“Il Ramarro verde” di Michele Riva

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“Il ramarro verde” è la splendida storia che Michele Riva ha “scritto”, grazie all’ausilio della tecnologia, con gli occhi. Un comunicatore che lui definisce “la mia finestra sul mondo”, dopo la tracheotomia che gli impedisce di parlare. Ebbene sì, si tratta di un libro scritto con gli occhi, gli occhi del signor Riva, affetto dal 2000 da una terribile malattia degenerativa, la SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica).
Classe ’59, operaio piemontese, sposato con Vanda e padre di Fabio, Michele Riva racconta se stesso paragonandosi metaforicamente ad un ramarro verde, animale che fu protagonista di una scena di vita della sua infanzia. Da piccolo, Michele mentre giocava sulla riva del fiume Sangone, stava per essere morso da una serpe ma, incredibilmente, un ramarro lo salvò, attaccandola. La serpe fuggì, ma il ramarro rimase paralizzato. Il comportamento provvidenziale dell’animale resta a lungo scolpito nella memoria di Michele, predisponendolo ad una vita condotta in difesa della natura e a sostegno del prossimo. Michele ha vissuto una vita serena ed appagante, ma all’età di quarant’anni gli viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica. La prospettiva di doversi rassegnare ad una condizione di paralisi totale suscita in lui una reazione di rifiuto e di abbandono, da cui tornerà a salvarlo il ricordo di quell’atteggiamento tenace e ostinato con cui il ramarro verde lottava per sopravvivere.

Dall’immobilismo forzato della sua nuova condizione, Michele Riva racconta in prima persona come vive l’inattesa esperienza con la SLA, con una franchezza disarmante e a tratti persino insostenibile. “Il ramarro verde” non è una vicenda facile, né un libro rassicurante, ma è l’occhio che ci sta guardando. E’ un uomo che non riesce più a vivere, che non riesce a comprendere le ragioni del suo male. Il ramarro verde è la diversità, l’impossibilità di fruire liberamente del proprio corpo, la difficoltà di accettarsi; ma anche la possibilità di vedere la realtà sotto un’altra luce. All’autore non si può chiedere ciò che non può dare: soluzioni o rimedi consolatori. Ma dalla sua testimonianza si può attingere coscienza problematica e rinnovata predisposizione alla vita. Che è di per sé ragione di schietta gratitudine.
Durante la sua esistenza, l’autore, come il ramarro, si è sempre battuto per chi è in difficoltà.
“Vedo in me la tenacia di quell’essere, non solo in questa fase della malattia, in cui se non c’è caparbietà e tanta determinazione è facile lasciarsi andare giù”, dice Riva, determinato a “lottare anche per quei malati che, come è successo a me agli inizi, si sono arresi”. Il libro di Riva è infatti un libro corale, che ospita altre testimonianze di amici con la medesima malattia degenerativa.
Questo libro è un forte invito a non smettere di lottare, a non arrendersi dinanzi alle difficoltà, è un ausilio per chi è afflitto da questa malattia ma, ancor di più, leggerlo può essere d’aiuto a chi “sta bene”. E’ un invito a vivere ogni istante con intensità, è a trasformarci in uomini e donne migliori, disposti a sacrificarsi per chi è ammalato e non pensare sempre e solo a noi stessi. Questo libro è un invito a resistere, ad avere coraggio e diventare persone in grado di amare!
La testimonianza di Michele ma anche di Giuseppe, Susanna, Marco, Giampaolo, Stefano, Loredana, Leido e Luciano sono la prova che non siamo un corpo che al suo interno cela un’anima, ma il contrario. Le loro testimonianze ci insegnano che si può essere liberi anche in un corpo che è diventato una prigione e si può essere prigionieri in un corpo perfettamente efficiente.

Letizia Bonelli

PORTOBELLO … IL MERCATO SOLIDALE

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Nonostante continue rassicurazioni sul fatto che la crisi finirà presto e la crescita riprenderà, molte e nuove famiglie si trovano in una crescente difficoltà e la tensione sociale aumenta. È in questa situazione che ,nonostante un certo scoraggiamento e pessimismo, si possono individuare nuove risorse e potenzialità degli individui, nuovi modi di essere comunità.
L’Istat ha calcolato che il 70% delle famiglie ha ridotto la spesa alimentare, e cresce il numero di persone che non riescono ad avere cibo a sufficienza. Di fronte a questo disagio, oltre ai tradizionali servizi offerti( dall’aiuto economico comunale, al buono spesa o la borsa Caritas) sono sorte sperimentazioni alternative.
A Modena è nato per esempio l’Emporio Portobello, un supermercato solidale per famiglie in difficoltà economica e per persone disoccupate. L’iniziativa proposta è molto curiosa: l’Emporio mette a disposizione delle tessere con bollini che consentiranno di fare la spesa gratuitamente nell’arco dell’anno. Chi però usufruisce del servizio dovrà donare ,in cambio, parte del suo tempo (almeno una volta alla settimana), diventando volontario della struttura. Un modo per dare un aiuto ma non calpestare la dignità di chi ha bisogno una mano e magari ha vergogna a rivolgersi al Comune o ad altre organizzazioni, perché non ha mai avuto necessità di farlo prima. Questo progetto durerà due anni e coinvolgerà 450 nuclei familiari, individuati dai servizi sociali comunali, in base alle dichiarazioni Isee. Se durante questo periodo le situazioni familiari miglioreranno, il beneficio passerà ad una nuova famiglia.
L’Emporio viene gestito dal Centro servizi per il volontariato, ma è una esperienza che mira a coinvolgere altre realtà associazionistiche presenti sul territorio e che si apre alla società civile: chi vuole può dare il suo contributo offrendo una spesa, con una donazione di denaro, o di prodotti, oppure proponendosi come volontario per gestire la struttura. Allo stesso modo anche le aziende hanno la possibilità di donare dei beni e prodotti all’Emporio.
Insomma un altro modo di essere solidali di fronte a una crisi sempre più mordente, che deve essere occasione non di scontro ma di sperimentazione di nuove modalità di essere vicini gli uni agli altri, proprio perché accomunati dal desiderio di superare questo difficile momento.
Marta Garavaglia.

Associazione sociale PROIEZIONE 180

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http://www.proiezione180.com

Una Associazione che si occupa di qualità della vita nei progetti sociali. Contro pregiudizi e luoghi comuni offriamo un progetto ampio di valorizzazione della diversità e un nuovo punto di vista, libero, provocatorio e fantasioso a servizio della cura. Il nostro progetto si chiama SNORMALE: libero stato della mente
Vogliamo eliminare il concetto di normalità, mostrando come siano diverse le persone, come la salute mentale riguardi ognuno di noi, e quante potenzialità nascoste ci siano. Superiamo la frattura fra cura e vita quotidiana unendo le competenze dell’aiuto e la socialità. La relazione è metodo e obbiettivo, il fare insieme arricchimento reciproco e valorizzazione di risorse di ognuno. Attiviamo le persone in un diverso sistema di cura, paritaria e aperta a nuove soluzioni per trasformare e trasformarci attraverso creatività e possibilità di cambiare . Partiamo dall’idea che l’intelligenza e i talenti di chi soffre di disturbi mentali spesso vengono nascosti. La malattia mentale è vicina a tutti, perché stranezze, diversità e bizzarrie si trovano dentro la nostra vita e le nostre storie. Il contesto delle relazioni da più possibilità che problemi: la conoscenza della “snormalità diffusa” porterà una visione più vera e allargata della realtà, eliminando preconcetti e timori. La malattia mentale impone di familiarizzare con la gente, perché in situazioni di marginalità e crisi, si possono scoprire risorse imprevedibili che esistono in tutti. La nostra particolare attenzione è per le fasce deboli, ma con l’idea irrinunciabile di stare e fare insieme un progetto comune utilizzando le risorse di ognuno. Riteniamo fondamentale il coinvolgimento delle associazioni e delle istituzioni per il raggiungimento dell’obbiettivo di integrazione fra cittadini. Vogliamo sperimentare nuove forme di comunicazione e di partecipazione perché l’essere senza progetti e speranze uccide. Fissità e chiusura vanno combattute scardinando la monotonia, introducendo nuovi linguaggi, innescando di nuovo curiosità, bisogno e voglia di scoprire andando oltre gli schemi e le etichette. Ci basiamo sulle risorse piuttosto che sulle mancanze, sulle possibilità e non sui limiti. Più o meno malati, si può godere di ciò che è bello e buono, avere relazioni, autonomie, passioni. Questa idea considera che si può arrivare con tempi, modi e caratteristiche diverse ad una dimensione di benessere. L’idea è una alleanza nella lotta alla sofferenza che rompe potere e distanza fra chi da e chi riceve. Vogliamo offrire un’esperienza che accompagni e inserisca nel circuito delle relazioni sociali e non solo nel microcosmo dei centri terapeutici, dando ampio spazio a interlocutori diversi: l’unica integrazione con esiti soddisfacenti si ha quando si riescono ad intessere rapporti in ambienti diversi da quelli psichiatrici. Il costante coinvolgimento con l’ambiente circostante crea legami nuovi e rinsalda vincoli esistenti così da recuperare e reinvestire nelle persone e nel mondo. Proponiamo una possibile snormalità dove entrare in relazione liberamente, in cui muoversi riconquistando occasioni di scambio per uscire dall’isolamento accompagnati in terreno comune al di là della distinzione follia-non follia. Per migliorare la qualità della vita si riparte da desideri e abilità, si risvegliano sentimenti e forze personali, si instaurano rapporti significativi
“Ci occupiamo di un sociale inventato per una socialità altrimenti assente che del massimo della contaminazione vive e in cui viene deliberatamente compiuto lo sforzo di usare il contributo di tutti” F. Rotelli
“Nella pratica che ogni giorno potevamo inventare capivamo che la città doveva essere coinvolta con tutti i mezzi possibili, dalle feste, alle assemblee, dall’uso degli spazi, alla proposta di servizi ulteriori e diversi. Dovevamo valorizzare alleanze e amicizie, ricercare collaborazioni, accordi, intese” P. dell’Acqua
“Il compito della prevenzione della terapia e della riabilitazione è uno solo è sempre quello. Neutralizzare i processi cronici che partendo dal fallimento e passano all’allontanamento reciproco portano alla de socializzazione e alla rassegnazione” S. Amer
Proponiamo:
Attività che possano attivare passioni e risorse attraverso uno stile basato sulla professionalità.
Socializzazione e integrazione fra cittadini al di là della loro estrazione psichica
Lotta allo stigma con azioni sulla comune mentalità recuperando il senso della collettività: “stare bene” è diritto e bisogno di tutti
Comunicazione: mettendo in rete esperienze ed esperimenti interessanti per allargare la comunicazione e quindi la partecipazione e lo scambio di risorse.
L’aspetto culturale ha accompagnato la psichiatria nella sua evoluzione verso la salute mentale, ponendo l’accento sul coinvolgimento dell’ambiente sociale come parte in causa. Il significato di “terapeuticità” si evolve pensando a nuovi spazi funzionali alla nascita di dinamiche positive. Ognuno al di là del momento psicologico o patologico che sta attraversando deve avere poter “desiderare” e “fare” con gli altri. il binomio soggetto società rimane il riferimento della salute mentale: la terapia non è mai emarginazione e la partecipazione dei cittadini pesa molto, in senso positivo sulla qualità dei servizi prestati.

QUEL GIORNO HO COMINCIATO A DECIDERE.

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“Siamo lieti di invitarvi al compleanno degli Alcolisti Anonimi nella serata dell’8 Maggio presso il Centro Anziani di Bisuschio (Va).”
Quando ho visto questo invito negli uffici del Ser.T. di Arcisate (Varese) in cui sto svolgendo il tirocinio, mi sono chiesta perché i gruppi degli Alcolisti Anonimi festeggiassero il compleanno. La mia supervisora mi ha spiegato che i gruppi degli Alcolisti Anonimi del territorio festeggiavano due alcolisti che hanno compiuto di recente un anno di astinenza dall’alcol. Mi ha invitata a partecipare alla serata: ero incuriosita, non mi era mai capitato di partecipare ad un evento simile. Immaginavo un compleanno tradizionale con torta e bibite rigorosamente analcoliche, invece ho assistito ad una vera e propria seduta di gruppi di Alcolisti Anonimi e gruppi di soli familiari di alcolisti. All’inizio hanno preso la parola i festeggiati, hanno ricordato il loro anno di astinenza e hanno evidenziato come le loro vite si sono trasformate: da persone irose, irascibili, poco affidabili, incapaci di decidere sono diventati adulti. Hanno usato proprio questa parola: adulti. Finora erano adulti solo anagraficamente; ora grazie al gruppo, alla famiglia e agli amici sono diventate persone “in grado di decidere”, come ha affermato un membro del gruppo AA. Quasi tutti hanno raccontato la loro esperienza e la loro vita insieme all’alcol che è stato a lungo il loro compagno di vita, la loro unica ragione. Hanno ricordato la persona che erano e quello che sono diventati. Il cambiamento e la voglia di rimettersi in gioco è arrivata quando hanno capito di essere malati, di avere bisogno di aiuto, di una cura non solo farmacologica per uscire da questa brutta malattia. Tutti loro credono in un Potere Superiore, una forza interiore che si sviluppa grazie al gruppo, agli amici, ai familiari e agli affetti. Il Potere ha permesso loro di cominciare, attraverso il gruppo, a vivere e di condividere le loro esperienze, vissuti ed emozioni con altri che hanno vissuto esperienze simili e affetti dalla stessa malattia. La condivisione e il forte senso di identità e di aiuto reciproco che si respira all’interno del gruppo hanno permesso a queste persone di ricominciare una nuova vita. Hanno chiesto scusa ai loro familiari, amici e a tutti coloro che hanno vissuto e convissuto con la malattia, ma che hanno dato loro la forza e la speranza di avere una seconda opportunità. Si definiscono alcolisti, non ex alcolisti. Anche se non bevono più da molti anni, il gruppo è diventato per loro un modo di vita, un’opportunità di costruire nuove relazioni, di conoscere nuove persone alcoliste che non dimenticano. Non vogliono cancellare buona parte della loro vita: hanno la consapevolezza di quanto sia pericoloso tornare indietro e hanno paura ad immaginarsi di nuovo schiavi di una sostanza senza il potere e la capacità di decidere. I familiari di alcolisti invece frequentano il gruppo soprattutto per se stessi, per condividere con altre persone le difficoltà nell’affrontare e nel dover condividere una vita con una persona malata, che a volte sceglie di curarsi, ma a volte no. L’alcol diventa parte della relazione familiare, è un nuovo membro della famiglia che scardina gli equilibri, provoca rabbia e fa perdere il controllo; perciò il familiare decide di farsi aiutare e di aiutarsi. Anche per figli, mogli, mariti di alcolisti il gruppo diventa uno strumento di condivisione, identità e cura. Ognuno racconta di sé liberamente e l’accoglienza è calda e intensa. Se l’alcolista sceglie di non curarsi, il familiare decide di affrontare la malattia della persona a cui vuole bene. Inizialmente si arrabbia, giudica, discute, poi prende atto della situazione, cerca comprensione e appoggio tra i membri del gruppo e modifica il rapporto con l’alcolista diventando mezzo di sostegno e aiuto. Ciò che più mi ha colpito, oltre al forte carico emotivo della serata è stato il loro identificarsi in un gruppo. Essere sempre se stessi condividendo il loro problema con altri e grazie ad altre persone. La loro crescita, il loro cambiamento, la facoltà di decidere sono nate proprio da questo: la volontà di sentirsi qualcuno, di sentirsi persone vere, adulte con la capacità di decidere e di essere responsabili delle loro vite. Quella sera mi sono sentita accolta: nessuno di loro mi aveva mai vista o conosciuta, erano incuriositi dalla mia presenza e mi hanno chiesto di parlare e spiegare il motivo per cui partecipavo. È stata una serata interessante, molto formativa e piacevole. La serata si è conclusa come ogni compleanno che si rispetti: taglio della torta e soffio sulla candelina per festeggiare V. e F. al loro primo anno di astinenza, con l’augurio di continuare a vivere come hanno vissuto da quando sono entrati a fare parte del gruppo, allontanando l’alcol dalle proprie vite e riavvicinandosi agli affetti perduti.

Liliana Torresin

Una rete di solidarietà

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A Pessano con Bornago sorge il Presidio Permanente Martesana. Fisicamente costruito da un gruppo di ragazzi e ragazze contrari alla costruzione della TEEM (tangenziale est esterna milanese) il presidio ha l’obiettivo di diventare un luogo di passaggio, di aggregazione, di confronto e di progettazione per chiunque voglia informarsi su cosa sia la teem e su cosa questa significhi in termini di speculazione del territorio. Oltre alle numerose iniziative e attività legate strettamente alla teem e ai temi territoriali, questi giovani, alcuni dei quali già lavoratori o volontari di cooperative o associazioni, hanno attivato un progetto riguardante il recupero e la ridistribuzione di cibo e prodotti che vengono buttati da supermercati e centri commerciali.

Rendendosi conto della situazione economico-finanziaria del paese, del numero sempre più elevato di famiglie e persone che difficilmente riescono ad arrivare a fine mese ed avendo coscienza della quantità di cibo sprecata, hanno deciso di divenire soggetti attivi entrando a far parte di una rete composta da: S’apre, un’organizzazione di volontariato senza fine di lucro che si impegna nella lotta all’emarginazione sociale, la Cooperativa Lpk, i Padri somaschi, la comunità solidale pagnana e i servizi sociali comunali di Pessano con Bornago, Gessate, Gorgonzola e Bussero.

Dal 2010 la COOP di Cassano d’Adda dona alla cooperativa Punto d’incontro (che lavora con i disabili), tutto quel cibo e quei prodotti che sono in scadenza o che non possono essere venduti.
Da quasi un anno ha preso forma una partnership tra la cooperativa e S’apre, che è riuscita a distribuire cibo e beni a soggetti in difficoltà.
I giovani della martesana, alcuni dei quali volontari di S’apre e lavoratori della cooperativa lpk, che ha messo a disposizione il furgone per la distribuzione dei prodotti, hanno deciso di contribuire in prima persona al progetto essendo questo in perfetta sintonia con i loro ideali politici e sociali.
Gli obiettivi prefissati dai giovani sono la creazione di un luogo fisico, in questo caso il presidio, da utilizzare per la distruzione del cibo e un ruolo di sostegno per la rete già creata in precedenza da S’apre.

Si mettono subito in contatto con i padri somaschi che gestiscono a Gorgonzola una casa per uomini divorziati , con la cascina pagnana, comunità solidale che offre ospitalità ed affidi e funge anche da sostegno per alcune situazioni di disagio economico. Nel contempo si rivolgono ai servizi sociali comunali chiedendo agli\alle assistenti sociali i contatti di famiglie, persone o cooperative (come referenti), in vacillanti o gravi situazioni economiche.
I ragazzi sono ora con orgoglio riusciti a creare una rete di contatti che quasi ogni giorno si presenta in presidio per scambiare due chiacchiere e per ritirare un po’ di cibo. Sono contenti del lavoro che stanno portando a termine, del supporto che tra cittadini si stanno dando ma sopratutto sono fieri dell’enorme quantità di cibo che viene recuperata. La loro speranza è che tutto questo possa essere da esempio e possa ampliarsi visto l’elevato numero di negozi e centri commerciali.

Mi ha colpita il clima che si respira nel presidio, il bel rapporto che si è instaurato tra i giovani e le famiglie; mi ha colpita la bella e giovane esperienza di vita di comunità. Salutandoli, mi hanno detto che l’importante è cercare di essere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo. Porto a casa qualcosa in più per il futuro.

Raimondi Giulia

L’Associazione Malawi

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Il mio incontro con l’ “Associazione Malawi” nel cuore avviene a seguito di un’esperienza di grande dolore che ha colpito la mia famiglia nel 2008, la morte improvvisa di mio fratello Fabrizio.

L’Associazione opera su Varese e a Bergamo, dove è presente la famiglia di Padre Eugenio, il missionario impegnato in Malawi e che sosteniamo da diversi anni.

L’Associazione è…. il sogno di tante notti, è il pensiero che spesso fa capolino durante il giorno, è la voglia di fare oltre il solito quotidiano, è una spinta che dall’interno vorrebbe farti agire velocemente senza titubanze per dare una mano al Malawi.
E’ certamente il cuore che ti sussurra: “è necessario mettere fine all’incertezza alimentare che perseguita il Malawi, è urgente agire contro le malattie che acutizzano la vulnerabilità della popolazione tutta del Malawi, è indispensabile dare a tutti i ragazzi del Malawi le strutture, gli strumenti ed i mezzi per una idonea scolarizzazione che li prepari a costruire un futuro migliore o almeno vivibile”.

Da qui nasce tutto.

Circa un anno fa ho avuto il privilegio di conoscere di persona “mamma Rita”. Rita è una missionaria laica, impegnata in Malawi da circa 30 anni dove ha costruito un orfanotrofio che ospita circa 30 bambini da 0 a 3 anni, orfani e bisognosi di tutto. L’AIDS, infatti, dilania il paese e sono presenti tantissimi bambini che hanno perso entrambi i genitori. Dopo 2 o 3 anni si preoccupa di reinserirli nei loro villaggi di provenienza, presso un parente in grado di prendersene cura, una famiglia disposta ad accoglierli ma continua ad assisterli a distanza.
All’interno del complesso è presente anche un CENTRO NUTRIZIONALE dove tutti i mercoledì arrivano dai vicini villaggi le mamme con i bambini che hanno grossi problemi di malnutrizione e/o che sono gravemente malati……anche loro hanno bisogno ….. si forniscono latte e un po’ di farina per permettere loro di vivere con i famigliari nei propri villaggi… .

Rita è una persona solare, con una grande forza di vivere che ti trasmette una grande forza e ti coinvolge in prima persona. Abbiamo deciso di finanziare un progetto “ Pappa buona” che permette di comprare il latte in polvere fondamentale per poter far crescere questi bambini. E’ necessario acquistare un tipo di latte particolare, molto nutriente per far fronte alle condizioni di salute dei bambini e anche molto costoso. Con gli amici di Fabrizio, siamo riusciti a finanziare questo progetto per 3 anni e anche a costruire un polo scolastico per i bambini in età scolare accompagnandoli fino alla formazione professionale e lavorativa.

Con l’Associazione promuoviamo diverse iniziative per raccogliere fondi e soprattutto per far conoscere i grandi bisogni del Malawi. Siamo un gruppo di amici che hanno conosciuto la vera e dura sofferenza e che vogliono renderla “ viva” e soprattutto trasformarla in aiuto per gli altri.

Spero di riuscire ad andare in Malawi, non solo per vedere “la scuola di Fabri” ma per vivere un’esperienza di volontariato di un anno presso l’Alleluja care Centre di mamma Rita, riuscendo così a vivere fino in fondo un’esperienza di condivisione e di solidarietà. Ho voluto condividere tutto questo per sensibilizzare e far conoscere questa realtà e per dimostrare come dalle grandi sofferenze e dalla morte possono nascere cose belle che portano alla vita.

Chiara Panin

Uno sguardo sul mondo: Panoramica delle prestazioni sociali ad Amsterdam

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Questo articolo, senza pretese di esaustività, vuole essere una piccola guida e dare solo un’infarinatura su alcune delle prestazioni del sistema dei servizi sociali di Amsterdam, rispetto alla tipologia di utenza.

Assistenza anziani:
E’ molto enfatizzata e sostenuta la figura del Caregiver, che, a seguito di legami personali oppure per vicinanza, si prende cura, in modo disinteressato, di una persona con malattia cronica o diversamente abile. Essendo tale compito molto oneroso dal punto di vista fisico ed emotivo, il Comune ha ritenuto opportuno sostenere gli accompagnatori attraverso azioni di consulenza, sostegno emotivo ed educativo. Il servizio, in cui è coinvolta la figura dell’assistente sociale, è stato istituito anche in previsione dell’aumento degli anziani portatori di patologie croniche.
Tra i servizi a sostegno dell’accompagnatore e dell’assistito troviamo l’assistenza domiciliare e l’organizzazione dell’aiuto integrato con altri volontari e professionisti. Infine è stata istituita una piattaforma virtuale per badanti e accompagnatori al fine di consentire lo scambio di esperienze e consigli.

Bambini e Genitori
In città, ogni quartiere ha il suo “Centro Genitore e bambino” (OKC) conosciuto come il “Centro per la Gioventù e la Famiglia”. Sono strutture integrate a livello sanitario-educativo e sociale. Paragonandoli alla realtà italiana ricordano i nostri Consultori, ma forniscono delle prestazioni aggiuntive.
Presso l’OKC si possono avere consigli da un consulente educativo, si possono frequentare corsi di genitorialità e workshop sul bullismo. In ambito sanitario sono presenti logopedisti, fisioterapisti e dietisti.
In alcuni centri sono presenti spazi ludici e ricreativi dedicati a genitori e figli.
E’ molto interessante il corso sulla genitorialità positiva che aiuta i genitori a stimolare in modo divertente le competenze dei bambini.
Una prestazione importante per le famiglie è il “Club Creep”, un servizio pensato per bambini da 0 a 2 anni. Qui il bambino si abitua a giocare con gli altri bambini ed altri genitori dello stesso quartiere. L’ingresso è gratuito e non c’è lista d’attesa. Sembra un servizio futuristico se paragonato alla situazione italiana degli asili nidi ed il loro relativo costo.
Vi è infine un servizio che aiuta i genitori a “giocare in casa” con il proprio bambino.

Programma per la prostituzione
La prostituzione ad Amsterdam è regolata da disposizione normativa a livello locale, aggiornata nel 2008. Il consiglio comunale vuole affrontare abusi nella prostituzione e rafforzare la posizione delle prostitute. La prostituzione deve essere autorizzato dal sindaco ed è vietato operare negli hotel. Viene costantemente monitorato dalle autorità lo stato di salute delle prostitute e la condizione di volontarietà dell’esercizio. Viene poi assicurato che le donne non siano sfruttate da nessun tipo di tratta e che non siano loro inflitte violenze.
E’ stata innalzata l’età per l’esercizio della prostituzione da 18 a 21 anni.
La prostituzione forzata è un crimine molto grave. Se si sospetta che una prostituta non faccia il proprio lavoro volontariamente si può contattare la polizia Se è la prostituta ad essere in situazione di pericolo e ad aver paura a rivolgersi alla polizia può rivolgersi ad un servizio telefonico apposito in cui è garantito l’anonimato. Per maggiori informazioni è stato creato anche un sito divulgativo
(http://www.meldmisdaadanoniem.nl/campagnes/gedwongen-prostitutie/)

L’operatore sociale tra i suoi mandati ha quello di condurre una conversazione con le donne per assicurarsi che si prostituiscano volontariamente e per capire il suo livello di indipendenza nell’esercizio. E’ stato creato un opuscolo, tradotto in diverse lingue (poiché molte donne sono immigrate), per informarle sulle nuove norme legislative.

Senzatetto
Per accedere alle prestazioni, i senzatetto devono registrarsi presso la sede del Ministero del Lavoro dove verrà valuta la situazione del soggetto e il suo diritto all’assistenza sociale e all’assistenza ad Amsterdam.
Per accedere ad uno dei 40 posti letto riservati ai senzatetto la persona deve essere residente ad Amsterdam almeno da due anni. L’accesso verrà consentito a seconda dell’esito del colloquio in cui si verificherà l’effettivo legame della persona con la città. L’Accesso al ricovero non è fine a se stesso ma parte di un Programma d’Intervento sociale per il miglioramento della vita dell’individuo.

Tanti sono i servizi del Comune che non sono stati citati in questa breve guida. Se volete saperne di più potete iniziare visitando il sito http://www.amsterdam.nl

Monica Lutzu

Consiglio bibliografico: “Una bambina” di Torey Hayden

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Torey Hayden ( USA, 21 maggio 1951) è una psicopatologa infantile, insegnante ed esperta in educazione speciale.
Nel corso degli anni T. Hayden ha accumulato molta esperienza e credito nel campo del lavoro con minori difficili a seguito di abusi, disturbi emotivi, psichiatrici e di apprendimento.
Oltre alle sue attività legate all’educazione e alla psicologia, è professore universitario e coordinatrice di unità di ricerca.
Torey Hayden è inoltre conosciuta per il suo lavoro di scrittrice. T. Hayden scrive libri che riportano le storie vere derivanti dalla sua quotidianità, dalla sua esperienza con i bambini difficili; nel 1980, a seguito del suo lavoro, scrive il suo primo e famoso libro “Una Bambina”.
“Una bambina” è nato inizialmente per registrare la relazione d’aiuto che T. Hayden ha vissuto con la piccola Sheila, protagonista del racconto, a cui solo successivamente ha pensato ad una pubblicazione.
“Una bambina” racconta la storia vera di Sheila, 6 anni, affidata temporaneamente alla classe dei “bambini difficili” di Torey in attesa che si liberi un posto all’ospedale psichiatrico di stato. Sheila era considerata ormai da tutti un caso “perso”, senza speranza, la cui unica soluzione rimasta era di limitare i futuri danni che poteva fare a sé stessa e agli altri.
L’evento che ha condannato Sheila all’internamento è accaduto una sera di d’autunno; Sheila lega ad un albero un suo vicino, un bambino di 3 anni e gli da fuoco, provocandoli gravissime ustioni.
Sheila si presenta una bambina molto difficile, affetta da mutismo selettivo, sporca, cerca perennemente di scappare dal centro, bagna continuamente il letto e fa altre piccola sciocchezze. Sheila ha deciso che al mondo non c’è nessuno a cui possa dare o ricevere affetto e nega agli altri la possibilità di instaurare un legame con lei.
Torey si trova davanti una bambina totalmente chiusa in sé, lontana dall’esprimere qualsiasi cosa senta, sfiduciata nei confronti di tutti. Il primo contatto fra le due è realmente molto difficile, Torey ha difficoltà nel creare una relazione e a capire le cause del comportamento di ribellione della bambina. Torey decide che per Sheila non può essere tutto perduto, che vale la pena provarci.
Con pazienza e passione Torey e Sheila instaurano un rapporto difficile, controverso e molto fragile.
Sheila, dopo l’iniziale diffidenza, inizia a rapportarsi con gli altri e a dare fiducia al prossimo, ad aprirsi. Si scopre in questo modo il passato burrascoso di Sheila: la madre l’ha abbandonata portandosi via il fratellino, il padre assente e problematico e una vita di abusi.
Il lavoro di Torey le fa prendere coscienza di sè e fiducia negli altri, capire cosa sia giusto e sbagliato, credere nelle sue potenzialità (per altro molto alte).
Le relazioni sono al centro del libro, attraverso di esse T. Hayden lavora e aiuta i suoi utenti. La storia di “Una bambina” è la storia dei tentativi di T. Hayden per far emergere le capacità di Sheila, nascoste e ignorate da anni di abusi ed è, inoltre, la storia delle difficoltà e della volontà di T. Hayden di non arrendersi di fronte a una bambina considerata ormai “spacciata”.

Leggere “Una bambina” fa provare al lettore una moltitudine di emozioni e domande.
Personalmente credo che la Hayden sia in grado, con la sua narrazione, di portare i lettori dentro la storia, dentro le emozioni che alla vive ogni giorno, dentro le difficoltà del vissuto dei bambini che incontra nel suo lavoro. Difficilmente si trova un libro dallo stesso impatto emotivo, impatto emotivo che aumenta considerando che il narrato è realmente accaduto.

“Una bambina” è attualmente pubblicato in 28 lingue, edito in Italia Corbaccio ed è stato adattato in diverse forme (film, spettacoli).

Dal sito ufficiale di Torey Hayden dove è possibile conoscere i destini dei protagonisti reali dei suoi libri si apprende che Sheila, oggi, ha una vita serena e ha aperto una propria attività.

Torey Hayden ha scritto altri libri basandosi su storie vere a cui ha lavorato, soprattutto nel campo dei minori, da segnalare inoltre: “Una bambina bellissima” e “La figlia della tigre” dove si rittrova una Sheila adolescente.

Barbara Ghidotti

Il coraggio e la forza del sorriso contro la mafia

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Piera Aiello. Moglie di Nicola Atria, figlio di Don Vito Atria, boss di Cosa Nostra.

Ha gli occhi sorridenti e il sorriso stampato sulle labbra di una donna le cui scelte di coraggio ed il destino le hanno cambiato la vita per sempre, ma che allo stesso tempo ha imparato a conviverci continuando a lottare ogni giorno con grande dignità.
Ho incontrato “Piera Aiello”, un nome che le appartiene nel sangue che gli scorre nelle vene ma che per lo Stato non appartiene più a nessuno. Ormai da anni per ragioni di sicurezza gli è stata attribuita una nuova identità perché la mafia non dimentica. Vive e lavora lontano da quel paesino di Sicilia, vive in una citta protetta insieme alla sua famiglia e ai suoi angeli custodi, le guardie della protezione anti mafia. Ma c’è quell’accento siciliano che la frega e le ricorda ogni attimo da dove viene e qual è la sua storia.
Per molti oggi lei è solo la cognata di Rita Atria.
Dice che la sua vita è una vita semplice, una vita da donna ma che allo stesso tempo ha due vite. Una del presente e una del passato che non vuole dimenticare perché è importante ricordare le proprie origini e imparare dalle scelte fatte o subite.

Ha 45 anni, è nata a Partanna un paesino della Sicilia, da una famiglia di modeste possibilità economiche e con grandi valori di lealtà e giustizia.
Moglie di un boss. Diventa vedova, perché il marito rimane vittima della stessa mafia a cui apparteneva, costretta a vestirsi a lutto otto giorni dopo il suo matrimonio obbligato, con una bimba di tre anni, Vita Maria, e tanta rabbia e voglia di giustizia nel cuore.

È proprio allora che decide di lottare e di cambiare tutto.
Decide di denunciare i nomi degli uomini che hanno ucciso il marito sotto ai suoi occhi, ma soprattutto i fatti che ha minuziosamente raccolto per dieci anni in un diario: fatti, omicidi, persone, luoghi.

Grazie all’aiuto del maresciallo Francesco Custode, di servizio a Partanna, si dirigono a Terrasini perché se fossero rimasti nel paese la mafia li avrebbe scoperti e uccisi. Arrivano nella caserma dei Carabinieri a Terrasini e inizialmente Piera ha paura. Ha paura perché non si fida dell’istituzione e ha soprattutto paura che “le spie la vedano e la facciano fuori”. Dopo alcune parole di conforto da parte del maresciallo, Piera si tranquillizza. Entra in un ufficio ed incontra le figure che le faranno da guida per il resto dei suoi giorni come testimone di giustizia e non la faranno sentire sola quando si ritroverà a perdere tutto. Morena Plazzi, procuratore che conosce in obitorio al momento del riconoscimento della salma del marito; Alessandra Camassa procuratore di Marsala e “zio Paolo” (Paolo Borsellino) che con affetto quasi fraterno la incoraggia attraverso l’amore che prova per Vita Maria.

Le chiedono che rapporti aveva con Rita, sua cognata e lei risponde così “Quando ho conosciuto Rita avevo 14 anni e lei 6, siamo cresciuti insieme. La testimonianza di Rita è stata fondamentale, ha parlato degli intrecci tra mafia e politica a Partanna. Della sua scelta di testimoniare sono stata accusata da mia suocera, sostiene che sia stata io a convincerla a fare quella scelta, ma non è andata così. Dopo che io ho deciso di testimoniare ed sono stata trasferita a Roma per primi 40 giorni sono rimasta chiusa in un monolocale, da sola, privata della libertà. Per questo cercavo di dissuadere Rita, per evitare di fare quella vita, ma lei insisteva. Decide di testimoniare una notte, quando subisce un attentato, alcuni uomini bussano alla porta della casa dove vive con la madre e lei capisce che quelle persone erano lì per ucciderla. L’indomani mattina va da mio padre, che con una fiat 126 la accompagna in procura a Sciacca. Rita era una ragazza cresciuta in una famiglia mafiosa, aveva 17 anni quando si è uccisa. La sue era solo un’età anagrafica, ragionava e pensava da donna ultraquarantenne, più di quanto lo fossi io che avevo sette anni più di lei. Decide di uccidersi dopo la morte di Borsellino perché perde il terzo punto di riferimento nella sua vita: il padre, il fratello e poi infine “zio Paolo”.

Infine le chiedono come poter combattere la mafia nella vita di ogni giorno e nelle scelte della vita.
Alla domanda risponde: “ Ho deciso di portare in giro per le scuole la mia vita e la mia esperienza per portare avanti la lotta e la voglia di giustizia che mi ha trasmesso Rita. Amo dialogare con i ragazzi e molti dicono che i giovani sono il futuro: beh io credo siano il presente e poi il futuro e con loro decido di combattere la mafia. Mi chiedete come si fa a combatterla senza fare scelte drastiche come ho fatto io? Allora vi dico che l’unico modo è quello di PENSARE CON LA VOSTRA TESTA, NON SMETTERE MAI DI SPERARE MA SOPRATTUTTO DI PRENDERVI CURA DEGLI ALTRI SENZA VOLTARE MAI LE SPALLE PERCHE’ NELLA SOLITUDINE LE PERSONE SCELGONO LA VIA PIU’ FACILE: LA MAFIA. Combattete l’ignoranza perché la mafia si nutre e vive su essa. Solo agendo in questo modo la mafia, in ogni parte del mondo, non potrà annidarsi nel quotidiano.”

Greta Vitale

Voti ogni volta che vai a fare la spesa

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Coca-Cola, Garnier, Nestlè, Nike, Timberland etc: cosa c’è dietro le grandi marche?

Da definizione, per consumo critico si intende l’organizzazione delle proprie abitudini di acquisto e consumo accordando le proprie preferenze ai prodotti che posseggono determinati requisiti di qualità differenti da quelli comunemente riconosciuti dal consumatore medio.

Per il consumatore critico, criteri per la scelta di un prodotto possono essere ad esempio la sostenibilità ambientale del processo produttivo e di trasporto; in quest’ultimo caso, la cosiddetta filosofia Km zero consiste nell’acquisto di prodotti alimentari locali. Altri importanti principi riguardano invece l’etica del trattamento accordato ai lavoratori ma anche, nei casi dell’industria cosmetica e alimentare, il rispetto nei confronti della vita degli animali, spesso violato attraverso sperimentazioni o pratiche barbariche come nel caso del foie gras.

Riguardo al trattamento dei lavoratori, un grosso problema è rappresentato dalla delocalizzazione della manodopera in paesi le cui legislazioni di tutela dei lavoratori sono piuttosto carenti. Per esempio, Federico Rampini nel suo libro L’impero di Cindia ci parla del processo produttivo dei giocattoli Disney: “Libri di Topolino, album colorati con le figure del pesciolino Nemo sono le prove a carico di un impressionante dossier sugli abusi dei diritti umani nelle fabbriche cinesi. Dietro gadget e giocattoli che vengono venduti dalla Disney ai bambini del mondo intero, ci sono le vittime di una tragica serie di incidenti in fabbrica: dita e mani amputate, morti sul lavoro”. Ma la Disney non è certo un caso isolato: infatti, la stragrande maggioranza delle multinazionali più conosciute non agisce diversamente.

Per contrastare tali problematiche è fondamentale che ogni consumatore prenda coscienza del fatto che il proprio potere d’acquisto è un potente strumento per influenzare il comportamento delle industrie: comprando secondo determinati principi, il consumatore può infatti premiare le aziende più meritevoli da un punto di vista etico.

Acquistare e consumare in modo critico non è chiaramente un dovere, resta pur sempre una scelta per la quale, inoltre, il consumatore necessita di moltissime informazioni su prodotti, metodi di fabbricazione e filosofia di produzione delle grandi marche, e la ricerca di informazioni richiede interesse e tempo. È certo, però, che l’interessamento di tutte le persone e il conseguente acquisto consapevole potrebbe fare la differenza in molti campi ancora bisognosi dell’attenzione delle persone, come appunto i diritti dei lavoratori e la salvaguardia dell’ambiente.

A tal proposito può essere utile ricordare la presenza dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), organizzati spontaneamente, che partono da un approccio critico al consumo e che vogliono applicare principi, quali l’equità e la solidarietà ai propri acquisti (principalmente prodotti alimentari o di largo consumo) e che nascono da una riflessione sulla necessità di un cambiamento del nostro stile di vita. Come tutte le esperienze di consumo critico, anche questa vuole immettere una «domanda di eticità» nel mercato, per indirizzarlo verso un’economia che metta al centro le persone e le relazioni.

Manuela Oreto