesse una via di uscita!

E invece ci si sbagliava… la via di uscita esisteva!

Dopo una serie di avvenimenti piuttosto gravi si è deciso di accompagnare Andrea in una struttura residenziale lontana dal suo contesto quotidiano di vita, cambiando zona e allontanandolo quindi dalla propria casa e città.

Inizialmente Andrea era contraria, non collaborava con gli operatori e viveva la situazione pensando che fosse una punizione a ciò che era successo in tutti quegli anni.

Sono passati mesi, Andrea è ancora lì, si è ambientato e sta bene. Certo, non si può dire che adesso sia pronto per ricominciare autonomamente, però ha già fatto molti passi avanti! Ha compreso le conseguenze dell’alcool, sta iniziando a capire i momenti che ha vissuto sotto l’ effetto di quella sostanza e che ha fatto vivere ad altre persone.

E’ ancora fragile, ed è presto per poter dire “ce l’ha fatta!”, ma si sta impegnando, è più consapevole ed è deciso a migliorarsi e ad uscire da questa situazione.

il futuro…

Forse stento ancora a crederci… siamo laureati. Pazzesco! Tre anni sono volati… tre anni di studio, tre anni di sacrificio ed impegno, affrontare lezioni, esami a volte non così utili alla nostra professione, abbiamo mandato giù qualche rospo e forse ad un certo punto ci siamo anche chiesti dove stavamo andando, ore di tirocinio forse molto più formative di tante lezioni… ma ora, eccoci qua… laureati, un titolo, poche parole pronunciate davanti al rettore ed ecco che tutto cambia… cosa ci aspettiamo adesso? Esame di stato già… un’altra prova da superare, la prova che ufficialmente ci darà l’autorità di OPERARE, di CREARE PROGETTI, di ACCOMPAGNARE, di SCOPRIRE e RISVEGLIARE capabilities. Non state già sognando? non vi immmaginate già in qualche ufficio del comune? o in asl? chissà dove finiremo… dove vinceremo quel concorso… Personalmente non vedo l’ora… sento di aver bisogno di IMPARARE a svolgere questa professione, sento di aver bisogno di apprendere in modo pratico da essa… forse in questi tre anni ci è stata inculcata molta, forse troppa teoria, sicuramente utile ma non abbastanza… le aspettative e il futuro… ci aspetta solo questo. Il sogno si avera e faremo gli assistenti sociali. Lo sentiamo dalla pancia, da troppo tempo.

in bocca al lupo a tutti

Martina

Tratto dal sito repubblica.it

Politiche sociali. Per avere una chiara visione delle prospettive future bastano pochi numeri. Ne 2010 la spesa sociale ha raggiunto i 7 miliardi e 300 milioni. Nel frattempo i trasferimenti da parte dello Stato sono passati da 1 miliardo e 400 milioni nel 2008 ai 211 milioni nel 2011. Tra l’altro il governo ha azzerato il fondo per la non autosufficienza e non sono previsti soldi per il 2012. Stessa sorte per i fondi destinati alle pari opportunità e al disagio giovanile.

A cosa servono i fondi per le politiche sociali? Ancora pochi numeri per capire. 260mila bambini accolti negli asili nido e nei servizi per la prima infanzia. 40mila nuclei familiari e oltre un milione di persone seguite dai servizi sociali. 90mila disabili assistiti a domicilio. 400mila anziani assistiti a domicilio. 280mila interventi in aiuto a persone appartenenti a fasce di disagio sociale. Le conseguenze dei tagli sono facilmente immaginabili. “Sono tagli nella carne viva – afferma Lorena Rambaudi assessore regionale alle Politiche sociali della Liguria e coordinatrice nazionale del settore – e tutto questo mentre aumentano gli anziani e tra di loro quelli non autosufficienti. Le prospettive sono catastrofiche: 50mila anziani perderanno il diritto all’assistenza, 20mila nuovi nati non avranno la possibilità di entrare nei nidi d’infanzia. Nel 2012 le risorse saranno dimezzate, non solo per la mancanza dei finanziamenti nazionali, ma per i pesanti tagli effettuati ai bilanci regionali e comunali. Dal 2010 – conclude – per Regioni e Comuni i tagli hanno raggiunto i 10 miliardi a cui si aggiungono quelli dei ministeri che vengono destinati a spese finalizzate ai servizi sociali ed altri interventi come ad esempio il sostegno agli affitti”. E intanto cresce la spesa privata per l’assistenza: le famiglie italiane hanno speso nel 2010 9 miliardi di euro per pagare le 800mila badanti con regolare permesso di soggiorno. Nessuno ha idea di quante siano quelle irregolari e quanto pesino sui bilanci familiari.

Il “non luogo” Bicocca?!

Ci alziamo presto la mattina per recarci presso il luogo incaricato di formarci, di renderci fulcro di una società futura che si sogna sempre migliore di quella presente.
E questo è appunto un sogno, una dolce ambizione che non dovrebbe essere ricoperta dalla valanga degli esami, dei laboratori, dell’ansia in generale di andare avanti per dimostrare di essere intelligente almeno quanto gli altri. Rimanere indietro non è concesso, il tempo deve essere sfruttato fino all’ultimo centesimo di secondo. Giornate estenuanti tra lezioni in aule fredde,dove si entra, si appoggia la giacca e infine ci si siede aspettando che il guru di turno entri e ci insegni qualcosa. Lui / lei parla perché conosce, noi ascoltiamo perché non conosciamo. Prendiamo appunti, mandiamo due sms, pensiamo al lavoretto serale che ci aspetta ,a quando trovare il tempo per preparare l’ultimo esame: “questo è importante, se passo questo poi sono più tranquillo” ripetiamo a noi stessi . La lezione finisce, il guru si alza, noi ci alziamo, prendiamo la giacca e di fretta ci dirigiamo verso quel mezzo che ci porterà verso le nostre vere vite.
Perché questa è solo una transizione, un momento che finirà si spera il prima possibile:  “ come vedo l’ora di lavorare”. Di chiudermi in un ufficio a fare quello che mi piace per 8 ore al giorno, 1728 ore lavorative ogni anno probabilmente per una quarantina di anni, 20 giorni di ferie annuali, se tutto va bene ..
L’ Università così facendo diviene un “non luogo” dove tutti passano per finire poi da qualche parte, che poi sia la parte giusta ,quella che volevamo noi ,si vedrà .
La Bicocca, con i suoi spazi enormi , con la sua rigida suddivisione iper-super funzionale, spesso mi sembra un contenitore vuoto di persone piene , piene di sogni, di desideri, di frustrazioni, di ansia. Tutto rimane al di fuori della giornata universitaria standard, e anche se ti fai qualche amico per costruire un rapporto devi vederlo il sabato sera al pub, perché in Università si và per fare le fotocopie o per imparare la strategia per superare il prossimo esame.
Io voglio vivere l’ Università, farla rientrare tra quelle esperienze che ti cambiano .
Io non voglio che la Bicocca sia un non luogo per me! Da domani dopo aver appoggiato la giacca non ascolterò il guru e stop ma cercherò di godermi questi anni della mia vita: cercherò di non farmi travolgere dai 180 crediti ma mi impegnerò per renderli veramente utili alla mia formazione. Per poi chiudermi 8 ore al giorno in un ufficio dove poter costruire quella società migliore che tutti pretendono da noi giovani con una convinzione nella testa, che anche un “non luogo” può essere trasformato in “luogo” dalle persone che lo abitano … basta volerlo!

IN-FORMAZIONE lo dimostra …

Luigi Grigis