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QUALCOSA DI PERSONALE

E’ un mercoledì come gli altri, io e la mia supervisore ci stiamo preparando per uscire in visita. Già, noi

facciamo più che altro questo: un paio di visite al giorno la mattina, la valutazione multidimensionale dei bisogni di quello che definiamo “paziente”, il rilascio del voucher socio-assistenziale a seconda del caso, il rientro e la compilazione della scheda VAOR, che raccoglie in un archivio informatico tutti i dati sociosanitari degli utenti che usufruiscono del servizio di assistenza domiciliare dell’ASL.

Verso le 9 di mattina si parte: l’infermiera guida sempre la macchina, una panda bianca a metano; la mia supervisore e io ci sediamo nei sedili posteriori per lasciare il posto del passeggero principale al medico.

“Questa volta” mi dice “facciamo tutte e due le visite a Lodi. Sarà una mattinata che filerà via liscia e veloce”. Non ci spostiamo molto dal centro città, e l’infermiera parcheggia vicino al bar dove qualche volta sono venuta a fare colazione con mia mamma.

Citofoniamo.

Ci apre – con qualche difficoltà dovuta alla linea scadente- una bella signora dai capelli tutti grigi. Sono raccolti in maniera disordinata dentro a una crocchia; probabilmente un gesto dell’ultimo minuto. Le ciocche ribelli sulla fronte e agli angoli del collo me la fanno immaginare con il mollettone in bocca mentre con una mano prende la cornetta del campanello e con l’altra mantiene la coda ferma sulla nuca. E’ una signora ancora “giovane” per gli standard che mi hanno abituato a vedere, e lei ci conferma di lavorare ancora. La pensione però è alle porte, un enorme sollievo.

Ci spiega che siamo qui per suo marito, che hanno cambiato il medico di base dopo molti anni e che la prima cosa che ha fatto il giovane zelante è stata richiedere una visita domiciliare.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che c’è qualcosa che cerco di far quadrare ma che mi lascia perplessa. La casa non è grande, la porta d’ingresso dà direttamente sul soggiorno: ci sono molte chitarre elettriche appese ai muri colorati, giradischi dalle proporzioni ciclopiche, vecchie radio affascinanti, microfoni, cavi e fili. La musica è accesa a basso volume, ma non saprei dire da quale apparecchio provenga.

E’ strano, penso ancora. E’ strano poter conoscere così tanto di una persona in così poco tempo. Ma è ancora più strano non vederla, questa persona. Già, perché il signor Pietro non sta da nessuna parte. Comincio a sentirmi a disagio, come se avessi compiuto una subdola invasione di campo. Non mi fiderei mai di noi, fossi il signor Pietro. Ma sono sicura che lui pensa lo stesso.

La moglie ci fa accomodare, ci illustra la situazione e tutte le cartelle cliniche: un tumore alla gola 10 anni fa. Questo è tutto quello che la documentazione medica ci rilascia, e intuisco che il dottore dell’ASL, un napoletano innamorato delle brioches alla pera e cioccolato, comincia a pensare che siamo venuti per niente. “Signò, ce lo fa vedere sto marito o no?!”,un sorriso.

Il signor Pietro è nella camera da letto, e la prima cosa che mi viene in mente quando lo vedo è che è ancora un bell’uomo. Mi fa tenerezza, perché si è rannicchiato tutto in un angolo del letto, come volesse scomparirci dentro: è un uomo gigantesco, quasi 2 metri per 120 chili, eppure mi sembra così irrimediabilmente minuscolo e indifeso.

E’ nudo davanti a noi, penso. Poi qualcosa mi attraversa dentro: un gesto, un attimo. Deve aver pensato esattamente la stessa cosa che ho in testa io; mi guarda e tira il lembo del lenzuolo che aveva appallottolato accanto al cuscino. Ci si copre dentro, un gesto per proteggersi forse, chi lo sa.

“Allora signore, cosa abbiamo qui?”

Un muro. Ecco cosa abbiamo qui, un insormontabile muro di piombo.

“Io non ho niente. E coi medici non ci parlo.”

La moglie si scusa, dall’imbarazzo le si appannano le lenti degli occhiali; deve essere stata una vampata bella forte. Ci spiega che non può dirci cosa gli hanno fatto i medici, ma che dal tempo del tumore – DIECI-ANNI-FA– non ha più voluto averci a che fare.

Da dieci anni il signor Pietro non fa una visita.

Da dieci anni il signor Pietro non esce dalla sua stanza.

Mi accorgo che sul comodino c’è un forno a microonde.

E una radio.

Da dieci anni la tapparella della finestra della camera non s’alza più.

Ci hanno chiamato con l’intenzione di far partire un ciclo di medicazioni a causa di alcune ulcere presenti sulle gambe del paziente, localizzate nella parte inferiore. Non sarebbe la regolare procedura: il signor Pietro è in grado, meglio lo sarebbe, di muoversi in autonomia.

Ma vi ho già detto che il signor Pietro da dieci anni non ha più messo il naso fuori dalla porta di casa?

Non avevo mai visto un’ulcera, ma capisco che la mia supervisore questa volta mi farà rimanere nella stanza da letto. Il dottore napoletano coi suoi modi un po’ spicci è riuscito a far alzare i pantaloni al signor Pietro. Ma non è riuscito a trattenere un “Madonna mia!”. Le gambe non sono gambe, almeno dal ginocchio in giù; sono un mucchio di tessuto vivo e aperto, color rosa acceso, sgorgante liquido giallastro viscoso. In alcuni punti affiora l’osso col suo bianco sporco. Dalle caviglie al ginocchio, nella parte posteriore delle gambe, il polpaccio non esiste più. E per essere arrivati a questa situazione, il polpaccio probabilmente non se lo ricorda più nemmeno il signor Pietro.

Quando torniamo in soggiorno il dottore dice a noi, alla moglie e anche al signor Pietro che sono da amputare. Che la costante fuoriuscita di sangue e di plasma lo rende anemico e causa problemi agli organi interni.

Dice che bisogna obbligarlo a farsi vedere da un medico.

Dice che il voucher non lo fa partire, perché sarebbero soldi statali sprecati.

Delle medicazioni su arti da amputare? Non scherziamo, non se ne parla nemmeno. Uno spreco.

E mentre lo grida ad alta voce, per farlo sentire al signor Pietro che è in camera, mette la sua bella firma sopra quel pezzo di carta che attesta la partenza, solo il giorno successivo, di un ciclo gratuito di medicazioni complesse, con accesso quotidiano per il prossimo mese, rinnovabile per almeno un paio di quelli seguenti. Fa anche una telefonata minatoria al medico di base, affinché venga a tenerlo sotto controllo, che lui si è già segnato il numero di telefono e lo chiamerà.

Capisco che lo vuole spronare, vorrebbe che il signor Pietro ci andasse da un maledetto dottore, vorrebbe che il signor Pietro capisse che le gambe le può tenere, che le gambe può usarle ancora per camminare, in definitiva, che quelle gambe può portarle fuori, a fargli sentire il solletico dei fili di erba lunghissima del suo giardino, ché ormai non lo cura più nessuno.

Il signor Pietro dice che non gli importa.

Pietro, (qui è d’obbligo togliere l’appellativo “signor”, lui è più vicino a me di quanto lo siano mai stati tutti i presenti) dice che vuole morire. Lo dice senza espressione sul volto, con la voce monotòno, gli occhi spenti. E lo ripete perché sia chiaro così:

“Voglio solo morire”. E’ ora di andare. E io mi sento inutile e impotente. Non lo rivedremo più, il signor Pietro. E’ come un’epifania, non posso scivolare così.
Chiedo alla mia supervisore se mi è permesso di andare da Pietro a dirgli una cosa. Lei sorride, mi dice “vai”.

Entro in camera da letto, lo trovo seduto con la testa fra le mani, tutto chino e accartocciato sui suoi due metri d’uomo. Mi inginocchio, gli prendo le mani fra le mie. Non ci stanno dentro tutte, allora mi attacco ai pollicioni. Gli dico che è vero, ha ragione. “La vita a volte fa proprio schifo.”

Ci guardiamo negli occhi in silenzio, la moglie ha una guancia rigata dal sale di una lacrima che è scesa dritta e pesante sulla maglietta.

“Lo so che pensa che io sono troppo giovane, ma so che capita di pensare che la vita fa schifo. Possiamo solo provare a renderla migliore per gli altri, che a noi ormai cambia poco.”

Pietro si gira un attimo a guardare sua moglie. Le sorride. Torna a guardare me. Mi stringe le mani più forte, le scuote. Mi da un buffetto sulla guancia, sospira e sembra stia per dirmi qualche cosa di importante.
“Ciao” sussura.

Un ultimo sorriso storto.

“Chiara, ci sei?”. E’ ora di andare.

Chiara Motta

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5° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DELLA NOSTRA ASSOCIAZIONE

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16 Novembre 2010. Martina posta “Benvenuti”. Il post sigilla la nascita della nostra realtà associativa.

16 Novembre 2015. Luigi si mette davanti al computer e cerca di scrivere un articolo che possa riassumere quanto di bello è stato fatto negli ultimi 5 anni.

In primis si dovrebbero elencare i numeri degli articoli prodotti, dei magazine pubblicati, degli incontri realizzati in università. Facciamo una cosa? Lasciamo perdere per un attimo la matrice quantitativa. Sì ok, abbiamo FATTO tante cose, ve lo assicuriamo. Ci siamo dati da fare, ci abbiamo investito tanto. Siamo stati “validati” da università, Ordine Professionale e varie associazioni di settore. Ma sapete qual è la cosa più incredibile? Che, come direbbe Vasco, siamo ancora qua.

I membri dell’associazione sono cambiati ma IN-FORMAZIONE è rimasta in piedi e ogni anno cerca di raggiungere lo stesso obiettivo: “creare una rete dinamica tra studenti e professionisti”.

Ci proviamo in particolare in due modi: offrendo agli studenti del terzo anno del corso di laurea in Servizio Sociale (Università degli Studi di Milano Bicocca) un laboratorio https://ainformazione.com/eventi dove potersi confrontare con professionisti provenienti dal mondo dei servizi sociali, e organizzando (insieme agli studenti iscritti al laboratorio) un convegno dal nome “Proud 2be Assistente Sociale” https://ainformazione.com/esprimere-il-servizio-sociale/.

Ogni anno il tema del convegno cambia ma il messaggio rimane lo stesso: siamo orgogliosi della nostra professione e vogliamo urlarlo al mondo. Siamo stanchi di nasconderci, siamo stanchi di essere stigmatizzati dai mass media.

Tanti si riempiono la bocca con il sociale, pochi il cuore e la mente (spesso però risulta più interessante chi parla meglio).

Associazione IN-FORMAZIONE è ora composta da studenti e assistenti sociali.

Un gruppo di lavoro, non troppo numeroso ma molto coeso, che ogni giorno si sente e mensilmente si incontra. Un gruppo che chiacchiera il giusto e a testa bassa lavora per promuovere la professione di assistente sociale. Noi ci crediamo.

A risentirci nel 2020!

P.S. sono stati “prodotti”: 29 numeri del magazine, 206 articoli del Blog, 46 eventi in Università.

Luigi Grigis

“Social Work Education in Europe: Towards 2025”: il simposio fra studenti europei di servizio sociale.

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Dal 29 Giugno al 2 Luglio 2015 si è svolto, presso l’Università degli studi di Milano Bicocca, in collaborazione con il dipartimento di sociologia e ricerca sociale, EASSW (European Association of School of Social Work), AIDOSS (Associazione Italiana Docenti di Servizio Sociale) e PowerUs(Service User Co-production in Social Work Education and Research), un convegno internazionale di servizio sociale dal titolo “Social Work Education in Europe: Towards 2025”.

Il convegno è stato pensato principalmente per studenti e docenti dei corsi universitari europei, ma anche per professionisti assistenti sociali. Nelle diverse giornate si sono tenute lezioni inerenti le maggiori conquiste e i più importanti sviluppi nel campo dell’educazione al servizio sociale, con un focus particolare sulla dimensione europea,ma da una prospettiva globale. Uno degli obiettivi principali a cui si è voluto mirare è stato il creare un network a livello universitario europeo che permettesse la condivisione di esperienze ed idee riguardo al futuro della formazione al servizio sociale. Nella giornata di apertura, è stato organizzato dall’associazione In-formazione, in collaborazione con due docenti appartenenti al personale rispettivamente dell’Università portoghese Coimbra e quella britannica Durham, un simposio informale fra studenti europei. Lo scopo previsto per questo momento di incontro è stato duplice: da un lato la condivisione delle informazioni sui diversi percorsi universitari europei di servizio sociale, e dall’altro l’unione di idee concrete finalizzate alla creazione di un network studentesco internazionale. Attraverso la modalità del lavoro di gruppo è stato lasciato uno spazio agli studenti affinché esprimessero le loro idee in merito ed enunciassero gli obiettivi da loro ritenuti fondamentali. In un momento di brainstorming finale sono stati poi condivisi i risultati ottenuti da ciascun gruppo. Oltre all’esplicitazione dei diversi funzionamenti dei corsi di laurea, tema senz’altro interessante, è emersa soprattutto un’idea generale di quello che gli studenti presenti volessero fosse l’inizio di un network a livello internazionale. Si è pensato, come idea base e sulla quale sviluppare eventuali progetti futuri, alla possibilità della creazione di un sito internet, con relativi forum e pagina Facebook, che desse la possibilità ad ogni studente di iniziare conversazioni sui più diversi argomenti sociali, in modo da favorire un dibattito,un scambio di opinioni a livello europeo (e non solo). La promozione del sito spetterebbe alle singole università nazionali, che avrebbero quindi l’importante compito di fornire ai loro studenti degli input che permettano di informarsi ed agire a livello internazionale. Un altro step fondamentale, da realizzarsi in collaborazione con EASSW, è risultato essere per i partecipanti quello della creazione di un progetto che favorisca l’avvio di stage e tirocini a livello internazionale, in modo che gli studenti possano vedere come funzionano i diversi servizi sociali stranieri, favorendo così una circolazione di saperi, competenze e metodologie. Un ulteriore passo in avanti potrebbe essere compiuto da gruppi rappresentativi di ogni università che, una volta eletto un rappresentante, potrebbero partecipare agli incontri dell’EASSW e quindi contribuire alle discussioni in merito all’insegnamento del servizio sociale con i membri dell’associazione, dando in questo modo sempre più importanza all’opinione degli studenti. Questi, con le loro idee e la loro voglia di fare, sono senz’altro un tassello importante della formazione professionale; tassello che spesso viene ignorato o poco considerato ma che invece potrebbe dare un grande contributo se valorizzato maggiormente. E’ infatti a partire dal “basso”, da quella che è la nascita di un professionista, che è importante agire per migliorare sempre di più il contesto dinamico del lavoro sociale; è impensabile ipotizzare cambiamenti per il futuro senza coinvolgere le generazioni che ne saranno protagoniste. Solamente con una modalità di lavoro aperta, dinamica e che coinvolge ogni attore sociale si può pensare di attuare un vero cambiamento.

Anita Urso

Chi sono gli Hikikomori?

articolo

Il termine Hikikomori significa letteralmente “isolarsi”, “stare in disparte” e fa riferimento ad adolescenti e giovani adulti che decidono di non aver alcun contatto diretto con l’esterno rinchiudendosi nella propria stanza per lunghi periodi, addirittura anni.

Questo fenomeno è caratteristico del Giappone ma sembra svilupparsi anche in altre società occidentali, inclusa l’Italia.

In Giappone del problema non si parla molto perchè imbarazza, perchè sconvolge l’immagine di un paese che vuole apparire combattivo.
Di chi pratica
hikikomori si pensa che sia un debole che vive alle spalle della famiglia e della società; in realtà potrebbe essere una forma di contestazione nei confronti di una società frenetica, quale è il Giappone, che non dà la possibilità di sbagliare, che alimenta d’altro canto un senso di inadeguatezza rispetto a ciò che essa stessa richiede.
Hikikomori non è riconosciuto come una patologia dal Ministero della Sanità, del Lavoro e del Welfare del Giappone, ma può seriamente portare ad ammalarsi a causa dell’isolamento prolungato.
La famiglia spesso “protegge” questa chiusura perchè se ne vergogna e chiede aiuto solamente in casi estremi.
In alcune ricerche è stato riportato che l’88% dei casi di
hikikomori madre e figlio hanno un rapporto di dipendenza, un rapporto simbiotico, che può portare ad un atteggiamento ambivalente da parte di chi lo pratica: da una parte si gode delle eccessive attenzioni, dall’altra il sentimento di oppressione convoglia in aggressività nei confronti della madre (unica figura familiare che storicamente si prende cura della casa e dei figli a causa dell’assenza del marito-padre che dedica la propria vita al lavoro).

L’antropologa e ricercatrice Carla Ricci ha pubblicato alcuni libri sull’argomento, l’ultimo (2014) è intitolato “La volontaria reclusione. Italia e Giappone, un legame inquietante”.
Secondo lei “
Hikikomori rappresenta uno dei tanti esiti imprevisti delle società contemporanee più ‘ricche’. La società è sempre più complessa, più competitiva, più arrogante ed anche più tecnologica ma senza la preparazione psicologica dei suoi soggetti ad esserlo. I giovani sono eccessivamente protetti dalla famiglia, più narcisisti, meno inclini ai sacrifici e meno sensibili a diventare indipendenti, tutti elementi che possono favorire la resa finale, cioè hikikomori” , ed è un fenomeno destinato ad aumentare nel nostro Paese proprio per la comunanza di questi tratti tra Italia e Giappone.

In Italia hikikomori è associato alla dipendenza da internet, l’antropologa ritiene che essa “porti con sé il bisogno inconsapevole di qualcosa che non si sa cosa sia ma che manca”.

Carla Ricci non ritiene, purtroppo, che esista alcun intervento sociale risolutivo. Attribuisce alla famiglia un ruolo fondamentale e dichiara: “Il fardello penoso che rappresenta per la famiglia la realtà del figlio recluso e la scelta non scelta di diventare hikikomori del giovane potrebbero creare una opportunità di fruttuosa, creativa e trasformativa esperienza individuale ma anche comune, capace forse di scoprire sensi e significati là dove ora non ci sono”.

Consiglio la visione di un corto animato del regista Jonathan Harris il quale rende bene l’idea di chi è un hikikomori: https://www.youtube.com/watch?v=50Y7R5zP0wc

Roberta Fina

Italia, il paese dei campi.

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Nel 2014 l’istituto di ricerca statunitense Pew Research Center ha condotto un’indagine sull’ostilità nei confronti dei rom in sette paesi d’Europa: l’Italia è il paese nel quale l’intolleranza e la diffidenza verso i rom sono più diffuse. Nel 2014 sono stati infatti registrati 443 episodi di violenza verbale contro i rom, di cui 204 gravi, e l’87% di questi episodi è riconducibile a dichiarazioni più o meno formali di esponenti politici.

Nonostante la percezione comune della popolazione, facilmente manipolabile e modificata dalle propagande discriminatorie dei politici e dei mezzi d’informazione, in Italia abitano 180 mila rom, l’equivalente dello 0,25 % della popolazione totale, una delle percentuali più basse in Europa. Tra questi, metà è di nazionalità italiana e solo il 3% è nomade. Le regioni dove si registra la presenza più massiccia di rom sono il Lazio, la Campania, la Lombardia e la Calabria (dati del rapporto 2014 della “Associazione 21 luglio”, impegnata nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinti in Italia).

Tuttavia le molte condanne arrivate da parte di istituzioni europee e internazionali, dal 2000 l’Italia è definita come “il paese dei campi” per l’enorme diffusione di questa modalità abitativa – fortemente ghettizzante e segregante, voluta dalle forze politiche e finanziata con le risorse dello Stato – che non rispetta gli standard di sicurezza internazionali, ma presuppone una continua violazione dei diritti umani, ostacolanti qualsiasi forma di integrazione.
I campi vengono collocati volutamente lontani dalle città, in zone dove i mezzi di trasposto sono perlopiù inesistenti, e quindi distanti da quei servizi primari ed essenziali come le scuole, gli ospedali, i negozi ecc. e dagli eventuali posti di lavoro. Altra criticità riscontrabile facilmente nei campi rom sono le scarse condizioni igienico-sanitarie.

Malgrado le problematiche elencate del sistema dei campi note a tutti gli esponenti del panorama politico, nel 2012 sono stati costruiti nuovi insediamenti nei comuni di Roma, Giugliano in Campania, Carpi e Milano, coinvolgendo 1.600 rom per un’ ammontare di spesa di 13 milioni di euro.

Nel 2014 sono aumentati anche gli sgomberi forzati. A Roma ne sono avvenuti 34, per un totale di 1.135 persone, mentre a Milano in vista dell’apertura dei cantieri dell’Expo, i numeri sono raddoppiati: sono state sgomberate 2.276 persone nel corso di 191 operazioni di sgombero.
Oltre a violare il diritto internazionale secondo cui le persone sgomberate dovrebbero ricevere un’alternativa valida e una notifica scritta (cosa che non è avvenuta nella stragrande maggioranza degli sgomberi di Roma e Milano), queste operazioni possono considerarsi poco funzionali perché, spesso, i rom ricreano autonomamente nuovi insediamenti in altri luoghi.

Infine, dal rapporto della ”Associazione 21 luglio” emerge che i bambini rom in Italia hanno il 20% di probabilità di iniziare un percorso scolastico, l’1% di probabilità di frequentare la scuola superiore, mentre le probabilità scendono a zero quando si parla di Università. La metà dei bambini rom inseriti nel sistema scolastico abbandona la scuola nel passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria, mentre nel passaggio tra la scuola media e la scuola superiore la percentuale di abbandoni sale al 95%.

Una piena e pacifica integrazione dei rom in Italia è un obiettivo ancora molto lontano, soprattutto perché, spesso, sono le istituzioni stesse ad ostacolarla. Se però ognuno di noi iniziasse a prendere coscienza del fatto che i rom hanno diritti uguali ai nostri e che un tempo eravamo noi italiani ad essere ghettizzati ed emarginati in paesi stranieri, un passo avanti verso un miglioramento delle loro condizioni di vita verrebbe fatto.

Giulia Armano

LOOK AT MI

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LOOK AT MI è stato il titolo emblematico di una mostra fotografica, effettuatasi nella città di Milano, che ha accompagnato il convegno PERSONE SENZA DIMORA: STORIE E SERVIZI SOCIALI, tenutosi il 13 maggio 2015 in Bicocca.

Le tre parole non sono casuali: sono state scelte per catturare l’attenzione dei partecipanti al convegno e per farli riflettere sulla necessità di (ri)vedere il concetto complesso di “Senza fissa Dimora”, dato che – utilizzando le parole di una studentessa che ha partecipato all‘attività: – “ se non si fa attenzione diventano invisibili”.

Diventano invisibili le persone “senza fissa dimora” e la portata del fenomeno …

Diventano invisibili ed isolati gli interventi istituzionali e dell’associazionismo previsti …

Con il rischio di rimanere intrappolati nel buio e nella vaghezza degli stereotipi che si sviluppano su questo fenomeno.

Innanzitutto, vi è l’esigenza di fare chiarezza su questo fenomeno; quindi, è necessario riportare alcuni dati statistici: a Milano, nonostante le difficoltà di un attendibile censimento, sono quasi 5000 gli adulti (sia italiani che immigrati) privi di casa; 531 vivono per strada, 2016 nelle strutture di accoglienza, 2300 nelle baraccopoli, nei campi nomadi ed in edifici dismessi.

Si conta che l’84,8% siano uomini, mentre il 15,2% siano donne; la fascia di età tra 45 ai 54 anni è quella con una più alta percentuale di senza tetto, pari al 27,2%.

Infine,si conta una maggiore incidenza di immigrati sia in strada che nei centri di accoglienza (italiani in strada sono il 17%, nei centri il 23,47%; immigrati in strada sono l’83% nei centri il 76,45%).

Questi dati rimarrebbero però incompleti se non li accompagnassimo al significato attuale di “senza fissa dimora”; com’è stato spiegato durante il convegno, il termine fa riferimento ad un fenomeno di grave emarginazione adulta; esso include persone non solo senza dimora fisica, ma senza alcun luogo od opportunità di relazioni sociali come, ad esempio, persone senza lavoro ma con famiglia o casa , oppure con casa ma in grave disagio economico ed eventualmente psichico.

In particolare, queste persone sono accumunate da caratteristiche quali:

  • INVISIBILITA’, intesa come diritti negati. Ad esempio, il mancato riconoscimento di una residenza anagrafica pregiudica il loro accesso ai servizi;

  • VULNERABILITA’, dovuta sia alla carenza di risorse economiche personali, sia alla presenza di elementi di rottura che facilitano l’incedere in questa condizione (ad esempio perdita di lavoro, perdita della casa, un lutto, una separazione) ;

  • MULTIFATTORIALITA’ del fenomeno di emarginazione, dovuta all’eventuale assunzione di alcool oppure di sostanza stupefacenti;

  • PROGRESSIVITA’ nell’impoverimento sia economico che relazionale ed affettivo, per la mancanza di reti formali o informali di sostegno;

  • ESCLUSIONE DAL SISTEMA DI WELFARE, dovuta alla mancanza di una residenza anagrafica e ai tempi burocratici necessari per fissare un appuntamento con i servizi preposti.

Negli interventi successivi è stato poi ricostruito il panorama delle diverse forme di sostegno e delle tipologie d’intervento a favore dei senza fissa dimora; esse si basano sull’integrazione tra attori pubblici e privati, con l’obiettivo di creare una rete sociale sufficientemente solida da dare supporto e sostegno agli interessati.

In quest’ottica d’integrazione, s’inserisce molto bene anche la questione relativa alla prossimità e all’avvicinamento alle persone senza dimora da parte dei servizi; essa tenta di scardinare l’impronta assistenzialistica degli interventi – rivolta al soddisfacimento dei bisogni primari – per attivare un coinvolgimento delle persone in progetti di sviluppo dell’autonomia.

A tal proposito, rientrano in questi progetti, l’“Educativa di Strada”, l’ “Housing Sociale” e le “Ronde della carità”; queste ultime sono unità mobili che affiancano attività di volontariato ad attività di consulenza, fornita da educatori e assistenti sociali.

In conclusione, nell’esigenza di fornire chiarezza su questo fenomeno, si è evidenziata la necessità di “… ampliare gli sguardi per ampliare migliori interventi”, che possano integrarsi e ridefinire quelli attuali, allineandosi con l’evoluzione e la complessità che il concetto di “senza fissa dimora” comporta.

Arianna Sacchelli

Persone senza dimora

Controrazzismo

Frà! Non ce la faccio più…Hai visto su facebook?! Questi parlano di “Brembo Nostrum”…Io ogni tanto non ci capisco più fuori niente.

Nel senso che vado dal medico di base coi ragazzi e in sala d’attesa i signori che parlano in dialetto contro gli immigrati si girano a guardarmi quando si accorgono che li sto fissando e si dicono: “Ehi, abbassa la voce che l’italiano ci sta ascoltando!” e dall’altra parte in ospedale le segretarie dell’odontoiatria mi dicono: “ma lavori in un centro di accoglienza?! Ah, sono quelli che arrivano sulle barche! Ma che bravooooo….”. E mi sorridono come se fossi un confetto rosa con un fiocco sulla testa, dolce e carino…con Ansu, seduto al mio fianco, per il quale traduco, che sorride col suo sguardo ebete, che sembra un uovo di pasqua penso, cioccolata fondente….. nel mezzo di questi discorsi, c’è un vuoto fatto di resistenze, di silenzio duro come il cemento. Mi sento Stretto tra due poli così distanti dalla realtà che viviamo che mi viene difficile spiegare…. Mi piace fare questo lavoro e mi piace vestire la mia pelle bianca…per testimoniare che anche con la pelle bianca si può essere accoglienti…alle volte, però, vorrei essere tra loro ed avere la pelle nera per sentirmi più prossimo…per sentirmi meno bianco…perché le loro aspettative sono le stesse che tu, operatore, vorresti che realizzassero…ma a volte senti di vendere solo del fumo e alle volte te li ritrovi per la strada…perché lo sappiamo tutti che i più sfigati finiranno per la strada a fare l’elemosina…si dice che di solito siano i nigeriani….Quelli un poco più “intraprendenti”, invece, andranno al sud a gonfiare le tasche di qualche camorrista padrone, a fare la fame per un euro a cassetta di arance o pomodori ….

I più “svegli”, invece, i più svegli finiranno per la strada a vendere il fumo…lo stesso che tu gli vendevi con le parole loro finiranno a staccarlo con i denti per cinque euro il pezzo. Finiranno a vivere tra i giardinetti con il fumo in bocca, a tagliarlo con la merda e a rassegnarsi al loro essere il negro della strada. A mostrare i bicipiti per il gusto di giocare un ruolo, ritagliati in se stessi, con il passo morbido e deambulante, piegando il ginocchio come si direbbe di uno zoppo, molleggiandosi con la testa alta, con l’orgoglio di essere tanta bellezza, perché “è più facile usare il proprio corpo come merce che il cervello come strumento di giudizio”, ha detto Pezzi di vetro…

che poi questi altri dicono ancora fratello e sorella…che bestie pensiamo……quanto sono africani gli africani, pensiamo…freddi e razionali siamo ben consapevoli che la parentela riguardi solo i legami di sangue…che non abbia nulla a che vedere con l’intensità di un legame, o con il modo di porsi…non pensiamo che chiamano fratello e sorella i coetanei e mamma e papà gli adulti….non pensiamo che se si perdono al mercato e hanno bisogno di aiuto fermano qualcuno di più anziano e gli dicono “ehi papà mi sono perso” oppure “ehi mamma, mi sono perso, aiutami”…oppure, “fratello, aiutami”….non l’abbiamo manco nemmeno mai provata quella vicinanza lì…non sappiamo cosa voglia dire sentirsi soli e trovare una madre ed un padre sulla strada…sconfitti ed annebbiati dall’individualismo di essere solo per noi stessi…presi nelle cuffie di discorsi solipsistici, intrappolati nell’ansia incomunicabile di “riuscire” e di “essere

La prima accoglienza, un intervento profondo…non può ridursi a vitto, alloggio, kit…non può ridursi ad una coperta e un “pasto caldo ed un buco x la notte”..non può essere e non è così…è in questa fase che il potenziale eroe si prepara ad un secondo rito di passaggio…certo, attraversando il mare si può affermare che la prova sia stata effettuata…ma detto francamente l’happy-end mi sembra ancora lontano…c’è ancora un mondo davanti, un mondo cui non si è preparati…un mondo che è il contrario del mondo da cui provieni…lì, nel mondo davanti, per sopravvivere, devi camminare a testa in giù e con il viso immerso nell’acqua…devi prendere fiato e trattenerlo e devi gestire lo sforzo e devi soprattutto riuscire a comprendere le cose stando sottosopra…quando parli ogni cosa che dici si capovolge e i tuoi interlocutori prendono il verso inverso di ciò che gli hai appena detto…a loro arriva il contrario anche se tu, dentro di te, lo dicevi dritto…e devi parlare giocando a scacchi, pensi alla mossa successiva prima di dire una parola…sei sempre al dopo, già nel momento in cui la pronunci…stai pensando al dopo….e così parlare diviene una partita lenta e faticosa…anche quando devi chiedere un pezzo di carta da culo…non sai come chiederlo… come non sai esprimere che ti senti sciocco e come un bambino che si confida a mamma quando devi ammettere che non dormi da giorni e che hai bisogno del medico perché c’hai addosso la tristezza…che vorresti andare in farmacia per comprare dei farmaci. “Prastamol!”, ma il paracetmolo lenisce il dolore e agisce sul manifestarsi della malattia, non va alla radice del problema…e la pelle gratta e non tanto per il freddo pungente di Bergamo ma perché è il disagio del presente, del passato e di quel futuro non futuro che crea prurito…e soprattutto tormenta la notte…nel silenzio assoluto quando a far rumore sono solo dei pensieri fastidiosi e assillanti che ronzano nella testa…
E così in cerca di risposte…nell’immobilità totale ciò che si ascolta è il corpo…la testa fa male, così come il ginocchio, la schiena e l’occhio lacrima… dammi i farmaci…non riesco a dormire…ma mi domando quali mali e quali malesseri dovrebbero curare questi farmaci???

Forse cerco un orgasmo nel mezzo di tutta questa stitichezza emozionale. Ho bisogno di solidità. Ho bisogno di sentirmi stabile e centrato e se mi guardo, qui, vedo bianco e, di lì, vedo nero e non mi sento mulatto e ci vedo ad elastico, a volte vicino e a volte lontano. Ci vedo un caleidoscopio di vita, che si ribalta e rigira e a volte mi sento sottosopra.

C’è una storia di una coppia di vecchi signori, che erano sposati da tanto tempo, così tanto tempo che non si ricordavano più perché si erano sposati. Un tempo vicini, avvolti uno nel corpo dell’altra, adesso vivevano la stessa casa di sempre ma con assoluta distanza. Lui viveva sottosopra, con i piedi al soffitto. Bisogna fare un piccolo sforzo per comprenderne l’essenza. Vivevano in due differenti gravità. Una che tira verso il soffitto e una che tira verso il pavimento. Nel soffitto, come sul pavimento del resto, la casa era arredata e tutto stava al suo posto. Cambiavano solo i punti di vista…in questa loro prossima distanza non perdevano occasione per litigarsi il frigorifero, le seggiole e la televisione, scambiandosi grugniti e sguardi tesi. Lui aveva mani grandi e ruvide e lavorava il legno ed il ferro. Lei ricamava la maglia e curava i fiori alle finestre. Da quando si erano allontanati, da quando vivevano su due discorsi paralleli, la casa aveva preso a fluttuare nel cielo. Girando all’impazzata come una trottola aveva smesso solo quando durante uno dei frequenti litigi avevano distrutto la cornice con la foto del loro matrimonio (per inciso, lui voleva il riquadro dal suo lato della casa, mentre lei la voleva girata dal proprio). A quel punto lui per porvi rimedio aveva riparato un paio di scarpe da ballerina che lei indossava durante il matrimonio, chissà quanti anni prima. La storia finisce con un rumore di chiodi piantati nel legno. La donna stava fissando tutte le sue scarpe al soffitto, il pavimento della parte di casa del marito dunque. Lui la guardava incredulo non capendo cosa stesse facendo e capì solo quando la vide fare un grande balzo ed infilarci i piedi dentro. Solo in questo modo riusciva a stare sottosopra e a camminare verso di lui, al suo fianco. Penso spesso che sia importante coltivare querce per non calpestare le formiche perché a volte, ed ogni volta all’improvviso, faville fioccano disordinate.

“è la vita, un giorno va bene l’altro va male, l’importante è restare in piedi con i capelli al vento, l’importante è che mi adatto come posso a questa emanazione di una variante assurda di paradiso errato, come ha detto chissà quale poeta africano” Alain Mabanckou

Scritto da Tobia Scarrocchia, per il nostro Convegno “Persone senza dimora: storie e servizi sociali”