Associazione NOCETUM Onlus: la mia prima esperienza di volontariato.

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Lo ammetto: finora non avevo mai fatto attività di volontariato. Un po’ per il timore di fare la scelta sbagliata, un po’ perché fare volontariato significa dare una disponibilità continua e tra casa, famiglia e studio non avrei potuto garantirla.
Poi ho curiosato sul sito http://www.volontarioperungiorno.it e tra le varie associazioni che davano (e danno) l’opportunità di rendersi utili solo per un giorno, ma che potrebbe essere il punto di partenza per qualcosa di più costante e duraturo, ho scelto l’Associazione NOCETUM di Milano, via San Dionigi 77.
E’ stata proprio una bella esperienza, così bella che l’ho già ripetuta e continuerò a farla.
L’Associazione NOCETUM Onlus è stata fondata da suor Ancilla Beretta e Gloria Mari nel 1998 e si occupa di accogliere donne con figli o nuclei famigliari in difficoltà che necessitano di un alloggio temporaneo per un periodo che varia da 3 a 12 mesi . A disposizione infatti, ci sono piccoli appartamenti e l’accesso avviene attraverso i Servizi sociali. Offre spazi, all’aperto e non, per lo svolgimento di feste, matrimoni, convegni ecc… e gestisce la distribuzione di pacchi viveri.
Vi racconto la mia prima giornata di volontariato.

Ogni primo e terzo giovedì del mese l’associazione distribuisce un pacco viveri per ogni persona che si presenta con un documento d’identità valido. Non deve necessariamente essere residente a Milano, quindi chiunque abbia bisogno può presentarsi nei giorni e negli orari stabiliti (15-17.30) e ritirare il pacco. Dopo la prima volta che si accede a questo aiuto, è necessario consegnare una propria fototessera che permetterà agli operatori di inserire l’anagrafica in un database interno e stampare una tessera da presentare le volte successive. Solo presentandosi personalmente si può ritirare il pacco. L’organizzazione della giornata è iniziata con la preparazione dei pacchi. La tipologia di cibo inserita cambia a seconda delle disponibilità. I prodotti provengono dalla Fondazione Banco Alimentare, dall’Unione Europea o direttamente dai supermercati . Ogni pacco conteneva: una scatola di cereali o biscotti, riso, due tipi di pasta, carne in scatola, creckers, barrette energetiche, una scatola di legumi, una scatola di pelati, un sacchetto di insalata. Una volta terminata la fase di preparazione, abbiamo allestito la sala dove avviene la distribuzione e siamo rimasti in attesa di accogliere le persone bisognose, che allo scattare dell’ora erano già alla porta. La maggior parte era di origine araba e rumena, pochissimi gli italiani. Ho scoperto che gli arabi prediligono la rucola e imparato che non accettano la carne in scatola, nonostante non sia di maiale, perché è stata trattata prima di metterla sul mercato; i rumeni invece associano il basilico alla morte e non lo utilizzano nella preparazione dei cibi, voi lo sapevate? Tutti entravano e uscivano con un’espessione di gratitudine sulle labbra o negli occhi. Abbiamo distribuito 55 pacchi viveri. Non ero sola in questa prima esperienza: all’iniziativa hanno aderito anche un ragazzo di Pavia, una ragazza di Milano est e un gruppo di cinque ragazzini del secondo anno di un istituto alberghiero sito poco lontano dall’associazione. Mi ha colpito molto la disponibilità di questi ultimi ad attivarsi per questa iniziativa e la naturalezza con cui eseguivano le disposizioni che venivano impartite e la gentilezza con cui si rivolgevano ai bisognosi. Avevano proprio voglia di fare. Al termine della giornata avevo addosso una sensazione positiva, mi sono sentita utile, parte di un gruppo. Ed è questo che mi ha fatto decidere che non sarebbe stata un’esperienza di volontariato isolata. Spero in futuro di poter essere più attiva in quest’associazione che mi ha ricordato che, oltre che con qualcosa di materiale come il cibo, si aiuta a far stare meglio le persone anche solo con un sorriso accogliente.

Roberta Fina

Il servizio civile all’estero

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Ai giorni nostri si è soliti recarsi all’estero per viaggi di piacere, lavoro, studio. L’estero il più delle volte rappresenta una corsa sfrenata verso qualcosa di nuovo, di diverso, di migliore. Per la prima volta scelgo di raccontare l’esperienza vissuta da Andrea, un mio caro amico d’infanzia, il quale è reduce di un’esperienza di servizio civile in Polonia.
Andrea è partito da solo all’età di 19 anni alla volta di Bydgoszcz, città del nord della Polonia, nel Novembre 2010 ed ha fatto ritorno in Italia nell’Agosto 2011.
“Ciò che mi ha portato ad intraprendere tale esperienza è stato l’immenso stato di confusione mentale in cui mi trovavo al termine del liceo. Non sapevo cosa fare della mia vita e chi volevo diventare…volevo crescere e questa poteva essere per me l’occasione per farlo”, queste sono le parole di Andrea per spiegare le motivazioni alla base della sua partenza. Al fine di ciò, ha contattato il Comune di Cremona (ufficio Politiche Giovanili), sua città di residenza, per poter essere selezionato tra i candidati. Dopo aver terminato tutte le procedure burocratiche ed aver seguito lezioni di polacco gratuite, organizzate dall’ente inviante, è partito con un biglietto di sola andata, destinazione Bydgoszcz.
Una volta arrivato è stato accolto e condotto nell’appartamento di un convitto universitario, luogo che diventerà la sua nuova casa in condivisione con altri tre ragazzi provenienti da tutta Europa ed anch’essi volontari in servizio civile. Dal giorno seguente è stato inserito presso una scuola per l’infanzia gestita dalla parrocchia cattolica locale. La sua funzione era principalmente educativa e di affiancamento e sostegno al corpo docente. Tale attività lo ha impegnato per circa 8 mesi. Andrea così ricorda quel perido: “Inizialmente il problema dell’incomprensione della lingua mi rendeva le cose difficili. Inoltre, era la prima volta che lavoravo a stretto contatto con i bambini, quindi per me era un po’ tutto nuovo. Ciò che mi ha dato il coraggio di andare avanti è stata una grande forza d’ animo e la passione per i bambini che mia madre, maestra della scuola dell’infanzia, mi ha trasmesso.”
Andrea afferma che stare a contatto con bambini così piccoli, di età compresa tra i 3 e i 5 anni, l’ha aiutato a maturare, “obbligandolo” a diventare più responsabile. “Per la prima volta in vita mia mi sono occupato di qualcuno che non fossi io o una persona della mia famiglia”.
Un’altra esperienza molto intensa da lui vissuta durante la sua permanenza in Polonia è stata la convivenza con giovani disabili in occasione di una vacanza al mare.
Nonostante la brevità del soggiorno, la vicinanza di queste persone (ragazzi e ragazze tra i 15e i 23 anni portatori di differenti disabilità psico-fisiche) si è rivelata fondamentale per la sua crescita personale. A proposito di ciò così dichiara: “Inizialmente, ho avuto una spontanea reazione di spavento di fronte alla diversa abilità. Ma le due settimane che ho trascorso con loro hanno avuto un’ importanza fondamentale per me. A livello materiale si trattava di persone nullatenenti, spesso reduci di traumi ed abbandoni familiari, ma capaci di trasmetterti molto a livello umano, capaci di farti sentire uno di loro”.
Il contatto diretto con questi giovani gli ha permesso di maturare, di imparare a gestire se stesso e saper gestire l’altro nelle situazioni più svariate ed imprevedibili. “Si, credo che l’imprevedibilità sia una caratteristica propria della disabilità. Se un attimo prima va tutto bene, l’attimo dopo potrebbe accadere qualcosa di imprevisto in grado di capovolgere completamente le carte in tavola e sta a te saper affrontare la situazione nel migliore dei modi”.
Altro elemento alquanto significativo è rappresentato dalla conoscenza di numerose altre persone, professori universitari, cittadini polacchi, altri giovani volontari. Tutti loro, in qualche modo, vengono ricordati come piacevoli compagni di viaggio. La conoscenza con i “colleghi”, la convivenza con altri volontari di diverse nazionalità, l’incontro con culture differenti hanno permesso ad Andrea di arricchirsi molto, di riempire quel vuoto e quella confusione con cui era partito.
A tal proposito, trovo interessante esprimere il suo orgoglio al termine dell’esperienza vissuta. Si è trattato di un’esperienza intensa e difficile che lo ha reso più uomo, più consapevole e responsabile di se stesso e di ciò che gli sta intorno. In conclusione, Andrea si esprime così: “Quella del servizio civile all’estero è stata una vera prova con me stesso e il ricordo della nostalgia che provavo alla vigilia del mio ritorno nel lasciare quel pezzo di vita, mi fa pensare di averla vinta davvero.

Letizia Bonelli

IL GIOCO DELLE REGOLE – PROGETTO De.vi.l.s. Quando il gioco di ruolo diventa esperienza formativa

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Il gioco delle regole nasce all’interno di un percorso di prevenzione alla devianza realizzato negli anni 2003-2005 dal gruppo De.vi.l.s. all’interno dell’IPSSCTS L. Milani, e si propone come uno strumento specifico per avviare un proficuo scambio formativo tra i partecipanti.
Il gioco di ruolo è una delle numerose metodologie attive che punta verso l’apprendimento attraverso l’esperienza in un setting protetto. Trova la sua originalità ed efficacia nell’istituzione di uno spazio all’interno del quale, chi è chiamato a essere formato, ha la possibilità di impersonare un ruolo completamente sganciato dalla sua esperienza quotidiana e quindi svincolato dalle tipizzazioni internazionali (schemi di comportamento) ormai acquisite e rassicuranti.
Il progetto De.vi.l.s. – detenuti vicino alle scuole – nasce dai detenuti ristretti nella sezione Staccata della II Casa di reclusione di Milano-Bollate durante i primi mesi del settembre 2003.
Discussioni ampie come il senso della pena, le costrizioni della detenzione, il ruolo della struttura carceraria, il reinserimento per i detenuti, l’indagine dei percorsi di vita e della cultura di appartenenza, l’individuazione della scelta consapevole nell’atto deviante, hanno aperto interrogativi e riflessioni consentendo ai detenuti di percepirsi come soggetti attivi carichi di esperienza da poter condividere. L’esperienza deviante e l’esperienza carceraria, qualora condivise e aperte alla conoscenza altrui, possono essere reinserite nella società, non più come errori che necessitano di un giudizio, ma come esperienze significative nella prevenzione alle scelte devianti e non solo.
Il confrontarsi con il carcere e i suoi ospiti, riporta la società civile a doversi occupare dei propri dettati costituzionali e a riappropriarsi della propria cittadinanza attiva e responsabile, a dover riflettere sui sensi e i significati della pena e porta i detenuti a doversi confrontare con i pregiudizi e preconcetti a loro rivolti.
Il raccontare cos’è il carcere ha voluto che il progetto avesse al suo interno la presenza anche degli agenti di polizia penitenziaria e degli operatori che lavorano nelle carceri affinché tutte o quasi le parti in gioco potessero raccontare questo sistema da più punti di vista.
La scelta dei giovani come possibili referenti di un confronto è risultata ovvia, individuando nelle fasce giovani i soggetti più a rischio di devianza e il nucleo futuro della propria società. Conoscendo molto bene la realtà dei quartieri dove la criminalità è perpetua nel tempo si pensa di poter essere in grado di fornire agli adolescenti un valido spunto di riflessione su ciò che le scelte di tipo criminoso possono togliere o “donare”, avendo la conoscenza diretta di quel sistema a porte girevoli che è il carcere e delle sue contraddizioni, i collaboratori del progetto De.vi.l.s ritengono di poterli aiutare a riflettere su un’esperienza che nella vita è meglio non fare, trovando nel confronto un arricchimento e una crescita personale.

Rabaioli Martina

Calabria Solidale: Fa’ La Cosa Giusta

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Compleanno importante per Fa’ La Cosa Giusta: quest’anno la Fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili ha festeggiato la sua 10ª edizione.
L’appuntamento è andato in scena dal 13 al 17 marzo alla Fiera di Milano, organizzata da Terre Di Mezzo Eventi in collaborazione con Insieme Nelle Terre Di Mezzo Onlus.
Gli espositori erano oltre 700 per 11 sezioni tematiche: Abitare Green; Critical Fashion; Cosmesi Naturale e Biologica; Turismo Consapevole; Il Pianeta dei Piccoli; Servizi per la Sostenibilità; Pace e Partecipazione; Commercio Equo e Solidale; Editoria e Prodotti Culturali; Mangia Come Parli e la sezione speciale del 2013, Mobilità Sostenibile, dedicata ai veicoli elettrici a basso impatto ambientale.
Tra gli interessanti progetti presentati nel corso della manifestazione c’è Calabria Solidale, che riunisce una ventina di aziende agroalimentari calabresi produttrici di vino, olio d’oliva e arance, nel segno del rispetto per l’ambiente e della legalità. La parola d’ordine è infatti “Fair Trade”, ovvero commercio giusto.
La fondazione del gruppo risale a gennaio, ma la prima uscita ufficiale è proprio a Fa’ La Cosa Giusta.
Calabria Solidale nasce da un’idea di Stefano Magnoni, il fondatore della cooperativa di commercio equo e solidale Chico Mendes di Milano.
I tre principi alla base del progetto sono legalità e rispetto della natura e dell’uomo, solidarietà e trasparenza. Tutte le aziende aderenti, infatti, hanno in vigore contratti di lavoro regolari e produzioni che non inquinano ma anzi cooperano con l’ecosistema.
In secondo luogo, i titolari collaborano tra loro per migliorare la qualità e abbassare i costi – quelli di trasporto ad esempio, ma anche di commercializzazione – e infine applicano la regola della trasparenza, che consente ai consumatori di conoscere il prezzo di partenza e finale della merce, saltando tutti gli intermediari e puntando su una filiera il più corta possibile.
Per maggiori info http://www.calabriasolidale.it.

Jacopo Bordoni

L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

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Comunicare è ESSENZIALE! La comunicazione è un’azione importante nella vita di tutti i giorni e tra tutti gli individui. Le motivazioni possono essere molte: se manca la comunicazione le idee non possono avere un passaggio, le scoperte rimarrebbero nascoste, i pensieri non verrebbero condivisi, le persone non si conoscerebbero pienamente tra di loro e così mancherebbe anche una messa in comune delle situazioni positive o negative. È importante comunicare non solo per sfogarsi, per condividere dei pensieri, dei problemi o delle situazioni ma è fondamentale anche per trovare insieme ad altre persone la soluzione più adatta ad essi. I nostri interlocutori possono così svolgere sia un importante ruolo di supporto emotivo, spesso attraverso l’ascolto, ma anche un ruolo di consigliere: capace di farci ragionare, di farci cambiare idea, di accedere ad un’altra visione della situazione e di trovare delle soluzioni. Ho imparato, grazie all’esperienza vissuta con il tirocinio di secondo anno, che comunicare ti permette anche di conoscere meglio se stessi, di riconoscere i propri pregi ma anche i propri limiti e riuscire così a ragionare, con qualcuno più grande e più esperto (il tutor), su come affrontarli e, in un certo senso, come riuscire a modificarsi per ricoprire al meglio il ruolo di assistente sociale. COMUNICARE TI PERMETTE DI APRIRE GLI OCCHI E LA MENTE! Nella vita di tutti i giorni ho invece scoperto che molte persone preferiscono non comunicare con gli altri e tenersi tutti i problemi per sé, ma facendo così, molto spesso, si finisce per nascondere i problemi anche a sé stessi, cercando così di cancellarli o dimenticarli senza mai affrontarli, ma in un modo o nell’altro essi riemergeranno. Questo processo crea una sorta di frustrazione in questi individui, i quali si sentono incapaci, in balia della situazione e degli eventi negativi per loro incontrollabili e tendono a ignorare ed eludere il problema piuttosto che risolverlo, vivendosi comunque come perdenti. L’importanza di quest’ azione raggiunge il suo culmine all’interno della professione di Assistenti Sociali. Quest’ultimi devono basarsi su diverse tecniche per compiere in modo efficace il proprio lavoro, una di queste, la più importante, è sicuramente la COMUNICAZIONE. Essa viene messa in atto sia con altre figure professionali ma anche, e soprattutto, con gli utenti attraverso diversi strumenti, il più importante è il colloquio, il quale si può definire come lo strumento principale dell’assistente sociale per definire e raggiungere gli obiettivi di cambiamento, per accogliere e ascoltare l’utente, per comprendere i suoi bisogni e per sviluppare le varie fasi del processo di aiuto.
Le differenze subculturali quali classe sociale, aspetto esteriore, lingua, etnia, età e sesso possono aumentare le difficoltà nel colloquio tra assistente sociale ed utente, limitandone l’empatia e la capacità di comprendere i bisogni dell’altro. L’utente giunge al colloquio con il suo retroterra che influenza il suo modo di pensare, sentire e agire, ma anche l’assistente sociale porta con sé un insieme di fattori identificativi e deve essere in grado di conoscerli per limitare la loro influenza nel comportamento durante il colloquio. L’interazione è quindi reciprocamente condizionata, ma la struttura del colloquio è asimmetrica perché l’operatore è considerato l’esperto, la persona affidabile in quel campo. Tale posizione “up” consente all’assistente sociale di decidere il cambio di argomento indirizzando il colloquio, di segnalare eventuali errori di interpretazione e definire i limiti del rapporto professionale. Ma è proprio per questa posizione che ricopre, che l’utente si rivolge a lui/lei: vuole ottenere delle risposte teoricamente affidabili e fondate; quindi l’operatore deve essere in grado di fornire risposte qualificate nel suo settore lavorativo, ed ha inoltre il potere di ricompensa perché in base alla sua valutazione professionale può controllare l’accesso ai servizi che il proprio ente mette a disposizione in favore dei cittadini. È sicuramente anche molto importante che l’assistente sociale debba interrogarsi su se stesso per poi riuscire a comprendere l’altro, cercando strumenti adatti alla valutazione di ciò che è nuovo per lui, ma che siano soprattutto strumenti finalizzati all’aiuto. “Gran parte della distanza sociale e psicologica viene ridotta dall’esperienza professionale, che sviluppa la capacità di una persona ad intendersi e rapportarsi con gruppi diversi della comunità e che fornisce la conoscenza base di questa comprensione”. (Kadushin,1980)
L’assistente sociale deve tener sempre presente che ogni persona è unica, diversa da tutte la altre, e quindi, anche se riporta un bisogno comune ad altre persone, ci si dovrà rapportare in modo diverso; infatti ogni relazione d’aiuto, che istaura con i propri utenti, è differente da ogni altra. L’operatore ha, quindi, il dovere di dare spazio all’ascolto e di porre maggior attenzione a chi ha bisogno di tempo per esprimersi, per valorizzare l’individualità di ciascuno e svolgere con cura il proprio lavoro. Solo attraverso l’ascolto l’operatore è capace di capire chi è realmente la persona che si trova davanti, di leggere i nuovi fenomeni ed è competente nel rispondere in modo aderente ai nuovi bisogni sociali. È fondamentale innanzitutto ascoltare e riconoscere ciò che l’interlocutore/utente dice, anche se non si è d’accordo, non bisogna parlare subito della nostra esperienza o esprimere subito il nostro punto di vista. Per poter infatti ottenere più attenzione da parte del nostro interlocutore/utente in situazioni tese, è necessario innanzitutto prestare attenzione al suo messaggio. È anche opportuno riformulare a parole nostre ciò che abbiamo ascoltato (specialmente i suoi sentimenti) prima di esprimere i nostri bisogni, pensieri o la nostra posizione, per far sì che il soggetto si senta ascoltato e capito. Ascoltare in modo disponibile è sempre un modo valido per far capire agli altri che ci stanno a cuore e che ci prendiamo cura di loro. Ascoltare gli altri costituisce una premessa indispensabile per far sì che anche gli altri ci ascoltino. Si può sicuramente affermare che la capacità di ascolto è la chiave di volta del successo come assistenti sociali. Ma che cosa significa ascoltare davvero? Quali caratteristiche deve avere l’ascolto per essere davvero efficace? Innanzitutto bisogna distinguere tre concetti che sono sinonimi solo in apparenza, cioè udire, sentire ed ascoltare: il primo è la ricezione passiva di messaggi inviati dagli altri, il secondo si colloca già ad un livello superiore, in quanto implica un coinvolgimento emotivo, invece ascoltare è un’operazione ancora più complessa, in quanto è un atto volontario di percezione e interpretazione del messaggio trasmesso. Chi ascolta veramente si impegna a comprendere, arricchendo le proprie qualità umane e professionali. Ascoltando, possiamo apprezzare di più ciò che fanno i nostri colleghi sul lavoro, come si sentono e perché; a casa possiamo capire meglio quali sono le speranze, paure e problemi della nostra famiglia; con un utente possiamo comprendere realmente qual è il suo disagio, la sua situazione e come aiutarlo. L’ascolto, quindi, non serve solo per comprendere ma apre anche nuovi orizzonti. E’ la chiave per imparare. E’ difficile persino immaginare un successo in ambito relazionale e comunicativo senza possedere buone capacità di ascolto, e man mano che diventiamo abili ad ascoltare, cominceremo a scoprire dei cambiamenti in noi stessi. Gli altri individui, rendendosi conto che siamo dei buoni ascoltatori, ci verranno a parlare di questioni che gli stanno a cuore; diranno che li abbiamo aiutati a risolvere i loro problemi, semplicemente ascoltandoli e dandogli la possibilità di “sentirsi” mentre parlano; diranno anche che noi li abbiamo fatti sentire compresi (anche se magari non eravamo d’accordo con loro); e che noi rispettiamo, non solo loro in quanto persone, ma anche ciò che hanno da dire. Più ci si parla ed ascolta, più opportunità si avranno di crescere ed imparare insieme. È importante fare un’ ulteriore distinzione tra: comunicazione verbale e comunicazione non verbale. L’assistente sociale deve prendere in considerazione tutte e due questi modi di comunicare, deve sì ascoltare ciò che l’utente gli sta comunicando attraverso le parole/ il linguaggio ma deve saper anche cogliere ciò che l’utente sta comunicando implicitamente, attraverso il linguaggio del corpo. Raccogliendo, così, tutte le informazioni possibili. Inoltre anche i silenzi sono una parte molto importante del colloquio: gestire i silenzi non è semplice, spesso l’assistente sociale parla per coprire il silenzio dell’utente, ma è invece necessario dare un significato a quel momento. Anche imparare a comunicare efficacemente ci offre una serie di vantaggi incalcolabili sia nella vita personale sia in quella professionale. Chi è davvero in grado di comunicare con se stesso e con gli altri:
1. Raggiunge più obiettivi nella propria vita personale e professionale.
2. Si diverte di più ed è più sereno.
3. Coordina meglio le proprie attività di vita con quelle delle persone per lui/lei più importanti. Vivere e lavorare con gli altri sono infatti attività intensamente comunicative. Più riusciamo a capire i sentimenti e i desideri degli altri, più chiaramente gli altri potranno capire i nostri.
4. Ispira più rispetto negli altri. Siccome molta parte della comunicazione si basa sull’imitazione, se noi adottiamo un’attitudine più attenta e rispettosa verso gli altri, li incitiamo di fatto a comportarsi allo stesso modo verso di noi.
5. Esercita maggiore influenza sugli altri: comportandosi in modo onesto, attento e responsabile nei confronti degli altri, è più probabile che riesca a coinvolgere e a raggiungere dei compromessi, ottenendo più collaborazione da loro.
6. Riconosce e gestisce costruttivamente i conflitti : ognuno di noi ha talenti e capacità diverse, pertanto collaborando possiamo raggiungere obiettivi che da soli non potremmo mai raggiungere. Ma gli altri sono anche diversi da noi in termini di interessi, bisogni, valori: è naturale che si manifestino conflitti interpersonali. Una buona comunicazione costituisce pertanto un ottimo antidoto ai conflitti ed è inoltre alla base della loro gestione costruttiva.
7. E’ in grado di raggiungere uno stato di pace mentale: siccome il modo in cui trattiamo gli altri si riflette sul nostro stato mentale ed emotivo, un modo sereno e creativo di rapportarci agli altri contribuirà ad abbassare il nostro livello di stress e a farci sentire meglio.
8. Entra in contatto più profondo con gli altri : imparare ad ascoltare attentamente e ad esprimersi efficacemente ci permettono di entrare in un contatto più profondo con noi stessi e con gli altri.
9. Vive in modo più sano :il sostegno emotivo che è alla base di una buona relazione con gli altri rappresenta un elemento di primo piano per affrontare e superare i problemi.
Posso inoltre affermare che tutti noi possiamo acquisire con facilità una serie di competenze o sviluppare le nostre capacità se diventiamo protagonisti della nostra esperienza di apprendimento. In altri termini, si impara meglio facendo, attraverso l’esperienza personale. L’esperienza può anche essere una dura maestra, ma è senz’altro il metodo più efficace per imparare. Non esistono purtroppo metodi facili per imparare a comunicare meglio e creare relazioni positive con se stessi e con gli altri: comunicatori non si nasce, ma si diventa. Imparare a comunicare positivamente è come apprendere un’ arte. Premesso che una persona o un’ assistente sociale sia effettivamente motivata a migliorarsi dal punto di vista personale e/o professionale, rimane il problema di stabilire come farlo. Si può tentare attuando le seguenti azioni: comunicare con se stessi, mettersi in ascolto, esprimersi efficacemente e gestire in modo costruttivo un eventuale conflitto. Si può concludere dicendo che uno stile di vita improntato alla cooperazione, alla comunicazione e a buone relazioni con gli altri ci permette di vivere meglio e di svolgere al meglio il lavoro di assistenti sociali.

Lisa Petrone

VITE “NON DEGNE” – Butterfly Circus.

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Mi è capitato qualche tempo fa di imbattermi in uno splendido cortometraggio del regista J. Weigel, i 20 minuti meglio spesi della mia vita.
Sto parlando de “Il Circo della Farfalla” che racconta la storia di Will interpretato da Nick Vujicic, l’uomo senza arti nella finizione filmica così come nella vita reale.
Nick Vujicic nasce a Melbourne, Australia, con una rara malattia genetica, la Tetramelia, che lo costringe ad una vita priva di arti, di entrambe le braccia ed entrambe le gambe ad esclusione di due piccoli piedi.
A causa del suo handicap inizialmente Nick non può frequentare la scuola tradizionale (così come prevede la legge australiana), ma la legge cambia e Nick è uno dei primi disabili a frequentare la scuola normale.
A otto anni, schiacciato dalla depressione data dalla sua condizione, decide di suicidarsi annegando in una vasca da bagno.
Sopravvissuto al tentativo inizia a pensare al senso della sua condizione e a “sfruttarla”.
Impara a scrivere, a muoversi e a vivere una vita normale utilizzando principalmente i piedi, a 17 anni fonda la associazione non-profit “Life Without Limbs”, si laurea in economia e scrive il libro “Senza braccia, senza gambe, senza preoccupazioni”.
Nel film interpreta Will, “una perversione della natura, un uomo – se cosi si può dire- a cui Dio stesso ha voltato le spalle””, in mostra tra i fenomeni da baraccone nel padiglione delle mostruosità umane ed esposto alla perfidia degli spettatori, ai pregiudizi e alla crudeltà del pettegolezzo.
E’ proprio in questo momento, in cui la sua dignità di persona si annichilisce pian piano e in cui, giorno per giorno, si convince di essere un non-uomo, un progetto non riuscito, che incontra Méndez, proprietario del Circo della Farfalla, che vede Will con occhi diversi e che gli insegna che “Ciò di cui ha bisogno questo mondo è un po’ di stupore”.
Méndez dirige un altro tipo di spettacolo, porta in pista contorsionisti, giocolieri, acrobati e artisti pieni di forza, colore ed eleganza.
Un circo che è opera di riscatto dalla povertà e dalla perdita della capacità di dare un senso alla propria vita e alla propria condizione fisica, morale e sociale fino a trovare la risorsa più pura : se stessi.
Méndez, con metodi perfino bruschi nei confronti di Will e dei suoi artisti, cerca di abbattere non le barriere architettoniche (ossessione del nostro tempo), ma quelle psicologiche e naturali che separano non tanto dal mondo, ma da sé stessi e dalle loro reali capacità.
A contatto con loro Will rinasce, sfidato da una frase che gli rivolge Méndez che svela la legge più profonda della vita: “Se solo potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri […] tu un vantaggio ce l’hai: più grande è la lotta e più glorioso è il risultato”.
Perfetto equilibrio tra messaggio morale intriso dei più candidi valori umani e la gestione del “se stesso” come punto di forza, il tutto incorniciato dalla delicatezza mai retorica del racconto, dai passaggi mai buonisti e stucchevoli da clichè, il film mette in scena la metamorfosi da bruco a farfalla che spicca il volo.
Will impara a vivere la sua condizione umana e a sfruttarla come risorsa fondamentale per sé e per gli altri come realmente fa Vujicic e come realmente dovrebbe fare ogni persona. In ogni condizione. E soprattutto come ognuno di noi, futuro professionista, dovrebbe aiutare a fare tenendo sempre ben presente ogni più piccolo appiglio di capacità personale che potrebbe portare il nostro utente a riscoprire il proprio “senso”.

Caglioti

La rappresentazione cinematografica dell’Assistente sociale oggi e l’utilizzo dei media nei servizi.

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Moonrise Kingdom (2012) racconta di una fuga d’amore adolescenziale ambientata nell’Inghilterra del 1965. All’interno del film trova spazio anche la figura di un’assistente sociale, rappresentata secondo gli stereotipi più diffusi e persistenti che ancora oggi accompagnano la professione.

Anzitutto viene da pensare che la scelta di Tilda Swinton per interpretare questo ruolo non sia dettata dal caso. Tilda Swinton, infatti, attrice dal volto androgino, ha interpretato ruoli quali l’ambiguo Orlando (tratto dal libro di Virginia Woolf), oppure una strega regina dei ghiacci nel“ Le cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio”, nonché una fanatica leader di una comunità neo-hippy nel film “The beach”.

Ma, a prescindere dall’attrice, la figura dell’assistente sociale in questo film risulta estremizzata, sia nell’aspetto, sia nei comportamenti. L’AS, infatti, indossa una divisa blu, a metà strada tra un marinaio e un controllore; quando si rapporta con gli altri personaggi non si presenta mai con il proprio nome, ma attraverso l’impersonale etichetta di “Servizio sociale”. Il tratto ancora più sconvolgente è sentirla parlare sempre in terza persona.

Rappresenta l’iperbole della spersonalizzazione e della fusione tra istituzione e professionista. Il suo mandato è prendere in carico il ragazzo orfano e fuggivo per portarlo in un istituto in cui potrebbe anche ricevere l’elettroshock come misura di correzione per i suoi comportamenti! Eseguirà il suo compito nella maniera più burocratica e asettica possibile, valutando il caso solo sulla base delle informazioni cartacee ricevute, seduta nel suo ufficio e senza mai prendere contatti personali con il suo utente. Incarna sicuramente il personaggio più negativo di tutta la storia e solo alla fine del film sembra lasciarsi andare ad uno slancio di umanità.

Il regista ricalca lo stereotipo dell’assistente sociale “ladro di bambini”, braccio senza cervello di un’istituzione capace di agire prettamente sulla base di ordini imposti da un autorità superiore, totalmente privo di un proprio autonomo agire professionale.

Questo film fornisce un altro duro colpo all’immagine dell’assistente sociale, professione che stenta ad affermare, sia nei confronti delle altre figure impegnate nel sociale, sia verso gli utenti, un’immagine dai confini chiari e fondata su principi etici, basati sulla considerazione dell’unicità di ogni persona.

La filmografia, in ogni caso, costituisce uno dei feedback in grado di delineare lo sviluppo o, come in questo caso, la stagnazione dell’ immaginario collettivo. Bisogna però considerare che l’immaginario viene costruito anche attraverso lo stesso mezzo che lo descrive, in un circolo che si autoalimenta. Una sfida presente e futura è quindi lavorare costantemente alla creazione di relazioni significative con l’utente e le istituzioni.

Un’idea potrebbe essere quella di sfruttare la potenza mediatica dell’arte e dell’immagine per far conoscere ed avvicinare gli esterni. Si potrebbero, per esempio, girare dei cortometraggi e dei documentari per divulgare le azioni dell’A.S. nelle molteplici aree di intervento, con lo scopo di rendere meno ambigua e più vicina all’utente la professione. All’interno dei siti internet delle istituzioni e dei servizi, in aggiunta al tradizionale opuscolo esplicativo, potrebbe diventare una prassi pubblicare video in cui l’assistente sociale descrive il proprio lavoro, sia per una questione di trasparenza e chiarezza, sia per dare un volto umano e rassicurante all’utente che si approccia per la prima volta al nostro mondo tutt’oggi oggetto di mistificazioni e leggende.

Monica lutzu

Il “Fontanile”

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In una società sempre più in crisi di valori, dove oramai si pensa sempre di più solamente a noi stessi e a come arrivare “sani e salvi” a fine giornata, in cui aumenta giorno dopo giorno il bisogno di sorridere, di qualcosa che ci ricordi cosa vuol dire aiutare e pensare al prossimo, è bene parlare di cosa è rimasto di positivo all’interno della nostra comunità. Andiamo a parlare quindi di una delle cooperative più importanti e famose del territorio milanese, ovvero il “ Fontanile”.
Il Fontanile è una cooperativa sociale che opera a fianco delle persone con disabilità. L’obiettivo di questo gruppo è quello di rendere più facile la vita di questi ragazzi e ragazze, aiutandoli soprattutto a vivere una vita indipendente, in cui essi possano sorridere, amare e sognare come tutti noi. La visione del “Fontanile” è quella di un mondo dove le persone con disabilità siano parte attiva della comunità, un mondo dove queste persone possano vivere in maniera autonoma diventando dei cittadini veri e propri.
Tutto parte nel 1999 quando nei pressi di un fontanile situato all’interno del Parco Lambro di Milano nasce questa cooperativa sociale che da allora è diventata una vera e propria sorgente di risposta ai bisogni delle persone con disabilità. Inizialmente vennero attivati in Cascina Biblioteca i servizi di rieducazione equestre, formazione all’autonomia e tempo libero, così da poter offrire alle persone disabili l’opportunità di socializzare e dare alle loro famiglie la possibilità di confrontarsi. Dal 2004 nascono ulteriori servizi, ad esempio proprio in quell’anno il Fontanile comincia a gestire il Centro Diurno Disabili “ Galileo Ferraris “ con l’obiettivo di soddisfare i diversi bisogni delle persone disabili. Nascono poi diversi servizi residenziali: promuovendo questo tipo di prodotto, che si sviluppa sulle caratteristiche peculiari di ogni disabile, il Fontanile cerca di essere casa, protezione, assistenza e voglia di indipendenza realizzando progetti per tutte le persone che ne hanno davvero bisogno. Ricordiamo che la sede legale della comunità si trova oggi in via Casoria 50 a Milano.
Quali sono le mete a cui punta questa associazione? Innanzitutto migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità e prendersi cura delle stesse, promuovere e sostenere i valori e la pratica della cooperazione sociale, diventare un’impresa di comunità capace di rispondere alle domande del territorio in modo competente, professionale e sostenibile. È un movimento in continua crescita, basti pensare ai numeri associati a questa cooperativa: più di 100 persone seguite ogni giorno, 320 persone disabili prese a carico solo nel 2012, 2 milioni di fatturato, 57 dipendenti e 55 volontari.
Proprio i volontari possono essere rappresentati come il cuore dell’associazione: dedicano tempo, spazio e attenzione ai ragazzi, con tutto l’entusiasmo possibile, ricevendo in cambio tanto affetto e calore. Gli educatori sono i più bravi in circolazione, la loro grande competenza e superata solo dal grande amore che provano per il loro lavoro e per le persone che aiutano quotidianamente. I responsabili del “Fontanile” riescono a fare sentire partecipe ogni membro, ricordando loro ogni giorno quanto sono importanti e fondamentali per la cooperativa. Sembra di stare parlando di una grande famiglia e in effetti lo è, tutti i membri si prendono cura uno dell’altro senza chiedere in cambio niente.
Approfondiamo il tema dei servizi. Abbiamo già parlato di quelli residenziali, analizziamo quelli diurni. Vengono messe a disposizione delle persone con disabilità una serie di servizi che danno risposte graduando gli interventi secondo del tipo di bisogno. In Lombardia i servizi diurni sono di tre tipi, il CDD ( centro diurno disabili) che è rappresentato dal Ferraris, menzionato precedentemente, l’SFA ( servizio di formazione all’autonomia ) e il CSE ( centro socio educativo ) presente nel contesto della Cascina Biblioteca, un servizio diurno per trenta persone disabili con tante proposte di laboratori ed attività come ad esempio la falegnameria, il laboratorio artistico, quello di musica, di danza-terapia e molti altri. Ci sono servizi riguardanti il tempo libero e lo sport. Il tempo libero dei ragazzi si può svolgere sia nell’ambito della cascina sia in Città, dove ogni anno 70 persone con disabilità, accompagnate da educatori e volontari fanno esperienze ludiche e culturali, viaggi e vacanze. I ragazzi del Tempo Libero vengono aiutati a socializzare fra di loro, spinti verso nuove esperienze e amicizie che si consolidano poi nel tempo. Ogni nuova esperienza settimanale viene vissuta con gioia ed entusiasmo per spingere i ragazzi disabili verso un grado massimo di coinvolgimento. Vengono ogni anno fatte ai ragazzi diverse proposte di attività sportive all’insegna del divertimento e del gioco di squadra.
Inoltre per concludere il discorso sui contributi del “Fontanile” alla società non si può non parlare dell’interesse per i bambini, che la cooperativa considera di fondamentale importanza per la comunità: ogni anno vengono organizzate numerose attività come l’avvicinamento equestre, la City Farm, diversi tipi di corsi e campus estivi – invernali.
Spero di essere riuscito a ricordare, parlando di questo movimento, cosa vuol dire pensare ed aiutare il prossimo. Il “ Fontanile “ è una cooperativa nata per aiutare gli altri, per aiutare chi ne ha bisogno, per aiutare le persone disabili. Esse per via della loro fragilità incontrano difficoltà ad affrontare da sole la vita di tutti i giorni. Grazie al “ Fontanile “ finalmente adesso non sono più sole.

Davide Giuseppe Sabadini

Gabriella Kuruvilla Milano, fin qui tutto bene

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La scrittrice ci propone quattro storie di vita in quattro vie molto conosciute di Milano; la loro fama non è quella delle vie della moda bensì quelle dell’emarginazione.
Quattro personaggi (uno in ogni capitolo) che, fra pregi e fragilità, si districano nella complessità delle loro vite: dalla madre single meticcia dalla doppia identità, all’artista milanese frequentatrice di centri sociali; dall’egiziano ex spacciatore padre di un figlio che non conosce, all’immigrato campano in cerca di una via alternativa alla violenta vita di strada.
L’imponente protagonista del romanzo è indubbiamente Milano, le sue strade, i suoi locali, i parchi, i centri sociali, gli istituti di carità, le scuole, i campi rom.

Quattro fotografie di Silvia Azzari aprono le quattro storie, quattro scatti in bianco e nero che definiscono lo spazio come un luogo di vissuto quotidiano.

Via Padova con Viale Monza, Sarpi e Corvetto luoghi in cui si svolgono le vicende dei protagonisti (Anita, Samir, Stefania, Tony) che si incontrano nelle varie zone della città.
Questi luoghi sono il risultato spesso di una politica dell’esclusione che se non crea ghetti è solo per la vitalità delle persone che abita questi luoghi reinterpretandoli con fantasia e anche per pura sopravvivenza.

La storia che mi ha appassionato maggiormente è quella di Anita, madre single, “né vecchia bianca né giovane nera”. “io, come molti, non faccio niente. (Il non fare nulla è la cosa più difficile del mondo), ha detto Oscar Wilde. Duro lavoro il mio, quindi. Come quello di molti.”
Girovagando senza meta, con Anita e il bimbo neonato, mi fanno scoprire che: “Via Padova è piena di ex industrie. Il centro commerciale è un ex industria, la chiesa evangelica è un ex industria, l’emporio di arredamento è un ex industria, la moschea è un ex industria”. Via Padova “per alcuni è il ghetto, la casbah, il Far West o la banlieue italiana più disastrata. Per altri, invece, rappresenta l’East End milanese: un modello di convivenza possibile. C’è chi non vorrebbe mai entrarci, c’è chi non vorrebbe mai uscirne”.
Anita ha appena perso i genitori in un incidente stradale; in questo caotico quartiere ritrova una sorta di equilibrio: “Via Padova mi accoglie, e io mi sento accolta”.

Non è forse l’accoglienza la migliore chiave di svolta per sciogliere contrasti fra esseri umani?
Io penso di si. Penso che accogliere e sentirsi accolti sono presupposti indispensabili per dare inizio a qualsiasi forma di interazione, fra singoli o gruppi; in un rapporto di conoscenza, d’amicizia ma soprattutto in un rapporto d’aiuto come quello che si instaura, per esempio con un’assistente sociale.

“Milano, fin qui tutto bene” è un libro davvero appassionante che, in poche pagine ci mostra istantanee di una Città come una enorme mescolata metropoli, dove è difficile parlare di integrazione. “Non ne posso più di questa storia dell’integrazione: ma secondo te gli italiani sono integrati in Italia? Io vivo qui da sette anni circa e ne ho incontrati un sacco di italiani che non sono integrati in Italia ma neanche in loro stessi”.

Vi auguro una buona lettura
Alice Pollastro

IDENTITA’ A TERMINE

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Un futuro solido. È questo ciò che manca, ciò che viene negato costantemente a NOI giovani. E quando dico noi mi riferisco a chi studia sperando che l’ansia per gli esami e quelle nozioni accademiche possano servire un giorno a qualcosa, mi riferisco a chi ha lasciato gli studi dalle superiori per poi rendersi conto di aver commesso uno sbaglio e ha avuto la forza di ritornare sui suoi passi, mi riferisco anche a chi lavora e per arrivare ad uno stipendio deve dividersi in mille..almeno avesse il dono dell’ubiquità!!!
Certo, c’è chi riesce ad affermarsi, a costruire qualcosa di concreto, ma quanti sono in realtà?
Ogni giorno ci viene detto “Don’t be choosy”, ci viene chiesto di adattarci a qualunque condizione, senza badare se “questo o quello” è ciò che fa per noi. Ci viene detto che bisogna fare la gavetta, perché “ci sono passati tutti” ma questa gavetta per noi può durare una vita intera. Una condizione di indeterminatezza, di insicurezza sembra essere una costante nella nostra continua crescita e ricerca di autonomia lavorativa.
Sempre più sono i giovani che “scappano”, provano a intraprendere un cammino al di fuori del nostro Paese, spesso senza sapere a cosa realmente vanno incontro, a volte tornando a “mani vuote” o sopravvivendo per non deludere o essere delusi da quella che credevano essere “la nuova America”.
Viene costantemente negata la possibilità di affermare un’ identità lavorativa e personale. Così facendo però non si va a “violare” solamente la sfera economica di una persona, ma viene negato ciò che può rendere un’entità definibile e riconoscibile, lasciando la maggior parte dei giovani in un “limbo”, uno spazio indefinito nel quale vagano costantemente alla ricerca di una solidità.
L’introduzione del lavoro “atipico” in Italia ha prodotto notevoli mutamenti nel mercato del lavoro. Tali mutamenti non sono soltanto legati all’occupazione-disoccupazione, ma riguardano soprattutto il rapporto tra lavoratore e lavoro. Il mercato del lavoro contemporaneo sembrerebbe così includere anche il “Mercato della vita”. Si scambia, oltre alla capacità lavorativa, anche l’intera personalità del lavoratore. Sia che si tratti di precarietà oggettiva, legata alla situazione contrattuale, sia che si tratti di precarietà soggettiva, dovuta ad una percezione personale e alla costante paura di perdere il proprio posto di lavoro.
Ciò che viene proposto oggi è qualcosa di IMPOSSIBILE. Non si può pretendere che un neolaureato o un neodiplomato abbiano avuto esperienza quando il più delle volte c’è la necessità,o meglio l’obbligo di seguire lezioni senza avere possibilità di intraprendere nel frattempo un percorso lavorativo vero e proprio. E poi, perché quantificare l’esperienza? Non sarebbe meglio qualificare l’esperienza?
Credo che la questione sia ampiamente discutibile. Provate a pensare ad un’esperienza pluriennale di una persona che non ha fatto altro che svolgere lavori troppo scomodi per altri , che non ha avuto alcun modo di vedere effettivamente il lavoro per il quale avrebbe firmato un contratto. Ora, questa persona può definirsi ricca di una esperienza lavorativa? Io dico di no.
Riflettiamo insieme sulle modalità di ricerca di un lavoro. Internet, con la sua infinità di siti a cui rivolgersi (e spesso, direi anche troppo, gli annunci sono sempre gli stessi), ci sono poi le agenzie interinali, i giornali (ora praticamente non più consultati), il passaparola e, dulcis in fundo, le raccomandazioni.
I siti internet spesso traggono in inganno, non specificano la mansione, risultano essere così vaghi e non danno una sicurezza sulla ricezione del curriculum inviato. Nessuna risposta, non abbiamo neanche più l’umiliazione di sentirsi dire “Grazie, le faremo sapere”.
E sono proprio in questi siti che si inseriscono cosiddette agenzie, con “comprovata e pluriennale” presenza sul territorio nazionale e internazionale. Società fasulle che promettono lavoro, e lo danno è vero, ma non per quello per cui ci si è proposti. Sono delle vere e proprie truffe contro cui qualcosa sta iniziando a muoversi. Sono “società fantasma” che promettono di farti lavorare in una determinata posizione lavorativa e che in realtà poi si concretizzano come il classico venditore “porta-a-porta”.
Un altro punto su cui riflettere sono le pochissime possibilità di entrare a far parte di una realtà lavorativa piuttosto che di un’altra. Questo perché (così dicono) il mercato del lavoro è ormai saturo. Ma questa condizione a cosa è dovuta? I giovani ci sono … Direi di sì, ma non sono troppi quelli che sono “a spasso”? Quanti occhi pieni di entusiasmo vediamo uscire dalle università tenendo ben in vista la loro laurea lucente in mano e quanti di questi occhi vediamo poi spegnersi sotterrati da contratti indecenti di 15 ore settimanali, di un mese più possibilità di proroghe che non ci saranno mai, di possibile inserimento in azienda. Che vergogna! Sprechiamo talenti come niente fosse e poi ci lamentiamo perché il Paese rimane immobile, cristallizzato nelle sue stesse ferite.
La spiegazione di questa condizione la si trova facilmente: prolungamento dell’età pensionabile. O forse questa è una delle scuse utilizzate per coprire una mentalità radicata a fondo, quella italiana del clientelismo, di chi non lascia la poltrona fino all’ultimo e oltre, dell’Italia che manda avanti “il figlio di”, di un Paese che non vuole crescere e preferisce rimbalzare gravosi problemi dalla destra alla sinistra perché è più comodo così.
Queste dinamiche convergono tutte verso un punto focale e cioè la costruzione di una “identità a termine”. Un’identità che non può costruirsi fino in fondo, non permette di dimostrare le proprie capacità e le proprie qualità. Un’identità che rimane incompleta, tronca, mancante. Le porte sono sempre più chiuse in una società che si presenta vecchia, incapace di accogliere le novità e coltivare nuove forze lavoro (e non di sfruttarle e basta).

Silvia Di Pietro