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IL VOLONTARIATO

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Recentemente ho letto un libro sul volontariato, scoprendo così un mondo molto più ampio di quello che io stessa conoscevo. Ci sono varie sfaccettature spesso non prese in considerazione.
Innanzitutto fare volontariato è un’esperienza allo stesso tempo facile e difficile. Facile perché l’accesso ad eventuali enti che lo organizzano è spesso semplice: si dichiarano disponibilità di tempo e competenze. Dopo di che l’inserimento in un’attività avviene in modo quasi immediato. Al volontario non vengono richieste particolari capacità: spesso basta l’impegno, la disponibilità e qualche conoscenza tecnica. Al tempo stesso può comportare alcune difficoltà. Richiede una decisione personale, la voglia di affrontare un’esperienza nuova; ciò implica un calcolo del tempo da mettere a disposizione e di energie che possono essere impegnate. Implica poi una realistica considerazione delle nostre capacità e predisposizioni. Ed infine si tratta di un confronto con l’altro, chiunque esso sia, con le relative diversità.
Ma come si decide di diventare volontari? La spinta di partenza nasce dentro le persone.
Il carattere principale è quello della gratuità: ovvero la prova che i volontari agiscono secondo intenzioni benevoli. Addirittura secondo il sociologo americano Amitai Etzioni, il fatto che una persona lavori senza corrispettivo economico accresce, al posto di diminuire, il livello del suo impegno e la sua disponibilità. Questo perché la soddisfazione del volontario dipende dal raggiungimento degli obiettivi prefissati. Se lo scopo non viene raggiunto il volontario perde la motivazione principale del suo impiego.
La gratuità quindi costituisce la base di partenza del volontariato, ma non il punto di arrivo e non è in grado di indicare quale altra motivazione sostituisca quella economica. Indica un’assenza: l’inesistenza di uno scopo di lucro. Si può quindi dire che costituisca una virtù negativa. Inoltre la gratuità non esclude la presenza di motivazioni “egoistiche”: ad esempio un interesse indirettamente professionale; oppure potrebbero essere connessi bisogni di carattere psicologico legati all’esigenza di prevalere sugli altri, di sentirsi utili e necessari. Quindi la gratuità costituisce un ingrediente necessario sì, ma non sufficiente a fare di una persona che investe del tempo in un’attività sociale, un volontario affidabile.
Elemento importante è quello dell’autorealizzazione personale di chi pratica questa attività. Autorealizzazione che si concretizza nell’assunzione di una responsabilità nei confronti dell’altro. In assenza di questa il volontariato diventa un’attività strumentale alla soddisfazione di chi lo pratica.
In linea generale emergono tre ragioni fondamentali per praticare del volontariato. La prima è quella di dare concretezza alle proprie credenze morali o religiose. La seconda ha a che vedere con l’interesse a sviluppare relazioni significative, fondate sull’aiuto e sulla condivisione delle esperienze. Infine la terza ragione riguarda la possibilità di mettere alla prova se stessi e le proprie capacità.
È importante anche tener conto che il volontario si confronta con l’altro: sottolineare eccessivamente il carattere della gratuità potrebbe portate al paternalismo, bloccando la relazioni su ruoli precostituiti che impediscono lo scambio e l’incontro di due alterità, in cui il volontariato è bloccato in una posizione onnipotente e il beneficiario è bloccato nella dipendenza sia materiale che psicologica.
Tuttavia questo è solo un pezzo del mondo del volontariato, molto ancora si potrebbe dire.
Ma soprattutto molto ancora si può fare.

Eleonora Rubino

CFO, il nuovo Centro per le Famiglie e per le Organizzazioni

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CFO è un gruppo di libere professioniste che intende ampliare le potenzialità delle professioni sociali – assistente sociale, educatore, insegnanti – e delle famiglie. Ci chiamiamo Elena Giudice e Rossella Bianchini e siamo due curiose e appassionate assistenti sociali che desiderano trovare sempre nuove formule per rendere questa professione sempre più stimolante, soprattutto nei periodi di crisi.
Come professioniste assistenti sociali ci rendiamo conto che la maggior parte della formazione a favori degli operatori sociali è svolta da psicologi, psicoterapeuti, medici, sociologi che hanno spesso una scarsa esperienza “sul campo” e soprattutto faticano a declinare le conoscenze teoriche in percorsi operativi concreti e realmente attuabili nei servizi sociali o educativi.
Dopo più di dieci anni di impegno professionale nell’ambito dei servizi per la famiglia e come formatori per enti pubblici e privati, abbiamo deciso di proporci insieme come libere professioniste con lo scopo di proporre “menu” formativi da assistenti sociali per gli operatori sociali.
Crediamo fortemente, infatti, nella necessità di promuovere la professione e le sue peculiarità, di far sentire agli stessi operatori sociali che possono trovare grandi competenze anche tra i propri colleghi.
La nostra decisione è inoltre di rivolgerci in prevalenza ai giovani professionisti che si affacciano in un mondo del lavoro sempre più complesso e faticoso e agli studenti che desiderano ampliare le proprie conoscenze. Vogliamo promuovere le attitudini e le enormi competenze creative degli studenti, dei giovani assistenti sociali e rivitalizzare la passione degli altri professionisti con proposte che rispondano alle esigenze effettive delle persone. Per questo motivo tramite la nostra pagina facebook (http://www.facebook.com/www.cfomilano.it) coinvolgiamo chi ci segue nelle scelte dei corsi da attivare e accogliamo suggerimenti e critiche costruttive. Siamo convinte che il confronto e l’ascolto attivo siano le uniche strade per un miglioramento costante. Allo stesso tempo, riteniamo sia necessario offrire un panorama formativo innovativo che permetta ai professionisti di riflettere su possibili nuove strade e percorsi per la professione. Il coaching, la facilitazione di gruppi, la libera professione sono, ad esempio, i primi spunti che riteniamo potrebbero permettere di ampliare le proprie possibilità di entrare nel mondo del lavoro sia in Italia che all’estero.
E’ chiaro che la nostra finalità è offrire nuovi scenari, possibilità concrete, un accompagnamento per orientarsi nel mondo del lavoro – life coaching-, del personal branding e dell’auto promozione. Per gli studenti e i neo laureati proponiamo tariffe agevolate.

Vi aspettiamo numerosi con i vostri commenti e suggeriemnti. Venite a trovare su facebook e iscrivetevi alla nostra newsletter.

Operiamo in prevalenza nell’area delle Famiglie e delle Organizzazioni Sociali con particolare attenzione ai temi del disagio giovanile, della prevenzione dell’abuso e del maltrattamento dell’infanzia, dello sviluppo e promozione delle competenze genitoriali, della gestione dei conflitti, dell’innovazione delle pratiche di lavoro sociale.

Il Circo della Farfalla “Più grande è la lotta più glorioso sarà il trionfo”

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Qualche tempo fa sentì parlare mia sorella e un amico di un video che avevano visto entrambi in università mi avvicinai per capire di cosa trattasse e mi spiegarono brevemente cosa fosse. Incuriosita dalla storia seguì il loro consiglio e lo guardai successivamente su YouTube.
Il cortometraggio si intitola “The Butterfly Circus” ma si può trovare facilmente anche come Il Circo della Farfalla in modo tale da poterlo vedere con i sottotitoli italiani per chi, come me, non mastica molto l’inglese.
Nel video viene raccontata la storia di una compagnia circense guidata da Mr Mendez che durante uno dei suoi spostamenti si imbatte in un altro circo e, sotto richiesta del piccolo Sammy, figlio di uno dei protagonisti, si fermano a visitarlo. Oltre alle abituali figure del circo come il clown e il burattinaio gli altri componenti vengono presentati con le seguenti parole: “Noi abbiamo il miglior spettacolo di mostri della città” e vengono mostrate: una donna barbuta, una obesa, un uomo completamente tatuato ma l’attrazione principale che il presentatore decanta con grande entusiasmo e altrettanto disprezzo è Will l’uomo senza arti. Questo ragazzo non ha né braccia né gambe e per tale motivo viene denigrato e schernito da chiunque a partire dai componenti del suo circo fino agli spettatori che gli lanciano dei pomodori come segno di disgusto e disapprovazione della sua figura.
Anche Will, non sentendosi accettato da chi lo circonda, si comporta in malo modo infatti quando Mr Mendez gli si avvicina per dirgli che era meraviglioso gli sputa in faccia perché pensava fosse uno dei tanti che voleva prendersi gioco di lui…ma quando scoprì che quell’uomo era il proprietario del Circo della Farfalla per lui cambiò tutto.
La compagnia di Mendez se ne va da quel circo dirigendosi verso la successiva tappa fino a che l’uomo più muscoloso e forte della compagnia si accorge che in uno dei furgoni si era nascosto proprio Will. Il ragazzo era andato con loro perché, stanco dei soprusi ricevuti, pensava che in quest’altra compagnia sarebbe stato accettato diversamente. Pensava di poter far parte dello spettacolo come faceva precedentemente cioè mostrandosi su una sedia aspettando di ricevere chissà quale reazione dal pubblico ma Mr Mendez gli fa capire che lui dirige uno spettacolo diverso, non incentrato sui difetti delle persone con lo scopo di farne un fenomeno da baraccone, ma bensì valorizzando le loro qualità facendole esibire in spettacoli entusiasmanti.
Nonostante ciò Mr Mendez accetta volentieri di far rimanere Will insieme a loro ma non accetta di farlo partecipare allo spettacolo perchè se accettasse ora rischierebbe di esibire Will e non di farlo esibire, quindi, finché Will continuerà a credere di essere uno scherzo della natura e non di essere un uomo con dignità e doveroso di rispetto come tutti gli altri non cambierà opinione a riguardo e lo terrà come un ospite osservatore.
Will si rende conto che in questo circo tutti vengono impiegati per quello che sono e per quello che sanno fare e non per altri motivi come accadeva invece nella sua precedente compagnia, cresce così in Will il desiderio di avere un posto, un ruolo all’interno del circo.
La svolta avviene quando rischia di annegare in un ruscello dopo esserci caduto. Non serve dire quanto sia difficile riuscire a tornare a galla senza poter utilizzare né gambe né braccia ma Will con la sua grande forza ci riesce. Le reazioni dei ragazzi del circo, dopo la spavento, sono di grande sorpresa e felicità perché hanno potuto constatare la stoffa di Will, e, lo stesso Will è estremamente soddisfatto di se stesso una volta che si è reso conto di quello che era riuscito a fare. Da quel momento, intuita la capacità dello sventurato Will, Mr Mendez lo fa allenare con un trampolino molto alto dal quale doveva tuffarsi cadendo all’interno di una piccola piscina e cercando di arrivare in superficie da solo.
La storia di Will da qui in avanti non può che migliorare; inizia ad avere successo nel circo tramite la sua esibizione ma la conquista più grande la riceve lui stesso poiché inizia a credere alle sue capacità che, certamente sono diverse da quelle altrui, ma che anche lui possiede e finalmente ora ne è cosciente.
Questo cortometraggio mi è sembrato particolarmente indicato per noi, futuri assistenti sociali, che dovremo riuscire ad avere quell’atteggiamento che ha avuto Mr Mendez con Will cioè di valorizzare ogni utente per la persona che è e per le sue caratteristiche, aiutandolo a tirar fuori quelle potenzialità che qualunque utente possiede ma che, soprattutto in momenti di difficoltà crede di non avere, aiutandolo in quest’importante percorso di cambiamento.

Veronica Sammarco

“Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia

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“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita”. Questa è la frase del libro di Giuseppe Pontiggia, che mi ha toccato particolarmente il cuore, che mi ha detto “fermati a pensare”.
“Nati due volte”, vincitore del Premio Campiello 2001, è la storia di un padre e di un figlio disabile, un figlio speciale. Il padre, e tutti i personaggi del romanzo sono coinvolti in problemi legati all’handicap.
“Nati due volte” è un romanzo che narra i rapporti di un padre, il professor Frigerio, insegnante in un istituto d’arte con il figlio Paolo, nato da un parto distocico. Fin dalla sua nascita, i genitori ma anche tutti i parenti, sono increduli, spaventati e impreparati all’arrivo di un bambino diverso da tutti gli altri: handicappato. Dopo aver capito che è inutile scaricarsi le colpe a vicenda, cominciano i colloqui con medici e specialisti, cominciano le continue visite ed i continui problemi che un bambino disabile deve affrontare ogni singolo giorno anche per le azioni che possono sembrare le più banali.
I genitori cercano comunque di aiutarlo a crescere. Grazie all’amore e alla pazienza della madre e agli insegnamenti del padre, che aiutando il figlio ad uscire dalla minoranza, scopre un nuovo mondo, e all’aiuto della psicologa, della maestra elementare e di alcuni medici, Paolo compie notevoli progressi. Acquista la sua libertà (come quando va da solo a scuola in go-kart), riesce a farsi rispettare ed amare da tutte le persone che lo circondano (come quando parla all’ assemblea della scuola). Così Paolo è nato due volte: la seconda è una rinascita affidata all’amore e alla cura degli altri.
Attraverso l’esperienza dell’handicap, l’autore scruta, con disarmata spietatezza, il mondo della medicina, della scuola, l’ottundimento di una burocrazia tanto limitata quanto animata da buone intenzioni, i rapporti familiari che la presenza di una grave difficoltà rende critici, difficili, aggressivi, le vite povere e confuse di tutti noi, intessute di buoni e coerenti propositi, ma anche di stupidità.
La disabilità, l’handicap fisico e psichico di un figlio ritardato, affetto da tetraparesi spastica, sono indagati non dalla prosa scientifica e standard di uno specialista, ma dalla fine sensibilità di uno scrittore lucido, maturo, analitico e disincantato come Pontiggia, attraverso il racconto travagliato, in prima persona del padre. La disabilità, tema che spesso spaventa, che si tenta di celare dietro un formale “diversamente abile”, è al centro di un romanzo capace di portarci fuori dai nostri schemi, facendo venire a galla la nostra sensibilità.
Lo scrittore vuole denunciare che l’handicap non è un problema del singolo ma di tutta la società e di come questa non lo sappia affrontare correttamente.
Un libro difficile, in alcuni punti duro e fastidioso, perché in queste pagine sei tu quel padre, solo, di fronte a un gigante, nel quale nessuno vorrebbe imbattersi. Eppure accade. E’ questo che “Nati due volte” trasmette, una storia qualunque, che potrebbe essere la nostra, quella di un parente, di un vicino di casa, o di un collega di lavoro, che questa disabilità la vive quotidianamente. “Nati due volte” è un libro che lascia il segno, che fa riflettere. E’ come se il tempo si fermasse durante la lettura di questo romanzo e un vortice di emozioni ti travolgessero. E’ Paolo a lasciare quel segno, una firma, quella di un ragazzo come ce ne sono tanti, al quale la vita ha dato un potere: quello di rinascere e di far rinascere.
Se la recensione del libro vi ha entusiasmato, mi permetto di consigliarvi la visione del film “Le chiavi di casa” di Gianni Amelio, tratto liberamente dall’opera letteraria di Pontiggia.

Letizia Bonelli

LA MIA ESPERIENZA PERSONALE ACCANTO ALLA PERSONA CON DISABILITA’.

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B. è un ragazzo di 48 anni con una disabilità intellettiva e relazionale. E’ affetto dalla nascita da un ritardo mentale piuttosto importante. Gode, grazie alla sua famiglia che si è sempre presa cura di lui, di una buona autonomia: fino a qualche anno fa ha lavorato come operaio in Whirpool e oggi ha una pensione di inabilità al lavoro. Vive in una Comunità Socio Sanitaria a carattere residenziale, gestita da Fondazione Piatti, un ente ONLUS che gestisce centri diurni e residenziali per disabili nella Provincia di Varese. Ama la musica italiana, l’Inter, le radio e gli orologi. Interessi normali, di una persona normale con le sue caratteristiche e le sue specificità. Trascorre con i suoi nipoti quasi tutti i weekend, anche solo per condividere con loro il pranzo e la cena, senza impegnarsi in attività particolari. Nel caso di B. la rete sociale è stata estremamente importante poiché ha consentito di costruire un progetto di vita che gli garantisse un’esistenza migliore e una buona autonomia.

E. è un signore di 79 anni, affetto da morbo di Alzheimer da circa 12 anni. Ha sempre lavorato come parrucchiere e aveva un suo negozio che gestiva insieme ad un altro socio. Era una persona sempre allegra e sorridente, attiva e amava fare il nonno. Ha iniziato ad avere piccoli problemi di memoria alla chiusura del negozio, quando ha deciso di godersi la pensione. Quei vuoti di memoria sono diventati sempre più seri ed importanti, confondeva ogni cosa, era confuso e non riusciva più a rendersi conto della situazione. Era diventato impaziente, aggressivo e un po’ rabbioso anche nei confronti degli adorati nipoti. Oggi è ricoverato in una casa di riposo per anziani ed è sulla sedia a rotelle a causa della malattia che degenera a poco a poco. Non riconosce più nessuno, intuisce vagamente le voci dei familiari che vanno a trovarlo, non parla più. Non comunica e non sa farsi capire. Ha perso anche coscienza di se stesso.

I due casi sopra descritti ritraggono due diverse forme di disabilità. La prima è una disabilità mentale causata da un deficit cognitivo da cui B. è affetto fin dalla nascita; la seconda è una forma di disabilità che deriva da una malattia degenerativa come il Morbo di Alzheimer, devastante per i familiari e per il soggetto stesso che piano piano perde tutte le sue capacità. Mi piacerebbe quindi parlare della disabilità nel senso più ampio del termine, ovvero della disabilità come forma di incapacitazione momentanea o permanente, dalla nascita o acquisita nel tempo che una persona e i suoi familiari si trovano ad affrontare. Nel primo caso, vorrei innanzitutto sottolineare l’inadeguatezza dei termini comunemente usati per definire queste persone; handicappati, portatori di handicap, diversamente abili, termini che sottolineano la differenza che categorizzano queste persone includendoli in una categoria a parte, lontana e diversa dal mondo “normale”. La società odierna è piena di barriere, di ostacoli e di pregiudizi nei confronti di queste persone che non hanno nessuna colpa, ma sono nate con una difficoltà mentale o fisica o sono affette da malattie degenerative che compromettono la loro salute psicofisica. Innumerevoli la barriere architettoniche e le occasioni di difficoltà che incontrano queste persone: prima fra tutte la difficoltà di godere di una propria autonomia, di dover sempre dipendere da qualcun altro. Oggi la società offre delle misure di tutela a favore di queste persone. Per loro si propongono soluzioni diverse anche in base alla rete sociale che hanno intorno, alla presenza di famigliari che si possono prendere cura di loro o alla solitudine in cui si trovano a vivere per la morte dei genitori e la mancanza di parenti a loro vicini. Molti bambini con disabilità sono accettati con difficoltà nelle scuole da insegnanti e compagni questo perché la disabilità spaventa, spaventa il dover affrontarla, spaventa l’aspetto che hanno queste persone che spesso sono additate come diverse o come inferiori. Il problema dell’accettazione della disabilità è difficile: anche un genitore può avere delle difficoltà nell’accettare, nell’affrontare e nel convivere con la problematica del figlio che non avrà le opportunità che può avere una persona normale. Da qui nasce anche il problema dell’integrazione sociale dei disabili. È difficile trovare oggi strutture pubbliche all’avanguardia che consentono ad una persona disabile in sedia a rotelle di potersi muovere liberamente, o che offrano la possibilità ad una persona con un ritardo mentale di poter godere delle stesse opportunità di cui gode una persona normale. Nel secondo caso la disabilità è derivata da una situazione di degenerazione cognitiva: il soggetto non si riconosce più, non è in grado di riconoscere i suoi familiari e perde qualsiasi capacità che aveva nella sua vita. Anche in questo caso le forme di cura e di tutela per queste persone e i loro familiari sono abbastanza presenti e si tiene conto della situazione in cui vivono e della rete sociale che hanno a disposizione. È difficile accettare in questo caso il cambiamento di status, di condizione di queste persone che arrivano ad un momento di annullamento di se stessi e della realtà che li circonda. Spesso queste persone non si rendono conto di nulla, non hanno più alcuna capacità né cognitiva né di discernimento. La sofferenza più grande è dei familiari, che si sentono estranei ed impotenti, non sanno come reagire, come comportarsi di fronte a questo cambiamento repentino che sconvolge la vita.

Gli esempi di cui ho parlato prima, appartengono alla mia vita: B. è mio zio, mentre E. è mio nonno, due persone straordinarie, che mi hanno insegnato a convivere con queste problematiche, grazie a cui ho sviluppato una maggiore sensibilità e un interesse nello svolgere una professione che potesse concretamente aiutarli. Ho sempre convissuto con queste problematiche e oggi, comprendo realmente la fortuna che ho nel condividere la vita con nonno E. e zio B., entrambi capaci con un gesto, con uno sguardo, un sorriso o una stretta di mano di cambiare la giornata e di mostrarmi il loro affetto. È questo uno dei motivi per cui ho scelto di fare l’Assistente Sociale: essere agente di cambiamento ed attuare degli interventi a favore di persone che si trovano in una situazione di grave difficoltà. Diventare sostegno per la persona stessa e per i suoi familiari, al fine di garantire anche a loro una vita più serena.

Liliana Torresin

Associazione NOCETUM Onlus: la mia prima esperienza di volontariato.

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Lo ammetto: finora non avevo mai fatto attività di volontariato. Un po’ per il timore di fare la scelta sbagliata, un po’ perché fare volontariato significa dare una disponibilità continua e tra casa, famiglia e studio non avrei potuto garantirla.
Poi ho curiosato sul sito http://www.volontarioperungiorno.it e tra le varie associazioni che davano (e danno) l’opportunità di rendersi utili solo per un giorno, ma che potrebbe essere il punto di partenza per qualcosa di più costante e duraturo, ho scelto l’Associazione NOCETUM di Milano, via San Dionigi 77.
E’ stata proprio una bella esperienza, così bella che l’ho già ripetuta e continuerò a farla.
L’Associazione NOCETUM Onlus è stata fondata da suor Ancilla Beretta e Gloria Mari nel 1998 e si occupa di accogliere donne con figli o nuclei famigliari in difficoltà che necessitano di un alloggio temporaneo per un periodo che varia da 3 a 12 mesi . A disposizione infatti, ci sono piccoli appartamenti e l’accesso avviene attraverso i Servizi sociali. Offre spazi, all’aperto e non, per lo svolgimento di feste, matrimoni, convegni ecc… e gestisce la distribuzione di pacchi viveri.
Vi racconto la mia prima giornata di volontariato.

Ogni primo e terzo giovedì del mese l’associazione distribuisce un pacco viveri per ogni persona che si presenta con un documento d’identità valido. Non deve necessariamente essere residente a Milano, quindi chiunque abbia bisogno può presentarsi nei giorni e negli orari stabiliti (15-17.30) e ritirare il pacco. Dopo la prima volta che si accede a questo aiuto, è necessario consegnare una propria fototessera che permetterà agli operatori di inserire l’anagrafica in un database interno e stampare una tessera da presentare le volte successive. Solo presentandosi personalmente si può ritirare il pacco. L’organizzazione della giornata è iniziata con la preparazione dei pacchi. La tipologia di cibo inserita cambia a seconda delle disponibilità. I prodotti provengono dalla Fondazione Banco Alimentare, dall’Unione Europea o direttamente dai supermercati . Ogni pacco conteneva: una scatola di cereali o biscotti, riso, due tipi di pasta, carne in scatola, creckers, barrette energetiche, una scatola di legumi, una scatola di pelati, un sacchetto di insalata. Una volta terminata la fase di preparazione, abbiamo allestito la sala dove avviene la distribuzione e siamo rimasti in attesa di accogliere le persone bisognose, che allo scattare dell’ora erano già alla porta. La maggior parte era di origine araba e rumena, pochissimi gli italiani. Ho scoperto che gli arabi prediligono la rucola e imparato che non accettano la carne in scatola, nonostante non sia di maiale, perché è stata trattata prima di metterla sul mercato; i rumeni invece associano il basilico alla morte e non lo utilizzano nella preparazione dei cibi, voi lo sapevate? Tutti entravano e uscivano con un’espessione di gratitudine sulle labbra o negli occhi. Abbiamo distribuito 55 pacchi viveri. Non ero sola in questa prima esperienza: all’iniziativa hanno aderito anche un ragazzo di Pavia, una ragazza di Milano est e un gruppo di cinque ragazzini del secondo anno di un istituto alberghiero sito poco lontano dall’associazione. Mi ha colpito molto la disponibilità di questi ultimi ad attivarsi per questa iniziativa e la naturalezza con cui eseguivano le disposizioni che venivano impartite e la gentilezza con cui si rivolgevano ai bisognosi. Avevano proprio voglia di fare. Al termine della giornata avevo addosso una sensazione positiva, mi sono sentita utile, parte di un gruppo. Ed è questo che mi ha fatto decidere che non sarebbe stata un’esperienza di volontariato isolata. Spero in futuro di poter essere più attiva in quest’associazione che mi ha ricordato che, oltre che con qualcosa di materiale come il cibo, si aiuta a far stare meglio le persone anche solo con un sorriso accogliente.

Roberta Fina

Il servizio civile all’estero

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Ai giorni nostri si è soliti recarsi all’estero per viaggi di piacere, lavoro, studio. L’estero il più delle volte rappresenta una corsa sfrenata verso qualcosa di nuovo, di diverso, di migliore. Per la prima volta scelgo di raccontare l’esperienza vissuta da Andrea, un mio caro amico d’infanzia, il quale è reduce di un’esperienza di servizio civile in Polonia.
Andrea è partito da solo all’età di 19 anni alla volta di Bydgoszcz, città del nord della Polonia, nel Novembre 2010 ed ha fatto ritorno in Italia nell’Agosto 2011.
“Ciò che mi ha portato ad intraprendere tale esperienza è stato l’immenso stato di confusione mentale in cui mi trovavo al termine del liceo. Non sapevo cosa fare della mia vita e chi volevo diventare…volevo crescere e questa poteva essere per me l’occasione per farlo”, queste sono le parole di Andrea per spiegare le motivazioni alla base della sua partenza. Al fine di ciò, ha contattato il Comune di Cremona (ufficio Politiche Giovanili), sua città di residenza, per poter essere selezionato tra i candidati. Dopo aver terminato tutte le procedure burocratiche ed aver seguito lezioni di polacco gratuite, organizzate dall’ente inviante, è partito con un biglietto di sola andata, destinazione Bydgoszcz.
Una volta arrivato è stato accolto e condotto nell’appartamento di un convitto universitario, luogo che diventerà la sua nuova casa in condivisione con altri tre ragazzi provenienti da tutta Europa ed anch’essi volontari in servizio civile. Dal giorno seguente è stato inserito presso una scuola per l’infanzia gestita dalla parrocchia cattolica locale. La sua funzione era principalmente educativa e di affiancamento e sostegno al corpo docente. Tale attività lo ha impegnato per circa 8 mesi. Andrea così ricorda quel perido: “Inizialmente il problema dell’incomprensione della lingua mi rendeva le cose difficili. Inoltre, era la prima volta che lavoravo a stretto contatto con i bambini, quindi per me era un po’ tutto nuovo. Ciò che mi ha dato il coraggio di andare avanti è stata una grande forza d’ animo e la passione per i bambini che mia madre, maestra della scuola dell’infanzia, mi ha trasmesso.”
Andrea afferma che stare a contatto con bambini così piccoli, di età compresa tra i 3 e i 5 anni, l’ha aiutato a maturare, “obbligandolo” a diventare più responsabile. “Per la prima volta in vita mia mi sono occupato di qualcuno che non fossi io o una persona della mia famiglia”.
Un’altra esperienza molto intensa da lui vissuta durante la sua permanenza in Polonia è stata la convivenza con giovani disabili in occasione di una vacanza al mare.
Nonostante la brevità del soggiorno, la vicinanza di queste persone (ragazzi e ragazze tra i 15e i 23 anni portatori di differenti disabilità psico-fisiche) si è rivelata fondamentale per la sua crescita personale. A proposito di ciò così dichiara: “Inizialmente, ho avuto una spontanea reazione di spavento di fronte alla diversa abilità. Ma le due settimane che ho trascorso con loro hanno avuto un’ importanza fondamentale per me. A livello materiale si trattava di persone nullatenenti, spesso reduci di traumi ed abbandoni familiari, ma capaci di trasmetterti molto a livello umano, capaci di farti sentire uno di loro”.
Il contatto diretto con questi giovani gli ha permesso di maturare, di imparare a gestire se stesso e saper gestire l’altro nelle situazioni più svariate ed imprevedibili. “Si, credo che l’imprevedibilità sia una caratteristica propria della disabilità. Se un attimo prima va tutto bene, l’attimo dopo potrebbe accadere qualcosa di imprevisto in grado di capovolgere completamente le carte in tavola e sta a te saper affrontare la situazione nel migliore dei modi”.
Altro elemento alquanto significativo è rappresentato dalla conoscenza di numerose altre persone, professori universitari, cittadini polacchi, altri giovani volontari. Tutti loro, in qualche modo, vengono ricordati come piacevoli compagni di viaggio. La conoscenza con i “colleghi”, la convivenza con altri volontari di diverse nazionalità, l’incontro con culture differenti hanno permesso ad Andrea di arricchirsi molto, di riempire quel vuoto e quella confusione con cui era partito.
A tal proposito, trovo interessante esprimere il suo orgoglio al termine dell’esperienza vissuta. Si è trattato di un’esperienza intensa e difficile che lo ha reso più uomo, più consapevole e responsabile di se stesso e di ciò che gli sta intorno. In conclusione, Andrea si esprime così: “Quella del servizio civile all’estero è stata una vera prova con me stesso e il ricordo della nostalgia che provavo alla vigilia del mio ritorno nel lasciare quel pezzo di vita, mi fa pensare di averla vinta davvero.

Letizia Bonelli

IL GIOCO DELLE REGOLE – PROGETTO De.vi.l.s. Quando il gioco di ruolo diventa esperienza formativa

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Il gioco delle regole nasce all’interno di un percorso di prevenzione alla devianza realizzato negli anni 2003-2005 dal gruppo De.vi.l.s. all’interno dell’IPSSCTS L. Milani, e si propone come uno strumento specifico per avviare un proficuo scambio formativo tra i partecipanti.
Il gioco di ruolo è una delle numerose metodologie attive che punta verso l’apprendimento attraverso l’esperienza in un setting protetto. Trova la sua originalità ed efficacia nell’istituzione di uno spazio all’interno del quale, chi è chiamato a essere formato, ha la possibilità di impersonare un ruolo completamente sganciato dalla sua esperienza quotidiana e quindi svincolato dalle tipizzazioni internazionali (schemi di comportamento) ormai acquisite e rassicuranti.
Il progetto De.vi.l.s. – detenuti vicino alle scuole – nasce dai detenuti ristretti nella sezione Staccata della II Casa di reclusione di Milano-Bollate durante i primi mesi del settembre 2003.
Discussioni ampie come il senso della pena, le costrizioni della detenzione, il ruolo della struttura carceraria, il reinserimento per i detenuti, l’indagine dei percorsi di vita e della cultura di appartenenza, l’individuazione della scelta consapevole nell’atto deviante, hanno aperto interrogativi e riflessioni consentendo ai detenuti di percepirsi come soggetti attivi carichi di esperienza da poter condividere. L’esperienza deviante e l’esperienza carceraria, qualora condivise e aperte alla conoscenza altrui, possono essere reinserite nella società, non più come errori che necessitano di un giudizio, ma come esperienze significative nella prevenzione alle scelte devianti e non solo.
Il confrontarsi con il carcere e i suoi ospiti, riporta la società civile a doversi occupare dei propri dettati costituzionali e a riappropriarsi della propria cittadinanza attiva e responsabile, a dover riflettere sui sensi e i significati della pena e porta i detenuti a doversi confrontare con i pregiudizi e preconcetti a loro rivolti.
Il raccontare cos’è il carcere ha voluto che il progetto avesse al suo interno la presenza anche degli agenti di polizia penitenziaria e degli operatori che lavorano nelle carceri affinché tutte o quasi le parti in gioco potessero raccontare questo sistema da più punti di vista.
La scelta dei giovani come possibili referenti di un confronto è risultata ovvia, individuando nelle fasce giovani i soggetti più a rischio di devianza e il nucleo futuro della propria società. Conoscendo molto bene la realtà dei quartieri dove la criminalità è perpetua nel tempo si pensa di poter essere in grado di fornire agli adolescenti un valido spunto di riflessione su ciò che le scelte di tipo criminoso possono togliere o “donare”, avendo la conoscenza diretta di quel sistema a porte girevoli che è il carcere e delle sue contraddizioni, i collaboratori del progetto De.vi.l.s ritengono di poterli aiutare a riflettere su un’esperienza che nella vita è meglio non fare, trovando nel confronto un arricchimento e una crescita personale.

Rabaioli Martina

Calabria Solidale: Fa’ La Cosa Giusta

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Compleanno importante per Fa’ La Cosa Giusta: quest’anno la Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili ha festeggiato la sua 10ª edizione.
L’appuntamento è andato in scena dal 13 al 17 marzo alla Fiera di Milano, organizzata da Terre Di Mezzo Eventi in collaborazione con Insieme Nelle Terre Di Mezzo Onlus.
Gli espositori erano oltre 700 per 11 sezioni tematiche: Abitare Green; Critical Fashion; Cosmesi Naturale e Biologica; Turismo Consapevole; Il Pianeta dei Piccoli; Servizi per la Sostenibilità; Pace e Partecipazione; Commercio Equo e Solidale; Editoria e Prodotti Culturali; Mangia Come Parli e la sezione speciale del 2013, Mobilità Sostenibile, dedicata ai veicoli elettrici a basso impatto ambientale.
Tra gli interessanti progetti presentati nel corso della manifestazione c’è Calabria Solidale, che riunisce una ventina di aziende agroalimentari calabresi produttrici di vino, olio d’oliva e arance, nel segno del rispetto per l’ambiente e della legalità. La parola d’ordine è infatti “Fair Trade”, ovvero commercio giusto.
La fondazione del gruppo risale a gennaio, ma la prima uscita ufficiale è proprio a Fa’ La Cosa Giusta.
Calabria Solidale nasce da un’idea di Stefano Magnoni, il fondatore della cooperativa di commercio equo e solidale Chico Mendes di Milano.
I tre principi alla base del progetto sono legalità e rispetto della natura e dell’uomo, solidarietà e trasparenza. Tutte le aziende aderenti, infatti, hanno in vigore contratti di lavoro regolari e produzioni che non inquinano ma anzi cooperano con l’ecosistema.
In secondo luogo, i titolari collaborano tra loro per migliorare la qualità e abbassare i costi – quelli di trasporto ad esempio, ma anche di commercializzazione – e infine applicano la regola della trasparenza, che consente ai consumatori di conoscere il prezzo di partenza e finale della merce, saltando tutti gli intermediari e puntando su una filiera il più corta possibile.
Per maggiori info http://www.calabriasolidale.it.

Jacopo Bordoni

L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

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Comunicare è ESSENZIALE! La comunicazione è un’azione importante nella vita di tutti i giorni e tra tutti gli individui. Le motivazioni possono essere molte: se manca la comunicazione le idee non possono avere un passaggio, le scoperte rimarrebbero nascoste, i pensieri non verrebbero condivisi, le persone non si conoscerebbero pienamente tra di loro e così mancherebbe anche una messa in comune delle situazioni positive o negative. È importante comunicare non solo per sfogarsi, per condividere dei pensieri, dei problemi o delle situazioni ma è fondamentale anche per trovare insieme ad altre persone la soluzione più adatta ad essi. I nostri interlocutori possono così svolgere sia un importante ruolo di supporto emotivo, spesso attraverso l’ascolto, ma anche un ruolo di consigliere: capace di farci ragionare, di farci cambiare idea, di accedere ad un’altra visione della situazione e di trovare delle soluzioni. Ho imparato, grazie all’esperienza vissuta con il tirocinio di secondo anno, che comunicare ti permette anche di conoscere meglio se stessi, di riconoscere i propri pregi ma anche i propri limiti e riuscire così a ragionare, con qualcuno più grande e più esperto (il tutor), su come affrontarli e, in un certo senso, come riuscire a modificarsi per ricoprire al meglio il ruolo di assistente sociale. COMUNICARE TI PERMETTE DI APRIRE GLI OCCHI E LA MENTE! Nella vita di tutti i giorni ho invece scoperto che molte persone preferiscono non comunicare con gli altri e tenersi tutti i problemi per sé, ma facendo così, molto spesso, si finisce per nascondere i problemi anche a sé stessi, cercando così di cancellarli o dimenticarli senza mai affrontarli, ma in un modo o nell’altro essi riemergeranno. Questo processo crea una sorta di frustrazione in questi individui, i quali si sentono incapaci, in balia della situazione e degli eventi negativi per loro incontrollabili e tendono a ignorare ed eludere il problema piuttosto che risolverlo, vivendosi comunque come perdenti. L’importanza di quest’ azione raggiunge il suo culmine all’interno della professione di Assistenti Sociali. Quest’ultimi devono basarsi su diverse tecniche per compiere in modo efficace il proprio lavoro, una di queste, la più importante, è sicuramente la COMUNICAZIONE. Essa viene messa in atto sia con altre figure professionali ma anche, e soprattutto, con gli utenti attraverso diversi strumenti, il più importante è il colloquio, il quale si può definire come lo strumento principale dell’assistente sociale per definire e raggiungere gli obiettivi di cambiamento, per accogliere e ascoltare l’utente, per comprendere i suoi bisogni e per sviluppare le varie fasi del processo di aiuto.
Le differenze subculturali quali classe sociale, aspetto esteriore, lingua, etnia, età e sesso possono aumentare le difficoltà nel colloquio tra assistente sociale ed utente, limitandone l’empatia e la capacità di comprendere i bisogni dell’altro. L’utente giunge al colloquio con il suo retroterra che influenza il suo modo di pensare, sentire e agire, ma anche l’assistente sociale porta con sé un insieme di fattori identificativi e deve essere in grado di conoscerli per limitare la loro influenza nel comportamento durante il colloquio. L’interazione è quindi reciprocamente condizionata, ma la struttura del colloquio è asimmetrica perché l’operatore è considerato l’esperto, la persona affidabile in quel campo. Tale posizione “up” consente all’assistente sociale di decidere il cambio di argomento indirizzando il colloquio, di segnalare eventuali errori di interpretazione e definire i limiti del rapporto professionale. Ma è proprio per questa posizione che ricopre, che l’utente si rivolge a lui/lei: vuole ottenere delle risposte teoricamente affidabili e fondate; quindi l’operatore deve essere in grado di fornire risposte qualificate nel suo settore lavorativo, ed ha inoltre il potere di ricompensa perché in base alla sua valutazione professionale può controllare l’accesso ai servizi che il proprio ente mette a disposizione in favore dei cittadini. È sicuramente anche molto importante che l’assistente sociale debba interrogarsi su se stesso per poi riuscire a comprendere l’altro, cercando strumenti adatti alla valutazione di ciò che è nuovo per lui, ma che siano soprattutto strumenti finalizzati all’aiuto. “Gran parte della distanza sociale e psicologica viene ridotta dall’esperienza professionale, che sviluppa la capacità di una persona ad intendersi e rapportarsi con gruppi diversi della comunità e che fornisce la conoscenza base di questa comprensione”. (Kadushin,1980)
L’assistente sociale deve tener sempre presente che ogni persona è unica, diversa da tutte la altre, e quindi, anche se riporta un bisogno comune ad altre persone, ci si dovrà rapportare in modo diverso; infatti ogni relazione d’aiuto, che istaura con i propri utenti, è differente da ogni altra. L’operatore ha, quindi, il dovere di dare spazio all’ascolto e di porre maggior attenzione a chi ha bisogno di tempo per esprimersi, per valorizzare l’individualità di ciascuno e svolgere con cura il proprio lavoro. Solo attraverso l’ascolto l’operatore è capace di capire chi è realmente la persona che si trova davanti, di leggere i nuovi fenomeni ed è competente nel rispondere in modo aderente ai nuovi bisogni sociali. È fondamentale innanzitutto ascoltare e riconoscere ciò che l’interlocutore/utente dice, anche se non si è d’accordo, non bisogna parlare subito della nostra esperienza o esprimere subito il nostro punto di vista. Per poter infatti ottenere più attenzione da parte del nostro interlocutore/utente in situazioni tese, è necessario innanzitutto prestare attenzione al suo messaggio. È anche opportuno riformulare a parole nostre ciò che abbiamo ascoltato (specialmente i suoi sentimenti) prima di esprimere i nostri bisogni, pensieri o la nostra posizione, per far sì che il soggetto si senta ascoltato e capito. Ascoltare in modo disponibile è sempre un modo valido per far capire agli altri che ci stanno a cuore e che ci prendiamo cura di loro. Ascoltare gli altri costituisce una premessa indispensabile per far sì che anche gli altri ci ascoltino. Si può sicuramente affermare che la capacità di ascolto è la chiave di volta del successo come assistenti sociali. Ma che cosa significa ascoltare davvero? Quali caratteristiche deve avere l’ascolto per essere davvero efficace? Innanzitutto bisogna distinguere tre concetti che sono sinonimi solo in apparenza, cioè udire, sentire ed ascoltare: il primo è la ricezione passiva di messaggi inviati dagli altri, il secondo si colloca già ad un livello superiore, in quanto implica un coinvolgimento emotivo, invece ascoltare è un’operazione ancora più complessa, in quanto è un atto volontario di percezione e interpretazione del messaggio trasmesso. Chi ascolta veramente si impegna a comprendere, arricchendo le proprie qualità umane e professionali. Ascoltando, possiamo apprezzare di più ciò che fanno i nostri colleghi sul lavoro, come si sentono e perché; a casa possiamo capire meglio quali sono le speranze, paure e problemi della nostra famiglia; con un utente possiamo comprendere realmente qual è il suo disagio, la sua situazione e come aiutarlo. L’ascolto, quindi, non serve solo per comprendere ma apre anche nuovi orizzonti. E’ la chiave per imparare. E’ difficile persino immaginare un successo in ambito relazionale e comunicativo senza possedere buone capacità di ascolto, e man mano che diventiamo abili ad ascoltare, cominceremo a scoprire dei cambiamenti in noi stessi. Gli altri individui, rendendosi conto che siamo dei buoni ascoltatori, ci verranno a parlare di questioni che gli stanno a cuore; diranno che li abbiamo aiutati a risolvere i loro problemi, semplicemente ascoltandoli e dandogli la possibilità di “sentirsi” mentre parlano; diranno anche che noi li abbiamo fatti sentire compresi (anche se magari non eravamo d’accordo con loro); e che noi rispettiamo, non solo loro in quanto persone, ma anche ciò che hanno da dire. Più ci si parla ed ascolta, più opportunità si avranno di crescere ed imparare insieme. È importante fare un’ ulteriore distinzione tra: comunicazione verbale e comunicazione non verbale. L’assistente sociale deve prendere in considerazione tutte e due questi modi di comunicare, deve sì ascoltare ciò che l’utente gli sta comunicando attraverso le parole/ il linguaggio ma deve saper anche cogliere ciò che l’utente sta comunicando implicitamente, attraverso il linguaggio del corpo. Raccogliendo, così, tutte le informazioni possibili. Inoltre anche i silenzi sono una parte molto importante del colloquio: gestire i silenzi non è semplice, spesso l’assistente sociale parla per coprire il silenzio dell’utente, ma è invece necessario dare un significato a quel momento. Anche imparare a comunicare efficacemente ci offre una serie di vantaggi incalcolabili sia nella vita personale sia in quella professionale. Chi è davvero in grado di comunicare con se stesso e con gli altri:
1. Raggiunge più obiettivi nella propria vita personale e professionale.
2. Si diverte di più ed è più sereno.
3. Coordina meglio le proprie attività di vita con quelle delle persone per lui/lei più importanti. Vivere e lavorare con gli altri sono infatti attività intensamente comunicative. Più riusciamo a capire i sentimenti e i desideri degli altri, più chiaramente gli altri potranno capire i nostri.
4. Ispira più rispetto negli altri. Siccome molta parte della comunicazione si basa sull’imitazione, se noi adottiamo un’attitudine più attenta e rispettosa verso gli altri, li incitiamo di fatto a comportarsi allo stesso modo verso di noi.
5. Esercita maggiore influenza sugli altri: comportandosi in modo onesto, attento e responsabile nei confronti degli altri, è più probabile che riesca a coinvolgere e a raggiungere dei compromessi, ottenendo più collaborazione da loro.
6. Riconosce e gestisce costruttivamente i conflitti : ognuno di noi ha talenti e capacità diverse, pertanto collaborando possiamo raggiungere obiettivi che da soli non potremmo mai raggiungere. Ma gli altri sono anche diversi da noi in termini di interessi, bisogni, valori: è naturale che si manifestino conflitti interpersonali. Una buona comunicazione costituisce pertanto un ottimo antidoto ai conflitti ed è inoltre alla base della loro gestione costruttiva.
7. E’ in grado di raggiungere uno stato di pace mentale: siccome il modo in cui trattiamo gli altri si riflette sul nostro stato mentale ed emotivo, un modo sereno e creativo di rapportarci agli altri contribuirà ad abbassare il nostro livello di stress e a farci sentire meglio.
8. Entra in contatto più profondo con gli altri : imparare ad ascoltare attentamente e ad esprimersi efficacemente ci permettono di entrare in un contatto più profondo con noi stessi e con gli altri.
9. Vive in modo più sano :il sostegno emotivo che è alla base di una buona relazione con gli altri rappresenta un elemento di primo piano per affrontare e superare i problemi.
Posso inoltre affermare che tutti noi possiamo acquisire con facilità una serie di competenze o sviluppare le nostre capacità se diventiamo protagonisti della nostra esperienza di apprendimento. In altri termini, si impara meglio facendo, attraverso l’esperienza personale. L’esperienza può anche essere una dura maestra, ma è senz’altro il metodo più efficace per imparare. Non esistono purtroppo metodi facili per imparare a comunicare meglio e creare relazioni positive con se stessi e con gli altri: comunicatori non si nasce, ma si diventa. Imparare a comunicare positivamente è come apprendere un’ arte. Premesso che una persona o un’ assistente sociale sia effettivamente motivata a migliorarsi dal punto di vista personale e/o professionale, rimane il problema di stabilire come farlo. Si può tentare attuando le seguenti azioni: comunicare con se stessi, mettersi in ascolto, esprimersi efficacemente e gestire in modo costruttivo un eventuale conflitto. Si può concludere dicendo che uno stile di vita improntato alla cooperazione, alla comunicazione e a buone relazioni con gli altri ci permette di vivere meglio e di svolgere al meglio il lavoro di assistenti sociali.

Lisa Petrone