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Io ci sto @ Fare Diversamente.

 
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C’è uno strano “verdufiore”, metà carciofo e metà rosa. Un’immagine diversa per abituarci a pensare alla diversità come ricchezza, come novità, come voglia di fare cose nuove.

E’ questo in sintesi quello che accade con la Rete del F@re Diversamente, un insieme di cittadini, volontari, associazioni, enti pubblici. Insomma un gruppo di persone che in modi diversi – anche strani – hanno a che fare con la diversità e che sono stanchi di parlare di disagio ma che vogliono gridare al mondo che le cose si possono fare diversamente. Insomma loro lo fanno diverso e si divertono pure.  E molto.

Basta guardare cosa accade sulla pagina Facebook del F@re Diversamente o, per chi abita a Rho e zone limitrofe, in città. Un proliferare di rose e carciofi e di inviti a dire tutti insieme “Io ci sto @ Fare Diversamente.

Non si tratta di un appello lanciato nel vuoto. La chiamata alla diversità è per sabato 23 maggio, a partire dalle 10, presso l’Auditorium di via Meda a Rho.

Un gruppo diverso e molto nutrito di artisti, esperti, volontari e professionisti si riuniranno per raccontare, cantare, illustrare scelte di vita diverse che vale la pena conoscere.

L’incontro sarà ricco di musica, performance, immagini. Non mancherà il cibo per lo stomaco e, soprattutto, per la mente. Tutto all’insegna della diversità.

L’iniziativa nasce all’interno di un progetto più ampio i cui protagonisti sono quelli che nel freddo linguaggio della burocrazia, anche quella che ha un impatto sociale,  vengono chiamati “utenti dei servizi”: persone in condizioni di disagio che sono per la prima volta i veri protagonisti delle attività e motore di cambiamento.

Tre gruppi di lavoro per nove mesi hanno lavorato sul tema della diversità, con lo scopo di individuare nuove forme di comunicare la disabilità e il disagio, anche sul web e nelle scuole, a contatto con i più giovani.

Gli ospiti che parteciperanno all’incontro del 23 maggio saranno chiamati a raccogliere una sfida diversa. Ognuno di loro avrà al massimo tre minuti per raccontare l’essenza della diversità nella loro esperienza di vita, invitando il pubblico a voler lasciare una testimonianza e la volontà di affermare “Anche io ci sto a fare diversamente”.

Il pubblico, grazie a rose e carciofi, potrà partecipare ed esprimere il proprio parere sul valore della diversità, oltre a ballare – letteralmente – in modo diverso, ognuno al proprio posto.

La partecipazione è gratuita e aperta al pubblico.

Tutte le informazioni sono disponibili su http://www.farediversamente.it

Noi ci stiamo a Fare Diversamente. Tu cosa aspetti?

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Una realtà celata..la realtà degli homeless.

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Il numero dei senza dimora è in continuo aumento e, alla base di questo evento, non ci sono solo casi eccezionali o storie di particolare emarginazione ma sempre più spesso incontriamo persone con storie di quotidianità. Le cause che portano le persone a perdere un posto in cui vivere sono molteplici: una separazione, uno sfratto, ed ultimamente la perdita del lavoro; queste situazioni se non supportate in modo adeguato portano gli individui a sentirsi invisibili e ai margini della società. Questa situazione rende difficile anche il lavoro dei servizi che non riescono ad intervenire concretamente sia per la difficoltà di censire tali persone che dalla complessità dei bisogni che essi portano. A queste difficoltà si aggiunge il pregiudizio e l’indifferenza della gente che spesso vede il clochard come persona pericolosa. Il sostegno offerto a queste persone è un lavoro di sostegno effettuato da associazioni che operano in maniera coordinata sul territorio. Uno di questi è il servizio di Unità di strada che svolgo da circa tre anni presso la Croce Rossa Italiana. Tale servizio nella pratica consiste nel portare alle persone che vivono per strada qualcosa da mangiare, qualche vestito e del tè caldo (beni che ci vengono donati dalle aziende presenti sul territorio o da donazioni volontarie di cittadini). L’obiettivo principale del servizio è quello di instaurare una relazione con le persone, farli sentire accolti e ascoltati, cercare di dare voce e attenzione a persone che difficilmente riescono ad averne, ma soprattutto poterli indirizzare verso i servizi di cui necessitano. L’intervento della Croce Rossa è infatti, in questo caso, volto a favorire il supporto e l’inclusione sociale delle persone vulnerabili cercando, attraverso relazioni di fiducia, di attenuare le urgenze dei bisogni, creare contatti con i servizi sociali e progettare, ove possibile, interventi personalizzati. Il contatto con i servizi sociali, in particolare con il CASC (centro di aiuto della stazione centrale), risulta fondamentale per cercare di non rendere questo servizio puro assistenzialismo perdendo così il significato primario, cioè quello di sostenere la persona nella sua globalità e cercare di creare con essa la consapevolezza e gli strumenti per emergere da una situazione in cui risulta estremamente complesso dare una svolta.

La mia scelta di iniziare questo percorso è stata dettata dalla voglia di poter fare qualcosa di concreto per delle situazioni caratterizzate da grave marginalità, situazioni che spesso quotidianamente ignoriamo. L’idea con la quale sono partita era  completamente diversa da quella davanti alla quale poi mi sono trovata. Ci si trova a offrire un semplice tè a persone che non hanno niente ma che in realtà sono in grado di darti tutto. Sono persone che raccontano poco di sé anche se la loro storia si legge nei loro occhi. Mi sono chiesta più volte come reagire davanti a una realtà come questa, caratterizzata da persone che vivono una condizione ai margini della società; risulta ovviamente impossibile risolvere tutte queste casistiche o poter effettivamente cambiare tutte le situazioni con le quali veniamo in contatto, ma anche solo l’ascolto e la comprensione riescono a donare la forza e la gioia di poter continuare consapevoli che qualcuno sa della loro esistenza e che è presente per loro.  Purtroppo la situazione dei senza dimora è complicata e questo servizio non permette di risolverla, ma anche se non sono mai abbastanza, le persone che hanno trovato la forza di andare avanti e che hanno trovato lavoro grazie anche al nostro sostegno, ti permettono di fare il turno con la voglia e la forza di credere che qualcosa comunque si riesca a fare. Nel nostro piccolo noi cerchiamo di aiutare coloro che ce lo permettono e almeno qualche volta alla settimana portiamo del sollievo, dei sorrisi e dei grazie che ti accompagnano poi per tutta la settimana.

 

Barbara Scotti

La violenza sugli anziani: una realtà celata

 

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“L’Italia è un Paese che invecchia”, “continua a crescere il numero di anziani” … Quante volte abbiamo udito o letto queste frasi? Quante volte però ci siamo soffermati a riflettere sull’impatto che questo fenomeno può avere sulla nostra società?

Il continuo aumentare del numero di anziani modifica drasticamente la struttura della popolazione, perché vi sono sempre più persone non autosufficienti che necessitano di cure continue; la società si trova così di fronte al grande problema dell’assistenza agli anziani e fatica a controllarlo, dato che questo ha reso veramente difficile riuscire a gestire la spesa sanitaria.

Per esigenze di contenimento di spesa, infatti, in Italia, l’assistenza agli anziani non autosufficienti resta anzitutto a carico dei familiari; vi è una carenza di servizi di assistenza formale e ciò si ripercuote pesantemente sulle famiglie degli anziani, che continuano a farsi carico delle attività di cura e di aiuto, molte volte non avendone le capacità per farlo.

Questo può generale nei caregivers informali forti stati di stress, preoccupazioni, ansie e paure che possono condurli, in casi estremi ma non rari, ad agire violenza sull’anziano di cui si prendono cura.

Ma i problemi non finiscono qui, perché il fenomeno dei maltrattamenti sugli anziani non rimane circoscritto solo all’ambito domestico; infatti, anche laddove intervengono i cosiddetti “servizi formali”, non sono rari i casi di abusi e violenze da parte di operatori che dovrebbero occuparsi di assistere gli anziani. Questo accade soprattutto perché i caregivers formali, proprio come quelli informali, sono spesso sottoposti ad enormi pressioni e non sempre ricevono una formazione e un sostegno che diano loro l’opportunità di svolgere in condizioni migliori il loro lavoro.

È dunque chiaro che qualcosa nella gestione di questo fenomeno non funziona, che vi sono delle carenze gravi da parte del sistema di welfare e che il problema stia un po’ sfuggendo di mano. L’impressione è, però, che non si stia facendo nulla di concreto per ovviare a tale situazione; anzi, sembra che i casi di maltrattamenti, sia in ambito domestico, che nei servizi di cura, siano in drastico aumento.

A conferma delle mie ipotesi, cercando nel web, ho trovato che il fenomeno della violenza sugli anziani, effettivamente, è poco conosciuto, non soltanto in Italia, ma anche a livello mondiale, soprattutto perché molto spesso, questi fatti, rimangono nascosti; nella Seconda Assemblea Mondiale sull’Invecchiamento, tenutasi a Madrid nel 2002, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha presentato un rapporto dal titolo “Abuse of Older Person” che esamina gli abusi commessi su persone anziane in tutto il mondo, rivelando che questi sono estremamente diffusi, ma che solitamente non vengono denunciati.

La domanda che pongo a questo punto è: è possibile intervenire attivamente per modificare questa situazione e cercare di contenere il più possibile questo problema? L’OMS ritiene che, su questo punto, ci si debba muovere su tre fronti: quello della consapevolezza, quello dell’educazione e quello della difesa; nasce la necessità di intervenire in ambiti diversi per tutelare la vittima, perseguendo finalità di prevenzione, riparazione e contenimento del danno, e attivando progetti capaci di rispondere alle esigenze di sicurezza sociale.

Per affrontare il problema concretamente, gli interventi maggiori dovranno focalizzarsi su un’“educazione alla consapevolezza”; attraverso campagne di sensibilizzazione pubblica bisogna aiutare le persone a non considerare le violenze sugli anziani come problemi esclusivamente familiari, ma di tutti, sollecitando a denunciare.

In generale, dovranno essere messe in atto azioni volte a contrastare la violenza sugli anziani; occorrerà investire sui caregivers, sia formali che informali, aiutandoli ad affrontare le loro esigenze e difficoltà. Proprio per questo sarà necessario riorganizzare tutti i servizi coinvolti, attivando corsi di formazione per operatori che si trovano a stretto contatto con anziani non autosufficienti, per meglio prepararli a gestire le situazioni; bisognerà lavorare anche con le famiglie, aiutandole ad esprimere le proprie preoccupazioni e a gestire meglio il loro rapporto con i familiari anziani, rendendole però consapevoli del fatto che non occorre annullarsi e sacrificare la propria vita per svolgere questo compito.

A questo proposito, vorrei ricordare che è presente una “Carta Europea dei diritti e delle responsabilità degli anziani bisognosi di assistenza e di cure a lungo termine”, sottoscritta nel 2010 da “Age”, la piattaforma europea delle persone anziane, e da altri partner europei, tra cui anche “Fipac”, la Federazione Italiana dei Pensionati del Commercio, con l’obiettivo di aprire una discussione negli Stati Membri su come meglio riconoscere i diritti delle persone anziane più vulnerabili, e di incoraggiare l’utilizzo di buona pratiche; questa carta è accompagnata anche da una particolare guida anti-discriminazione, volta a difendere la dignità delle persone anziane, valida sia per caregivers formali che informali.

Secondo gli esperti, il dibattito sui maltrattamenti agli anziani è oggi al punto in cui era la discussione sugli abusi nei confronti dei bambini 30 anni fa: si inizia appena a parlarne … E’ chiaro che la strada è ancora lunga e c’è ancora molto da fare, soprattutto perché il problema è ancora poco visibile. Tuttavia, non bisogna arrendersi e continuare a consapevolizzare le persone rispetto a questo fenomeno, ricordandoci sempre che la prevenzione inizia solo con la consapevolezza; solo in questo modo sarà possibile restituire agli anziani la loro dignità, permettendogli di soddisfare i propri diritti fino alla fine.

Federica Tripputi

 

Siti consultati:

geragogia.net/editoriali/violenza.html

europa.eu/news/…/080318_1_it.htm

eccertificate.eu/uploads/media/guida-eustacea.pdf

formas.toscana.it/rivistadellasalute/…/05-pagliara.pdf

http://www.academia.edu/1719088/Esigenze_di_supporto_dei_familiari_che_

assistono_e_rischi_di_maltrattamento_dellanziano_levidenza_empirica_dallo_studio_EUROFAMCARE

IL VOLONTARIATO EUROPEO A BURGOS: UN’ESPERIENZA INDIMENTICABILE

Scrivo queste poche righe per condividere una delle esperienze che più hanno segnato positivamente la mia vita. Descriverò una imperdibile opportunità alla quale si può accedere dai 18 ai 30 anni ossia l’ European Voluntary Service (EVS), ora chiamato Erasmus +.

In cosa consiste? Ufficialmente EVS “offre ai giovani l’opportunità di partecipare su base volontaria ad un’attività di utilità sociale e senza scopo di lucro, in un paese diverso da quello di provenienza. Attraverso il Servizio Volontario i giovani contribuiscono al processo di coesione sociale e alla solidarietà e possono accrescere in maniera considerevole le loro abilità e competenze personali, professionali e interculturali”.

I progetti di EVS hanno generalmente una durata minima di due mesi e una massima di dodici. I progetti possono essere svolti in associazioni i cui campi di azione sono svariati: progetti sociali, ambientali, culturali e molti altri. Attraverso il link di seguito potrete consultare i nuovi progetti approvati: http://europa.eu/youth/evs_database

Oltre al lavoro nell’associazione ogni progetto EVS offre ai volontari: una casa condivisa solitamente con altri volontari, pasti, e sostegno linguistico.

Il mio progetto ha avuto una durata di sette mesi e con certezza posso dire che è stato uno dei periodi più arricchenti e densi della mia esistenza.

Ho vissuto a Burgos, nella regione della Castilla y Leon in Spagna, e appena arrivata in città i comuni pregiudizi positivi rispetto al clima spagnolo si sono dissolti a contatto con la sua tiepida estate, dove è necessaria la copertina per dormire di notte anche il 15 di agosto! Un argomento che può apparire banale come quello del clima è solo un esempio di come viaggiando si possano rafforzare o contraddire idee generali sul mondo, e queste scoperte (di qualsiasi ordine di rilevanza) sono proprio uno degli aspetti più emozionanti dell’esperienza di ogni viaggiatore.

Ho lavorato dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 14.10 alla Comunità Terapeutica del Proyecto Hombre (PH) per la riabilitazione di persone con tossicodipendenze e/o ludopatie, un’ associazione il cui seme è germogliato in Italia ma che in seguito si è radicata sostanzialmente in tutta la Spagna.

Nello specifico come volontaria ho dovuto accompagnare gli utenti nelle loro diverse gestioni: andare dal medico, all’ospedale, in tribunale, in carcere. Questi luoghi non sono certo una casualità, infatti le persone che si portano sulle spalle lunghe storie di tossicodipendenza si trovano spesso, come conseguenza dell’abuso di droghe, in contatto con il carcere e ancora più frequentemente sono soggette a complicanze sanitarie di varia natura. Tra le patologie più tipiche si riscontrano perdita dei denti e talvolta AIDS o Epatite C.

La comunità è sorretta dal lavoro di sei terapeuti e uno dei compiti dei volontari è quello di aiutarli nell’organizzazione della comunità. Ad esempio li ho supportati durante i nuovi ingressi, a volte sostituendoli come responsabile del giorno; ho effettuato alcuni colloqui con gli ospiti per la compilazione di test psicologici, e ho organizzato e somministrato farmaci.

Ma il compito principale è stato instaurare con gli utenti una relazione “sana” caratterizzata dal non giudizio, ascoltarli e appoggiarli personalmente durante il loro inserimento in comunità, il cui processo ha durata normale di circa un anno. Vivere in comunità è difficile per gli utenti perché tutti hanno personalità distinte e storie personali e familiari complesse. Si trovano inoltre in una fase della vita caratterizzata da molta sofferenza in cui oltre ad abbandonare la sostanza, affrontano i loro più profondi problemi interiori.

Un altro aspetto critico rispetto alla buona riuscita del processo terapeutico è certamente l’aumento del numero di persone la cui dipendenza ha portato o enfatizzato problemi di natura psichiatrica, dovuti all’abuso e al policonsumo di sostanze sempre più chimiche.

Non nascondo la mia paura prima di partire: non sapevo dove fosse la città sulla cartina geografica nè tanto meno parlavo lo spagnolo! Durante il mio soggiorno a Burgos però ho frequentato una scuola di lingue per 10 ore alla settimana, possibilità messa a disposizione dal progetto stesso.

La bellezza di questi progetti è proprio l’occasione che ti danno di apprendere, tante e diverse cose.

E voi siete mai partiti per un progetto EVS, lo fareste? Mi piacerebbe condividere altre storie e soprattutto incitarvi a partire!

Monica Lutzu

“Non occorre guardare per vedere lontano”

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Anni fa andai con un’amica in via Vivaio all’Istituto dei ciechi di Milano, per svolgere il percorso chiamato “Dialogo nel buio”. Rimasi profondamente colpita da quell’esperienza diversa, difficilmente replicabile in altri contesti per chi è vedente.

Il percorso inizia una volta formati dei gruppetti da 6-8 persone; ad ognuno dei componenti viene consegnato un bastone. Dopo di che ci si addentra nella struttura dove, inizialmente, vi è ancora luce, ma, a mano a mano che si percorre il corridoio, la luce inizia ad affievolirsi sempre di più fino a che non si arriva al buio completo.
Ricordo che una volta trovatami nel nero più totale, la sensazione che ho provato è stata quella di paura mista a smarrimento, ma tutti siamo stati subito rassicurati dalla voce della nostra guida che si è presentata e ci ha chiesto di presentarci a nostra volta.
La guida ci ha spiegato che il percorso si sarebbe svolto ovviamente tutto al buio e che avremmo attraversato varie stanze che rappresentavano luoghi differenti; per cui, in ogni stanza, avremmo incontrato suoni, odori, materiali differenti che ci avrebbero aiutato a capire in quale posto ci trovavamo. Non potendoci affidare alla vista dovevamo lasciarci guidare solo dagli altri sensi con l’aiuto del bastone.
Non ricordo più in quante stanze siamo passati, rammento però di essere stata su una barchetta, quindi di aver sentito l’acqua e l’ondeggiare tipico di un’imbarcazione, e di esser rimasta piacevolmente sorpresa nell’aver riconosciuto facilmente il legno della struttura della barca una volta salita all’interno di essa.
L’episodio che però mi ha colpito estremamente è stato quando, ad un certo punto del percorso, mi ero allontanata un po’dal gruppo e la guida mi disse: “Veronica non andare troppo avanti, aspetta gli altri”. Risposi con un “Ok” che mi venne spontaneo; ma quando pensai che una persona non vedente, che per di più non mi conosceva se non da qualche minuto, mi aveva riconosciuta fra tutti gli altri componenti del gruppo, rimasi sbalordita.
Solo in quel momento ho realmente capito quanto queste persone riescano a dare importanza a quei particolari e a quelle piccolezze (che per loro non lo sono affatto), per comprendere la realtà che li circonda. Come affinare l’udito riconoscendo il modo di camminare delle persone, proprio come la guida aveva fatto con me.
E’ incredibile come riescano ad utilizzare al massimo tutti quei sensi che noi trascuriamo, o che comunque utilizziamo minimamente perché li consideriamo secondari; loro riescono a completare la visione del mondo con il tatto, seguendo gli angoli di oggetto che diventa un libro; con l’olfatto, riconoscendo un odore che arriva dalla strada; con l’udito, cogliendo quelle sfumature nei toni delle voci delle persone che li rendono unici; con il gusto, assaporando un buon gelato che si scoglie in bocca.
Consiglio a tutti di provare questa esperienza unica e molto particolare poiché “ti fa vedere” il mondo in un altro modo. In quell’ora di percorso cogli delle accezioni e dei significati che nella vita di tutti giorni non noti nemmeno, mentre lì dentro ogni dettaglio diventa importante e ogni particolare ti aiuta a completare il tuo puzzle.
Non metto in dubbio che la vita di una persona non vedente sia difficoltosa per molti aspetti, ma, sentendo la guida parlare, non ho colto rassegnazione nella sua voce o tristezza; semplicemente raccontava quante altre cose si possono apprezzare quando non si ha la possibilità di vedere con gli occhi, ma lo si può fare con tutto il resto del corpo.

Veronica Sammarco

La via dell’artista – Come ascoltare e far crescere l’artista che è in noi.

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Autrice: Julia Cameron.

Quand’è stata l’ultima volta che avete avuto l’impulso di disegnare? Che siete entrati in un museo? Che avete scritto i vostri pensieri come vi venivano in mente? Che avete danzato? Forse non riuscite nemmeno a ricordarlo … Tutti noi abbiamo sognato di dipingere, ballare, scrivere, comporre musica, ma poi, spesso, abbiamo rinunciato a quel sogno, convinti di non avere sufficiente talento per l’arte.
Ci siamo giustificati con gli impegni della casa o del lavoro, oppure nascosti dietro il timore, la vergogna, i sensi di colpa. Nessuno, infatti, ci ha mai spiegato come dare forma a quelle passioni, a quegli slanci creativi che spesso proviamo e che ammiriamo in certi personaggi della cultura e dello spettacolo. La via dell’artista comincia proprio dall’idea che l’espressione artistica non sia qualcosa di artificiale o d’innato, bensì la naturale direzione della vita di ognuno. Una direzione che va scoperta al di là delle paure, seguita amorevolmente, abbracciata con tutti noi stessi. Non c’è bisogno di lunghi tirocini né di sofferenze inaudite per “creare”: basta capire come mettersi in ascolto di se stessi. Nel percorso tracciato da Julia Cameron imparerete proprio come sia possibile diventare artisti, superando quei blocchi psicologici e pratici che, come una fitta nebbia, v’impediscono di scorgere le vostre potenzialità. E’ un percorso che si articola in dodici settimane, durante le quali farete degli esercizi semplicissimi, che però daranno risultati sorprendenti. Non importa quali siano le vostre abilità, le doti che credete ( o non credete) di possedere: la via dell’artista è aperta. Se siete pronti a cambiare- in meglio- la vostra vita, allora questo è il libro che fa per voi.

Daniela Raccagni.

L’IMPORTANZA E LA NECESSITA’ DI MODIFICARE LA REALTA’ DEI QUARTIERI BASSI

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Generalmente, quando si parla di periferia, ci si riferisce ad un luogo senza identità, ad una non città, ad un luogo in cui la comunicazione e la vita relazionale sembrano essere limitate o addirittura inesistenti. Sono spazi a cui non si è data importanza al tessuto connettivo della vita collettiva: vie, piazze, giardini e spazi pubblici, sono carenti o assenti, facendo sorgere così sentimenti di solitudine, di disagio e di chiusura. Oltre a questi problemi ne sorgono degli altri, come ad esempio la difficoltà di collegamenti con il centro, il senso di isolamento e, soprattutto, la carenza o assenza di servizi.
La propensione ad esprimere valutazioni negative, circa le periferie, parte principalmente dai giovani, i quali non hanno luoghi di incontro, di divertimento e di socializzazione.
I maggiori fattori che determinano la disgregazione sociale di questi territori sono: evasione scolastica, disoccupazione, disagio psichico e aumento del numero di tossicodipendenti e di fenomeni di microcriminalità.
In situazioni di accentuata povertà e debolezza, a cui ad una posizione socialmente marginale si accompagna la precarietà lavorativa dei genitori, il problema della disoccupazione e del lavoro informale dei giovani è più grave, rispetto ad altre famiglie che vivono in periferia, in quanto i genitori non sono in grado di dare ai figli il sostegno necessario nelle scelte scolastiche e lavorative.
Infatti quest’ultimi, solitamente, non studiano, non lavorano o lavorano in condizioni di sfruttamento; ed è proprio l’inattività che porta alla nascita di comportamenti “a rischio”.
I giovani, inoltre, tendono a formare dei gruppi spontanei, dove vige un rapporto paritario; però in esso, spesso, si sviluppa una subcultura che contrasta con la cultura della società. Questi ragazzi assumono la precarietà come sistema di vita: la mancanza di un lavoro, oltre che dipendere dalle scarse opportunità di lavoro sicuro, va collegata anche a scelte soggettive, quali il rifiuto di vincoli imposti da un’attività lavorativa stabile e delle prospettive obbligate del lavoro.
Si può quindi affermare che è facile che la criminalità maturi nel contesto di una subcultura deviante: chi vive in mezzo al crimine non percepisce più il crimine come tale. In questo caso la devianza viene considerata come un particolare conformismo sociale: ci si conforma alla cultura che domina l’ambiente circostante, la quale, però, non coincide con la cultura che domina la società.
In sociologia possiamo parlare di attività di prevenzione, che vengono utilizzate per prevenire o per cessare un evento criminoso. Vengono considerati tre elementi di fondo:
1. la struttura: la criminalità è il prodotto di condizioni sociali ed economiche disagiate. La prevenzione consiste nel cercare di eliminare tali cause.
2. la motivazione individuale: il crimine viene inteso come prodotto della psiche umana. La prevenzione si concentra sull’intervento individuale.
3. le circostanze: la criminalità è il risultato di una serie di circostanze combinate tra di loro. La prevenzione si attua intervenendo sul contesto fisico e sociale in cui i reati si verificano.
Si può concludere affermando che per migliorare la qualità di vita nelle periferie si dovrebbero attuare i seguenti interventi: aumentare i servizi, rendere più efficienti i trasporti verso il centro, investire negli spazi di aggregazione, sviluppare gli interventi di manutenzione delle strade, degli edifici e dei giardini, ma soprattutto è essenziale un maggior sostegno economico e psicologico alle famiglie.

Lisa Petrone