I “CONDOMINI SOLIDALI” E LA CONDIVISIONE: UNA REALTA’ BIPOLARE.

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Articolo di lunghezza e tema libero di interesse sociale. Questa la richiesta fattami dal gruppo In- formazione. Sono rimasta un po’ spiazzata e non sapevo di cosa avrei potuto parlare. Non per la mancanza di temi a riguardo, ma piuttosto per la vastità di scelta!
Poi mi si è accesa una lampadina: io vivo in una comunità di famiglie, o meglio in un “condominio solidale” e non sono in molti a conoscere questa realtà.
Credo di potermi definire “comunitaria di seconda generazione”, nel senso che la mia non è una scelta di vita personale, ma piuttosto una conseguenza delle scelte dei miei genitori, spero però di riuscire a descrivere e far comprendere cosa sono le comunità di famiglie.
Diverse dalle comunità a cui siamo abituati noi studenti e assistenti sociali, in genere di tipo terapeutico o di tipo professionale, direi che le comunità di famiglie sono dei veri e propri gruppi di auto mutuo aiuto.
Attualmente le comunità di famiglia sono una ventina, ma altre si stanno preparando a partire. L’associazione Mondo Comunità e Famiglie (MCF) le chiama comunità di comunità, nel senso che la comunità considerata oggetto primario dell’associazione è la famiglia che, riconoscendo di non bastare a se stessa, decide, per realizzarsi a pieno, di vivere accanto ad altri in modo solidale.
Attenzione: non si tratta di vivere tutti insieme felici e contenti. La comunità di famiglia vorrebbe fondarsi sul vicinato solidale, sulla fiducia reciproca. Ogni famiglia ha il suo appartamento e possiede una sua sovranità inalienabile. Ognuno è totalmente responsabile di sé e delle proprie scelte.
Generalmente le Comunità si insediano in spazi abbastanza ampi da poter ospitare non solo le famiglie stesse che decidono di seguire un certo stile di vita, ma anche per poter accogliere persone in difficoltà. Le famiglie, le persone che costituiscono le comunità di famiglia ricercano uno stile di vita sobrio, essenziale nei consumi ma anche nelle idee, cercano di investire sulle relazioni con le persone nel rispetto dell’ambiente.
Non esistono regole ferree, ma in genere le comunità decidono di usare uno strumento chiamato “cassa comune” e l’assegno in bianco. I proventi da lavoro di ognuno si mettono insieme e al primo del mese a ogni famiglia o persona che compone la comunità viene affidato un assegno da compilare secondo le necessità mensili e quello che non si utilizza potrà servire alle altre famiglie della comunità.
Le comunità familiari hanno una carta di vita, nominano un presidente con funzioni organizzative che si confronta con gli altri presidenti delle altre comunità. Sono associazioni di mutuo aiuto e sono in rete tra loro.
Le Comunità Familiari hanno una loro carta di vita, si accompagnano con le altre in un Capitolo, nominano un presidente con funzioni organizzative che si confronta con gli altri presidenti. Sono associazioni di mutuo aiuto, sono in rete tra loro.
Inoltre le comunità si prefiggono lo scopo di essere utili non solo a se stesse, ma anche agli altri. Spesso si fanno accoglienze di persone in difficoltà. E non parlo solo di utenti del servizio sociale, parlo anche di persone che sentono l’esigenza di interrogarsi in modo differente per capire quale sia la loro strada.
Le accoglienze vengono attuate a seconda della disponibilità di ogni famiglia.
La scelta dei miei genitori di accogliere adulti e prendere in affido minori in difficoltà ha fortemente influenzato il mio percorso personale e formativo. Mi sento di “confessare” che a volte, la maggior parte delle volte, ho trovato difficile accogliere e accettare in casa una persona estranea che ha la sue esigenze particolari. Tuttavia mi ha permesso di vedere l’affido e l’accoglienza in una prospettiva diversa da quella che studio sui libri, non la prospettiva dell’affidante, ma quella dell’affidatario. Una prospettiva che trovo essere estremamente utile per tutti gli operatori sociali e che talvolta viene un po’ trascurata.
Tornando alle comunità di famiglia la parola chiave è CONDIVISIONE.
Se mi fermassi qui, in base a quello detto in precedenza, sembrerebbe una cosa prettamente economica, ci si mette insieme perché si fa meno fatica a far fronte a esigenze economiche.
In realtà vivere in comunità significa, secondo me, mettersi in gioco e aiutarsi, più che dal punto di vista materiale , da quello personale e relazionale.
Condivisione di esperienze, vissuti, sentimenti . Condivisione utile. Condivisione che in alcune occasioni è profonda e toccante, che permette di conoscere meglio se stessi e gli altri. Condivisione a volte sofferta e difficile.
Io non partecipo alla condivisione della comunità in cui vivo perché, come detto, sono “comunitaria di seconda generazione”, ma ho occhi, orecchie e genitori che condividono parecchio con me.
Personalmente credo che la vita comunitaria sia “bipolare”, se mi si concede il termine. Da una parte è bello e meraviglioso: si può contare sul vicino in un modo particolare che va oltre al buon vicinato. Il vicino più che vicino è amico e compagno, confidente, sostenitore, aiutante. Dall’altra parte a volte è difficile. Il vicino confidente può diventare invadente; la ricerca personale stimolata dal confronto con gli altri può far uscire parti di sé ancora sconosciute; le aspettative possono essere deluse; la convivenza e il confronto possono diventare faticosi.
La comunità aiuta e allo stesso tempo ti chiede di fare sforzi a volte anche grandi. In ogni caso penso che la comunità sia una risorsa importante che può fare la differenza certamente per i comunitari, ma anche per le istituzioni e i cittadini.

Bianca Ravasi

AMOUR

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Durante queste vacanze sono riuscito finalmente a vedere un po’ di film tra cui Amour, lungometraggio scritto e diretto dall’austriaco Michael Haneke, vincitore di svariati premi tra cui la Palma D’oro durante la scorsa edizione del Festival del Cinema di Cannes.
In una grande e vecchia casa di Parigi piena di libri, dove tutto il film si svolge, gli ottantenni George e Anne, insegnanti di musica in pensione, vivono le giornate armoniose di chi ha vissuto sempre insieme amandosi e capendosi, e che adesso serenamente invecchia tra concerti, letture e i lavori domestici di tutti i giorni. Ma Anne è colpita da un ictus: per la coppia la vita cambia irrimediabilmente.
George affronta con l’amore di sempre la nuova quotidianità desolata della malattia della moglie, che assiste anche nelle azioni più intime e sgradevoli, allontanando le infermiere che lui considera “disumane”, accollandosi tutta l’assistenza con una specie di gelosia, tenendo lontana anche l’unica figlia, Eva, come se il suo aiuto potesse essere inopportuno.
Aldilà della trama trovo che questo film sia molto interessante per i suoi aspetti sociologici, in quanto descrive in maniera puntuale e dettagliata il comportamento che l’uomo può assumere quando si confronta con la malattia.
Nello specifico il protagonista della pellicola denota una grande sensibilità e dignità nel fronteggiare il progressivo decadimento psico-fisico della propria compagna.
Tuttavia l’amore incondizionato per Anne porta George a non valutare in maniera oggettiva le diverse possibilità di cura che si profilano per la moglie.
La diffidenza che dimostra nei confronti delle infermiere e di un possibile ricovero presso un struttura per anziani rispecchiano un atteggiamento piuttosto diffuso: in un mondo in cui l’aspettativa di vita è in continuo aumento la problematica dell’assistenza agli anziani si fa sempre più di interesse comune, anche se lo stato e gli enti privati non sono ancora in grado di fornire delle risposte adeguate in termini si di quantità (un numero di strutture sufficienti), sia soprattutto in termini di qualità (personale qualificato, centri all’avanguardia per tecnologie mediche e riabilitative).

Jacopo Bordoni

Vivere con meno è il nostro rinascimento

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Voglio parlarvi di una delle più grandi donne del nostro tempo.
Vandana Shiva, nata a Dehra Dun, nell’India del nord, il 5 novembre del 1952.
Scelgo di ricordare in questo piccolo spazio la grandezza e l’importanza del lavoro e della determinazione di questa attivista ed ecologista indiana nel difendere la dignità del Pianeta e delle comunità che lo abitano.
Dopo la laurea in fisica quantistica presso l’Università di Western Ontario, Canada, l’ormai premio Nobel alternativo per la pace torna in patria e si rende conto del tremendo flagello che vive la sua terra, l’Himalaya: degradazione del suolo, denigrazione delle parti sociali più “deboli”, i contadini, perdita delle colture locali a favore dei maxi piani monocolturali delle grandi multinazionali.
Inizia così il percorso che la porterà ad abbandonare la sua carriera di scienziata per dedicare i suoi studi e le sue conoscenze alla tutela dell’umanità diventando una tra le più autorevoli voci mondiali in difesa della biodiversità, concetto mai come in questo caso inteso nel suo senso più ampio: dalla difesa del suolo alla tutela delle colture tradizionali; dal rispetto per le risorse naturali a quello per le comunità locali che in esse trovano sostentamento.
Scrive numerosi libri nei quali spiega scientificamente e politico-economicamente le scelte prese dalle grandi potenze mondiali del XX-XXI secolo, volte a impoverire sempre di più le popolazioni rurali del Terzo mondo.
Impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa dell’ambiente e delle culture native, è oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi.
Rifacendosi alla crisi attuale del capitalismo Vandana afferma:
“Vivere con meno è il nostro rinascimento. Questo sistema economico è insostenibile, è contro l’ambiente, è contro l’uomo ed è contro il bambino. La libertà non è avere di più ma essere di più, riaccostarsi alle cose semplici e recuperare una dimensione più umana. La nostra libertà è un percorso di spoliazione da quello che in realtà non ci serve affatto.
Il corpo obeso del bambino americano e lo scheletro di quello africano sono il prodotto dello stesso sistema. Obeso non è solo il corpo ma anche la mente dell’uomo occidentale, satura e corrotta da un modo di pensare artificiale, in un gigantesco processo di rimozione collettiva.
Un sistema basato su principi quantitativi e depredatori, sul delirio di onnipotenza della nostra specie, un delirio che ci pone a distanza dalla Terra e danneggia innanzitutto noi.
Il nuovo rinascimento parte da questa consapevolezza e trae alimento dalla denuncia e dalla discussione pubblica. Ed in maniera ancora più profonda dal grande potere d’attrazione che la natura suscita su noi tutti”.
Queste parole sono tratte da “Terra Madre”, il film-documentario di Ermanno Olmi che vede Vandana Shiva tra i protagonisti.

Per chi fosse interessato, tra le opere di Vandana Shiva si trovano: “Sopravvivere allo sviluppo” (1990); “Monocolture della mente” (1995); “Abbracciare la vita” (1995); “Biopirateria” (1999, 2001); “Vacche sacre e mucche pazze” (2001); “Il mondo sotto brevetto” (2002); “Le guerre dell’acqua” (2003); “Le nuove guerre della globalizzazione” (2005); “Il bene comune della Terra” (2006); “Campi di battaglia, Biodiversità e agricoltura industriale” (2009); “Fare pace con la terra” (2012)… Buona lettura!

Daniela Raccagni

TIROCINIO PRESSO IL SERT: INCONTRO CON I TOSSICODIPENDENTI

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Quest’anno ho svolto il tirocinio del secondo anno presso il Sert di Rozzano dell’Asl di Milano 2. Sert è l’abbreviazione di Servizi per le tossicodipendenze. Gli utenti che si rivolgono a tale servizio sono tossicodipendenti da cannabis, eroina o cocaina. In particolare il Sert di Rozzano eroga attività di prevenzione, e di diagnosi e trattamento delle dipendenze; fornisce attività medica, trattamento psicologico, interventi sociali e pedagogici.
Si tratta di un’utenza difficile da gestire. Molti accessi sono spontanei, ma la maggior parte sono coatti. Risulta quindi difficile riuscire ad instaurare un rapporto con la persona tossicodipendente. Ottenere la loro fiducia è fondamentale per provare ad aiutarli.
Nella costruzione del percorso di aiuto l’assistente sociale, ma anche tutte le altre figure operative al Sert quali psicologi, medici ed educatori, sono impegnati a costruire un rapporto, importante per favorire un’alleanza terapeutica. Gli obiettivi da provare a raggiungere sono il recupero sociale e il reinserimento della persona nel suo contesto di appartenenza.
È stata davvero un’esperienza ricca, che in parte mi ha cambiato, che mi ha fatto maturare. Ho acquisito maggiore consapevolezza e convinzione del percorso universitario che sto vivendo. Ma oltre a questo ho imparato a guardare con occhi diversi le persone che fanno uso di sostanze stupefacenti. Molti pensano che siano persone “che se la cercano”. Ma non è così. A tirocinio terminato penso che i tossicodipendenti siano persone fragili, a volte sole, con il desiderio di cercare qualcosa che colmi anche solo momentaneamente il vuoto che hanno dentro, che li faccia evadere da quello che sono, da quello che stanno vivendo. A volte si inizia per provare, ma nella maggior parte dei casi la situazione poi sfugge di mano. La spiegazione scientifica di questo è che la dipendenza è causata dal fatto che le sostanze che vengono assunte provocano modificazioni nei circuiti neuronali e nella normale funzione dei neurotrasmettitori nel sistema limbico, nel quale vi sono le componenti che regolano le funzioni emozionali. A causa di questa alterazione, pur essendo consapevoli delle conseguenze negative, si continua a fare uso di sostanze.
Uno dei momenti più carico dal punto di vista emotivo vissuto durante il tirocinio è stato quando un paziente ha richiesto di andare in una comunità terapeutica, perché, anche se seguito dal Sert, non riusciva ad uscire dalla situazione in cui si trovava: cocaina accompagnata da alcool. Si tratta del paziente che più ho seguito durante i tre mesi passati al Sert: l’assistente sociale che mi ha fatto da supervisora fissava i suoi appuntamenti solo nei giorni in cui ero presente, così da riuscire a seguire il suo percorso.
Quel giorno il paziente è arrivato in evidente stato di tremore e di agitazione. Lui stesso ci ha comunicato di aver fatto uso di cocaina nei due giorni precedenti e più volte nell’ultimo periodo. Inizialmente ho vissuto male la sua richiesta: dal mio punto di vista significava che lì al Sert non riuscivamo ad essergli d’aiuto. Ma confrontandomi con la mia supervisora lei mi ha fatto capire come la richiesta del paziente rappresentasse comunque un elemento positivo. Significava che si stava mostrando cosciente del fatto che il suo percorso non stava procedendo positivamente; e, riconoscendo i suoi limiti, la sua richiesta esprimeva la sua reale voglia di provare a stare meglio. In particolare, mossa dalla sua richiesta di andare nella comunità di San Patrignano, ho iniziato a cercare informazioni su di essa. Così sono finita a leggere le storie di pazienti che testimoniano la loro esperienza. Non so se si può realmente spiegare quanto quelle storie siano cariche di significato e di emozioni. So solo che per un po’ sono stata rapita da tutte quelle brutte esperienze di vita. Storie d’amore, di sport, di brutte compagnie, di rapporti familiari sbagliati: storie di persone fragili che cercano di mascherare tale fragilità, che cercano di dimenticarla per un po’, di nasconderla, di astrarsi da essa. Ma ognuna di queste storie raccontate nel blog si concludevano con il proprio lieto fine: l’uscita dall’incubo della droga.
Mi è piaciuta tantissimo come esperienza, mi ha dato la possibilità di ampliare i miei orizzonti.
Ho fatto miei gli insegnamenti appresi in quei mesi: sia sulla professione che sull’utenza. Quindi non posso che parlarne positivamente. Il tirocinio è uno strumento importante da inserire in un contesto di formazione universitaria. Ti motiva, rende concreto quello che stai studiando, ti sprona a continuare. Ed io in particolar modo ho vissuto con entusiasmo il tirocinio svolto presso il Sert. Di conseguenza non posso che consigliarlo.

Eleonora Rubino

Curare i gay?

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Sono stata invitata da un’amica e assistente sociale alla presentazione del libro “Curare i gay? Oltre l’ideologia ripartiva dell’omosessualità” scritta da tre psicologi e psicoterapeuti sistemico-relazionali Paolo Rigliano, Jimmy Ciliberto e Federico Ferrari, di Raffaello Cortina Editore.
L’evento si è svolto presso il Centro San Fedele di Milano nel mese di settembre. Oltre gli autori è intervenuto Ermanno Ripamonti, docente di Psicologia dello sviluppo e di Pedagogia presso L’Università Statale di Milano e ha moderato il sacerdote Camillo Ripamonti S.I.
Ho letto il libro solo in un momento successivo alla presentazione, stimolata dall’argomento delicato attualissimo che ha però, ho scoperto, radici affondate in un tempo molto lontano. L’incontro è stato suddiviso in due parti: la prima di esposizione dei contenuti e la seconda di un confronto tra gli autori e gli ascoltatori (singoli di età diverse, coppie gay, educatori, genitori di adolescenti..).
Il titolo identifica immediatamente il tema affrontato nel libro, ma può essere interpretato in modo contrastante e sbagliato se ci si sofferma solo a quello: l’orientamento sessuale di gay e lesbiche può essere curato adottando terapie riparative oppure è l’idea che l’omosessualità possa essere curata che bisogna superare?
La definizione di “terapie riparative” esprime chiaramente l’assunto che sta alla base e cioè il pregiudizio che l’omosessualità sia una malattia/ un sintomo/ una condizione che di possa/debba “curare”.
Nonostante da tempo l’omosessualità non figuri più nelle classificazioni dei disturbi mentali usate dai clinici, cancellata nel 1973 dal manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association e nel 1990 dalla classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ancora oggi ci sono psicologi che adottano terapie riparative con la presunzione di poter cambiare l’orientamento da omosessuale in eterosessuale. Eppure rigorose analisi scientifiche hanno dimostrato in modo incontrovertibile l’inefficacia e la dannosità di questi tentativi.
In una società in cui l’omosessualità è talvolta ancora guardata come se fosse un disturbo, le persone omosessuali vanno aiutate a valorizzare a pieno la propria identità e la propria differenza. Questo è il compito che i professionisti devono porsi, al contrario di psicoanalisti vecchio stampo rimasti legati a sorpassate teorie piene di pregiudizi, sconfessate dalla ricerca scientifica, o di una minoranza di terapeuti ideologicamente sottomessi alle fedi fondamentaliste e integraliste, che seguono vecchi dogmi religiosi, tra l’altro del tutto contrari al messaggio evangelico dell’accoglienza delle differenze e della valorizzazione delle diverse forme di amore e di vita.
Ciò che libro ribadisce è che non solo l’omosessualità non è una malattia, ma come ogni orientamento sessuale è un aspetto centrale del Sé, che deve essere valorizzato perché si possa vivere pienamente e serenamente la propria sessualità.
Le persone omosessuali sono degne di essere trattate in modi del tutto normali, allo stesso modo di quelle eterosessuali, con gli stessi diritti. Anche nel campo familiare. Infatti è stato dimostrato che l’orientamento omosessuale dei genitori gay non causa danni ai figli, tanto è vero che a livello internazionale si è arrivati a permettere l’adozione alle coppie gay e lesbiche.
La maggior parte delle persone omosessuali, nelle società occidentali di oggi, vive positivamente la propria omosessualità. Rimane tuttavia una fascia di popolazione, soprattutto tra gli adolescenti e/o i credenti, particolarmente vulnerabile ed esposta all’oppressione sociale, all’invisibilità e alla squalifica e che ha difficoltà a convivere con la propria diversità.
Il libro aiuta tutti coloro che sono interessati a capire le strutture di desiderio, le dinamiche dei legami affettivi ed erotici, oltre i pregiudizi e i luoghi comuni.
Ed è per questo che ne consiglio la lettura. Forse, c’è qualcuno come me che vuole riflettere sulla complessità della dimensione dell’identità sessuale.

Roberta Fina

“LARS E UNA RAGAZZA TUTTA SUA”

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In caso non l’abbiate mai visto, vi consiglio di guardare questo film che viene catalogato come “commedia”. La trama è in realtà molto semplice: si tratta della storia di Lars, ragazzo socio fobico e patologicamente timido, che un giorno si presenta a casa del fratello dichiarando di avere trovato una fidanzata via internet, Bianca.
A destabilizzare la famiglia, composta solo da suo fratello e la moglie di questo, è che in realtà si tratta di una “real doll”, cioè una bambola a dimensione reale, bambole con caratteristiche personalizzate che si possono ordinare secondo i propri gusti. Lars le inventa una vita, una storia e un problema di salute.
La famiglia, sostenuta a breve dall’intero villaggio, finirà per assecondare Lars nella sua follia, su consiglio della dottoressa del Paese, la quale sfrutterà le visite organizzate per “curare” Bianca, per passare del tempo con Lars e comprendere i meccanismi di difesa che il protagonista mette in atto.
Il sesso non c’entra e la pellicola riguarda la sincera relazione sentimentale che il protagonista intrattiene con Bianca. Lars schiva le relazioni con le persone a causa di una di società che l’ha portato a temere i legami profondi, ad evitare le delusioni e a rifiutare il contatto fisico.
Tutto il paese in cui vive si adatta a questa nuova realtà e, dal primo all’ultimo, tutti diventeranno amici della sua “ragazza”, trovandole un lavoro e organizzandole un’agenda fitta di eventi fino a quando, con l’aiuto della dottoressa, Lars tollererà meglio il contatto fisico e riuscirà a fare di nuovo il passo verso una realtà più vera e concreta, arrivando a far morire Bianca per intraprendere una relazione più sana con una collega.

Questo film è stato visionato durante una lezione di Guida al Tirocinio e, come anticipato dal professor Zanolli, ha mostrato come durante un colloquio si debba andare oltre alla richiesta che l’utente porta per concentrarsi sulle problematiche della persona che si ha di fronte.

Samantha Maggioni.

IL CORAGGIO DI VIVERE

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Oggi vorrei parlare di coraggio … Voi lo sapete cosa sia realmente? Io non lo sapevo molto bene, o, per lo meno, presumevo di saperlo, ma ora credo di aver capito di cosa si tratti …
Molti libri tendono a descrivere il coraggio come una “virtù umana” che fa sì che chi ne è dotato non si spaventi di fronte ai “grandi pericoli” che si presentano, ma li affronti con tenacia e determinazione, affrontando la sofferenza e l’incertezza.
Ma il coraggio è molto più di una semplice virtù umana che rende gli uomini eroi grandiosi agli occhi del Mondo; esso è una forza d’animo interiore, presente in tutti gli esseri umani che aiuta a vincere le paure della vita.
Coraggio è anzitutto forza nell’affrontare la vita di tutti i giorni; significa affrontare il dolore, ma allo stesso tempo gioire della propria vita, nonostante le difficoltà che si presentano.
Esso non è superare imprese eroiche per dimostrare al mondo quanto siamo bravi e capaci, bensì riuscire a far fronte alle nostre sfide quotidiane.
Infatti, come afferma Stephen Littleword “Il Coraggio non è sfidare i pericoli più grandi fuori di te, è affrontare il mostro più feroce, dentro di te”.
Per quanto noi esseri umani possiamo essere intraprendenti, abili e intelligenti, necessitiamo di questa forza d’animo per affrontare e superare gli ostacoli imprevisti che si insinuano sulla via della nostra vita.
Coraggio è cercare di essere sempre se stessi, alzarsi ogni mattina non sapendo come andrà la giornata, ma essendo consapevoli che dovrà essere affrontata al pieno delle nostre energie; Coraggio è anche non arrendersi mai, anche quando sembra non vi sia via d’uscita, è lottare con tutte le nostre forze per ciò che vogliamo veramente. Siamo noi che scriviamo la storia della nostra vita.
Coraggio non sono le grandi imprese che conducono una persona al vertice, ma le piccole conquiste e vittorie di ogni giorno, quelle vittorie che ognuno di noi vive e che ci aiutano ad andare avanti.
Coraggio, e qui concludo, sta anche nel sostenere quelle persone che pensano di aver smarrito la strada, aiutandole a superare i grandi dolori senza dimenticare, ad affrontare la vita di ogni giorno con semplicità ed entusiasmo, ad alzarsi dopo una caduta … è bello sentire che accanto a noi c’è sempre qualcuno disposto ad aiutarci e a farci apprezzare le piccole cose.
A volte, senza davvero accorgersene, si può fare davvero molto per se stessi e per gli altri …

Federica Tripputi

La legge è uguale per tutti

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In alcuni paesi (Olanda, Sud Africa, Belgio, Svezia, Canada etc) le coppie omosessuali possono contrarre matrimonio esattamente come quelle eterosessuali. Nello stato di Israele non è possibile contrarre matrimoni omosessuali, ma lo Stato riconosce quelli contratti all’estero. In Sud Africa le coppie omosessuali non solo possono sposarsi, ma possono addirittura adottare figli.
In altre nazioni, invece, le relazioni omosessuali sono persino vietate dalla legge e costituiscono un crimine punibile anche con la morte (Iran, Nigeria..).

In Italia, come ben sappiamo, solo le coppie eterosessuali possono contrarre matrimonio e benché di recente alcuni comuni (per esempio la Milano di Pisapia) stiano istituendo registri per le unioni civili, solo un intervento di carattere nazionale potrà veramente portare a termine questo processo di tutela.
Molte sono le influenze che possono operare a favore/sfavore dell’affermarsi di tali politiche, prime fra tutte l’orientamento politico di un paese o, esempio lampante del contesto italiano, le influenze religiose. Infatti nel mondo classico l’omosessualità era diffusa e accettata, ma con il diffondersi del Cristianesimo le relazioni omosessuali cominciarono a essere poco tollerate; ancora oggi, in Italia, la presenza del Vaticano continua a rallentare questo già complicato processo di estensione dei diritti fondamentali.
Ma nessuna influenza può essere un pretesto per trascurare i bisogni emergenti della società: infatti le esigenze cambiano nel tempo e di conseguenza le leggi, che dovrebbero rispecchiare la società, non dovrebbero essere statiche ma aperte al cambiamento.

Citerò a questo proposito due articoli della nostra Costituzione italiana:
Il primo è l’articolo 29, che recita al primo comma: “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Due le parole chiave: famiglia e matrimonio.
Quando l’Assemblea Costituente scrisse la Costituzione l’idea della famiglia da tutelare era chiaramente quella eterosessuale, ma ora forse dovremmo domandarci perché due donne non possono essere chiamate Famiglia e perché esse non possano legittimare la loro unione come tutte le altre coppie.
Il secondo è invece l’articolo 3, uno dei pilastri del nostro ordinamento giuridico, il quale recita al secondo comma: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Viene così definito il concetto di uguaglianza sostanziale, concetto che non può per definizione limitarsi a rimanere scritto sulla carta e quella degli omosessuali è precisamente una categoria di persone che si scontra con ostacoli sociali ed economici e che sono quindi titolari di una libertà ridotta e di un’uguaglianza negata.

Manuela Oreto.

INCONTRO COL MOTIVATORE AMERICANO JHON FOPPE

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Ho scelto di parlare di un incontro a cui ho assistito recentemente, tenuto dal motivatore americano Jhon Foppe che, nato senza braccia, racconta la sua esperienza di vita. E’ stato un incontro toccante e significativo anche per la nostra futura professione di Assistenti Sociali, in quanto ci troveremo a contatto con casi difficili e dovremo per loro essere agenti di cambiamento.
Dall’incontro con Jhon Foppe ho capito la difficoltà di accettare i propri limiti e a trovare una strategia di cambiamento e miglioramento di noi stessi che possa essere applicata e trasmessa ad altre persone che affrontano quotidianamente difficoltà peggiori delle nostre. Confesso di aver scritto questo articolo un po’ di getto, a tratti può sembrare poco chiaro, ma ho voluto riportare la mia esperienza e le sensazioni provate durante quell’incontro.

Jhon Foppe fa il suo ingresso in una piccola sala per conferenze dell’Hotel Palace di Varese. Si siede su una sedia ed apre una Coca-Cola con le dita dei piedi e si serve la bibita in un bicchiere, sorseggiandola lentamente con una cannuccia. Il pubblico osserva con attenzione e stupore i gesti di Jhon, l’espressività del suo volto e la grande manualità dei suoi piedi, che usa al posto delle mani. Jhon Foppe infatti è nato senza le braccia e da allora ha dovuto organizzare la sua vita per compiere i gesti quotidiani e non solo. Negli anni Jhon ha imparato a convivere con il suo problema, trasformandolo in risorsa.
È nato a Chicago in una famiglia molto numerosa (è il quarto di otto fratelli maschi) che lo ha sempre sostenuto ed aiutato nell’affrontare la vita. Jhon inizia a raccontare la sua esperienza e, da subito, si dimostra un grande oratore, una persona carismatica e convincente con l’obiettivo di spronare il pubblico seduto di fronte a lui ad affrontare le difficoltà della vita con la giusta “visione” in modo tale che queste portino a risultati. Jhon racconta diversi episodi della sua vita in cui ha incontrato parecchie difficoltà, spiega come ha fatto ad affrontarle e come ha capito che le vere disabilità sono gli ostacoli mentali ed emotivi che ci impediscono di vivere appieno la nostra vita. Il vero cambiamento deriva da un cambio di atteggiamento, di prospettiva e di visione che inevitabilmente trasforma la nostra vita. A questo proposito durante l’incontro, Foppe ha ricordato un episodio della sua infanzia per lui fondamentale: la sua prima esperienza fuori casa durante una vacanza estiva con la scuola. È stato proprio durante quei giorni trascorsi con i suoi coetanei, ricorda Jhon, che ha capito le sue potenzialità e ha compreso l’importanza di accettare se stesso ed i mezzi che aveva a disposizione. È la prima volta che Jhon considera la sua disabilità come uno strumento per rafforzare le sue capacità e, successivamente cercherà di divulgare questo messaggio a più persone possibili.
Dalla sua esperienza, è nata una vera e propria filosofia di vita: è possibile trasformare le nostre visioni in risultati ed è possibile diventare esecutori del proprio cambiamento. Le difficoltà, spiega Jhon, non devono rendere l’individuo passivo e inibire lo spirito, ma diventano il punto di partenza per valorizzare quelle altre potenzialità che ciascuno di noi possiede. Jhon sembra avvicinarsi alla filosofia di Amarthya Sen, pensatore indiano che ha concentrato la sua riflessione sulle capacitazioni umane. Solo attraverso l’esercizio delle proprie capacità, ogni uomo può sentirsi davvero libero e può affrontare le normali difficoltà della vita. Come Jhon stesso ricorda durante il suo discorso “…la mia condizione non mi crea problemi diversi da quelli di tutti. Fa solo si che io viva in maniera più profonda le difficoltà che hanno anche le altre persone. Tutti dobbiamo combattere con l’accettare se stessi, l’andare d’accordo con gli altri e il fare di più coi mezzi che abbiamo. Io dico semplicemente alla gente che questo è normale e do loro qualche idea per andare avanti”.
Con queste parole Jhon dimostra come è importante non farsi limitare dalle difficoltà che si incontrano. Grazie alla sua determinazione, Jhon non permette alla sua disabilità di limitarlo, ma impara a convivere con essa. È riuscito a prendere la patente di guida, dipinge, porta l’orologio sulla caviglia sinistra, è sposato (porta la fede sull’anulare del piede sinistro) ed è diventato papà di una bambina. Il racconto della sua vita e della sua esperienza continua a fare il giro del mondo. L’americano Jhon si pone l’obiettivo di motivare altre persone, schiacciate dalla quotidianità e che spesso non riescono a reagire di fronte al minimo ostacolo.
Durante il breve, ma intenso e interessante incontro mi sono ritrovata appieno nelle parole di Jhon e ho capito, dalla sua esperienza quanto è importante trovare delle strategie per affrontare nel migliore dei modi le difficoltà che ciascuno di noi incontra nella propria vita. E’ stato un incontro molto entusiasmante, a tratti commovente e ricco di nuovi spunti che mi ha permesso di avere una visione diversa della difficoltà. Jhon, ha voluto rompere lo stereotipo della disabilità intesa come incapacità nel fare qualcosa in favore di una visione più ottimistica, di valorizzazione delle proprie capacità che possono evolvere in potenzialità per costruire la strada del cambiamento e di una maggiore autonomia.
Jhon ha ricordato quanto per lui è stato difficile imparare a svolgere autonomamente tutte le azioni quotidiane. La sua famiglia infatti lo ha sempre aiutato e sostenuto, ma il suo desiderio di autonomia è aumentato soprattutto nelle relazioni coi coetanei. Jhon non si è mai arreso e continua a non arrendersi e insegna ad altre persone a non arrendersi e a sviluppare le propie potenzialità.
Sulla sua esperienza, Foppe ha scritto anche un libro intitolato“What’s Your Excuse? Making the Most of What You Have”. (Qual è la tua scusa? Cerca di ottenere il massimo da quello che hai). Si è laureato in Servizi Sociali Clinici all’Università di St. Louis e ha lavorato in un ricovero, in un centro per tossicodipendenti e in un consultorio. Nel 1993, La Camera di Commercio Giovanile Americana ha riconosciuto Jhon Foppe come uno dei dieci più notevoli giovani americani: un prestigioso riconoscimento che premia i giovani per i loro positivi contributi alla società. Ha una sua società di Seminari Internazionali e viaggia in tutto il mondo parlando a un pubblico diverso: scuole, aziende, associazioni e organizzazioni. Vive a St. Louis con la moglie la figlia.

Liliana Torresin

AFRICA: INSEGNAMENTI INDELEBILI.

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Durante il mese di Agosto ho partecipato ad un esperienza di Volontariato presso il villaggio Saint Francis ad ‘Nchiru, Kenia. Un villaggio maschile per bambini orfani di strada.
Il villaggio offre pasti quotidiani, una stanza per dormire; garantisce la formazione primaria, tutela la salute, l’igiene e la sicurezza.

Qui non voglio riportare un report di viaggio, bensì trasmettere le emozioni provate, le sensazioni vissute e qualche piccolo consiglio per chi volesse intraprendere questo tipo di esperienza.
Questa avventura mi ha donato molto: mi ha lasciato grandi insegnamenti, forti ricordi, grandi aiuti e punti di riferimento per un eventuale mio futuro lavorativo nel sociale ma, in ogni caso, mi ha lasciato stampati nel cuore e impressi nella mente indelebili insegnamenti di vita.

Il nome Africa è solo una semplificazione, un trucco ed un gioco per la semplicità umana. In realtà essa è un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vasto e ricchissimo, un mondo troppo grande per poterla descrivere. Nel mio caso è stata la meta di un viaggio, un’esperienza di volontariato.
Prima di poterla fare ci si deve svestire del superfluo, rimanendo nudi, nudi di se stessi con il proprio io; pronti a fare i conti con l’infinitamente altro e l’infinitamente piccolo di ogni persona che si incontrerà. L’Africa è un momento di immersione dentro di sé ed un pellegrinaggio verso l’altra persona. Bisogna sforzarsi a scoprire la bellezza dentro noi stessi perché solo così riusciremo a coglierla anche all’esterno.
Lungo la strada si incontrano villaggi;anime con occhi, bocche e gambe e altre con soltanto rami e radici; si trova ciò che non ci si aspettava ciò che nemmeno si era in grado di immaginare ed è cosi che ad ogni passo si è sommersi dallo stupore. E’ solo andando lungo la strada che si raccolgono i motivi di questa esperienza, solo così si trova la forza per fare ciò per cui si è deciso di intraprendere questo viaggio: cercare di cambiare o creare qualcosa, anche di piccolo, anche apparentemente inutile come ad esempio un disegno a colori da donare a chi conosce solo il grigio della matita e il bianco del gesso.
L’Africa è un mondo fatto di sincerità e lealtà, è un mondo fatto di niente ma in cui c’è tutto, un mondo di valori senza superficialità, un mondo povero ma fatto di persone ricche d’amore e felicità: un mondo vero.
L’Africa è amare, senza aspettare di essere amati, ma anche lavorare senza aspettare di essere riconosciuti e ricompensati; non c’è infatti peggior cosa dell’aspettativa di essere apprezzati ed amati. Agire solo perché ciò che si fa è utile e buono senza aspettare niente in cambio.
Agire bene non significa soltanto portare aiuto materiale; anche i nostri pensieri i nostri sentimenti e le nostre opinioni sono invisibili gesti che possono aiutare chi ci sta attorno.
Ci sono diversi modi di aiutare gli esseri umani. Il compito di ognuno dovrebbe essere proprio quello di trovarli! Se solo fossimo capaci di vivere costantemente, cercando queste possibilità, con la certezza che nulla di ciò che di buono si fa vada perduto e con la serenità di chi non si aspetta mai nulla in cambio ci scopriremmo essere come il Sole. Il sole illumina, riscalda e vivifica tutte le creature e non si domanda mai se queste gli siano riconoscenti. Resta fermo solo nella certezza di aver donato tutto se stesso in luce e calore. Per riuscire in questa magia basta solo, e davvero, credere che sia possibile.
Durante questa esperienza spesso le proprie azioni sembrano nulle, sembrano essere vane, sembrano non portare frutti, ma non serve scoraggiarsi bisogna solo essere convinti di aver interrato dei semi di un fiore sconosciuto, certi del fatto che questi diano fiori magnifici; non bisogna mai lasciarsi prendere dallo sconforto e dallo scontento perché di un fiore sconosciuto, sconosciuto è anche il tempo della suo fioritura. Non lasciatevi ingannare da chi vi dice “non crescerà nulla”, che la terra non verrà rotta dal germoglio. Considerate ogni attività nella quale vi impegnate come un seme da mettere in terra sulla quale vegliare pazientemente, non sempre i fiori che si sviluppano rapidamente risultano essere i più colorati e i più profumati; anzi spesso è vero piuttosto il contrario.

Partire per l’Africa con un solo obiettivo: Aiutare gli Altri!
Tornare con la certezza di essere stati aiutati da coloro che hanno ancora quella serenità, semplicità, ingenuità , spensieratezza e purezza che a noi è venuta a mancare nel corso del tempo e con la convinzione che qualche cosa è cambiato grazie all’aiuto reciproco.

Spero di essere riuscita a mettere in queste righe le emozioni che in Africa ho vissuto e gli insegnamenti che l’Africa mi ha lasciato, spero inoltre che con queste semplici parole l’Africa abbia raggiunto i cuori di ognuno di voi.

Hope.

Gloria Caspani