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Nueva Vida: il mio viaggio in Nicaragua …


Nueva Vida è un quartiere di Ciudad Sandino, un paese a Nord – Ovest di Managua, la capitale del Nicaragua. Li ci abita una mia amica, si chiama Janette.

Janette ha 28 anni e due figli e vive in una favela di 10 metri quadri. Le pareti della sua casa sono di lamiere e il pavimento è fatto di terra o di fango, a seconda che piova o meno … La maggior parte delle case di Nueva Vida sono così, nessun architetto ha mai progettato niente, nessun abitante di Nueva Vida è mai andato all’Ikea a comprare i mobili, si sono tutti arrangiati con quello che potevano trovare e hanno costruito dove volevano. Il nome Nueva Vida è molto bello, fa venire in mente una rinascita, un nuovo inizio, ma qui non c’è aria di nuovo. Questo quartiere è nato nel 1998: dopo che l’uragano Mitch si imbatté su Managua, tutta la popolazione sfollata, senza lavoro, né casa, né soldi si trasferì in questa zona. Senza alcun aiuto da parte dello Stato, se non la concessione di qualche casa in muratura, ma solo per aumentare il consenso politico verso il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (Fsln) di Daniel Ortega, ex guerrigliero sandinista ormai presidente del Nicaragua da più di trent’anni, queste persone si sono organizzate come potevano. Alcune cercano di risollevarsi con la fatica, con il lavoro, cercando di istruire i figli, altri vivono nell’indolenza, rubano per vivere e si accontentano della vita che gli è capitata …

Caritas è intervenuta a Nueva Vida, pochi anni dopo l’uragano, appoggiandosi a due strutture locali: Redes de Solidaridad, dove stavo io e altre volontarie e poi l’Associazione El guiss che si occupa di bambini con disabilità, offrendo loro istruzione, fisioterapia e divertimento. I bambini disabili, infatti, vivono in una difficile condizione di emarginazione, vengono trascurati e nascosti perché motivo di vergogna. A Redes c’è una scuola elementare e una superiore, un ufficio dello psicologo e dell’AS, il servizio di “apoyo nutricional”, che si occupa della consegna del latte materno alle mamme e un’ infermeria. A Redes sono attivi alcuni progetti, tra cui corsi di formazione finalizzati a migliorare la crescita personale delle donne, aumentare il loro livello di autostima e favorire lo svolgimento di attività generatrici di reddito.

Il tasso di disoccupazione è molto alto e la maggior parte degli abitanti lavorano al mercato orientale o nelle fabbriche della zona franca: 12, 13 ore al giorno per un salario indecente. Ogni mattino il pullman numero 13 porta a Ciudad Sandino gli abitanti di Nueva Vida che devono uscire dal quartiere per lavorare, alcuni aprono le loro “pulperie”, che loro considerano come una specie di supermercato, ma di fatto sono una zona della propria abitazione adibita alla vendita. In una pulperia non ci sono per forza beni di prima sussistenza, c’è un po’ di tutto: biscotti, patatine, Coca Cola, succhi di frutta in sacchetti di plastica, giocattoli … Alcune donne, sedute su una sedia fuori dalla propria favela vendono mango, ananas e tortillas, mentre con un ventaglio si fanno aria e cercano di cacciare via un’infinità di mosche che le ronzano intorno … La maggior parte dei bambini non va a scuola: alcuni stanno a casa a pulire e fare la guardia, visto che i genitori sono al lavoro, altri sono fuori a giocare nelle pozzanghere e nella cloaca a cielo aperto, col rischio di contrarre malattie gravi … La popolazione qui vive in condizioni di estrema povertà e di delinquenza e sono soprattutto le donne e i bambini a soffrire di questa situazione. A causa della cultura locale e della completa dipendenza economica, le donne vivono una situazione di sottomissione ai propri mariti. Molti uomini, tra cui il marito di Janette, non lavorano neanche. Il machismo è molto forte in Nicaragua: le donne lavorano e curano i figli e gli uomini fanno quello che vogliono. Janette, per esempio, fa la “commerciante”: Redes de Solidaridad le offre un prestito con il quale Janette acquista merci che poi rivende, dopodiché restituisce a Redes una piccola percentuale di soldi e il resto lo tiene per sé. Nel fine settimana, però, a volte, suo marito le ruba i soldi e sparisce per il week end e va a Ciudad Sandino ad ubriacarsi, abbandonando lei e i bambini, senza cibo … Spesso l’unica occasione che hanno i suoi figli, di 7 e 2 anni, per mangiare, dopo un lungo week end di digiuno, è il pranzo a scuola … Janette è molto orgogliosa del suo lavoro e vorrebbe separarsi da suo marito, ma credo sarà molto difficile perché teme la sua reazione … Lei è perfettamente autonoma e in grado di occuparsi dei figli, a cui, nonostante le difficoltà, riesce a garantire l’istruzione e a volte anche qualcosa di diverso dal riso e dai fagioli … Janette per me è un grande esempio di forza e di volontà, in un Paese pieno di grandi contraddizioni, dove le favelas hanno le antenne per la televisione e i ragazzi bevono coca cola mentre i fratellini piccoli giocano nudi in mezzo alla spazzatura della discarica dietro casa … Un luogo meraviglioso, incontaminato e pieno di colori, che purtroppo, poverissimo, vive di aiuti internazionali … Un Paese che si è macchinalmente occidentalizzato a costo di perdere la propria cultura …

Eleonora Borgonovi

 

 

Detenuti stranieri: popolazione in aumento?

               

 

Gran parte dei detenuti nelle carceri italiane è di nazionalità straniera. Tale percentuale raggiunge anche l’85% nelle carceri del nord Italia, mentre nel sud la percentuale degli italiani in carcere rappresenta ancora la quota maggiore.  Le etnie più rappresentative del fenomeno sembrano essere quella rumena e le popolazioni del nord africa.

Il fenomeno assume una rilevanza problematica dal momento in cui si assiste ad un sovraffollamento nelle carceri, le cui condizioni ambientali ma anche emotive, data la spersonalizzazione a cui va incontro il detenuto, spogliato della sua identità (non solo negativa), sono state più volte  oggetto di pesanti e motivate critiche.

Per quanto riguarda in particolare il detenuto straniero, la percentuale di coloro che scontano una condanna definitiva è molto bassa, circa il 34%, tutti gli altri sono in attesa del primo processo, dell’appello o della Cassazione. Un reato comune commesso dagli stranieri è la violazione della legge Bossi Fini sull’immigrazione: non lasciare il territorio a seguito di notifica di un provvedimento di espulsione è reato, punito con la reclusione da uno a quattro anni. Per tale reato ogni anno entrano in carcere circa 12mila persone con condanne inferiori a 12 mesi. Una volta usciti hanno buone probabilità di reiterare lo stesso crimine: permanere in Italia in stato di irregolarità.

Ma c’è di peggio: in carcere i detenuti, stranieri o italiani, non sono soggetti ad alcuna differenza, ed entrambi possono usufruire delle pene alternative alla detenzione (arresti domiciliari… ); solo con l’estinzione della pena si distinguono i due soggetti: perché gli stranieri, dopo aver pagato i conti con la giustizia, non hanno alcun diritto ad ottenere alcun permesso di soggiorno e si è condannati ad un’altra pena: l’irregolarità, anche se si è provvisti di un lavoro.

Non è difficile intuire la contraddizione: tanta fatica per costruire un progetto di reinserimento all’interno della società, che si vanifica adottando una soluzione unica che non prescinde dai singoli casi. Per questo motivo è facile che lo straniero non sia per nulla motivato ad evolvere nella sua posizione, comunque vadano le cose, nonostante l’impegno e gli sforzi compiuti, il suo destino è sempre e per forza l’illegalità.

Ultima novità è la dichiarazione del Sappe, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, allarmato per il numero di cittadini stranieri nelle carceri italiane, che ha recentemente dichiarato quanto costi alla nazione il mantenimento degli irregolari: “Un detenuto costa infatti in media oltre 250 euro al giorno allo Stato italiano”.

La soluzione sarebbe quella di ‘rispedire’ al mittente queste persone, scaricandole al paese d’origine, paese dove spesso i diritti sono qualcosa di aleatorio ed interpretabile, i processi puramente formali, le pene e le carceri disumane.

Questo non vuol dire sicuramente giustificare l’illegalità o determinati comportamenti ed azioni sicuramente inaccettabili; il vero problema è che a volte non si da la possibilità alle persone di sfuggire a questo triste destino: l’irregolarità.

E se è vero che le possibilità sono per loro natura limitate e carenti specie in questo periodo di grave crisi economica, è vero anche che ciò che ci distingue dagli animali è l’essere, oltre che soggetti pensanti, soggetti che si caratterizzano per l’umanità con cui dovrebbero trattare il prossimo, prossimo che spesso proviene da realtà le cui tragedie e sofferenze non possiamo nemmeno immaginare.

E in una realtà dove tra il diritto/dovere di asilo e le difficoltà oggettive di inserimento c’è un confine piuttosto labile, dovrebbe trovare spazio l’esercizio di quell’umanità che ci rende in primo luogo esseri umani.

 

Amore e Paura

Cochabamba. Centro Bolivia.

Da veri italiani dopo pochi giorni di permanenza abbiamo gia trovato un ristorante dove si serve la “migliore pizza della città ”.

Il locale è gestito da due signori italiani che nel 1998 hanno deciso di lasciare tutto e trasferirse in Bolivia per riuscire ad adottare un bambino.

Scopriamo tutto ciò dopo aver risposto alla loro domanda : “Cosa fate nella vita?”

Sentendo che siamo “quasi” assistenti sociali i due fanno quel classico sospiro che sta solitamente per : “ Ahh.. Siete assistenti sociali, quante me ne avete fatte!

(o “ne fate” nel caso non ci siano state esperienza dirette)

Ci raccontano dei tanti problemi che hanno avuto con gli assistenti sociali i quali in Italia si erano opposti alla loro domanda di adozione. Non entrano nei dettagli ma è abbastanza evidente la loro frustrazione.

Ora nella loro nuova vita a Cochabamba sono diventati un punto di riferimento per tutte le coppie di italiani che si recano all’istituto di cura cittadino per incontrare dei bambini che torneranno con loro in Italia “sotto una veste nuova”: quella di loro figli.

Piu volte ci siamo recati nella pizzería “Sole Mio”. Spesso abbiamo potuto osservare tavolate composte da un bambino boliviano, una suora boliviana e una coppia italiana.

Abbiamo notato come spesso i bambini sembrassero impauriti e i genitori fossero premurosi nei loro confronti.

Una volta un bambino chiese al papa’: “ Com’è l’Italia?”

Non ricordo la risposta del padre ma credo che la domanda riassuma lo stato d’animo di un bambino che lascia tutto quello che ha conosciuto fino a quel momento per andare dall’altra parte del mondo con due persone “nuove”  che da poco ha imparato a chiamare “mamma e papà”

Guardando quel bambino e quella coppia di neo-genitori penso di aver imparato piu sull’adozione internazionale che se avessi letto due libroni scritti da esperti del sociale. Era evidente la voglia di offrire amore della coppia ma anche la paura del piccolo.

Amore e Paura,  due elementi fondamentali all’interno dell’adozione internazionale.

Luigi Grigis

Educare alla legalità


Il progetto “Educare alla legalità” nasce presso l’Uepe di Milano e Lodi ed è sostenuto dall’associazione “Il Girasole”, che collabora con il carcere per il reinserimento degli ex detenuti nella società.

È un progetto in via sperimentale, che sicuramente verrà modificato in alcuni suoi punti, dopo una valutazione conclusiva con gli operatori del progetto e il direttore dell’Uepe.

Il progetto si rivolge ai detenuti in affidamento in prova al servizio sociale dell’Uepe di Milano e Lodi e prevede la formazione di un gruppo, che svolge dei lavori e delle riflessioni, con la supervisione degli esperti, sul tema della legalità. Il gruppo è un impegno extra per gli affidati, che si va ad aggiungere ai colloqui periodici mensili obbligatori con l’assistente sociale.

L’intero progetto comprende 8 incontri di gruppo, condotti da un’equipe costituita da un’ assistente sociale, una psicologa, un educatore ed un avvocato civilista.

Durante i gruppi sono previsti giochi di ruolo e simulate, oltre che approfondimenti psicologici, molto graditi agli affidati. Ci sono state simulate molto interessanti, che proponevano situazioni di bullismo, in cui gli affidati si esprimevano nella loro capacità di gestione dei conflitti e di contenimento dell’aggressività, o un’altra molto carina che ricreava un’assemblea di condominio. In generale, a dispetto delle attività programmate, si da grande libertà agli affidati, che si esprimono nelle loro preferenze e guidano gli esperti nel percorso da seguire e nelle attività da privilegiare.

L’obiettivo principale del progetto è prevenire la recidiva tramite un percorso di accompagnamento durante l’affidamento in prova. Questi incontri, predisposti da specialisti, sono volti a garantire un supporto motivazionale all’obbedienza della legge. Durante gli incontri, infatti, viene posto l’accento in particolar modo sulla rielaborazione critica dell’affidato in merito alle circostanze che hanno portato al reato. È importante che gli affidati si sentano trattati, prima di tutto, come persone, capaci di elaborare il proprio passato e di agire sul presente. È indispensabile che, in un’ottica di reinserimento sociale, gli affidati non si sentano giudicati dagli operatori, ma compresi e ascoltati, in modo tale da poter instaurare un clima di fiducia ed apertura che faciliti il confronto. Questo approccio è, dunque, fondamentale per facilitare una relazione ottimale di sostegno, in un contesto di controllo in cui risulta a volte difficile crearla.

Il progetto è stato predisposto per gli affidati, sia ordinari che terapeutici, che hanno violato la legge sulla droga o che hanno compiuto reati finanziari. Sono state scelte persone che hanno compiuto questo genere di reati perché sono crimini che si ritiene siano, per quanto possibile, più facili da condividere e le cui ragioni possano essere più facilmente discusse in gruppo, rispetto ad un omicidio o ad una violenza.

L’età degli affidati deve essere compresa tra i 25 e i 45 anni e devono aver conseguito un livello medio di scolarità (licenza media o superiore). Quindi per partecipare al progetto è necessario che gli affidati abbiano delle abilità di scrittura di base e di comprensione della lingua italiana. Alcuni affidati stranieri, infatti, non comprendono molto bene l’italiano e altri, invece, non sono in grado di scrivere un breve elaborato: queste lacune possono influenzare di molto l’esito del progetto, che prevede dei piccoli scritti di riflessione su di sé e sui propri sentimenti.

Gli incontri sono stati tutti incentrati sulle emozioni e, in più, hanno previsto l’esame degli articoli della Costituzione italiana. L’attenzione si è focalizzata sulla comprensione delle norme, sull’acquisizione di una piena coscienza dei propri diritti e dei propri doveri, sempre in modalità partecipata e non tramite lezione frontale. Uno dei temi che è stato maggiormente trattato e che sta molto a cuore agli affidati è quello della vergogna e quello dell’impatto che ha avuto la detenzione sulla quotidianità. Spesso si confrontano sui cambiamenti, in bene e in male, che ha provocato la detenzione nel rapporto con i familiari, gli amici e il vicinato; non di rado colgono l’occasione per esprimere le proprie preoccupazioni riguardo alle occasioni lavorative che si prospetteranno. Temono molto che la fedina penale influenzi l’assunzione lavorativa.

Parlando con l’AS referente del progetto ho capito quanto per gli affidati sia importante sentirsi accettati e riconosciuti come persone. Non vogliono essere identificati con il reato che hanno commesso o riconosciuti tra la gente per quello che hanno fatto: “ quello ha fatto una rapina…”, “ quell’altro spacciava…”, “quello là è un tossico…”. Ci sono persone che vivono l’affidamento con superficialità e come un puro adempimento formale in vista della libertà, ma ce ne sono altre che vogliono cogliere questa occasione per costruirsi una vita stabile e per non delinquere più. Certo è che la società, a volte, non è pronta ad accogliere “delle persone che hanno commesso degli sbagli”, citando testualmente un affidato. Il marchio del reato commesso, in alcuni contesti, precede l’ex detenuto e gli rende ancora più difficoltoso il reinserimento, anche in quei casi in cui l’illecito è stato commesso molti anni prima.

Rimane comunque complicato affrontare questa tematica del reinserimento sociale e del rischio recidiva perché ci sono molti aspetti di cui tener conto. Sicuramente non si può attribuire la colpa di un cattivo reinserimento solo alla società, sono molte le variabili in campo, che comprendono anche le scelte politiche di allocazione delle risorse, che in questo ambito sono sempre meno e questo va solo a discapito dei progetti, delle persone, della collettività. Senza contare la responsabilità personale delle proprie azioni e il libero arbitrio.

Non è stato ancora fatto il bilancio del progetto, perché conclusosi da poco, anche se l’esperienza, a detta degli esperti e degli affidati, è stata utile e positiva. Ci sono state delle occasioni in cui, a testimonianza del clima di vicinanza e di apertura reciproca, gli esperti, su richiesta degli affidati, si sono esposti personalmente durante i lavori di gruppo. Gli operatori hanno avuto modo di raccontarsi e di accorciare quelle distanze che a volte ostacolano la relazione con gli utenti.

Eleonora Borgonovi

MIGRANTI OBBLIGATI

 Milioni di persone ogni giorno sono costrette a scappare dalle proprie terre d’origine per non poterci più tornare. Sono i così detti migranti obbligati. Ma chi sono queste persone?

Queste persone vengono chiamate rifugiati ma al loro interno è utile distinguere tra richiedenti asilo e persone ammissibili alla protezione sussidiaria.

I richiedenti asilo sono persone che, trovandosi fuori dal Paese in cui hanno residenza abituale, non possono o non vogliono tornarvi per il timore di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche. Possono richiedere asilo nel nostro Paese presentando una domanda di riconoscimento dello “status di rifugiato”.

Mentre rientrano nelle persone ammissibili alla protezione sussidiaria, in applicazione della normativa europea, il decreto legislativo 19 novembre 2007, n.251, coloro che pur non possedendo i requisiti per ottenere lo status di rifugiato non possano essere rinviati nel Paese di origine o, per gli apolide, nel Paese di residenza, in quanto sussiste il fondato timore che possano subire un grave danno alla loro vita o alla loro incolumità.

Nel 1951 venne adottata la Convenzione di Ginevra che ha stabilito le condizioni per essere considerato un rifugiato, le forme di protezione legale, altri tipi di assistenza, i diritti sociali che il rifugiato dovrebbe ricevere dagli Stati aderenti al documento e gli obblighi di quest’ultimo nei confronti dei governi ospitanti.

Secondo questa Convenzione i richiedenti asilo e le persone ammissibili alla protezione sussidiaria godono sia dei diritti all’assistenza sanitaria che a quella sociale, all’accesso al lavoro, all’istruzione agli alloggi pubblici e al ricongiungimento familiare.

La richiesta di asilo politico può essere presentata presso l’Ufficio di Polizia, che fornirà dei moduli già predisposti nei quali dovranno essere spiegate le motivazioni per le quali si chiede lo status di rifugiato. La domanda verrà inoltrata dalla Questura alla competente Commissione Territoriale per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato che deciderà se riconoscere, anche a seguito di colloquio personale, lo status. Entro 3 giorni successivi alla data dell’audizione, la Commissione adotta una delle seguente decisioni:

• riconoscere lo status di rifugiato;

• rigettare la domanda, ma, pur non ravvisando i requisiti richiesti per lo status di rifugiato, può valutare autonomamente la pericolosità di un eventuale rimpatrio e chiedere al Questore di rilasciare un permesso di soggiorno per motivi di protezione umanitaria;

• rigettare la domanda e, in tal caso, il Questore inviterà il soggetto a lasciare il territorio nazionale.

In Italia il Ministero dell’Interno gestisce e coordina i CARA ( Centri di accoglienza Richiedenti Asilo), questi centri accolgono gli stranieri su cui vi sono dubbi  sull’identità fino all’identificazione o  all’udienza presso la Commissione Territoriale.

A livello comunale vi è una fitta rete di servizi che promuovono, tramite centri di accoglienza, l’autonomia dei richiedenti asilo.

Il progetto SPRAR è nato proprio in quest’ottica, consiste nella rete di strutture promosse dagli enti locali e finanziati dal Servizio Centrale Richiedenti Asilo e Rifugiati.

Ogni progetto ha le sue peculiarità e caratteristiche e si inserisce nella rete locale dei servizi.

Non esiste infatti un modello unico creato a livello centrale e poi applicato nei territori, vengono valorizzate le competenze e le ricchezze dei singoli territori in sinergia con le strutture nazionali.

A Milano lo SPRAR ha finanziato progetti per la seconda accoglienza. Vengono accolti gli ospiti dimessi dai centri di prima accoglienza che hanno raggiunto un buon livello d’integrazione e autonomia. In talune strutture è richiesto anche un contratto di lavoro in quanto è previsto il pagamento di una retta (molto bassa). L’accesso nelle strutture sopra descritte avviene tramite il Comune.

Oltre alle già descritte strutture pubbliche vi è ovviamente la rete del privato sociale. Tali strutture sono quasi sempre gratuite e l’accesso è libero. A titolo di esempio vi sono la Fondazione Casa della Carità Angelo Abriani, la Fondazione Fratelli di San Francesco, il Dormitorio della Stazione Centrale.

A livello territoriale l’assistente sociale in quanto professionista ha un ruolo attivo all’interno delle varie associazioni/enti/ fondazioni e cooperative  che si occupano di sviluppare e attuare progetti d’aiuto per sopportare la situazione delicata e instabile in cui il richiedente asilo politico si viene a trovare. L’assistente sociale coordina le risorse presenti sul territorio cercando di assicurare al richiedente asilo o a colui in possesso di un soggiorno per motivi umanitari o per protezione temporanea abbia un sopporto psicologico e di counselling per promuovere il benessere della persona rafforzandone la consapevolezza e la capacità di autodeterminazione, un accompagnamento nella ricerca di un’attività lavorativa e di un alloggio. inserimento o organizzazione di corsi di base di lingua italiana, aiuto nella compilazione delle pratiche relativo all’asilo.

Paolo Pantrini, Federica Lopardo, Lisa Frigerio e Marica Mainolfi

Se il gioco non è più un gioco c’è qualcuno che può darti una mano: Gioca Responsabile

 

 

GiocaResponsabile è un servizio di helpline sostenuto da Lottomatica in collaborazione con FeDerSerD, una società scientifica che raggruppa professionisti dei Dipartimenti  e dei Servizi delle Dipendenze di tutte le regioni italiane e si preoccupa di migliorare la qualità degli interventi nel settore delle dipendenze patologiche, promuovendo un’informazione corretta a tutti i livelli e una formazione professionale nel campo delle dipendenze.

GiocaResponsabile è un servizio totalmente gratuito e gestito da professionisti che, nel rispetto dell’anonimato, forniscono consulenza e orientamento alle persone che hanno problemi psicologici, relazionali o legali dovuti agli eccessi di gioco e ai loro familiari e amici. Inoltre, al team di psicologi che gestisce il primo contatto è affiancato uno staff di consulenti (psichiatra, psicoterapeuta e avvocato) per trattare gli aspetti specifici. Il servizio fornisce subito, per via telefonica o in conversazione chat, e nel giro di qualche ora via e-mail, una risposta al quesito o un orientamento sul problema ed eventualmente indirizza verso strutture e servizi territoriali competenti, accompagnando virtualmente l’utente al servizio suggerito.

 

Il servizio si pone l’obiettivo di aumentare la consapevolezza del giocatore sui fattori di rischio eventualmente presenti nei suoi o altrui comportamenti di gambling e di promuovere l’utilizzo di capacità e risorse finalizzate a un cambiamento di atteggiamenti e comportamenti relativi al gioco. Aiuta amici e familiari a “uscire dal gioco”, offre, con competenza professionale, sostegno e consulenza alle persone in difficoltà per motivi di gioco e orienta alla ricerca territoriale di servizi socio sanitari e assistenziali adatti a ogni singola situazione.

Il sito GiocaResponsabile è molto chiaro e di facile consultazione. Oltre alla chat operativa dal lunedì al sabato e alla richiesta di informazioni attivabile on-line 24 ore al giorno, dispone del numero verde  gratuito e di un test on-line che possono fare tutti per scoprire qual è il proprio profilo di giocatore.

 

Il servizio a marzo 2011 ha ricevuto il Patrocinio da parte del  Dipartimento Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nello stesso anno è stata realizzata una nuova campagna informativa per promuovere il servizio presso 37mila medici di base e circa 8mila tra assessori regionali e provinciali, servizi sociali, amministrazioni provinciali e presidenti regionali. GiocaResponsabile ha ottenuto subito ottimi riscontri: ci sono state all’incirca 9mila chiamate agli operatori, 1.300 chat e 57.000 visite totali al sito. Grazie a GiocaResponsabile e alla sua attività di filtro e consulenza sono state aperte più di 3 mila schede e 986 persone sono state inviate ai centri territoriali.

 

Eleonora Borgonovi

 

“Nessun uomo è un isola”… ad eccezione di un Hikikomori

              

Hikikomori è un termine giapponese che si riferisce a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento a causa di vari fattori personali e sociali legati alle loro vite.

Il Ministero della Salute giapponese definisce hikikomori coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni e lì si isolano per un periodo che supera i sei mesi. Tuttavia ci sono casi estremi in cui le persone rimangono isolate per anni o decenni.  Secondo il Ministero ben il 20% degli adolescenti  giapponesi maschi sarebbero hikikomori. I tratti caratteristici degli hikikomori, legati alla cultura giapponese sono la passione per il mondo manga e, soprattutto, la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via internet (ad esempio chat).

La diffusione del fenomeno in Giappone

Secondo alcuni studiosi  le cause del fenomeno risiedono nella particolare modalità dei giovani giapponesi di fare “opposizione giovanile”. Storicamente il confucianesimo de-enfatizza l’individuo e favorisce il conformismo sociale per assicurare la stabilità in una società rigidamente gerarchizzata.  Perciò la reputazione e le apparenze esteriori sono importantissime: la ribellione adolescenziale che in altre culture si esplica con fenomeni “rumorosi”  in Giappone si trasforma in forme di “proteste silenziose”.

La diffusione del fenomeno in Italia

Gli hikikomori, anche in Italia, sono sempre di più. Non esistono statistiche sulla «lost generation» nostrana. Solo le testimonianze di psicologi. Oltre 50 i casi registrati. Fra questi le storie di Alex (16 anni e una vita in 20 mq scandita dal rombo degli aerei di Malpensa); Andrea (un anno in più di Alex e una «cella » alle porte di Brescia); Valentina (rinchiusa in un appartamento sull’Adriatico). Più maschi che femmine, quasi sempre «under 18», almeno in Italia. Molto intelligenti, creativi, ma introversi. Ragazzi che senza un apparente motivo si chiudono nella loro stanza. Chi per incapacità di affrontare il mondo, chi per esprimere la propria rabbia. E ancora: chi per mesi, chi per anni. Il record nostrano è di tre-quattro anni, quello nipponico di 15 e più. Per alcuni la clausura è totale, per altri parziale: chi vive solo ad esempio è obbligato ad uscire per comprare del cibo nel supermercato più vicino.

In conclusione, il fenomeno sembra essersi sviluppato principalmente in Giappone e Corea, ma è necessario non sottovalutare la possibilità che si diffonda in altri paesi: la modernità e la globalizzazione, infatti, potrebbero innescare un effetto di imitazione tale da indurre un numero sempre maggiore di giovani ad esprimere il proprio profondo disagio tagliando i ponti con il mondo.

 

Dei Cas

Papangelo

 

Chi è Ana?

Ana è colei che ci accompagna ogni giorno, che ci odia e ci ama, che odiamo e amiamo.

Ana siamo noi.

Questo è un gruppo Pro Anoressia. Per chi è così ed è quello che vuole essere.

Se siete contrari o in ricovero per favore lasciate questo gruppo,lo trovereste provocatorio. Per chi

è come noi, si sente solo, incompreso, qui troverete supporto, trucchi, consigli, foto e tutto ciò che possiamo offrire.

Questo è quello che si legge aprendo un qualsiasi sito Pro Ana ( anoressia) e Pro Mia ( bulimia) su internet.

In questi siti internet è molto difficile entrarci, per accedervi bisogna nella maggior parte dei casi contattare la proprietaria che a discrezione accetterà la nuova adepta, ma una volta superato lo scoglio del primo accesso si entra in un mondo pieno di sofferenza e tristezza.

Sono per lo più blog e forum in cui si esaltano l’anoressia e la bulimia , dove si dispensano consigli su come diventare anoressiche o bulimiche.

Purtroppo questo è un fenomeno che si sta diffondendo a macchia d’olio sul web ma di cui si parla ancora poco.

Questi blog nascono negli Stati Uniti negli anni 90’, arrivando in Italia solamente nel 2002-2003.

Questi siti sono ritenuti illegali e vengono spesso oscurati dalle autorità competenti, ma ciò non scoraggia queste ragazze ad aprirne di nuovi. La velocità con la quale nascono questi siti impedisce a chi si occupa di salute pubblica di mantenere il fenomeno controllato.

 

Sconcertante è la filosofia sottostante questi siti internet, il termine ANA non indica solamente il diminutivo di anoressia, ma bensì per le adepte, un qualcosa che va in antitesi alla patologia: “l’anoressia è una malattia, Ana è una filosofia, uno stile di vita”.

È da questi presupposti che le adepte basano le tutte le loro conversazioni.  Vengono dispensati consigli che si basano su 10 comandamenti rispettati da tutte le Adepte:

 

1)Se non sei magra, non sei attraente;2) Essere magri è più importante che essere sani;3) Compra dei vestiti, tagliati i capelli, prendi dei lassativi, muori di fame, fai di tutto per sembrare più magra;4) Non puoi mangiare senza sentirti colpevole;5) Non puoi mangiare cibo ingrassante senza punirti dopo; 6) Devi contare le calorie e ridurne l’ assunzione di conseguenza;7) Quello che dice la bilancia è la cosa più importante;8)Perdere peso è bene, guadagnare peso è male;9) Non sarai mai troppo magra;10) Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo.

 

Per molte di queste ragazze Ana è una dea da venerare e a cui dedicare poesie e la propria vita. Nei blog queste ragazze si raccontano e cercano aiuto ma non per, come si potrebbe pensare per essere sane, ma per diventare magre.

“La mia vita è controllata da due personalità: Ana e Mia. «Ana (anoressia) mi fa stare bene, mi fa sentire bella, mi fa sentire importante, mi fa sentire libera. Mia (bulimia) mi uccide dentro, mi fa sbagliare, mi rende brutta, mi rende cattiva, mi rende un fallimento. Due personalità contrastanti ma così legate l’una all’altra…Si alternano, si intrecciano, mi fanno diventare pazza. Devo uccidere mia prima che lei uccida me e la ucciderò grazie ad ana».

 

Parlano delle loro vite quotidiane: «preparo il pranzo per tutta la famiglia»,«preparo la pasta e fagioli, la cucino io, la mangio tutta, la vomito fino alla bile. Compro un gelato, ne compro due, al terzo comincio a vomitare. Passo per il supermarket a comprare l’acqua. Compro un pacco di biscotti, e dei kinder fetta a latte, e un duplo. Mangio tutto in macchina. Vomito tutto in bagno.
Vedo ancora un pezzo di buccia di mela. Rosso. O era un pezzo di stomaco? Non lo saprò mai»

 

Questi discorsi sembrano vere proprie prese in giro per chi tutti giorni cerca di uscirne e di combattere . Con i loro consigli mettono in piazza le mostruosità di questa malattia senza rendersi conto che quello che per loro è un gioco per molte persone è la vita quotidiana. Si muore per queste malattie e nessuno ,che realmente ci sia dentro, augurerebbe o consiglierebbe ad altri di diventare come lei.

Probabilmente le persone che creano questi siti sono inconsapevoli del gioco al massacro che portano avanti ma non per questo sono giustificabili.

In tutti i blog si trovano diete da seguire e consigli su come nascondere ai propri familiari “ questa scelta di vita”. Ma chi sarebbe così stupido da decidere VOLONTARIAMENTE di entrare in un vortice così pericoloso?

Non credo che ci sino risposte a queste mie domande ma forse se tutti incominciassero a porsi nei confronti di queste problematiche nel modo corretto FORSE E SOTTOLINEO FORSE, non ci sarebbero persone che si sentono costrette ad abbracciare questa filosofia per non essere considerate SCIOCCHE E MALATE. L’anoressia e la bulimia sono delle vere e proprie malattie e come tutte le altre non si scelgono volontariamente.

I mass media e la moda tendono a fare vedere solo un unico lato di queste malattie ma se a queste problematiche venisse data la giusta collocazione e la giusta attenzione forse tante persone verrebbero curate per tempo.

Questo fenomeno purtroppo oltre a lasciare veramente indignati porta alla luce dei rischi intrinseci. L’accademia dei Pediatri ha dichiarato che un terzo delle adolescenti impara a dimagrire e ad usare metodi compensativi grazie a siti web specializzati.

“Gli adolescenti potrebbero, leggendo i continui messaggi incentivanti presenti in questi blog, sviluppare disturbi del comportamento alimentare a causa di un’adesione emulativa. In persone che già manifestano problematiche nel rapporto con il cibo, entrare in contatto con gruppi pro-ana potrebbe aggravare la sintomatologia e rendere manifesto un disturbo ancora latente.”

 

Vorrei concludere con una frase di una ragazza che ha sofferto di un disturbo alimentare ma che ora è guarita in antitesi con le cose citate dal blog: “guarire dai disturbi alimentari è richiudere con pazienza ed amore le ferite interiori, per non dover riempire i vuoti con il cibo. Sfamare il bisogno d’amore è la ricetta per non dover sfamare più un corpo che questo amore implora con tutta la forza possibile”.

 

Marica Mainolfi

CENTRO DI ASCOLTO: UN ASCOLTO EMPATICO

I Centri di ascolto ( da ora definiti con l’acronimo CdA) sono un segno visibile dell’impegno della Caritas , definiti come lo strumento prezioso per la cura del povero ,operano sul territorio della Diocesi dalla fine degli anni Ottanta  ma fu con il Convegno diocesano “Farsi Prossimo”  che si rese opportuno rafforzare l’ esperienza dei CdA ,in quanto realtà di servizio sempre più significativa.

Sono una realtà in continua evoluzione interpellata da profonde trasformazione sociali , culturali ed  istituzionali .

Negli ultimi anni si sta assistendo a profondi mutamenti sociali (es.  l’invecchiamento della popolazione ,l’ incremento dei processi migratori) e famigliari (es. l’ aumento di separazioni e divorzi) .

Accanto alle povertà tradizionali si affiancano ora le cosiddette  “nuove povertà”  , cresce la vulnerabilità sociale ,nessuno ne è immune , nessun ceto sociale viene risparmiato. Emarginazione ed esclusione sociale colpiscono ormai tutte le fasce d’età .

Focus su un CdA in particolare:

Il CdA  di Cantù e Mariano Comense ,che opera dal 1988 sul territorio Decanale , composto da 25 Parrocchie comprese in 13 comuni, è un’associazione di volontariato senza scopo di lucro , iscritta nel registro  Regionale del Volontariato. Gli obbiettivi del CdA  sono diversi, innanzitutto si propone come  spazio concreto di ascolto ed  incontro con le persone in difficoltà ,  fa da filtro fra persona , volontari e istituzioni ; interessante  il concetto di fare cultura, nei confronti sia della persona in difficoltà, l’ obbiettivo che ci si pone è quello di  dar voce a chi non ce l’ha , portare  la persona  ad essere  protagonista dei propri  bisogni, e  sia  nei confronti dei volontari ,attivando singoli e gruppi a dare  risposte ai diversi bisogni del territorio nel minor tempo possibile e in maniera adeguata .

Il CdA mira  a dare   risposte concrete ed adeguate ai bisogni , promuovendo una cultura di solidarietà per una maggiore conoscenza e presa di coscienza dei problemi.

Riguardo a questo ultimo obbiettivo  è interessante sottolineare come il Cda sia stato il primo servizio  a mettere a disposizione sul territorio canturino , un servizio rivolto agli stranieri , in un  contesto dove ancora ci si occupava poco di loro .

L’Ufficio stranieri nasce nel 1991 per rispondere alle concrete esigenze degli immigrati che arrivati in Italia si rivolgevano all’ufficio con richieste di lavoro, casa. L’obbiettivo era conoscere , studiare , confrontarsi con questo nuovo fenomeno ,iniziato negli anni ’70 ma che negli ultimi anni è aumentato sempre più, era necessario stimolare la loro partecipazione alla società civile , promuovendo la loro formazione ,con ad esempio  l’attivazione di corsi di italiano ,  e  informazione, cercando per esempio di metterli in contatto con  agenzia di lavoro, lo stesso Cda aveva al suo interno uno sportello badanti. Il Cda si pone come  punto di riferimento per le diverse culture che sono sul territorio.

All’interno del CdA sono presenti diverse figure professionali e non, ovvero un’ assistente sociale ,due collaboratori , e diversi volontari…

L’assistente sociale svolge un ruolo misto all’interno del Centro, , è operatore e coordinatore al tempo  stesso , ha un rapporto diretto con gli utenti , svolge compiti di ascolto , di valutazione del bisogno  e  definisce gli interventi come  pure i coordinamenti, provvede al coordinamento dei volontari, al  mantenere i  rapporti con le istituzioni ,oltre a svolgere una  funzione di filtro.

E’ il lavoro di d’equipe che permette al Cda di funzionare bene , il gruppo è composto da persone competenti, c’è condivisione degli obbiettivi  , al proprio mandato , ai propri compiti , condivisione di una metodologia  di lavoro ,  sono questi i presupposti per un effettivo lavoro d’equipe.

Importante poi il lavoro di rete  , sia nei confronti della persona ascoltata che della realtà presente sul territorio , assumendo una funzione di filtro , di mediazione tra persone  e risorse attuabili , per questo è importante una buona lettura del territorio e dei servizi presenti , sanitari, sociosanitari, educativi.

Principalmente il CdA opera in rete con,  Parrocchie e Caritas parrocchiali, Comuni ,ASL, Centro servizi Volontariato Associazioni e Cooperative di solidarietà.

La stessa Caritas ha reso attivo, dal 2006 , un servizio di accoglienza, Casa Noemi, che si trova ad Arosio in provincia  di Como  , è un servizio immediato , di attenzione verso le persone con problemi alloggiativi. Vi sono accolte persone, famiglie italiane e straniere.

Il Centro è provvisto di uno  schedario , nella quale sono contenuti le schede personali degli utenti  in cui si riportano i dati anagrafici , le informazioni sulla situazione famigliare, il tipo di richiesta e la  risposta data. Gli strumenti utilizzati sono il colloquio, il telefono, il fax , materiali vari, opuscoli , varia documentazione , mappatura delle risorse ,e l’ agenda dei colloqui .

Quanto alla tipologia degli utenti , per la maggior parte sono stranieri anche se negli ultimi tempi sono in aumentano anche gli italiani, stranieri che provengono  per lo più dall’Est Europa, dal Nord Africa e dall’ America del Sud, ,molti son giovani, venuti  in Italia da soli senza alcun punto di riferimento a cui  il Centro cerca di offrire loro un aiuto , un orientamento.

Quanto  alle richieste che giungono al CdA , le più gettonate rimandano al  lavoro ,alla  casa, un aiuto-sostegno economico per reddito insufficiente(es. aiuto pagamento bollette luce-gas) ,vestiario, alimenti… richieste molto concrete.

Il servizio offerto dal Cda  è un’ importante risorsa per il territorio  , le persone che vengono al Centro richiedono aiuti materiali, concreti, si viene a contatto  con quello che purtroppo è la realtà , la quotidianità di molti, di chi ha perso il lavoro e non sa come arrivare alla fine del mese, di chi non ha né da  mangiare e né da  vestire…

E’ una storia di umili , che portano al Centro le loro disgrazie e che vengono ascoltati , ed è qua che avviene l’incontro tra l’ascoltato e chi ascolta . Non bisogna però confondere il Cda come luogo della grave emarginazione ,delle distribuzioni di viveri e del vestiario. Il CdA ha un sistema di norme  , criteri condivisi ,comuni che regolano l’erogazione dei servizi.

Qui l’ascolto è posto come servizio , un ascolto empatico dove sia possibile trasmettere comprensione ,fiducia nell’altro , interesse rispetto alle proprie risorse , accettazione dell’altro, e disponibilità.

 

“Oggi le persone hanno più bisogno di ascolto che di parole…”

Introzzi, Meregalli

Prevenire e intervenire nelle situazioni di disagio:intervenire in un’ottica di genere.

Là dove non c’è amore non c’è donna.
George Sand
Lélia, 1833

All’interno della realtà dei servizi rivolti alla persone si sono diffusi servizi esplicitamente volti al sostegno della figura femminile, orientati per lo più dagli “studi delle donne”, i quali intervengono ponendo il loro focus specifico ai modelli di identità di genere e al loro evolversi.

Il disagio femminile è legato sempre più ad un conflitto tra una cultura sociale moderna che riconosce e valorizza il principio di reciprocità e complementarietà tra i due sessi ed al contempo il mantenimento  di pratiche, sempre meno esplicite, di discriminazione della donna. Basti pensare alla dimensione professionale: in tale contesto si tende a far prevalere un approccio di genere che possiamo definire “neutro” che in realtà nasconde spinte incoerenti e contrastanti con il principio di neutralità sopra citato.

Le donne hanno sviluppato una serie di consapevolezze e risorse che permettono di mettere in luce l’insidioso patriarcato domestico ancora presente, il disagio relazionale nelle famiglie e quindi il rischio di violenza. Indicatori empirici, a livello nazionale e oltre, fanno emergere uno stretto rapporto tra il valore dell’autonomia riconosciuto alle donne e il rispetto per l’identità femminile.

Occorre sviluppare nei diversi ruoli professionali la consapevolezza della differenza tra uomo e donna e la diversità dei due disagi,  costruire strumenti di lettura del bisogno calibrati in relazione anche al criterio di genere che, ci tengo a specificare NON SEMPRE!, può essere fonte di problematiche. Si tratta di costruire e promuovere luoghi fisici e simbolici dove programmare attività che abbiano lo scopo comune di riconoscere e valorizzare capacità e risorse femminili. Gli interventi in tale direzione sono accomunati da diversi aspetti: la contestualizzazione del disagio dei minori in relazione al disagio e alla svalutazione all’interno di nuclei familiari del genere familiare che pone la donna-madre in una condizione di subordinazione e svalutazione continua;  la consapevolezza pratica all’interno della fase di valutazione e progettazione dell’intervento della differenziazione del disagio ove questo sia legato alla svalutazione dell’identità del genere; lo sviluppo da parte degli operatori di un atteggiamento autoriflessivo di rispetto alla cultura di genere.

Le azioni in tale direzione sono volte a sviluppare l’autostima del sé femminile ove rapporto tra autostima della madre e benessere del figlio è direttamente proporzionale, finalizzate al sostegno della maternità eliminando la categorizzazione della madre  “cattiva”, promuovendo quindi la rielaborazione  della maternità anche al di là dell’esito negativo  della relazione madre-figlio.

La donna deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé..allora non sarà più trascinata, ma trascinerà.

Floreno Brigitta

Riferimenti bibliografici

Infanzia e adolescenza, diritti e opportunità 1998

Legge n. 258/97